Voler bene agli altri: perché ci è indispensabile. 

Henry Guillaumet

Henry Guillaumet, dopo aver camminato per tre giorni in mezzo alla neve, in un freddo glaciale, sulla Cordigliera delle Ande, cadde in avanti, a faccia in giù nella neve, come un sacco di patate.
Il suo Potez 25, aereo con cui portava la posta dal Cile all’Argentina, era caduto a causa del maltempo, ma lui era riuscito a non schiantarsi e ad uscirne vivo. Aveva preso a marciare, da solo, in mezzo al gelo, in cerca di aiuto, un paese, una città. Si trovava a Laguna del Diamante, in Argentina, provincia di Mendoza. Era il giugno 1930. Ed era il suo novantaduesimo volo sulle Ande.

Era esausto, stanchissimo, ormai senza più energie. Pieno di freddo sin dentro alle ossa, aveva deciso di lasciarsi andare. Con la faccia e il corpo abbracciava ormai la sua morte, la sua tomba, ed era persino felice che la sua sofferenza stesse per cessare.

Sempre sdraiato con la faccia nella neve, si preparò a morire. Pensò per un’ultima volta alle persone che amava, sua moglie e i suoi figli, per salutarli con il ricordo, non potendolo fare di persona, ed iniziò finalmente ad assopirsi man mano.

Si stava consegnando alla morte come una persona qualsiasi si abbandona al sonno della notte nel proprio letto: con dolcezza, fiducia e soddisfazione.

Libérati dalla tensione verso la salvezza, i suoi pensieri iniziarono a scorrere liberi, saltando disinvoltamente, e senza un ordine preciso, da una cosa all’altra, proprio come quando ci si sta per addormentare, sospesi tra il sonno e la veglia.

Ad un tratto, gli venne tuttavia in mente una cosa in particolare.

Se il suo corpo non fosse stato trovato, la sua adorata moglie Noëlle non avrebbe potuto incassare il risarcimento dell’assicurazione sulla vita prima di quattro anni. Significava che lei e i suoi figli avrebbero vissuto con molte difficoltà per un lungo periodo.

Questo pensiero lo risvegliò. Si alzò, finalmente, e riuscì a scorgere una roccia in lontananza, non coperta dalla neve. Si rimise in marcia, sperando di aver trovato qualcosa, deciso ormai o a salvarsi, o almeno a far trovare il suo corpo.

Guillaumet, dopo essersi rialzato quel giorno, avrebbe percorso ancora centottanta chilometri, a piedi, da solo, prima di raggiungere finalmente un villaggio dove sarebbe stato salvato.

Più tardi dichiarò, con giusta ragione: «Quello che ho fatto io, non l’avrebbe fatto nessun animale al mondo».

La storia di Guillaumet ci dimostra che l’egoismo, oggi tanto di moda – secondo gli insegnamenti di chi pretenderebbe che fosse una liberazione a lungo attesa, quella di poter finalmente pensare solo a noi stessi – non è invece la scelta migliore per l’uomo, non gli dà nè la felicità nè la salvezza, non può comunque mai essere il suo solo obiettivo ed orizzonte.

Pensare solo al proprio interesse non è una evoluzione, come vorrebbero farci intendere il mondo dei consumi e la società fluida e globalizzata, uguale da tutte le parti, sotto l’egida del grande fratello economico delle multinazionali.

L’egoismo, da solo, elevato a sistema e criterio di vita, e la famosa libertà di far quel che a ognuno pare, sono una devastazione per l’uomo contemporaneo, due veri e propri inganni che lo precipitano nel vuoto e che privano la sua vita di significato, rendendolo ancora più vacuo e disperato.

Il punto è che dobbiamo amare noi stessi, ma al contempo amare anche gli altri.

Abbiamo bisogno di entrambe le cose ed entrambe possono funzionare solo insieme, l’una non può avere senso senza l’altra. L’amore per se stessi e quello per gli altri si sorreggono a vicenda. Guai a pensare solo agli altri, guai a pensare solo a noi stessi.

È solo per gli altri – e questo lo sa perfettamente, ad esempio, chi è genitore – che troveremo le forze che non abbiamo per togliere la faccia dalla neve, dove ci stiamo preparando a morire in silenzio, e per rialzarci.

È così che funziona il cuore dell’uomo, esattamente come ha chiarito Cristo quando ha detto che «c’è più gioia nel dare che nel ricevere»; senza contare la maggior forza che riesci a trovare quando non è per te, ma per un tuo caro.

E Guillaumet ha detto una cosa azzeccatissima. Nessun animale avrebbe fatto quel che ha fatto lui. Noi siamo uomini, a immagine e somiglianza di Dio: siamo capaci di amare e, per questo, di scrivere storie e vicende meravigliose, dove superiamo i nostri limiti, storie come la sua, che non sarebbe mai stata recitata senza un amore vero a sorreggerla.

Non spezzate mai il legame con gli altri, amate voi stessi, ma amate al tempo stesso anche i vostri cari.

L’egoismo, il narcisismo e il mettersi al centro di tutto non funzionano, sono falsi idoli dei tempi odierni, demoni che ti ingannano, promettendoti di renderti più forte, ma facendoti solo sempre più insoddisfatto, disperato e privo di senso.

L’egoismo non funziona nemmeno quando siamo in crisi.

Anzi, è proprio nelle crisi che spesso troviamo la forza di uscirne solo per gli altri, esattamente come ha fatto Guillaumet che, se fosse stato solo per lui, si sarebbe dato dolcemente alla morte e si sarebbe disperso per sempre nel bianco delle Ande.

Evviva noi.


La meravigliosa storia di Henry Guillaumet è stata raccontata da Antoine de Saint-Exupery nel suo «Terre des Hommes», del 1939; è ripresa da David Servan-Schreiber nel suo «Guarire». Su Guillaumet esiste una voce ben nutrita di Wikipedia in Francese, una buona voce in Inglese, nessuna purtroppo in Italiano.

About Tiziano Solignani

L'uomo che sussurrava ai cavilli... Cassazionista, iscritto all'ordine di Modena dal 1997. Mediatore familiare. Autore, tra l'altro, di «Guida alla separazione e al divorzio», «Come dirsi addio», «9 storie mai raccontate», «Io non avrò mai paura di te». Se volete migliorare le vostre vite, seguitelo su facebook, twitter, linkedIn, g+ e nei suoi gruppi. Se volete acquistare un'ora (o più) della sua attenzione sui vostri problemi, potete farlo da qui.

Comments

  1. Veronica says:

    Mi piace. Molto

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