Un approccio strategico per i problemi legali.

Un nuovo approccio strategico per i problemi legali. *

Oggi parliamo di un nuovo approccio nella trattazione dei problemi legali.

Dopo anni di pratica e riflessione, ho infatti man mano sviluppato un nuovo metodo, che potremmo definire strategico, per la trattazione delle situazioni conflittuali tra le persone, le aziende e i vari soggetti del caso.

Si tratta di un atteggiamento che, ormai, suggerisco e pratico già da alcuni anni con buono, e qualche volta eccellente, profitto e che mi sembra venuto il momento di «codificare» e condividere ufficialmente con te che leggi e segui il blog, oltre che più in generale con tutti.

Perché il diritto non ti serve quasi mai a niente. *

Generalmente, chi si trova coinvolto in un problema legale si pone alla ricerca e all’approfondimento di «quello che dice il diritto» – cioè la legge, la giurisprudenza, ecc. – sul punto.

Ebbene, si tratta, quasi sempre, di un approccio sbagliato e destinato a rivelarsi molto infruttuoso nel giungere ad una soluzione del problema.

Quello che va focalizzato con molta chiarezza è che lo scopo di una persona o una azienda che si trova ad avere un problema legale non è, e non può essere affatto, applicare il diritto.

Come dice una cara e saggia collega: sticazzi del diritto.

Lo scopo di chi ha un problema legale è, molto semplicemente, risolverlo, superarlo e rimettersi a vivere, se è una persona, o a produrre, se è un’azienda.

Non importa come, purché sia in modo legittimo e conveniente.

Dopo ventidue anni che faccio l’avvocato, ti posso confermare infatti un dato statistico, al riguardo, molto interessante e cioè che raramente le vertenze vengono definite applicando il diritto.

Molto più spesso si fanno transazioni, sistemi alternativi (ADR), mediazioni, conciliazioni.

L’importante è che la vertenza sia chiusa, definita, accantonata, superata, se possibile in modo conveniente e in tempi abbastanza decenti.

Perché per affrontare un problema legale non devi fare mai quello che sarebbe giusto. *

Un altro errore concettuale molto grave di chi ha un problema legale da risolvere, e spesso anche del suo avvocato, è quello di volerlo risolvere «facendo quello che è giusto».

Lo avrai sentito molte volte: «voglio solo quello che mi spetta»

Facciamo un po’ di chiarezza anche al riguardo.

Quando si ha un problema legale, si ha un problema. Non si hanno dei diritti.

I diritti non esistono, nessuno può dirtelo meglio di un avvocato.

Te la voglio fare chiarissima.

Se hai una spina infilata nel culo, non hai il diritto alla salute: hai solo una spina infilata nel culo.

Te la devi togliere prima possibile e basta.

Adesso stai attento: nella trattazione dei problemi legali, non bisogna mai fare quello che è giusto, ma bisogna fare quello che è conveniente.

Te lo ripeto, perché è fondamentale: nella trattazione dei problemi legali, non bisogna mai fare quello che è giusto, bisogna fare quello che è conveniente.

Ti faccio un esempio molto semplice.

Sei un’azienda. Hai un credito da recuperare. Le possibilità di recupero sono molto scarse. Il tuo tempo, la tua attenzione, il tuo denaro sono risorse limitate – questo è un aspetto molto banale ma altrettanto trascurato nella vita di tutti i giorni.

Vuoi utilizzare il denaro, il tempo, l’attenzione di cui disponi per provare a recuperare un credito che difficilmente potrai portare a casa solo «perché è giusto», «perché è una questione di principio»?

Non è, forse, preferibile fare ciò che conviene, piuttosto che ciò che è giusto?

Ciò che conviene non è probabilmente mettere a perdita il credito, usare il tempo e il denaro e l’attenzione di cui disponi per rimetterti al lavoro e servire i buoni clienti dell’azienda facendola prosperare?

Incaponirsi nel recuperare un credito non significa forse dare la parte migliore delle tue risorse a un cliente tossico, tralasciando peraltro al contempo quelli buoni, che invece si meritano il meglio da te?

Ti faccio ora un altro esempio.

Sei una persona coinvolta in una eredità con i tuoi fratelli. Le ipotesi di divisione elaborate dagli altri non ti convincono. Vuoi imbarcarti in una causa di divisione giudiziale, che dura magari vent’anni, o vuoi accontentarti di avere subito una porzione inferiore a quella che secondo te sarebbe giusto che ti venisse assegnata?

Forse, se confronti la differenza tra la «minor parte» che ti verrebbe data e quello che spenderesti per fare una causa che rischia di essere davvero ultradecennale, vedi che ti conviene pure anche concretamente, conti alla mano.

«Sì ma poi i miei fratelli così solo perché sono prepotenti alla fine hanno più di me e non è giusto

Mi sembra di sentirla questa voce.

C’è un piccolo giustiziere dentro ognuno di noi, formatosi direttamente sugli indimenticati banchi dell’asilo.

Chi lo ascolta, però, si trova a pagarne care le conseguenze. L’universo si incarica sempre regolarmente di ciò. Te lo dico sulla base della mia esperienza.

Tu non hai un problema legale per «fare giustizia», ce l’hai perché ti è capitato e ti devi limitare a risolverlo. Devi semplicemente uscirne nel modo migliore, non importa niente altro.

In realtà, infatti, nonostante tutte le idee, le invidie, i paragoni che ci vengono spontanei, noi non sappiamo pressoché nulla della vita degli altri.

In fin dei conti, se a un fratello rimangono due mobili in più che differenza fa nella qualità della vita di ognuno dei protagonisti della vicenda?

Ch differenza potrebbe mai fare nella tua vita?

Un problema è solo un problema. *

Ecco dunque i concetti di base.

Chi ha un problema legale, non ha un diritto, non ha un’opportunità. Ha solo un problema, una situazione spiacevole da risolvere nel modo più conveniente possibile e, magari, in tempi rapidi, per tornare alla sua vita personale e/o professionale.

A chi ha un problema legale non deve interessare che il diritto venga applicato o rimanga lettera morta dentro ai testi di legge.

In realtà, questo non interessa nemmeno a chi scrive il diritto, che non lo formula certo con la pretesa che venga sempre applicato, ma solo come ipotesi residuale che si applica quando le persone non sono riuscite a far niente di meglio, dopo una causa poliennale, da parte di un giudice che non sempre lo interpreta, peraltro, in modo corretto.

Che il diritto venga applicato, o rimanga invece chiuso nei libri, in realtà non frega un cazzo a nessuno: l’importante è che i conflitti vengano risolti, magari con buona o discreta soddisfazione di tutte le parti coinvolte.

A chi ha un problema legale, inoltre, non deve interessare che sia fatta la cosa giusta, ma deve subito focalizzarsi sul capire che cosa è più conveniente per lui fare, come uscire da questa situazione.

Ti ricordi la exit strategy per toglierti la spina dal culo?

L’unica cosa su cui lavorare è la strategia. *

Non siamo dei giustizieri, è un compito che non ci spetta, non ce lo possiamo assumere, se lo facciamo ne paghiamo care le conseguenze.

Siamo solo persone con dei problemi che devono cercare di saltarci fuori nel modo migliore possibile.

Ecco perché nella trattazione dei problemi legali la cosa più importante è la strategia che si deve adottare per la sua trattazione e perché quello che dice il diritto a riguardo non è, e non può essere mai, la strategia nonostante molte persone, e anche molti avvocati, facciano una enorme e dannosa confusione al riguardo.

La strategia è fatta di tutte quelle iniziative, di qualsiasi genere, stragiudiziale, giudiziale, creativo, che possono condurre alla risoluzione del problema, purché questo avvenga in modo conveniente per il cliente e che sia, naturalmente, legittimo.

Ecco perché non si può essere contrari in linea di principio a nessun metodo alternativo di risoluzione delle controversie.

Specialmente la mediazione civile, tanto osteggiata all’inizio da molti avvocati, in realtà nella pratica ha dato buona prova, un paio di mesi fa nello scetticismo generale ho chiuso in sede di mediazione addirittura una vertenza per contratti bancari.

Pur essendo un contenitore di negoziazione molto vacuo nei suoi tratti, ha comunque rappresentato uno spazio in cui i soggetti coinvolti nei conflitti si sono potuti esprimere in modo adeguato, spesso riprendendo a dialogare e trovando così delle soluzioni in tempi molto rapidi.

Ma questo è solo un esempio, i metodi possono essere e sono infiniti.

Quando persino Gesù mandò affanculo un cliente. *

Devi far capo al fatto che i conflitti tra le parti non sono quasi mai dissidi interpretativi relativi a questa o quella legge, ma cose in realtà molto più umane e cioè conflitti emotivi fatti di cose molto semplici come rancore, invidia, presunzione, «a me non mi fanno fesso» e altre demenzialità del genere di cui siamo fatti noi uomini che viviamo su questa terra.

Se capiamo questo, si apre un immenso spazio di creatività per gli avvocati o comunque per le persone che aiutano privati ed aziende a risolvere i problemi giuridici.

Hai sentito parlare di Gesù Cristo?

Gesù ha guarito ciechi, zoppi, storpi, indemoniati, emorroissi, gente che aveva patologie del corpo e dell’anima estremamente gravi.

Un giorno da Gesù andò un tale che gli chiese una cosa molto semplice (Lc 12,13-21).

Era una tipica cosa da avvocato, un problema legale.

Gli disse «Maestro buono, aiutami a fare la divisione con mio fratello».

Sai cosa gli rispose Gesù?

Lo mandò immediatamente affanculo, senza passare nemmeno dal via.

Gli chiese «Ma chi mi ha costituito mediatore tra di voi?» che, in Italiano moderno, significa più o meno «Ma chi ti conosce, a te e a tuo fratello?»)

E poi si lanciò subito dopo a parlare della cupidigia, per dire che alla radice dei problemi e dei conflitti umani ci sono solo le nostre pochezze.

Spero che questo brano ti sia piaciuto. Io peraltro lo uso spesso  quando mi chiedono di lavorare gratis per qualcuno: se pure Cristo, che ha guarito addirittura da legioni di demoni del tutto gratuitamente, si è rifiutato di fare l’avvocato gratis, chi sono io per credermi migliore di lui?

Comunque, sempre Gesù, quando gli chiesero se fosse lecito divorziare, disse di no (Mt 19,3-12). Quando, a quel punto, gli fecero presente che Mosè aveva eppure previsto il divorzio, lui rispose che fu previsto «solo per la durezza dei vostri cuori».

Di nuovo, cosa ci fa capire questo?

Una grande verità, che tutti i conflitti non hanno, in realtà, alcuna ragione oggettiva, ma si radicano nel cuore malato o ferito (non c’è altra parola per dirlo!) degli uomini che ne sono protagonisti.

Dio ti può guarire un problema fisico, ridarti la vista, la deambulazione, può persino liberarti da un demone, ma non può farti fare delle scelte che tu stesso non vuoi fare perché c’è il libero arbitrio. L’uomo, per costituzione, deve essere libero di rovinarsi, perché solo così può aver senso la sua scelta, opposta, quella di amare.

Ecco perché Gesù manda affanculo quello che gli aveva chiesto di aiutarlo a dividersi dal fratello. Quell’uomo avrebbe dovuto lavorare su se stesso e parlare con suo fratello. Gesù si limita a parlare della cupidigia, dandogli la chiave per lavorare sul suo cuore, ma questo lavoro sul suo cuore lo può fare solo l’uomo stesso. Dio può perdonare i peccati del passato, ma il compito di pentirsi e di tornare a vedere la bellezza del Regno può essere svolto solo dall’uomo.

Va bene Gesù, Cristo e la Madonna ma allora come muoversi? *

Torniamo dunque alle nostre domande.

Quando si ha un problema legale, le domande che non ti devi sostanzialmente mai fare (e che invece si fanno quasi tutti) sono le seguenti:
– cosa prevede la legge, la giurisprudenza, stocazzo sul punto?
– cosa è giusto fare?

Le domande che ti devi fare sono piuttosto:
cosa mi conviene fare adesso?
come è meglio muovermi?
da chi mi posso far aiutare per superare questo problema?

Qual è, insomma, la strategia migliore da adottare, a prescindere dal diritto, da quello che sarebbe giusto, per togliermi questa rogna (l’Italiano è una lingua bellissima, chiamiamo le parole con il loro nome) di dosso?

Ecco perché è inutile perdere ore e giorni a cercare di capire cosa prevede il diritto su un determinato tema ma è preferibile, ad esempio, mandare subito una diffida con cui si apre la vertenza e si inizia una negoziazione e cioè, più in generale, passare subito all’azione.

L’azione è la cosa più importante per trattare qualsiasi problema. I problemi legali non fanno eccezione, anzi forse per loro è ancora più importante.

Prendi subito un avvocato: basta «solo» che non sia un idiota. *

Ovviamente, il primo, spesso anche l’unico, e più importante gesto strategico di chi ha un problema legale è quello di a) capire che i problemi legali si trattano solo facendosi aiutare da un avvocato e non in altro modo e b) sceglierne uno bravo.

Già capire che non è il caso di perdere tempo con sistemi alternativi demenziali (Carabinieri, Polizia municipale, cuggggini, ecc.) è un momento di alta importanza, come ho spiegato meglio in questo precedente post.

Un altro grande momento magico è capire che, nella scelta di un avvocato, non contano le specializzazioni, perché nessuno ci capisce un cazzo nelle specializzazioni se non è del settore, anche perché spesso non ci capisce niente nemmeno chi è del settore, ma anche perché gli approcci non olistici hanno mostrato tutti i loro limiti in tutti i campi, a partire ad esempio da quello della medicina.

L’unica cosa importante è: scegliere un avvocato che non abbia la testa piena di segatura.

Non è così facile, per la verità, ma con un po’ di impegno ce la puoi fare.

L’avvocato, una volta incaricato, sceglierà e consiglierà attingendo da un vasto carniere di interventi possibili la strategia migliore.

Tutto può far brodo!

Può essere che consigli il cliente di:

  • parlare di persona
  • attendere
  • utilizzare la mediazione di un familiare, un sacerdote, un amico di famiglia, chi ti pare
  • inviare una lettera scritta con il suo aiuto ma firmata dal cliente
  • inviare una lettera con la carta intestata dello studio legale
  • iniziare una causa per sbloccare una negoziazione (io l’ho fatto molto spesso, specie nel campo delle separazioni)
  • fare una o più telefonate
  • iniziare una mediazione familiare o civile
  • iniziare una causa perché è l’unico sistema e allora si va a scegliere quale causa se con rito ordinario o con il 702 bis, se fare una CTU preventiva, ecc. ecc. ecc.
  • qualiasi altra cosa che sia lecita e possa essere utile a risolvere il problema

L’unica cosa che importa è che lo strumento scelto sia quello che appare più opportuno per la strategia di risoluzione del problema, che è quello di superarlo senza considerare l’eventuale applicazione del diritto o il raggiungimento di una soluzione equa, ma semplicemente di una soluzione conveniente.

Iniziare prima possibile a lavorare sul problema: la fase del fare. *

L’approccio strategico da me proposto e praticato ormai da diversi anni consiglia e consente generalmente comunque di passare prima possibile alla fase dell’azione, a quella del fare, che, come è importante per tutti i problemi, è fondamentale anche per quelli legali.

È perfettamente inutile lambiccarsi il cervello per ore, giorni, settimane ed anni per cercare di capire cosa sarebbe giusto fare, cosa prevede il diritto sul punto.

È molto meglio, invece, passare subito all’azione, cioè a trattare concretamente il problema, con uno degli strumenti elencati prima, magari anche molto semplici e poco «invasivi» come una telefonata, una lettera e così via.

Non trascurare i problemi, non crogiolarti nell’apatia, non indugiare nelle lamentele!

Vai prima possibile da un avvocato.

Pur con tutte le incertezze che ci sono sempre in questi casi, è importante iniziare comunque prima possibile a lavorare sul problema.

Ci sono problemi che sulla carta, dentro ai nostri cuori, sembrano irrisolvibili, giganteschi, terribili, salvo poi scoprire che con un paio di mosse giuste, azzeccate e magari un po’ di fortuna si avviano a risoluzione molto più semplicemente di quello che pensavamo.

È una esperienza che abbiamo fatto tutti.

Quindi l’imperativo è: muoviti.

Senza fretta, ovviamente, ma nemmeno senza aspettare senza che in realtà vi sia nessun motivo per farlo.

Prima ci si comincia a lavorare sopra e prima si finisce.

La breve ma fondamentale fase dell’ascolto. *

Nel mio approccio strategico, l’analisi del problema passa in secondo piano.

Ovviamente c’è, comunque, necessariamente una fase di analisi e soprattutto di ascolto del cliente, che è molto importante, ma dopo un primo incontro si può, anzi si deve, già iniziare a lavorare concretamente sul problema senza bisogno di approfondimenti ulteriori.

L’analisi di un problema, peraltro, è bene che non si protragga più di tanto, perché, specialmente in persone provate da anni di situazioni di disagio, rischia di far rivivere questo disagio quando magari si stava sopendo, cosa che è deleteria perché per risolvere il problema il cuore dei protagonisti deve essere il più possibile «rinfrescato» e alleggerito.

Servono avvocati in grado di capire i termini umani del problema dopo massimo mezz’ora di ascolto e in grado ulteriormente di tracciare delle indicazioni strategiche entro la conclusione del primo incontro, per iniziare subito dopo a lavorare in concreto sul problema.

Ogni incontro si deve concludere con la definizione di un prossimo passo. Cioè con la individuazione della cosa da fare come prossima mossa. Prima si parla insieme, poi si decide insieme che cosa fare. Così semplice.

Hai un problema legale? *

Se hai un problema legale, e hai letto attentamente sino a qui, ti sarà chiaro che è bene passare prima possibile a lavorarci sopra con un bravo avvocato.

Se vuoi un preventivo da parte del nostro studio, puoi chiedercelo compilando questo modulo. Ovviamente è gratuito.

Se, invece, preferisci acquistare direttamente un’ora o più della nostra attenzione sul tuo problema, puoi valutarlo da questa pagina.

Vuoi diventare un avvocato ad indirizzo «strategico»? *

Se sei un avvocato e ti piace questa impostazione, contattami in privato. C’è un importante progetto al riguardo di cui magari potremmo parlare.

Ringraziamenti. *

Si ringrazia la collega Sara Mascitti del foro di Latina per gli opportuni chiarimenti sull’uso più corretto del termine «sticazzi».

About Tiziano Solignani

L'uomo che sussurrava ai cavilli... Cassazionista, iscritto all'ordine di Modena dal 1997. Mediatore familiare. Autore, tra l'altro, di «Guida alla separazione e al divorzio», «Come dirsi addio», «9 storie mai raccontate», «Io non avrò mai paura di te». Se volete migliorare le vostre vite, seguitelo su facebook, twitter, linkedIn, g+ e nei suoi gruppi. Se volete acquistare un'ora (o più) della sua attenzione sui vostri problemi, potete farlo da qui.

Comments

  1. Non condivido nel modo più assoluto questo approccio, non perché non contenga spunti ragionevoli ma perché può risultare molto fuorviante, tanto per il pubblico, quanto – e soprattutto – per chi si sta approcciando alla professione forense.
    In Italia uno dei più gravi problemi è l’impreparazione tecnica. Servono non solo giovani menti brillanti ma anche e soprattutto preparate. Soltanto quando si padroneggia una materia ci si può permettere di piegarne le regole ai propri bisogni, altrimenti si diventa nulla più che un azzeccagarbugli, che pur di dare al cliente una piccola soddisfazione momentanea, alla lunga finisce per danneggiarlo. (esempio: chi nel penale pensa sistematicamente di patteggiare accuse che in dibattimento non reggerebbero, pur di far liberare al più presto il cliente; prima o poi l’ordine di carcerazione arriva, anche se si pensa che sia un problema di altri…).
    GM

    • Grazie per il tuo contributo. L’esempio del patteggiamento credo dimostri in modo lampante che ho ragione io, almeno nel 90% dei casi, pur non essendo giusto, è comunque conveniente rispetto ad un dibattimento che dura diversi anni, costa migliaia di euro e rimane comunque di esito incerto, considerando che nessuno è in grado davvero di divisare quale accusa reggerebbe o meno agli esiti di un giudizio completo. Certo, bisogna valutare da caso a caso, specialmente se c’è l’impossibilità di ottenere la sospensione condizionale, ma il rito alternativo è quasi sempre, statisticamente parlando, più conveniente, anche purtroppo nei casi dubbi. Il discorso può cambiare per chi ha una polizza valida di tutela legale, che però in Italia purtroppo non ha quasi mai nessuno.

      • Non dicendo che tu non abbia ragione, anzi, a posteriori sono mio malgrado d’accordo che il famoso commodus discessus sia sempre vincente ai fini della mera sopravvivenza. Il problema è che agendo così in modo sistematico si finisce per svilire l’importanza dei principi (o meglio dei diritti) fondamentali che faticosamente sono stati concepiti, elaborati e riconosciuti e che in ultima analisi caratterizzano la civiltà rispetto alla barbarie. Insomma, il nostro compito come avvocati, per fare un paragone tecnicistico, non è solo quello di idraulici che riparano una perdita, ma anche e soprattutto di progettisti in grado di elaborare nuove soluzioni idrauliche che prevengano perdite future. La giustizia la si fa a piccoli colpi, poco alla volta. Non c’è altro modo.
        Se ci limitiamo a parare i colpi, torneremo, nel lungo periodo, ai tempi bui della legge del più forte, che in ambito civile significa sconfitta per il più ingenuo e nel penale sottomissione alle accuse sommarie.
        Chiaro è che l’ottica da cui analizziamo ogni problema legale deve essere quella particolare, e non quella generale, ma non possiamo permetterci di fare soltanto gli utenti della legge, dobbiamo anche esserne i creatori.

        • É un po’ il contrario di quello che penso io, nessuno può pretendere di risolvere problemi facendo il giustiziere o addirittura, come sembri proporre tu, creando diritto. Per me il compito di un avvocato deve essere molto semplicemente quello di aiutare le persone, questo a mio modo di vedere non passa dal diritto. Certo, non bisogna perdere respiro, ma va usato molto oculatamente. Infine, devo dire che io non vedo davvero molta civiltà nei sistemi giudiziari statali e in particolare in quello italiano… Grazie comunque per il tuo contributo che ho letto con interesse, anche se devo dire che rimango più o meno dello stesso parere…

  2. Ester Maria Gammieri says:

    Il turpiloquio , il riferimento e l’interpretazione del tutto personale di episodi della vita di Gesù, e soprattutto la rappresentazione della professione di avvocato così come prospettata è indegna !! Svolgo la professione da 30 anni e credo,con tutta franchezza, che simili affermazioni diano degne di una segnalazione all’ordine di appartenenza.

    Avv. Ester Maria Gammieri

  3. Mariangela cerini says:

    Io pensavo che gli avvocati praticassero la GIUSTIZIA, questa lettura mi fa ricredere sui miei principi. A chi affidarsi allora in caso di contese, se il debole deve sempre piegare la testa davanti al più forte?

    • Non è detto che usare un approccio strategico significhi piegare la testa, significa solo che il tuo metodo non deve essere necessariamente quello di “fare giustizia”, ma di risolvere il tuo problema.

      In caso di conflitto, per me ti conviene mille volte farti aiutare da un avvocato di indirizzo strategico piuttosto che da un legale che cerca di realizzare la giustizia, finendo per farlo sulla tua pelle e sui tuoi soldi, ma devi ovviamente valutare tu…

      Il senso del mio post è proprio di comunicare un fatto oggettivo, che confermo e confermerò sempre, cioè che chi si erge a voler fare il giustiziere ottiene quasi sempre risultati molto scadenti, spesso pessimi, a volte deleteri, paradossali, beffardi.

      • Mariangela says:

        Io non ho ancora chiara la strategia del mio avvocato dopo 9 mesi di trattatative con l’invio di lettere varie per la soluzione del contenzioso fra due fratelli ora ha proposto l’incontro con un mediatore familiare per risolvere il problema( quando sa che dall’altra parte non ci sta volontà di chiudere La controversia in favore della mamma)

  4. “C’è un importante progetto al riguardo di cui magari potremmo parlare”… Posso avere il contatto? Grazie

  5. Un anziano avvocato con il quale ebbi a che fare tanti anni fa mi disse:
    “meglio una cattiva transazione che andare in giudizio”.
    Oggi, a distanza di tempo, condivido tale affermazione con una piccola ma sostanziale modifica:
    “meglio calare un po’ le brache che andare in giudizio”
    Calare quanto? mi si chiederà.
    Al proprio livello di….pubblica decenza!

  6. Approccio che da legale condivido al 101%, la sola Giustizia è quella celere e raggiunta con il buon senso, non importa se fuori dal Tribunale o dalle altre istanze. Perdere anni e denaro per litigare in ansiosa attesa della decisione di uno che neppure ti conosce e che non ti ha mai ascoltato – a meno che non sia indispensabile -è quasi irragionevole! Questo ruolo dell’avvocato è moderno ed in linea con la tendenza alla deflazione processuale. Il progetto incuriosisce….

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