Perché il nostro è un diritto di morte e non di vita.

Una riflessione che ultimamente mi trovo a fare sempre più spesso riguarda l’amore e il consumo, da un lato, e il rapporto con il diritto contemporaneo, dall’altro.

L’amore è l’atteggiamento e il comportamento che, per antonomasia, genera, crea qualcosa.

Tramite amore, al suo culmine, nasce e viene accudita una nuova vita umana, un essere che prima non esisteva e che, senza quell’amore, non sarebbe mai esistito, che ha in testa più neuroni ed emozioni di quante stelle ci sono nel cielo.

L’amore è un sentimento che sta fuori dall’economia, dalla visione materialistica del mondo globalizzato e parte da un’emozione che nasce e si nutre per lo più gratuitamente e disinteressatamente, portando dei «doni» fondamentali ed irrinunciabili, che non si possono comprare al supermercato.

La stessa vita è un dono dell’amore di Dio, per chi ci crede, o del caso o dell’universo, per chi crede in altro; l’amore di una madre nessuno di noi l’ha comprato eppure per lui è stato uno dei beni più importanti.

Il consumo invece determina distruzione. Consumare significa distruggere l’entropia di un sistema, piccolo o grande, in modo non reversibile.

Orbene, che cosa tutela il diritto attuale, non solo quello italiano ma quello di ogni stato del cosiddetto Occidente?

Tutela il gesto disinteressato di chi, per lo stesso amore, crea, genera, porta novità, freschezza o non tutela piuttosto il «consumatore»?

Un embrione non è tutelato nemmeno nel luogo più sacro dell’universo, la pancia della sua mamma, dalla quale sconosciuti possono trarlo e condurlo verso la morte senza che gli venga nemmeno dato un nome e una croce. E questa pratica immonda, che perpetua una strage quotidiana di innocenti quale non si è probabilmente mai avuta in nessuna guerra, è considerata un «diritto».

Un altro diritto civile fondamentale dell’uomo, per il quale si sono fatte battaglie i cui autori sono considerati, non si capisce bene per quale motivo, ancora oggi degli eroi, è quello al divorzio. Non è quello a costruire una famiglia, ad accudirla, a renderla feconda, ma quello di spaccarla e distruggerla, generando povertà economica e spirituale per tutti i suoi membri.

Un ulteriore diritto fondato sulla distruzione è quello che si è introdotto con la legislazione sulle disposizioni anticipate di trattamento, un sistema con cui surrettiziamente si introdurrà l’eutanasia per i più vecchi e più deboli, distruggendo la saggezza e la visione di cui erano portatori, perché, tanto, in un mondo come il nostro, più l’uomo comune è stupido, ignorante e slegato da affetti importanti e persino da una territorialità e meglio è, esattamente come all’inizio del fordismo, ben descritto nel capolavoro di Celine «Viaggio al termine della notte».

Poi c’è il grande capitolo della legislazione vera e propria sul consumatore, per cui chi acquista una spagnoletta in un supermercato o su amazon è più tutelato di un embrione e persino di un bambino già nato.

Quali sono, infatti, le misure di sostegno per le madri di bambini piccoli? La maternità attuale, nella disciplina del lavoro, è assolutamente insufficiente perché una donna possa concedersi serenamente questa esperienza, con vantaggio sia per lei che per la prole.

Quali sono le tutele per i lavoratori più giovani, coloro che dovrebbero essere incoraggiati nel momento in cui si affacciano al mondo della produzione di beni e servizi, nel quale vorrebbero dare il loro fresco contributo?

La realtà è che nel nostro paese i vecchi hanno tre pensioni, la prima delle quali magari maturata quando avevano 50 anni, mentre i giovani sono fortunati quando trovano un contratto di collaborazione, in tutti gli altri casi sono stage poco o per nulla retribuiti.

Uno si chiede quindi se la nostra sia una legislazione che premia la vita o, tutto al contrario, la morte.

La risposta è evidente adesso che abbiamo richiamato queste brevi considerazioni, anche se, senza rifletterci, oggigiorno nessuno o quasi ci avrebbe magari fatto caso.

La realtà è che il nostro diritto è un diritto di morte e, quando non di morte vera e propria, come nel caso dell’aborto e delle disposizioni anticipate di trattamento, di tutela delle generazioni più vecchie a scapito di quelle più fresche, cosa quest’ultima che è anch’essa un attentato contro la vita, che si nutre di ricambio.

La nostra legislazione non è vicina a chi ama, a chi crea qualcosa, ma tutela chi distrugge e chiama tutto questo un «diritto».

Ecco perché i diritti, per fortuna, non esistono.

Esistono solo problemi, da risolvere sempre e necessariamente a partire dal cuore.

E comunque non perdiamo mai di vista la bellezza del regno di Dio.

La situazione è questa, ma la nostra fede ci dona la convinzione che succederà qualcosa, che questa immensa tragedia che è la modernità è destinata a cambiare.

About Tiziano Solignani

L'uomo che sussurrava ai cavilli... Cassazionista, iscritto all'ordine di Modena dal 1997. Mediatore familiare. Autore, tra l'altro, di «Guida alla separazione e al divorzio», «Come dirsi addio», «9 storie mai raccontate», «Io non avrò mai paura di te». Se volete migliorare le vostre vite, seguitelo su facebook, twitter, linkedIn, g+ e nei suoi gruppi. Se volete acquistare un'ora (o più) della sua attenzione sui vostri problemi, potete farlo da qui.

Comments

  1. Raffaella says:

    Meravigliosa riflessione!

  2. vittorio seu says:

    gentile
    più di due anni fà ho conosciuto per caso il suo blog, le ho scritto per raccontarle mia personale vicenda di padre separato per chiederle consiglio. pur non ricevendo alcuna risposta ho ritenuto interessante seguire suo blog per i contenuti che di ordine professionale ha pubblicato. purtroppo constato ancora una volta con questo suo ultimo post che i suoi contenuti escono spesso da tale contesto professionale e ricoprono aspetti che ritengo sia più di tipo “confessionale” e di una cultura che non mi appartiene e che fin troppi danni ha prodotto in questo paese. per questo motivo sono sicuro che anche se nelle sue statistiche mancherà mio contributo di lettore, immagino possa continuare a vivere e fare i suoi sonni e sogni tranquillo tranquillo.

  3. Anche questa volta partecipo al suo articolo. Sono anni che pensavo di far redigere il mio testamento sulla morte. Avendo avuto due esempi di sofferenza, nella mia famiglia, in cui si sentivano a disagio, mortificati, annullati nella loro dignità, presi tempo fa la mia decisione. Solamente che il mio legale non si sentì d’appoggiarmi nel mio sacrosanto diritto d’avere una degna morte, senza ledere i principi di una vita. Adesso che è possibile, registrarsi in comune, esprimendo questa volontà , mi appresterò alla firma. una persona, lucida , ridotta impotente da una patologia, non può sopportare di vedere la sofferenza negli occhi dei familiari che ti assistono amorevolmente,impotenti ad esserti d’aiuto, vedendoti soffrire giornalmente. A differenza di questi pensieri dolorosi, mi piace descrivere quanto accaduto alla mia adorata nonnina. Ha sempre avuto una salute di ferro , morendo all’età di 79 anni in giorni 5 giorni terribili Le ho sempre sentito dire che pregava il Buon Dio di non farle fare una morte di sofferenza per lei e per coloro che l’assistevano. Dio è stato magnanimo verso questa fervida credente, dandole una sofferenza atroce di solamente un brevissimo tempo. Un emorragia al fegavo, le causava copioso vomito ematico, per il quale le trasfusioni non facevano in tempo ad entrare nel suo corpo , che ne uscivano copiosamente. L’ultimo giorno , nell’intento di asciugarla mi trovai tutta insanguinata dal vomito, che asciugavo amorevolmente. Urlava dai dolori incessanti giorno e notte, senza un attimo di tregua. Quando esalò l’ultimo respiro, insieme ai familiari, versammo tutte le nostre lacrime, ma felici di aver posto fine alla sua vita terrena. Non sto a descrivere l’altro caso, ma sono felicissima che sia stata approvata la legge che non toglie la dignità a chi vuole morire lucidamente

  4. gentile Avv. Solignani, seguo il suo blog con interesse e curiosità, trovo il suo stile pragmatico e davvero umano, se dovessi aver bisogno di un avvocato, sicuramente ne vorrei uno con il Suo stile. Quando tratta di temi etici e filosofici a volte mi trova in disaccordo, poiché forse sono di una generazione (in realtà non molto più giovane di Lei) cresciuta nella laicità come dato di fatto. pur essendo a mio modo cattolica e credente, faccio fatica a non considerare il divorzio come un diritto: i motivi per cui può diventare intollerabile la vita assieme a un partner sono i più vari, fosse anche una scelta sbagliata in origine, per esempio due caratteri che si sono rivelati incompatibili: come si può restare insieme in queste condizioni? come rinunciare a vivere insieme un’altra persona magari più affine? l’importante, credo, sia riuscire ad avere un rapporto basato comunque sul rispetto. diverso il discorso dell’aborto: li è davvero una responsabilità della società, malata ed egoista, che lascia una donna completamente sola e la spinge ad abortire. l’embrione meriterebbe lo stesso rispetto di un essere già formato, sono d’accordo. per il fine vita credo che ognuno, nel pieno delle proprie facoltà mentali, possa decidere, almeno in parte, il proprio destino.

    • Grazie Maria per esserti presa il tempo di lasciare un tuo commento. Ovviamente, sono temi su cui potremmo parlare per giorni. Quanto al divorzio, vale per me innanzitutto quello che diceva Chesterton e ciò che un uomo e una donna sono comunque incompatibile, mentre la sfida del matrimonio é proprio quella di andare oltre la riga di quella incompatibilità. Per me aveva ragione da vendere. Posso c’è da dire che il divorzio inizialmente era stato introdotto per casi estremi, ma in poco tempo e diventato il sistema con cui, alle prime difficoltà, si cambia il coniuge come si cambia automobile. Io non ne faccio una questione morale, penso semplicemente che le persone che fanno così non possano essere felici, perchè il vero cuore dell’uomo non è fatto per questo. Non si costruisce la felicità sull’infelicità altrui. Quanti a te, le mie parole per te sono: cerca di far entrare Dio anche nel cuore, oltre che nella mente. Non essere credente nella mente, ma atea nel cuore, come molti oggigiorno. Un abbraccio.

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