Falso dichiarato dinnanzi al notaio

Successione, senza alcun testamento. Tre fratelli, due appartamenti, uno molto grande e l’altro più piccolo. Si è scelto di lasciare al “fratello uno” l’immobile piccolo; il “fratello due” ha preso l’intero altro immobile, e avrebbe dovuto versare al “fratello tre” metà del valore di tale appartamento. Per velocizzare la chiusura della successione, il “fratello tre”, in sede di atto notarile, aveva dichiarato di aver già ricevuto tale somma, fidandosi del fratello. Un rinvio tira l’altro, i soldi non sono mai arrivati. Trascorsi più di cinque anni, ancora non si vede una lira, e, anzi, pare che l’immobile sia stato messo in vendita. Il fratello tre, che in pratica è rimasto “gabbato”, ha qualche possibilità di vedersi riconosciuta la somma di sua competenza che non ha mai ricevuto? La dichiarazione di aver ricevuto i soldi, fatta in sede notarile, ha valore assoluto e insindacabile, o può essere in qualche modo impugnata? Ovviamente, non risulta il benchè minimo trasferimento di contanti tra i due fratelli, nè per contanti (pratica tra l’altro vietata dalla legge), nè con bonifico o tramite assegno. Ritenete che ci siano i margini per intentare o minacciare qualche tipo di causa, o adire le vie legali sarebbe solo una perdita di tempo e di denaro? Grazie per ogni parere.

Purtroppo, il Suo caso conferma che la natura umana è la più infedele e bugiarda al mondo. Non ci si può fidare di nessuno, nemmeno dei propri fratelli.

Il fratello 3 e il fratello 2 hanno concluso un contratto tra di loro, avente un certo contenuto, che, però in sede notarile non è stato riportato. E’ chiaro (ed è così’ per la legge) che l’accordo che conta (rappresentato dalla volontà delle parti) è quello effettivo, vale a dire l’accordo tacito con cui il fratello 2 avrebbe dovuto versare la somma pari al valore della metà dell’immobile al fratello 3. Il problema è che questo va dimostrato e tale onere grava su chi vuole fare valere in giudizio un diritto (cioè il fratello 3).

Purtroppo agli occhi del giudice risulta presente e valido un accordo sottoscritto dai fratelli alla presenza di un notaio e tale atto (in base al disposto dell’art. 2699 cod. civ.) è un atto pubblico. E “l’atto pubblico (art. 2700 c.c.) fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti”.

La legge ammette la possibilità di contestare questa forza dell’atto pubblico soltanto attraverso l’esperimento della querela di falso.

Solo dopo che sia stata pronunciata la sentenza che conclude il procedimento dichiarando la falsità del documento, diviene possibile fornire la prova circa l’esistenza di fatti diversi o difformi da quelli che risultano dall’atto. La falsità dell’atto impugnato può riguardare sia la sua autenticità e quindi la eventuale contraffazione o alterazione, sia la sua veridicità, sia la non corrispondenza tra le dichiarazioni e i fatti documentati dal pubblico ufficiale e quelli avvenuti in sua presenza.

In realtà il fratello 3 deve dimostrare non la non corrispondenza tra le dichiarazioni e i fatti documentati dal pubblico ufficiale e quelli avvenuti in sua presenza. Deve contestare la veridicità del contenuto di quanto dichiarato in presenza del notaio. In questo caso la querela non è necessaria. La falsità delle dichiarazioni attestate nel documento possono essere provate con qualsiasi mezzo di prova.

In sostanza, il punto è questo: il fratello 3 non deve dimostrare che il documento sottoscritto dinnanzi al notaio è falso (non lo è e difficilmente potrebbe provare il contrario). Il fratello 3 deve dimostrare che le dichiarazioni contenute nel documento sono false, cioè che il fratello due ha dichiarato di aver pagato, ma in realtà non l’ha fatto.

Intentare una causa, visti gli elementi, sarebbe azzardato. Si potrebbe puntare sul fatto che non ci sono documenti che dimostrino un trasferimento di denaro dal fratello 2 al fratello 3 (assegni, bonifici…) e cercare di convincere il giudice del fatto che non si è verificato nessun aumento del patrimonio del fratello 3 e contemporaneamente, alcuna diminuzione di quello del fratello 2. Ma sarebbe un percorso ostico da affrontare. Un testimone potrebbe servire.

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