Mediazione familiare: il modello sistemico.

Continuiamo l’analisi dei vari modelli di mediazione familiare diffusi nella pratica.

Il modello sistemico è quello più diffuso nella pratica, tanto che anche molti professionisti del settore, in primis ancora una volta gli avvocati, intendono inconsapevolmente come mediazione familiare la sola declinazione sistemica, spesso proprio perché le limitate esperienze che ne hanno avuto sono state con professionisti pertinenti a questa scuola di pensiero e di pratica.

Alla base di questo approccio, sicuramente più ambizioso e approfondito sotto certi versi dei precedenti, c’è la soluzione delle problematiche emotive ed affettive che stanno alla base del conflitto. Volendo esemplificare, prendendo a prestito categoria dalla psicologia, potremmo dire che mentre gli altri approcci fanno un utilizzo più strategico dello strumento mediazione familiare, così come ad esempio fa in Italia Giorgio Nardone, che cura le patologie dei suo pazienti con strumenti che prescindono dalla ricerca delle cause e, in buona sostanza, anche dall’analisi del paziente stesso, l’approccio sistemico invece è più simile ad una terapia di analisi classica, in cui si va o si tende alla ricerca dell’eventuale trauma e delle sua cause o comunque gli si conferisce adeguata rilevanza e non lo si mette da parte, ma gli si riconosce un ruolo centrale.

Toccando questa differenza possiamo capire un aspetto che avevamo accennato precedentemente e cioè che non è possibile stabilire in astratto quale sia l’approccio migliore per la mediazione familiare, ma sarebbe bene che il professionista fosse in grado, con una certa elasticità, di attingere dalla metodologia e dell’uno e dell’altro approccio a seconda della convenienza del caso concreto.

E’ il caso di fare un esempio.

Nel caso, in ipotesi, di una coppia di genitori già di mezza età, con figli già abbastanza cresciuti, può essere preferibile un approccio di tipo integrato o più semplice. Nel caso, invece, di un rapporto destinato a durare per molto più tempo, come quello tra genitori molto più giovani, a loro volta con figli molto più giovani, o addirittura tra genitori e figli o, sempre ad esempio, tra fratelli, può valer la pena spendere più tempo e lavoro per andare a identificare le cause del disagio emotivo che ha portato al conflitto. Si tratta insomma sempre di fare una valutazione del rapporto tra costi e benefici in relazione al lavoro che sarebbe necessario prodigare adottando un approccio di questo tipo, oltre che valutare, ovviamente, se la situazione concreta lo consente (in alcuni casi, non così rari purtroppo, ci sono termini imposti, tipicamente dall’autorità giudiziaria, che appunto impongono di “accontentarsi” di quei pochi risultati auspicabilmente ottenibili in poche sedute, anche quando si ha la sensazione che, potendo approfondire, si riuscirebbe a raggiungere un assetto molto migliore).

Tornando, comunque, ad esaminare le caratteristiche del modello sistemico e del relativo approccio, in questo contesto va detto che il ruolo del mediatore, oltre a quello, già indicato, di fluidificatore della comunicazione tra i protagonisti del conflitto, deve essere quello di una figura che tenda anche a riportare un po’ di armonia, quel minimo che è possibile nella situazione, tra le parti stesse, non tanto perché ci si consideri eticamente approvabile o desiderabile, ma perché la stessa armonia, recuperata nel suo contenuto minimo, è ritenuta funzionale per tutte le interazioni che le parti dovranno avere in futuro tra di loro.

Il mediatore dovrà quindi farsi lettore ed interprete dei diversi punti di vista delle parti, per illustrare quelli dell’uno anche all’altro e viceversa, demolendo o comunque intaccando quei pregiudizi e quei blocchi di cui si è già cennato e che sono alla base del deficit di comunicazione.

Una volta che sarà stato ristabilito un minimo di armonia tra le parti, si potrà cercare di agevolare tutte le decisione da adottare in dipendenza della intervenuta crisi familiare, tra cui la calendarizzazione delle visite e delle frequentazioni dei figli, l’assegnazione o comunque la gestione della casa familiare, i rapporti economici o, più correttamente, di mantenimento tra le parti e gli eventuali investimenti o aspetti patrimoniali ancora in comune tra le parti.

È evidente che ciascuna di queste decisioni può essere agevolata riavvicinando i protagonisti del conflitto, sia pure di poco, ammorbidendo le rispettive rigidità.

Proprio per questi motivi, viene concesso un largo spazio e un vasto contesto per l’espressione delle emozioni connesse al conflitto, avendo peraltro tale modello una matrice tipicamente psicologica, allo scopo di favorire la cooperazione per il futuro. Ovviamente, l’apertura agli sfoghi emozionali, specialmente nel contesto del colloquio di coppia, rischia di determinare il riaccendersi di livori ormai in via di affievolimento, ma se condotto con la giusta cautela e, auspicabilmente, per lo più in sede di colloquio individuale può consentire al protagonista del conflitto di recuperare una dimensione in cui sentirsi a più agio. Tutto ciò avviene a condizione che il mediatore sappia fornire un vero ascolto, che è un momento apparentemente inattivo, in realtà fecondissimo, tanto quanto inusuale e raro oggigiorno. Ciò in quanto le persone, generalmente, non hanno interlocutori che le ascoltino davvero. È stato calcolato che nelle discussioni delle persone ogni interlocutore interrompe l’altro dopo appena 17 secondi di discorso. In tali condizioni, più che al vecchio piacere della conversazione, che era ristoratore per il cuore e per la mente di chi ne era protagonista, viene da pensare ad un concorso di soliloqui, una gara di monologhi dove ognuno dei due «dialoganti» sembra affannarsi a riversare sull’altro il proprio copione, senza nemmeno attendere riscontro al riguardo, ma per il solo piacere di esternarlo, fine a se stesso.

Tornando al fulcro di questo approccio di mediazione, va detto che dunque il compito del mediatore è quello di consentire ai protagonisti del conflitto di superare anche emotivamente il loro blocco e non solo mentalmente come avviene di più negli altri due approcci, in cui il lato emotivo non viene tanto superato quanto messo da parte temporaneamente in vista di un bene superiore che viene concepito come ragionevole e tale da consentire di «sacrificare» la propria emotività medio tempore in vista di un risultato appunto più alto.

Lo svantaggio di questo approccio è quello ovviamente di richiedere più tempo, più lavoro e più approfondimenti – almeno nella maggior parte dei casi -, mentre per contro il vantaggio è sicuramente quello di tradursi inevitabilmente in un lavoro sulla persona che rappresenta un importante investimento per il futuro, sia per la miglior gestione della situazione in cui si è originato e si radica il conflitto, sia per la persona stessa più in generale, che potrebbe finire per affezionarsi alla mediazione concependola dapprima e sentendola poi come un importante lavoro su se stessa.

Alcuni mediatori che implementano il metodo sistemico ritengono di non far mai partecipare alle sedute di mediazione i figli, mentre altri sì, per meglio far comprendere agli stessi, specialmente nei casi in cui è necessaria la loro collaborazione, la situazione in cui si trova a vivere la famiglia. Ovviamene, anche a questo riguardo si possono fare delle valutazioni, che riguarderanno soprattutto la maturità e l’età (che, ovviamente, sono correlate) dei figli stessi: è evidente che un figlio di quattro anni non può mai essere reso partecipe di una seduta di mediazione, mentre dai dodici anni in poi, a seconda delle circostanze, e con tutte le cautele del caso, questo si può senz’altro valutare. Altrettanto ovviamente il mediatore dovrà valutare sia il tema di discussione sia la maturità degli stessi genitori per evitare ad esempio che, convocati per discutere ad esempio di come gestire la ex casa familiare, comincino a litigare per finire magari per rinfacciarsi avventure extraconiugali o altre piacevolezze consimili di fronte ai figli.

Nel caso in cui il processo di mediazione dovesse interrompersi per un ostacolo che il mediatore arriva a definire insormontabile in mediazione, lo stesso invita le parti a fare comunque tesoro dei frammenti di intesa raggiunti e di rivolgersi al tribunale per risolvere definitivamente la controversia.

La rassegna dei vari modelli proseguirà, come al solito, con il prossimo post della serie.

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About Tiziano Solignani

L’uomo che sussurrava ai cavilli… Cassazionista, iscritto all’ordine di Modena dal 1997. Mediatore familiare. Autore, tra l’altro, di «Guida alla separazione e al divorzio», «Come dirsi addio», «9 storie mai raccontate», «Io non avrò mai paura di te». Se volete migliorare le vostre vite, seguitelo su facebook, twitter, linkedIn, g+ e nei suoi gruppi. Se volete acquistare un’ora (o più) della sua attenzione sui vostri problemi, potete farlo da qui.

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