l’infortunio dello sportivo professionista e il danno da perdita di chances

Chi pratica una disciplina sportiva a livello amatoriale nella maggior parte dei casi non dovrebbe trarne un guadagno, quindi a rigor di logica sotto questo profilo non siamo in presenza di alcun danno. Per quanto attiene la figura dell’atleta dilettante, ma realmente dilettante, il danno patrimoniale non ha particolarità di rilievo rispetto alla generalità dei casi di lesioni personali, quindi il soggetto danneggiato avrà il diritto di essere risarcito per tutti i danni subiti e subendi a livello economico che sarà in grado di dimostrare, con la dovuta documentazione ed in linea con in consueti criteri. Ovviamente se l’atleta sia amatoriale che dilettante ha riportato dei danneggiamenti alla sua attrezzatura sportiva potrà richiedere il risarcimento del caso. Altro aspetto e voce di danno che deve essere presa in considerazione è quella che si riferisce al mancato godimento di servizi già pagati e non ripetibili, come ad esempio la partecipazione a corsi di nuoto, tennis, equitazione ecc.

Tutt’altro discorso invece è da farsi per l’atleta professionista e l’atleta dilettante di “alto rango”. Per loro l’aspetto della lesione subita durante lo svolgimento dell’attività sportiva può essere fonte di un grave pregiudizio patrimoniale che a volte supera drasticamente l’entità di quanto viene liquidato, bontà loro, a titolo di danno biologico dalle compagnie assicuratrici. Non è raro che una lesione psicofisica di lieve entità può in alcune circostanze porre fine ad una carriera sportiva o quantomeno impedirla per un certo lasso di tempo, con riflessi negativi per l’andamento dell’attività sportiva, in specie se si prende in considerazione il fatto che alcuni sport svolti a livello professionale sono fonte di ingenti guadagni, che provengono sia dagli “ingaggi” stipulati con i sodalizi sportivi che dai contratti pubblicitari e di sponsorizzazione. Quando si verifica un infortunio, ecco che entra in “gioco” la figura del medico legale che ha le competenze necessarie per valutare le possibili incapacità a svolgere e proseguire l’attività sportiva.

Si tratta di valutare, o meglio, quantificare con tanto di calcolo, il danno patrimoniale da perdita o riduzione della capacità di produrre reddito, con attenzione certosina al danno patrimoniale futuro da invalidità permanente.
La voce del reddito attuale, è il punto di partenza, tale voce non è composta solo dal reddito che proviene dalla società sportiva ma anche da quanto l’atleta percepisce dai contratti pubblicitari e di sponsorizzazione.
Compiuto il primo passo, bisogna prendere in considerazione alcune variabili, in primis analizzare la durata presumibile della vita sportiva, che è chiaro a tutti, varia a seconda della specialità sportiva svolta. Difatti alcuni sport richiedono delle condizioni fisiche ottimali, altri invece possono essere esercitati anche in un arco temporale molto più lungo, essendo meno influente la condizione atletica ed aspetto non secondario nella valutazione della durata della vita atletica è il ruolo ricoperto dall’atleta nella squadra. Secondariamente va considerata la prospettiva di carriera, è lapalissiano il fatto che il danno subito da un’ atleta all’inizio della sua carriera non può essere paragonato a colui che oramai sta concludendo la sua attività. Comunque sia, se la “carriera” viene interrotta, si tratta di prendere nella dovuta considerazione l’incidenza della lesione sulla capacità di produrre reddito anche al di fuori del mondo dello sport. Si evidenzia che nel momento in cui si procederà alla valutazione del danno patrimoniale futuro, tale valutazione, sarà in via equitativa.
Quanto detto vale per lo sportivo che già sta svolgendo professionalmente l’attività sportiva. Altra situazione è quella degli atleti dilettanti che a causa del sinistro, sportivo ed extrasportivo, vedono sfumare la possibilità di passare alla pratica sportiva a livello professionale. Nel caso de quo, ci troviamo dinanzi ad un radicale mutamento di prospettiva lavorativa del danneggiato e perciò la prova del pregiudizio subito a livello di prospettiva lavorativa sportiva, incide non solo sul “quantum” ma anche sulla sussistenza del diritto ad essere risarciti per il danno patrimoniale connesso all’esercizio di un’attività sportiva. Nel momento in cui la prova, a livello probabilistico, è raggiunta in toto, per il calcolo del danno patrimoniale futuro si procederà a considerare tutte le variabili economiche proprie dello sport praticato. In caso contrario se la prova non viene soddisfatta, al massimo può essere riconosciuto in via equitativa, un quid pluris nel calcolo del danno patrimoniale futuro sulla base del reddito percepito dall’attività lavorativa della vittima o del reddito figurato, in caso di minore.

Purtroppo, siamo in un ambito dove la distinzione tra danno patrimoniale futuro da lucro cessante e danno da perdita di chance è quasi impercettibile. Il soggetto che pratica sport e subisce un danno alla persona può vedersi negata la possibilità di partecipare ad un evento sportivo e cosa non secondaria non conseguire un diverso vantaggio economico. In alcune circostanze magari l’infortunio non c’entra nulla e si possono ipotizzare casi in cui la società sportiva di appartenenza neghi, in modo illegittimo, all’atleta di prendere parte ad una gara, od inoltre, ad un accertamento medico che per imperizia certifichi la non idoneità fisica dell’atleta a svolgere l’attività agonistica sportiva.
Il cosiddetto danno da “perdita di chance” è una figura autonoma di danno patrimoniale, ed è caratterizzata dal fatto che vi è una privazione della chance di conseguire un determinato risultato, e ciò a causa dell’illecito comportamento posto in essere da terzi.
Da anni la giurisprudenza ha espresso il parere che affinché venga risarcito questo tipo di danno, deve riscontrarsi inconfutabilmente la lesione della possibilità concreta ed attuale di un vantaggio futuro, ma appare chiaro e logico che per avere una esatta quantificazione del danno subito dall’atleta, la valutazione va effettuata sulla base di criteri prognostici basati sulle concrete e ragionevoli possibilità di risultato, deducibili solo ed esclusivamente dai risultati sportivi precedenti e dagli obblighi contrattuali assunti dall’atleta stesso.

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come ci si può liberare dal vincolo sportivo dell’atleta dilettante tramite il cosiddetto «cartellino»?

Il diritto dell’atleta dilettante a svolgere in piena libertà l’attività agonistica sportiva, alle soglie del terzo millennio, in Italia è ancora del tutto gravemente compromessa dal vincolo sportivo, che viene in essere nel momento in cui l’atleta sottoscrive il cosiddetto cartellino, che lo lega indissolubilmente, o quasi, alla società sportiva di appartenenza. Nonostante alcune federazioni sportive abbiano negli ultimi anni “rivisto” i loro regolamenti inerenti il vincolo sportivo e la sua durata “temporale” nei confronti dell’atleta dilettante, è consolidato nell’ordinamento sportivo nazionale, il principio secondo cui il tesseramento degli atleti in giovane età e dei dilettanti, è di fatto uno scriteriato legame associativo, con altrettanto odiosi limiti di tempo, con la conseguenza che esso può essere sciolto solo ed esclusivamente con il placet della società sportiva che detiene il cartellino. E’ di tutta evidenza come la firma del cartellino sia necessaria per poter svolgere un’attività sportiva agonistica in seno ad una società sportiva affiliata ad una della varie federazioni sportive italiana e quindi al Coni, ma spesso le condizioni che sono correlate al sottoscrizione del cartellino sono vessatorie nei confronti dell’atleta. Di fatto il giovane dilettante, suo malgrado, se intende partecipare alle competizioni organizzate dalle federazioni sportive, deve stipulare il vincolo con la società sportiva e donare senza altra possibilità la titolarità delle sue prestazioni sportive alla medesima, vedendo “sfumare” all’orizzonte la propria libertà agonistica.

Pur con alcune eccezioni, il vincolo come ora descritto lega indissolubilmente l’atleta dilettante non tanto alla federazione sportiva, quanto piuttosto alla società sportiva di militanza, ed in specie ai “dirigenti” che avranno un potere totalitario e decisorio sulla durata del cartellino. Le norme statutarie delle federazioni sportive italiane, nonostante le critiche, continuano ad escludere un termine ragionevole di scadenza del rapporto associativo, vietando in modo esplicito la possibilità del recesso unilaterale dell’atleta, e ciò in aperto contrasto con i basilari principi dell’ordinamento giuridico in materia di libertà ed associazione. Salta all’occhio di chiunque l’assurdità di tale situazione di soggezione a tempo indeterminato che può essere interrotta solo dal nullaosta della società sportiva detentrice del cartellino, assurda poiché vale esclusivamente per i minori d’età e per i dilettanti che sono per antonomasia persone che giocano senza fine di lucro. Tecnicamente il vincolo sportivo ha natura di contratto associativo aperto, ovvero si sostanzia nell’approvazione diretta del tesseramento con il “club” e indiretta delle clausole statutarie della federazione sportiva a cui è affiliato il sodalizio sportivo. Ora senza addentrarci nei meandri delle varie disquisizioni dottrinali e giurisprudenziali sulla natura giuridica del vincolo sportivo, che vi assicuro sono di una noia mortale, è tuttavia di fondamentale importanza rappresentare il fatto che il vincolo sportivo, stipulato dagli atleti per un tempo indeterminato o comunque troppo lungo, imposto dalle norme statutarie sportive, deve ritenersi nullo ex art. 1418 c.c.. dato che contrasta palesemente con norme imperative e di ordine pubblico. Nello specifico, il vincolo sportivo a tempo indeterminato o irragionevole, viola, nell’ordine il diritto di praticare senza difficoltà la propria attività agonistica, diritto sancito dalla Carta Costituzionale, nonché dalla legge 91/81 che all’art. 1 afferma che l’esercizio dell’attività sportiva, sia essa svolta in forma individuale o collettiva, sia in forma professionistica o dilettantistica, è libero; la libertà di associazione, che comprende anche il diritto di dissociazione, tutelato dall’art. 18 della Costituzione; il diritto previsto dall’art. 24 del codice civile, espressione del principio democratico, di recedere dall’associazione qualora l’associato non abbia preso l’onere di farne parte per un tempo ben preciso; il diritto stabilito dall’art. 14 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che assicura senza nessuna discriminazione il godimento delle libertà fondate su qualsiasi condizione personale, come deve certamente ritenersi quella dell’atleta minore e non professionista. Quanto sopra esposto, strano ma vero, è avvalorato anche dall’indirizzo della giurisprudenza di legittimità, che in più circostanze ha ritenuto nulle le clausole che escludano o rendano oneroso in modo abnorme il recesso.

Una delle varie motivazioni favorevoli al vincolo sportivo troverebbe la sua ragion d’essere nell’esigenza di evitare la dispersione del patrimonio sociale che, costituito dagli atleti tesserati, sarebbe l’unica fonte di sostegno dell’attività agonistica nelle società dilettantistiche. Il fatto che ancora sia imperante l’istituto del vincolo sportivo, ha contribuito a far sì che anche gli atleti minori d’età siano considerati “oggetto” di contrattazione e valutazione economica, circa trasferimenti, prestiti ed altri accordi vari, da parte delle società che ne detengono i cartellini. Questa “infernale” situazione la si deve alle demenziali clausole statutarie delle varie federazioni sportive, che hanno portato alla cosiddetta “patrimonializzazione dell’atleta dilettante, avvalorata in determinate circostanze dalla giurisprudenza italiana. A chiosa di quanto detto, l’odierno scrivente, rende noto che la Carta Olimpica stabilisce che la pratica dello sport è un diritto umano e che ogni individuo deve avere la possibilità di praticare lo sport secondo le sue necessità, e forse in un momento di lucidità mentale il Consiglio Nazionale del CONI nel 2004, avendo letto quanto sancito dall’ottavo principio della Carta Olimpica, ha disposto che gli statuti ed i regolamenti organici delle federazioni sportive dovessero prevedere la temporaneità, la durata del vincolo sportivo e le modalità di svincolo. A mio modestissimo modo di intendere, ancora siamo in alto mare, si avverte l’esigenza che il Legislatore, si svegli da questa “catalessi normativa” che ancora non difende un autentico valore sociale qual è la libertà della pratica agonistica in ambito dilettantistico e giovanile

come si può definire esattamente il doping in ambito sportivo?

Il fenomeno doping attualmente è per il mondo sportivo un problema di rilevante entità. Nell’ultimo decennio il doping è divenuto fonte di dibattito sia in ambito sociale che legislativo. Sempre più frequentemente infatti accanto a cronache sportive, la stampa riporta casi di atleti dopati in svariate discipline, notizie riguardanti blizt da parte delle forze dell’ordine in palestre e centri sportivi. Il doping ha raggiunto oramai effetti e proporzioni più che preoccupanti diventando un fenomeno di massa.

Con il termine doping si vuole comunemente indicare la somministrazione ad atleti o animali di sostanze o farmaci proibiti o l’utilizzo di pratiche mediche vietate allo scopo di migliorare la prestazione agonistica sportiva. Il doping è un fenomeno complesso che coinvolge aspetti medici, farmacologici, sportivi e di costume e che pone numerosi problemi etici in merito al trattamento alle sostanze usate alle dosi ai tempi ai modi di somministrazione, alle persone coinvolte, non solo atleti, ma anche medici, allenatori, ed alle modalità dei controlli antidoping, nonché riguardo alle sanzioni da applicare alla prevenzione e all’elaborazione di valide strategie antidoping.

Diventa di primaria importanza riuscire ad elaborare una definizione etico-sociale chiara e certa di doping. Non è sufficiente limitarsi a fornire indicazioni valide per approntare un’efficace sistema di controlli antidoping a fini esclusivamente repressivi, richiamando classi e categorie di sostanze e metodi proibiti oppure adottando un rigoroso sistema di valutazione gabellare. La definizione di doping, secondo la mia personale interpretazione, va costruita fornendo delle basi giustificative sulle quali poter portare avanti una valida ed adeguata politica antidoping sia a livello di giustizia sportiva che ordinaria. Va curata in primis la fase preventiva, attraverso un costante impegno educativo ed informativo, dato che il nostro paese è sostanzialmente carente in fatto di educazione e cultura sportiva. Nel corso del tempo si è tentato di dare una definizione certa e univoca di doping, evidenziando però un fallimento sotto ogni aspetto sociale e normativo.

La pratica del doparsi si configura senza dubbio come comportamento plurioffensivo, in quanto lede da una parte i principi di lealtà e correttezza sportiva, alterando la normale e sana competizione tra gli atleti in gara dall’altra parte, contestualmente, danneggia e pregiudica sia il bene dell’integrità psicofisica dell’atleta agonista che del comune sportivo, costituendo una seria e grave minaccia alla salute pubblica.

Per quanto esposto poc’anzi ritengo che nel fornire una definizione etico-sociale del doping è indispensabile tenere conto di entrambi questi aspetti: doping inteso quindi sia come frode sportiva e azione deprecabile verso la comunità sportiva, sia come pericolo per la salute non solo dell’atleta, ma anche di quella pubblica. Lo sport non è solo scienza e tecnologia ma anche diritto. E’ di tutta evidenza come l’ordinamento sportivo ha sempre cercato, almeno tentato, di condurre una costante lotta al doping con più o meno efficaci interventi di tutela e prevenzione, l’ ordinamento statale si è occupato seriamente del problema solo da pochi anni.

Il dilagare forse inaspettato del doping ha indotto, bontà sua, il Legislatore a prestare maggiore attenzione alla materia ed a colmare la lacuna normativa in seno ad essa, con l’introduzione della legge 376/2000. Tutto quello che ha preceduto la vigente normativa è una serie di interventi legislativi e di proposte di legge non uniformi, rimasti di fatto inattuali e superati ampiamente dal grado evolutivo del fenomeno in oggetto. Un primo e vero intervento in materia di doping si è avvertito con la legge antidoping 1099/71, che prevedeva inizialmente reati di natura contravvenzionale puniti con la semplice ammenda e al massimo con una sanzione di tipo disciplinare. In seguito la normativa antidoping è stata depenalizzata (legge 689/81) così che tutti gli illeciti penali, previsti in materia di doping sono stati trasformati in illeciti amministrativi. In attesa della legge 376/2000 la possibilità di attribuire rilevanza penale ai fatti di doping dipendeva in questo modo dalla riconducibilità di tali fatti ad ipotesi delittuose, previste da singole leggi o dallo stesso codice penale (T.U. in materia di stupefacenti D.P.R. 309/1990, legge 401/89 tutela e correttezza svolgimento competizioni agonistiche). D’altra parte, l’opportunità di sanzionare penalmente i fatti di doping è emersa con evidenza laddove si sono prese in considerazione da un lato le devastanti conseguenze per l’organismo umano derivanti dall’uso di tali sostanze, dall’altro il fatto che chi ricorre al doping vi è spesso indotto da soggetti qualificati per le loro cognizioni tecnico-scientifiche.

L’antefatto del doping forse sta in un ‘interiorizzazione da performance che costituisce il caposaldo del principio del produttivismo e dell’industrialismo. Sta in quell’idea dell’accettazione disincantata di quell’equazione uomo-macchina che sorge spontanea nella testa dell’uomo abituato oramai ad un rapporto con lo sport spettacolo retto dalla logica del “sempre di più”. Il fenomeno doping può essere inteso come una sorta di patto con il diavolo. Nella letteratura è un tema che ha affascinato Marlowe, Goethe e Mann, per loro il patto diabolico era un contratto che presupponeva la consapevolezza dei contraenti. In sé, questo contratto ha la straordinaria idea di forza, quella del superamento del limite ad ogni costo, si tratti del limite biologico o dei limiti assegnati dalla natura e dal destino. Il nuovo comandamento è andare oltre il limite, anche tramite l’esplorazione e lo sfruttamento dei segreti della natura indagata dalla nuova scienza.

Tutti coloro che hanno rimosso il limite a dispetto del monito baconiano “alla natura si comanda solo obbedendole” si sono avvicinati esattamente alla filosofia del patto col diavolo.

come si può organizzare una manifestazione o competizione sportiva senza avere problemi legali?

Al fine di comprendere che cosa si intende per responsabilità degli organizzatori di eventi sportivi, necessariamente bisogna individuare chi sono e quali solo i diritti e doveri di tali soggetti. La definizione più in voga, identifica l’organizzatore nella persona giuridica, nell’associazione o comitato, che promuove una determinata performance di una disciplina sportiva, sia essa manifestazione sportiva o competizione, agonistica o amatoriale, anche indipendentemente dal fatto che all’evento sportivo assistano degli spettatori.

La responsabilità dell’organizzatore in ambito civile può essere sia di natura contrattuale, nel momento in cui vi siano dei spettatori paganti, che extracontrattuale nei confronti di terzi, indipendentemente dalle eventuali autorizzazioni necessarie, il cui ottenimento non esonera in nessun modo dalla responsabilità.

Precipuamente un organizzatore di manifestazioni sportive deve predisporre tutte le misure protettive idonee a prevenire eventi dannosi in capo agli atleti che a terzi. In specie il soggetto che organizza l’evento sportivo ha l’obbligo di: controllare l’adeguatezza, la pericolosità e la conformità ai principi della sicurezza dei mezzi tecnici utilizzati dagli atleti; controllare la idoneità e la sicurezza dei luoghi e degli impianti dove si svolge la manifestazione sportiva; controllare che l’atleta sia in condizioni psico-fisiche idonee per affrontare la gara.

Si tratta di una cosiddetta responsabilità para-oggettiva che ha il suo fondamento sul criterio della colpa omissiva. Di vitale importanza è che la valutazione dell’adeguatezza delle misure preventive deve essere effettuata ex ante in base alla specificità del rischio e del suo possibile accadimento, e gioco forza, è di spettanza dell’organizzatore dimostrare di aver posto in essere tutte le precauzioni del caso. Di conseguenza, l’evento imprevedibile e/o eccezionale “scagiona” da ogni responsabilità il soggetto che organizza l’evento sportivo, come pure nulla può essere imputato a titolo di responsabilità all’ organizzatore di un contest conforme alle cautele usualmente richieste per quel tipo di evento sportivo.

Si può ben dire che lo schema d’imputazione è quello della responsabilità per rischio oggettivamente prevedibile ed evitabile.

Come detto, colui che organizza un evento sportivo deve assicurare che la competizione avvenga senza pericoli per l’incolumità fisica, di atleti, spettatori e terzi. La sua responsabilità però è “temporale” nel senso che dura per quel lasso di tempo in cui si svolge la competizione o manifestazione, e relativamente al luogo di essa. Va comunque segnalato che per quanto attiene la custodia delle attrezzature di vario genere utilizzate ed accessorie alla manifestazione, l’organizzazione deve predisporre ogni tipo di sorveglianza per impedire l’insorgere di situazioni di pericolo. Vieppiù l’organizzatore risponde per il fatto degli ausiliari ex art. 2049 c.c.

In merito agli atleti l’organizzatore è chiamato a rispondere in determinate circostanze ovvero: per l’inadeguatezza o pericolosità dei mezzi tecnici adoperati per la gara; l’inidoneità degli stessi atleti allo svolgimento delle attività che la manifestazione implica; l’inidoneità o la carenza di sicurezza dei luoghi o degli impianti che ospitano la manifestazione.

E’ lapalissiano che l’organizzatore è responsabile delle attrezzature fornite agli atleti. In particolare, circa gli attrezzi forniti direttamente da lui, non importa se non di sua proprietà, l’organizzatore e/o i suoi collaboratori, è tenuto a verificare il corretto funzionamento degli stessi. Viceversa colui che organizza l’evento sportivo, non ha nessuna responsabilità sulla difformità degli attrezzi di esclusiva proprietà degli atleti, in questo caso l’omologazione è competenza dei giudici di gara.

Circa il secondo punto, fatto salvo il caso che vi sia un preciso obbligo, risulta estraneo ad eventuali sinistri che derivino dall’idoneità fisica o incapacità atletica dell’atleta. In tale circostanza va effettuata una valutazione ad hoc.

Non vi è alcun dubbio sul fatto che l’organizzatore deve in ogni caso evitare che la competizione si svolga tra atleti di diversa esperienza e capacità, per esempio mettere a confronto un pugile professionista con un dilettante. Inoltre negli eventi sportivi dove all’atleta è richiesto uno sforzo fisico particolarmente pesante, l’organizzatore deve verificare se l’atleta è in possesso della certificazione medica che ne attesta l’idoneità psicofisica.

Parlando della sicurezza dei luoghi o degli impianti in cui si svolge l’evento sportivo, è chiaro come in tale circostanza l’organizzatore ha sulle sue spalle una grande responsabilità. Egli deve verificare non solo la conformità dei luoghi ai meri regolamenti, ma deve guardare oltre, nel senso di preoccuparsi ad esempio di segnalare in modo adeguato il tracciato di gara e di apprestare le dovute misure per un celere ed idoneo soccorso agli atleti. Si evince da quanto detto, che l’organizzatore deve adottare di fatto tutte le misure idonee ad evitare un danno agli atleti. Tuttavia è da sottolineare che tale affermazione si deve confrontare sia con la possibilità di ricollegare tale dovere di diligenza con lo schema di cui all’art. 2050 c.c., che con il rischio sportivo, insito nello svolgimento di una gara.

In alcune circostanze alcune pronunce giurisprudenziali hanno applicato l’art. 2050 c.c. agli organizzatori, ma è ovvio che per gli atleti partecipanti alla competizione, l’accettazione del rischio sportivo comporta che i danni che rientrano nell’alea normale dello svolgimento della gara ricadano sugli stessi. Per essere chiari, la pericolosità che giustifica normalmente l’applicazione dell’art. 2050 c.c., può risultare non determinante ai fini dell’operatività di questa norma, nel caso in cui l’atleta l’abbia accettata e non abbiano inciso nel produrla eventuali negligenze dell’organizzatore.
Come già accennato in precedenza, l’organizzatore è tenuto a predisporre tutte le necessarie ed adeguate misure di sicurezza anche nei confronti di coloro che non partecipano alla gara, ma a vario titolo sono presenti sul dove si svolge l’evento sportivo. E’ facilmente intuibile che ci si riferisce agli spettatori. Sul punto si osserva come sia la giurisprudenza di merito che di legittimità, non abbia ancora sviluppato un approccio univoco sull’applicabilità o meno dell’art. 2050 c.c. alla fattispecie in questione. In tale contesto va richiamato il dibattito se le società sportive debbano rispondere del fatto dei tifosi. A fronte di diversi orientamenti, a chi scrive sembra che la questione si possa risolvere solo sulla base di un effettivo accertamento del potere di direzione e d’influenza della società sportiva sulla tifoseria. Difatti esclusivamente in tale circostanza, avrebbe un senso logico imporre un obbligo risarcitorio alla società, che ex ante avrebbe potuto porre in essere tutte le misure per prevenire il danno.

Al di fuori degli stadi di calcio, la giurisprudenza tende invece a ritenere più confacente l’applicazione dell’art. 2043 c.c. Quest’ultima norma giuridica è stata applicata dal giudicante che ha ritenuto responsabile l’organizzatore di una partita di squash per le lesioni procurate ad uno spettatore da una palla scagliata per errore da un giocatore, sulla base della mancata predisposizione di una barriera sufficientemente alta a protezione del pubblico.

Giova infine ricordare che resterà comunque a carico sia degli atleti sia degli organizzatori di manifestazioni sportive, il dovere di osservare il generico obbligo, di rispettare il principio del neminem laedere a tutela di tutti i diritti assoluti.

se un minore provoca danni facendo sport sono responsabili i genitori?

In materia sportiva vige in capo ai genitori un dovere di controllo sui propri figli e ciò lo ricorda l’art. 2048, 1° comma del codice civile, che prevede la responsabilità dei genitori per i fatti illeciti compiuti dal loro sportivo in “erba”. Il tipo di responsabilità di coloro che esercitano la potestà genitoriale è simile a quella prevista in capo ai datori di lavoro ed agli insegnanti e il fine ultimo dell’art. 2048 c.c. è quello tentare di prevenire i sinistri mediante la collaborazione dei genitori.

La responsabilità cd “genitoriale” si basa principalmente su di una presunzione di colpa e di conseguenza è onere dei genitori fornire la prova di aver posto in essere una condotta tale da non aver potuto in alcun modo impedire il fatto illecito commesso dal figlio minore.
Ora come può essere interpretata questa prova liberatoria è presto detto. I genitori devono dimostrare di avere educato con perizia il loro figlio minore, in specie di avere vigilato sulla sua educazione in ambito sportivo, solo in tale modo a loro carico non sarà configurata la responsabilità né culpa in educando, nè per culpa in vigilando.

Quanto detto è avvalorato in giurisprudenza dagli “Ermellini” i quali affermano che per non incappare nella presunzione di colpa prevista dall’art. 2048 c.c. i genitori si trovano nella “scomoda” posizione giuridica di dover provare che al loro figlio minore sono stati trasmessi i principi di una sana educazione, non solo sportiva.

La prova liberatoria di cui sopra sarà validamente fornita se i genitori potranno dimostrare di avere “inculcato” al loro figlio come ci si deve comportare durante l’attività sportiva sia essa agonistica che amatoriale.

Si evidenzia anche il fatto che in caso di danno provocato da un minore in ambito sportivo, nel momento in cui il solo esame del fatto dannoso non consenta di affermare o escludere la responsabilità dei genitori, quest’ultimi hanno la facoltà di fornire la prova liberatoria che consiste nel dimostrare di aver posto in essere una vigilanza accurata al grado di maturazione psico-fisica del minore. È logico che qualora il danno cagionato dal minore sia frutto di un’anomalia, di un caso fortuito e che nulla centra l’indole del fanciullo e/o l’educazione ricevuta dai genitori, i medesimi non dovranno rispondere per quanto accaduto.

In poche parole i genitori non hanno responsabilità in tutte le circostanze in cui il fatto del minore non sia ex ante prevedibile da coloro che su di esso esercitano la potestà.

A scanso di equivoci ciò non significa che i genitori per essere tranquilli ed evitare di vedersi addossare responsabilità di vario genere, siano costretti a tampinare il loro figlio minore in ogni sua attività sportiva, l’importante è che sia trasmessa un’educazione sportiva adeguata all’età del fanciullo e al tipo di disciplina sportiva svolta. Quanto previsto dall’art. 2048 1° comma c.c. ovvero la responsabilità in capo ai genitori, viene meno quando il minore ha commesso un fatto illecito durante un allenamento o una gara, o comunque in tutte le varie situazioni in cui egli è affidato alla disciplina ed al controllo di terzi ovvero di allenatori ed istruttori sportivi. In questo caso sembra più giusto applicare il 2° comma dell’art. 2048 c.c. in considerazione del fatto che la figura degli allenatori ed istruttori sportivi è racchiusa nell’ampia categoria dei precettori.

In ogni caso, si evidenzia la assoluta opportunità che ogni famiglia si munisca della relativa polizza assicurativa del capo famiglia.

gli organizzatori di eventi sportivi o tornei sono responsabili degli infortuni subiti dai partecipanti anche con le apposite liberatorie?

se io organizzo un torneo di calcio e un atleta si rompe un piede, come organizzatore sono responsabile penalmente? anche se l’infortunio è avvenuto dopo un fallo di gioco? e le famose liberatorie che fanno decadere la responsabilità degli organizzatori in caso di infortunio sono legali o sono carta straccia?

La responsabilità dell’organizzatore sorge,  da un lato, quando il nocumento discenda da un difetto di funzionalità o di manutenzione dell’impianto, dall’altro, quando sia causato dalla mancata adozione di particolari cautele all’atto di svolgimento dell’attività sportiva e/o competizione.

Di solito, in relazione all’attività di organizzatore sportivo, accanto alla responsabilità civile , di natura extracontrattuale e/o contrattuale, si palesa la responsabilità penale per i reati di lesioni colpose o omicidio colposo e ciò, nei riguardi di qualsiasi organizzatore, sia che svolga attività d’impresa, sia che operi in ambito dilettantistico e/o amatoriale, sempre che gli eventi di danno si verifichino all’interno dell’impianto o siano  legati alla fruizione del medesimo e, ovviamente, trovino causa in un contegno colposo dell’organizzatore  o di un suo collaboratore.

Sempre più  spesso , al momento di partecipare a tornei o manifestazioni sportive, alcuni organizzatori   fanno sottoscrivere agli atleti  partecipanti delle  dichiarazioni liberatorie. Senza dubbio tali documenti sono predisposti al fine di  declinare eventuali responsabilità in ordine a danni che dovessero occorrere a soci o a terzi durante la gara.

Ebbene simili documenti sono del tutto inefficaci in virtù del combinato disposto dell’art. 5 e dell’art. 1229 del Codice Civile. La prima norma, infatti, sancisce il divieto di atti di disposizione del proprio corpo quando questi importino una diminuzione permanente dell’integrità fisica. In altri termini, lo stesso ordinamento giuridico stabilisce che neppure lo stesso titolare possa disporre di beni indisponibili quali il proprio corpo e la sua integrità o incolumità: a maggior ragione, quindi, una tale facoltà è preclusa ad un terzo (l’organizzatore di una manifestazione, ad esempio).

L’art. 1229, infine, dispone la nullità delle clausole di esonero da responsabilità per dolo o colpa grave del “debitore” (cioè l’organizzatore), nonchè per i casi in cui il fatto dell’organizzatore o dei suoi diretti collaboratori costituisce violazione di obblighi derivanti da norme di ordine pubblico. Tale principio è valido anche nel campo della responsabilità extracontrattuale.

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alcune osservazioni generali sul fenomeno del «mobbing» in ambito sportivo

Con questo articolo tenterò di definire il fenomeno del “mobbing” nel mondo dello sport professionistico, o “ di fatto”, come può essere l’attività dilettantistica svolta ad alti livelli.
Con il termine mobbing si indica il disagio e l’emarginazione del singolo nell’ambiente lavorativo, e nel caso di specie in quello sportivo. Il mobbing è costituito da comportamenti di natura vessatoria e persecutoria, posti in essere da colleghi o da superiori, dell’atleta, con l’unico fine di emarginare il soggetto preso di mira dal gruppo, ovvero dal resto della squadra.
Il rapporto di lavoro sportivo è composto da diritti ed obblighi tra la società sportiva e l’atleta, ed i tratti distintivi di tale rapporto sono indicati e specificati dall’ art. 2094 del codice civile in stretta combinazione con specifiche prescrizioni della legge n. 91 del 1981 ( legge sul professionismo sportivo). E’ basilare che la società sportiva, datrice di lavoro, si impegni ad elevare le condizioni psico fisiche e tecniche del suo atleta, mettendogli a disposizione le attrezzature idonee alla preparazione atletica, il tutto in un ambiente adeguato alla sua dignità professionale di “lavoratore sportivo”. In alcuni casi si è verificata l’incredibile situazione di atleti a cui è stato negato l’accesso agli spogliatoi e per effettuare la vestizione si sono dovuti appoggiare in locali adibiti a magazzino e/o ripostiglio. In secondo luogo l’atleta ha il diritto a partecipare alle sedute di allenamento ed alla cosiddetta preparazione precampionato con la prima squadra, salvo che egli sia venuto meno a propri obblighi contrattuali. L’atleta comunque deve fare la sua parte, quindi osservare diligentemente le direttive tecniche impartite per il conseguimento degli scopi agonistici della società sportiva.

Ora al fine di essere più esaustivo e chiaro, indicherò i vari presupposti che devono sussistere perché si possa parlare di condotta “mobbizzante”.
In primis occorre che il rapporto di lavoro venga assunto come contratto di lavoro subordinato; che gli atti persecutori siano molteplici e ripetuti nel tempo, con una particolare intensità e frutto di una condotta preordinata alla emarginazione del soggetto “mobbizzato”; che si tratti di mobbing verticale ( quindi azioni poste in essere da allenatori e/o dirigenti); che il fine ultimo sia quello di indurre l’atleta al rinnovo del contratto, alla riduzione dell’ingaggio o ad accettare il trasferimento ad altra società sportiva; che sia dimostrabile un danno biologico o esistenziale del lavoratore atleta.
La stessa Corte Costituzionale è intervenuta al fine di contestualizzare la fattispecie di mobbing, ed ha ritenuto di fondamentale importanza che vengano analizzati non i singoli atti persecutori o vessatori, bensì le condotte complessive poste in essere dal cosiddetto “mobber”.
Alla luce di tale valutazione è inconfutabile che se la società sportiva impedisse all’atleta di prendere parte al ritiro precampionato, lo escludesse dagli allenamenti e gli impedisse l’accesso alle strutture ed attrezzature sportive, si può parlare di mobbing.
Una condotta di tal genere, propria della società sportiva, ha un potere vessatorio tale da poter incidere anche sulla personalità dell’atleta, che si vede messo all’”angolo”, oggetto di una forma di ostracismo, che lo porta ad essere allontanato dal gruppo dei compagni di squadra, ma anche con la notevole difficoltà a potersi “accasare” presso un altro club, visto che è ancora in essere una situazione contrattuale, e che i “rosters” delle altre squadre sono stati già definiti.
L’atleta che poi viene mobbizzato nel corso della stagione sportiva, “naviga” veramente poi in buie e tempestose acque. Non sono rari i casi in cui la società sportiva dopo aver reintegrato l’atleta allontanato dalla preparazione precampionato, successivamente impedisce allo stesso di prendere parte agli allenamenti con la prima squadra. In tal caso si palesano sine dubio tutti i requisiti peculiari del mobbing, poiché vi è una reiterazione della condotta vessatoria posta in essere in un considerevole lasso di tempo ed attuata in forme e termini di vera ostilità con l’evidente danno alla professionalità dell’atleta.

In conclusione, in capo all’atleta deve essere riscontrato un danno biologico e/o esistenziale, cioè in parole povere, devono essere clinicamente accertate delle patologie psico fisiche. A tal proposito la giurisprudenza che si è interessata a casi di mobbing sportivo, ha precisato che affinché si tratti di danno da mobbing, dovrà essere accertata, dal punto di vista medico-legale, una lesione sul piano psichico o psicosomatico in capo alla vittima, quindi non parliamo di un “semplice” turbamento.
Il parere dell’odierno scrivente, è che il fenomeno del mobbing sportivo sia molto più frequente in ambito dilettantistico che professionistico, questo accade poiché la normativa vigente tutela come ho avuto modo di dire in precedenza, solo i “professionisti” dello sport, cosicché coloro che sono sulla carta atleti dilettanti, ma di fatto svolgono un‘attività sportiva paragonabile al professionismo sportivo, sono alla mercè di allenatori e dirigenti, dalle discutibili doti umane e manageriali.

come evitare di incorrere in responsabilità penale praticando sport?

Al  fine di poter rendere più semplice la comprensione di quanto di seguito scritto,  ritengo di fondamentale importanza prima di tutto rappresentare il fatto  che l’attività sportiva in senso lato va distinta in tre categorie:  l’attività sportiva necessariamente violenta come la boxe, in cui la violenza espressa dagli atleti, è un elemento intrinseco e proprio dell’attività; quella a violenza eventuale, ove il contatto fisico tra gli atleti è possibile ma non strettamente necessario come il basket, il calcio o la pallanuoto; ed infine, tutte quelle discipline sportive dove la violenza è tout court non contemplata e quindi esclusa dalla tipologia di attività esercitata, come nel nuoto, nel tennis o atletica leggera. Come è facilmente intuibile, in quest’ultimo caso non sorgono problemi interpretativi sulla condotta tenuta dall’atleta, dato che la violenza non è mai consentita, mentre vi possono essere alcuni problemi in merito alle prime due categorie, per le quali invece, necessariamente occorre stabilire se e quando la  giustizia ordinaria consenta di ritenere non punibili le lesioni cagionate nell’esercizio dell’attività sportiva.

Questo è il nocciolo della questione, ovvero se e quando ritenere un’atleta penalmente responsabile dell’evento lesivo da lui provocato durante lo svolgimento della disciplina sportiva.

Ora focalizzando il discorso sugli sport a cosiddetta violenza eventuale, come per esempio il calcio (sport nazionale ma da ex cestista reputo il basket la disciplina sportiva in assoluto più avvincente del panorama sportivo!) è in primis necessario stabilire se la violenza esercitata durante lo svolgimento dell’attività sportiva ecceda o meno i limiti consentiti dai regolamenti di gioco della disciplina medesima. E’ naturale se non ovvio, tenere presente il tipo di sport esercitato, difatti praticando il calcio, è nello stato naturale delle cose poter incappare in infortuni se non in episodi “violenti”. Di fondamentale importanza è, in via preliminare, stabilire quando nel caso di episodi violenti, si fuoriesca dal campo del mero illecito sportivo per entrare nella sfera dell’illecito penale.

Una simile distinzione, ha il suo perché nella volontarietà o meno dell’atto illecito: ovvero saranno considerati semplici illeciti sportivi e come tali non punibili penalmente tutte quelle lesioni derivanti da violazioni involontarie dei vari regolamenti di gioco, poste in essere per incapacità e mero caso fortuito. Saranno invece considerati illeciti penali tutte quelle lesioni provocate volontariamente durante una competizione sportiva, proprio nel momento in cui, la gara sia solo un pretesto per offendere l’integrità fisica dell’avversario di turno. E’ lapalissiano il fatto che non sussistono problemi interpretativi, laddove la violenza in ambito sportivo, venga esercitata con dolo, cioè con volontarietà da parte dell’atleta. In una situazione del genere, colui che si rende protagonista di un fatto violento ne risponderà come in un qualunque altro momento e caso della vita quotidiana.

Risulta di tutta evidenza , che nei casi in cui l’atleta dolosamente colpisca un suo avversario, non possa invocare una causa di giustificazione sportiva.

Ben diverso è, invece il caso in cui un giocatore si renda attore della violenza, senza alcuna violazione delle regole del gioco. Ebbene in questo caso, per poter determinare la responsabilità penale in capo all’atleta, è necessario dimostrare che quest’ultimo, con la sua condotta, abbia superato quello che comunemente nell’ordinamento giuridico viene definito il” rischio consentito”.

Al fine di giustificare la non punibilità di alcune condotte  violente, l’ordinamento giuridico, ha introdotto il limite del c.d. rischio consentito, ovvero, nell’esercizio di una attività sportiva è necessario, oltre il il consenso dell’atleta alla partecipazione della gara, anche il rispetto delle regole del gioco.

Per semplificare, si ritiene cioè che la condotta di uno sportivo, per esempio un calciatore, potrà ritenersi lecita non solo quando rispetti le specifiche regole della disciplina sportiva praticata, ma anche quando pur violando le regole del gioco, non superi la soglia del rischio consentito.

Si tratta, di una serie di comportamenti scriminanti legati all’attività sportiva, nel senso che, qualora li stessi comportamenti fossero mantenuti al di fuori di un’attività sportiva allora si verterebbe in un’attività penalmente e/o civilmente rilevante.

La giurisprudenza sia di merito che di legittimità, concordemente, considera pertanto, penalmente rilevanti  la condotta posta in essere dall’atleta, che supera il rischio consentito, e in tal modo pone a repentaglio l’incolumità fisica del suo avversario. Al contempo, abbastanza pacificamente, ritiene esente da responsabilità l’atleta che pur rispettando le regole del gioco, cagioni involontariamente un danno all’avversario.

Per essere precisi, siamo nell’ambito delle cosiddette scriminanti non codificate dell’esercizio dell’attività sportiva, cioè quando le lesioni nel corso di una competizione sportiva vengano cagionate nel rispetto sia delle regole del gioco che del rischio consentito.

Difatti, in ogni circostanza  in cui si discuta di lesioni in ambito sportivo, per poter addivenire ad una affermazione di responsabilità penale, occorre, in primis che l’autore del fatto abbia volontariamente e coscientemente violato i regolamenti di gioco, in modo da superare il limite di fair play e/o lealtà sportiva, proprio ed intrinseco di quella disciplina sportiva, in tal caso verrà chiamato a rispondere di dolo, colpa grave o preterintenzione.

Secondo logica, nel momento in cui l’atleta non viola nessun regolamento di gioco, alcun addebito può essere allo stesso attribuito e dall’ordinamento giuridico ogni conseguenza dannosa è tollerata alla luce delle scriminanti.

Vale la pena in tale sede ricordare, che la Corte di legittimità in più circostanze negli ultimi anni, ha palesato come non sia sufficiente violare le cosiddette regole  tecniche del gioco affinché possa dirsi penalmente rilevante il danno perpretato a terzi, se e quando ciò sia avvenuto quale conseguenza fisiologica dell’azione. A parere dei giudici di legittimità, la Cassazione tanto per essere più chiaro, la nozione di illecito sportivo, ricomprende tutti quei comportamenti che, pur sostanziando infrazioni delle regole basilari e strutturali di una determinata disciplina sportiva, non sono  penalmente perseguibili, neppure quando risultano essere di pregiudizio per l’integrità fisica di un avversario, in quanto non superano la famigerata soglia del rischio consentito.

Vieppiù, anche in presenza di lesioni gravi, la condotta lesiva dell’atleta, ma conforme e rispettosa delle regole del gioco, sarà tollerata dall’ordinamento escludendo per l’effetto ogni responsabilità penale in capo all’atleta.

In conclusione, all’odierno scrivente, preme tuttavia esprimere un concetto molto semplice, e cioè che il campo da gioco, non è una moderna arena dove al segnale del capitano si può scatenare l’inferno, non è una zona franca, dove tutto è lecito pur di sconfiggere il “nemico”, è tutt’altra cosa…..meditate sportivi…meditate.