Fantozzi va in Cassazione

Fantozzi va in pensione, Fantozzi va in paradiso, Fantozzi si fa clonare e, alla fine, l’ultimo capitolo della saga lo fa a fare nientepopodimeno che in Cassazione. Da Repubblica di oggi:

L’inchiesta: Davanti al “Palazzaccio” di Roma gli impiegati escono dopo aver vidimato l’ingresso
“Entro, timbro e me ne vado” trucchi da travet in Cassazione di GIULIA SANTERINI

ROMA – Entrano, timbrano e riescono. Con noncuranza, come se fosse la cosa più normale del mondo. Come se lo facessero tutti i giorni. E infatti molti confessano: si assentano spesso dal lavoro dopo aver passato il badge nelle macchinette dell’ingresso. Per andare a parcheggiare, per portare il figlio a scuola o per un caffè. Tutto pagato, perché compreso nell’orario di lavoro. E tutto documentato da tre telecamere nascoste di Repubblica Tv: due esterne e una fatta entrare tranquillamente dall’ingresso degli avvocati, senza metal detector, sotto gli occhi dei carabinieri.

La scena è quella dell’imponente ingresso della Corte di Cassazione, il Palazzaccio di Piazza Cavour, a Roma. Tra le 7.30 e le 9.30 del mattino di un giorno feriale. I dipendenti salgono la scalinata. Alcuni scompaiono dietro la vetrata: hanno iniziato la loro giornata di lavoro. Altri accostano, lasciano l’auto con le doppie frecce lampeggianti, riescono dopo tre minuti e risalgono in auto. Cosa è successo? La telecamera non lascia dubbi: hanno passato il badge nell’apparecchio.

Li blocchiamo in fondo alla scalinata, per chiedere spiegazioni. La scusa più usata? Il parcheggio che non si trova. Ecco la prima impiegata, sulla cinquantina: “Si è vero, ho timbrato. E ora vado a parcheggiare. Ma lo sa lei che problemi ci sono a Roma con i parcheggi?”. Le domandiamo se sa che sta commettendo un illecito: “Certo che lo so, potrei beccarmi un provvedimento disciplinare”.

Ecco un’altra donna, una mamma, 40 anni circa, il bambino è rimasto in macchina, mentre lei timbrava. Le chiediamo dove va, lei si difende: “Ho un altro figlio malato a casa, mio marito è con lui. Vado a portare il bambino alla scuola qui vicino. Guardi che non possiamo fare più niente, siamo controllati a vista, come carcerati”. Non sembrerebbe, almeno a vedere i gruppetti di impiegati andare a prendere il caffè al bar all’angolo della piazza e rientrare a passo lento dopo quasi mezz’ora. Filmati da Repubblica Tv, come la bella bionda che timbra, esce, riparte in auto con un accompagnatore e viene riportata in sede dopo 25 minuti.

Gli uffici sono ai piani alti e nessun capoufficio, ci svela serenamente un’impiegata, può accorgersene. Un’altra madre ammette: “Il vero problema non sono i 10-20 minuti per parcheggiare, potrei passare sei ore senza lavorare e nessuno mi direbbe niente”. Solo un signore, ripreso anche lui dalla telecamera mentre timbra, tenta di negare. Poi ci svela: al Tribunale di Milano è anche peggio, in un ufficio si sono accorti che un impiegato mancava solo dopo tre giorni di assenza.

La macchina della Cassazione non brilla per efficienza: per una sentenza bisogna aspettare 38 mesi, secondo i dati della Relazione sulla Giustizia del 2007. E il lavoro si accumula: alla fine del 2007 le pendenze erano 102mila e 500, 1.700 in più che all’inizio dell’anno. E la lentezza della giustizia la paghiamo tutti: 41 milioni e mezzo di euro di risarcimenti in 7 anni per “i tempi non ragionevoli” dei processi. Alla domanda su quanti sono i dipendenti della Cassazione e quanto guadagnano né il direttore del personale della Corte né il ministero della Giustizia hanno dato risposta. (12 maggio 2008)

Questa inchiesta -meno male che i nostri giornali ogni tanto ne fanno una, dopo aver abdicato per anni a questo ruolo in favore del Gabibbo e di Striscia la notizia – spero che evidenzi per l’ennesima volta che i problemi della giustizia sono complessi e che la durata dei processi non è sempre (in realtà, quasi mai) colpa degli avvocati.

Mi chiedo inoltre se risultanze di questo genere non si possano usare anche nei procedimenti per equa riparazione, dove il danno dei ricorrenti è sicuramente acuito da vicende di questo genere, che fanno loro capire come il protrarsi indefinito dei loro procedimenti non sia dovuto a maggior cura delle loro vicende, ma (anche) a funzionari che vanno a cercare il parcheggio per le loro vetture dopo avere timbrato.

About Tiziano Solignani

L'uomo che sussurrava ai cavilli... Cassazionista, iscritto all'ordine di Modena dal 1997. Mediatore familiare. Autore, tra l'altro, di «Guida alla separazione e al divorzio», «Come dirsi addio», «9 storie mai raccontate», «Io non avrò mai paura di te». Se volete migliorare le vostre vite, seguitelo su facebook, twitter, linkedIn, g+ e nei suoi gruppi. Se volete acquistare un'ora (o più) della sua attenzione sui vostri problemi, potete farlo da qui.

Comments

  1. Francesco Morittu says:

    Immagino che se arrivassi in udienza con mezz'ora di ritardo adducendo a giustificazione del mio ritardo l'annosa questione parcheggi, tanto controparte quanto il Giudice sarebbero comprensivi. Se questo mio atteggiamento diventasse la regola, tanto mia quanto di tutti gli operatori dell'udienza, qualche problemino si creerebbe! Sanzioni disciplinari, dice la signora impiegata? Una sana scarpa nel fondo-schiena e libertà di accompagnare tutti i bambini che vuole a scuola, in palestra, in piscina… Ma, ovviamente, il problema delineato non è "specifico" del Palazzaccio… E' il problema di TUTTA la P.A…. E' un problema prettamente culturale e, ahinoi, italiano. Perchè? Perchè siamo un popolo immune da qualsiasi sanzione giudiziaria, disciplinare, sociale…

  2. Assolutamente, c'è un libro di Remo Danovi che si chiama proprio "La giustizia in parcheggio", che puoi vedere anche qui http://xrl.us/bkhii, dedicato ad un giudice che alla porta dell'udienza aveva affisso il cartello di come non era potuto andare a fare il suo lavoro per mancanza di parcheggi, giudice poi sanzionato dal CSM…

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