Aborto: non un diritto, ma un trauma della donna.

Anche io ero tra quelle “non lo farei mai”. Poi l’ho fatto. Avevo 28 anni. Alle spalle altre due gravidanze, volute desiderate da due sposi innamoratissimi che avevano scoperto di essere entrambi portatori di una malattia genetica emersa alla nascita della loro figlia primogenita. Serena, occhi grandi neri, capelli da bambola, troppo bella per rimanere sulla terra. Abbiamo pregato il dio che voi ora invocate perché ce la lasciasse nonostante fosse condannata, senza cura, senza proroga, vedendola spegnersi ogni giorno con una fatica sovraumana per respirare, ma con occhi che chiedevano muti il perché. Il suo sorriso era l’ossigeno per andare avanti, il tempo vissuto il più prezioso della nostra vita insieme anche ora che siamo da 31 anni insieme. Mio marito un giovane e meraviglioso padre innamorato delle sue donne. Abbiamo dormito accanto alla sua piccola bara bianca, ci hanno staccato con la forza. Ho voluto che diventasse di nuovo padre ma sfortunatamente il cuore del piccolo che aspettavo, smise di battere prima di arrivare a fare l’amniocentesi per sapere se anche lui fosse affetto da SMA. Hanno dovuto stimolare il parto, ho avuto il travaglio, la rottura delle acque. Io e Francesco, questo è il nome che gli avevamo dato, siamo rimasti attaccati dal cordone ombelicale, ero in bagno l’ho visto: era un bambino, il mio bambino con gli occhi, le dita, i piedi, era un maschietto come sentivo prima di avere la conferma in quel bagno!! L’hanno riposto, benedetto, in una piccola bara bianca. Mio marito, da solo, ha seguito il carro funebre e posto un mazzo di fiori bianchi. Io, appena uscita dall’ospedale, sono andata da Francesco e gli ho chiesto perdono per non essere riuscita a farlo nascere. Ma non era finita. La mia determinazione nel voler avere figli nostri era pari solo alla nostra pazzia. Dopo pochi mesi mi accorgo di aspettare un bambino. La speranza tornava nella nostra vita. Questa volta riesco ad arrivare all’amniocentesi. Dopo 6 (SEI!!!!) settimane, a quasi sei mesi di gestazione mi comunicano che Gianluca era malato, affetto come Serena dalla SMA.la nostra decisione di interrompere la gravidanza era sofferta ma inevitabile. Serena era morta. La SMA è la prima causa di morte per i bambini al di sotto di un anno. Nessuna cura, nessuna speranza. Era luglio , il mio ginecologo, a cui avevo detto tutto il pregresso , mi fece sapere di essere obiettore e si rese irreperibile. Ho vagato per il Policlinico di Bari perché unica struttura in Puglia ad effettuare le interruzioni volontarie di gravidanza come in un girone infernale tra cliniche ostetriche, psichiatriche in ciabatte e pigiama, fingendomi una pazza affinché uno psichiatra che non conosceva la malattia, potesse dichiarare che il proseguimento della gravidanza poteva nuocere alla mia salute mentale. Ottenuta “la carta” , ho fatto l’ultima ecografia. “Signora perché piange? Vede il suo bambino si muove e sta bene ed è bello e cresciuto” Già, perché piangevo?? Dopo ore di attesa sono stata sistemata in una stanza dove c’erano mamme con i loro bambini e nonne e zii che andavano a trovarli e mi guardavano con orrore. L’aborto è indotto da una fattispecie di supposta che mi sono inserita in utero, da sola perché anche l’ostetrica era obiettrice e mi disse “Se lo vuoi fare, lo devi fare con le tue mani”. Il travaglio è durato 26 ore in cui mi sono contorta dal dolore, da sola , tra neomamme. Si sono rotte le acque e sono stata portata in sala parto. Ho visto Gianluca, ho sentito il passaggio della testa, delle spalle, delle gambe, l’ho visto, mio figlio, prima che lo mettessero in un contenitore, mio figlio regalato alla scienza. Ho chiesto di fare entrare mio marito, volevo piangere abbracciata a lui, ma non me l’hanno permesso, dovevo stare sola. Il giorno dopo, è arrivata anche la montata lattea , avevo il latte ma non il bambino. Dopo pochi mesi fui ricoverata per un’emorragia. Non erano mestruazioni ma un aborto spontaneo. Ero incinta ma non lo sapevo. Mio marito non voleva più vedermi in ospedale e mi disse chiaramente che non voleva avere più figli nostri. Lo convinsi e per amore iniziammo l’iter per l’adozione. Ottenuta l’idoneità,ci affidarono una bimba di 6 anni in pre-affido. Stava bene con noi e noi con lei. Mi accorsi di essere nuovamente incinta . Ero felice , avevo la bimba e aspettavo un bambino mio. Il padre della piccola, in carcere per un ergastolo, decise di opporsi all’adozione. Per farla breve la piccola dall’età di 15 anni si prostituisce. Ora ne ha 25. Il bambino che aspettavo ha 19 anni ed un fratello di 16.Nonostante questi doni, ogni giorno penso a quello che ho fatto. Ho interrotto volontariamente una vita, quella di mio figlio. Avrei voluto tutti i miei sei figli. I miei ragazzi sanno quello che ho fatto, hanno capito perché ma non riesco a perdonare me stessa. “Mamma quanto dolore hai dovuto sopportare”. Non capirete mai, per vostra fortuna. Non condannatemi, non giudicatemi. Mi sono giudicata e condannata senza appello da sola. E non mi sono perdonata.

Grazie per avere condiviso questa meravigliosa e commovente testimonianza con me e con tutti i lettori del blog, che fa capire ancora una volta come l’aborto – lungi dall’essere un «diritto» come pretenderebbe una modernità un po’ troppo giuliva, anche peraltro in contrasto con il dettato letterale della legge 194, che non lo definisce mai come tale – resta sempre un grande e tragico trauma per la donna.

Anche nella tua situazione, che è stata ed è naturalmente molto particolare e molto difficile.

Personalmente, sono certo che Dio ti abbia perdonato e che anche tu ora possa perdonare te stessa.

Non so se sei credente o meno, se tu lo fossi un buon modo per «lavorarci sopra» potrebbe essere quello di andare a parlarne con un consigliere spirituale; se non lo fossi, potresti sempre parlarne con un counselor o uno psicologo o comunque una persona in grado di dare un vero ascolto non giudicante.

Nella tua vita ora ci sono ora tante cose buone e questa è, finalmente, la luce.

Ti abbraccio e ti stringo forte: coraggio!

About Tiziano Solignani

L'uomo che sussurrava ai cavilli... Cassazionista, iscritto all'ordine di Modena dal 1997. Mediatore familiare. Autore, tra l'altro, di «Guida alla separazione e al divorzio», «Come dirsi addio», «9 storie mai raccontate», «Io non avrò mai paura di te». Se volete migliorare le vostre vite, seguitelo su facebook, twitter, linkedIn, g+ e nei suoi gruppi. Se volete acquistare un'ora (o più) della sua attenzione sui vostri problemi, potete farlo da qui.

Comments

  1. Maria Carmen Frana says:

    Anche io penso che Dia abbia perdonato questa cara persona, un abbraccio ed una carezza al suo ventre!

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