La vocazione dell’avvocato

«Per questo motivo, per fare l’avvocato è fortemente consigliato avere il temperamento, l’orientamento, la vocazione dell’imprenditore, al lavoro in proprio.

Se non hai questo temperamento, dunque, non puoi fare l’avvocato?
A mio giudizio, lo puoi anche fare, ma è probabilmente più funzionale, per te stesso prima di tutto, che tu faccia altre scelte.
Ultimamente si parla molto del riconoscimento della figura giuridica dell’avvocato dipendente che, nella realtà economica e sociale, esiste già: sono quegli avvocati che prestano il loro lavoro per un fisso mensile presso uno studio già ben avviato e posizionato sul mercato. Si tratta di persone, non esclusivamente giovani, che spesso lavorano anche dieci, dodici ore al giorno, per un fisso largamente insufficiente e inadeguato a compensare un ammontare di lavoro del genere, specialmente se lo si paragonasse alla retribuzione di un quadro o anche solo impiegato all’interno di un rapporto di lavoro subordinato, senza alcuna tutela per ferie, malattie, pensione e anzi quasi sempre con l’obbligo di avere una propria partita IVA, un commercialista, una posizione previdenziale di cui pagare i contributi e così via.
Molti giovani si adagiano in posizioni di questo genere illudendosi che potrebbero essere il trampolino di lancio per avere, in futuro, un loro studio. In realtà, lavorare in questo modo non rappresenta affatto qualcosa che ti può preparare un domani ad avere uno studio tuo, perché, come ti ho spiegato prima, un imprenditore, un libero professionista, quindi anche un avvocato, si occupa, si deve occupare volentieri, di tutte le fasi della sua organizzazione: marketing, pubbliche relazioni, vendita, strutturazione dei tariffari, dei servizi «a catalogo», dei rapporti col fisco e con gli enti previdenziali, rapporti con dipendenti e collaboratori e così via.
Chi lavora come «avvocato dipendente», non fa che una sola parte di queste cose, solitamente molto circoscritta, col risultato che dopo aver lavorato solo in questo modo, magari anche per dieci anni, è pressoché totalmente privo delle competenze necessarie per aprire un proprio studio.
Te lo ripeto per essere maggiormente chiaro: pressoché totalmente privo. Sapere scrivere un atto, saper andare in udienza non serve per poter avere un proprio studio; quelle competenze, considerando numero e importanza, rappresentano al massimo un 2-4% di quello che serve.
Quello cui può ambire l’«avvocato dipendente» è solo entrare, pian piano, sempre più nella struttura dello studio presso cui lavora, sino a diventarne, magari, associato. Se questo accadesse, come ad esempio avviene di norma negli studi legali e nelle carriere del mondo anglosassone, l’avvocato potrebbe svolgere l’intero arco della sua attività lavorativa senza nemmeno sapere bene cosa significhi «lead generation» o blog aziendale: ci saranno sempre altri che se ne occuperanno per lui.
Il punto è che gli studi di dimensioni tali da consentire carriere di questo genere in Italia non sono affatto numerosi.»

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