quando l’ex capo procura va a lavorare per il boss

CROTONE – È al comando di un impero che puzza di mafia ma sembra che gliene importi meno di niente. “Pentito io? Neanche un po’”, dice sfidando tutto e tutti. Procuratore di Crotone non lo è più da sessanta giorni, però ha ancora una “vigilanza” comandata dal prefetto e la zona rimozione sotto la sua bella casa sul lungomare. Con l’approvazione e l’ammirazione di molti suoi concittadini e dopo 41 anni con la toga addosso, Franco Tricoli di fatto è diventato il prestanome di un potente imprenditore condannato per relazioni con la ‘ndrangheta.

“Prego, garante dei suoi beni”, risponde lui il giorno dopo che la prefettura di Crotone ha negato il certificato antimafia alle società sospette che gestisce per conto terzi. E si sfoga, spiega, ricorda, racconta e attacca chi lo attacca: “Intorno a me c’è stato solo uno sciocco clamore mediatico, cosa c’è di tanto strano nelle mia decisione? Ci sono magistrati che si arricchiscono con le consulenze, io invece non mi nascondo, ho scelto di guidare un blind trust e mi faccio consigliare solo dalla mia coscienza: la mia coscienza mi ha detto di fare questo passo per il bene della mia città”.

Nella Calabria degli abbracci mortali abbiamo incontrato l’uomo che fino a metà estate era un procuratore capo e poi – alla prima ora del primo giorno di pensione, la mattina del 18 agosto – ha scelto di salvare i beni delle società di Raffaele Vrenna, ex presidente del Crotone calcio, ex vicepresidente regionale di Confindustria, un pezzo da novanta del business della monnezza con tanti agganci nella ‘ndrangheta.

L’imprenditore si è “spogliato” del suo patrimonio – intestando le sue quote ai familiari – per paura degli effetti di vecchie e nuove indagini. L’ex procuratore ha fatto il resto: ha accettato di amministrare quei beni saltando dall’altra parte.

Lo sa che alcuni suoi ex colleghi la considerano un traditore.
“Forse qualcuno sparla alle mie spalle, quando però incontro certi magistrati quelli mi fanno i complimenti. Mi dicono: bravo Franco, tu sì che sei un uomo libero. L’altro giorno uno mi ha commosso. Mi ha bisbigliato all’orecchio: caro mio, quando andrò via da Crotone, porterò te sempre dentro il cuore. Io, può chiederlo a chiunque in Tribunale, sono stato un riferimento umano per molti”.

Dottore Tricoli, non le è sembrato quantomeno inopportuno diventare garante del patrimonio di un imputato che un sostituto del suo ufficio, il collega della porta accanto, ha messo al centro di un’inchiesta di ‘ndrangheta?
“Il trust che ho creato è un corpo autonomo staccato dal padrone, cerco di garantire 700 posti di lavoro. E poi Raffaele Vrenna è stato condannato a 4 anni solo in primo grado. E se in Appello o in Cassazione verrà assolto? Già è stato arrestato e prosciolto per alcuni fatti in Sicilia, a Messina. Il mio maestro, il professore Giuliano Vassalli, diceva che il processo penale è come l’incidente stradale: può capitare a chiunque”.

La moglie di Vrenna, Patrizia Comito, è stata per tanti anni la sua segretaria in procura. Era nella sua cancelleria anche quando i suoi colleghi stavano indagando su Vrenna, le sembra normale anche questo?
“Patrizia, una donna eccezionale. Io l’avrei clonata, ne avrei voluto avere tante di Patrizia Comito nel mio ufficio. efficiente, instancabile, precisa. Un esempio. Come dicevo, da clonare”.

La signora Comito cosa faceva nella sua segreteria?
“Smistava la posta, riceveva i rapporti dalla polizia giudiziaria e me li consegnava”.

Lei conosce anche il marito, l’imputato?
“Sì, certo. Raffaele Vrenna non lo posso considerare fra i miei amici più intimi, diciamo che è un conoscente. Ma che c’entra?, io sono stato sempre un magistrato al di sopra di ogni sospetto. Sono stato il primo a dichiarare guerra alle cosche della provincia e il primo ad arrestare il capo dei capi della ‘ndrangheta di Crotone. Sa cosa si chiamava? Si chiamava Luigi Vrenna. Un suo parente, certo. Mi pare che fosse lo zio”.

È stato qualcuno a suggerirle di fare il “garante”?
“Un amico avvocato. Erano gli ultimi giorni di luglio e io ero molto angosciato. Dopo 41 anni di magistratura, a 70 anni ho capito che non servivo più, non mi volevano più. Avrei voluto continuare per altri cinque anni. Come presidente del Tribunale dei minori di Catanzaro o come procuratore antimafia sempre a Catanzaro, oppure come presidente del Tribunale di Cosenza. E invece per me non c’era spazio. Mi hanno fatto quella proposta, ci ho pensato su qualche giorno e ho accettato”.

Ma davvero non si è pentito neanche un po’?
“No, qui sto benissimo. Vengo ogni giorno, mi incontro di primo mattino con Gianni Vrenna (il fratello, ndr) e studiamo insieme le strategie del gruppo”.

C’è chi dice che uno dei suoi figli, Luca, abbia ricevuto in passato – quando lei era ancora procuratore capo – laute consulenze da Vrenna. È vero?
“Mio figlio Luca è avvocato, è entrato in uno studio che già da prima curava gli interessi di Raffaele Vrenna. Questa è la verità”.

Dicono pure che lei abbia accettato l’incarico perché non poteva rifiutare.
“Infamie, io debiti non ne ho mai avuti con nessuno. E credo che tutto questo can can sia scoppiato per affossare le imprese di Vrenna. Il bersaglio non sono io, c’è qualcuno che vuole distruggere questa realtà imprenditoriale per farsi largo. Vrenna ha due punti deboli. Uno è occuparsi di monnezza, l’altro quello di chiamarsi Vrenna. Non è l’unico condannato di Crotone. Ci sono tanti condannati che occupano cariche pubbliche qui.. in tutti gli enti”.

Non si sente a disagio per quella “tutela” che gli ha assegnato la prefettura?
“Prima avevo anche la scorta ma in verità mi sembrava eccessiva, così alla fine di agosto ho fatto sapere a chi di dovere che sarei andato in giro con la mia auto. Mi hanno garantito una vigilanza radiocollegata, controllano a distanza i miei movimenti. E poi, certo, ho sempre la zona rimozione sotto casa”.

E adesso che farà? Continuerà ancora a provare a salvare il patrimonio dei Vrenna?
“Devo valutare, voglio leggere prima il provvedimento con il quale si nega il certificato antimafia a queste imprese”.

È solo in questa sua battaglia o qualcuno lo aiuta?
“Al mio fianco ho un solo consulente. Un professionista di fama, il professore Vincenzo Comito, chieda in giro chi è”.

Parente della sua ex segretaria Patrizia?
“Mi pare di sì”.

(19 ottobre 2008, ATTILIO BOLZONI, la Repubblica)

About Tiziano Solignani

L'uomo che sussurrava ai cavilli... Cassazionista, iscritto all'ordine di Modena dal 1997. Mediatore familiare. Autore, tra l'altro, di «Guida alla separazione e al divorzio», «Come dirsi addio», «9 storie mai raccontate», «Io non avrò mai paura di te». Se volete migliorare le vostre vite, seguitelo su facebook, twitter, linkedIn, g+ e nei suoi gruppi. Se volete acquistare un'ora (o più) della sua attenzione sui vostri problemi, potete farlo da qui.

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