è in arrivo il grande fratello?

Una notizia recentemente apparsa sui principali quotidiani ha fatto correre un vero e proprio brivido lungo la schiena a molti utenti Internet. Pare che l’ Inghilterra spenderà 75 miliardi di lire per costruire un centro di intercettazione e-mail. Lo avrebbe ammesso un portavoce del ministero precisando che le intercettazioni telematiche, come già quelle telefoniche, dovranno essere comunque autorizzate nell’ambito di specifiche indagini. L’MI5, il servizio segreto britannico, con questo nuovo centro avrà la capacità di monitorare tutti i messaggi e-mail mandati e ricevuti in Gran Bretagna. Il governo chiederà anche ai provider di attivare un collegamento con l’MI5, in modo che tutti i messaggi possano essere tracciati. Il centro decodiferà anche messaggi elettronici criptati, visto che, secondo una nuova norma che il governo britannico intende varare entro l’estate, la polizia potrà chiedere ad individui e società di consegnare le ‘chiavi’ dei computer, cioè i codici speciali per leggere messaggi criptati.

I “navigatori” anche di paesi diversi dal Regno Unito fanno bene ad essere allarmati perché non è difficile indovinare che centri come questo, magari anche con meno clamore, siano presto costruiti anche presso altri Stati, dove la rete rappresenta oramai un quotidiano strumento di comunicazione. Chiaramente gli scopi dichiarati di queste strutture sono non solo nobili ma doverosi: combattere la criminalità. Ma anche il comune cittadino ha diritto di essere tutelato dalle possibilità di illecita intrusione nella sua sfera privata.

La riservatezza della posta, anche elettronica, è tutelata dalla legge italiana, che punisce come reati i comportamenti di coloro che la violano, con le disposizioni del Codice Penale in materia di delitti contro la inviolabilità dei segreti (616 ss. Cod. Pen.). Però la stessa legge consente che, in determinati casi e per fini di prevenzione o repressione della criminalità, le Autorità, cioè la Polizia, i Carabinieri, la Guardia di Finanza, con o senza incarico della competente Procura della Repubblica, possano procedere ad ispezione postale ed anche a sequestro della corrispondenza.

Lo prevede l’art. 253 del Codice di Procedura Penale.
Se si tratta di plichi sigillati, le forze di polizia dovrebbero trasmetterli intatti alla Procura, salvo che la Procura stessa non decida di autorizzarne direttamente l’apertura. Il difensore del destinatario della corrispondenza ha diritto di assistere alla perquisizione, ma non di esserne avvisato, pertanto se nessuno avverte il destinatario tutto viene compiuto direttamente dalle Autorità e i soggetti coinvolti lo apprendono solo successivamente.
Per tutta la corrispondenza diversa dai plichi sigillati, la polizia può solo ordinare all’Ufficio Postale di sospenderne l’inoltro al destinatario, per un massimo di 48 ore entro le quali la Procura può decidere per il sequestro.

Il problema però è che, mentre con la posta tradizionale materialmente occorre un accesso fisico degli organi di polizia presso gli uffici postali per aprire la corrispondenza, con la conseguenza che una ispezione postale può al massimo essere illegittima ma non potrebbe mai comunque venire tenuta nascosta, con la posta elettronica c’è il rischio che questi centri di ispezione, nati per far bene, vengano utilizzati male, magari anche da settori deviati dello Stato stesso, dal momento che le ispezioni elettroniche potrebbero svolgersi in modo che l’utente finale ne rimanga del tutto ignaro e quindi, senza nemmeno il potere di tutelarsi di fronte a quelle eventualmente illegittime. Nessuno è in grado di accorgersi, materialmente, se un determinato messaggio di posta elettronica, che non è fornito di una busta fisica di carta, è stato da altri aperto o meno. E’ questo dunque il cuore del problema.

Bisogna ricordare che la segretezza della corrispondenza, in Italia, è un bene al quale i padri fondatori del nostro Stato hanno voluto dare massimo rilievo, prescrivendone l’assolutezza ed inserendolo direttamente nel testo della Costituzione, all’art. 15, secondo cui “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.” Da ciò consegue che una eventuale legge istitutiva di un centro per le intercettazioni della corrispondenza elettronica dovrebbe essere tale da prevedere idonee garanzie, anche dal punto di vista logistico e materiale, per il cittadino italiano a che il centro stesso non possa essere usato per fini non istituzionali o da soggetti deviati in seno all’apparato dello Stato. In caso contrario se ne potrebbe, forse, sostenere l’incostituzionalità perché una legge che non tutela fattivamente il cittadino in un suo diritto di rilevanza costituzionale non può ritenersi accettabile. L’art. 617 bis del Codice Penale, intitolato “Installazione di apparecchiature atte ad intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche.” prevede come reato anche il fatto di chi “fuori dei casi consentiti dalla legge, installa apparati, strumenti, parti di apparati o di strumenti al fine di intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche tra altre persone” punendolo “con la
reclusione da uno a quattro anni.”. Ciò significa che lo Stato italiano considera negativamente la esistenza e la diffusione di apparecchiature in grado di intercettare le comunicazioni elettroniche tra le persone ed è questa una circostanza che in futuro, quando anche da noi si arriverà a costruire una struttura come quella inglese dell’M15, si dovrà tener presente.

spam da babylon

Tempo fa ho trovato un programma chiamato Babylon, che è un traduttore in grado all’occorrenza di collegarsi anche on-line: se per caso il programma non trova un termine si collega al sito di Babylon e verifica se nel database più aggiornato esiste quanto ricercato. Sono generalmente soddisfatto del programma, però un giorno ho ricevuto un’e-mail con tanto di allegato proveniente dal sito di Babylon. Ho avuto subito il sospetto che c’era qualcosa che non funzionava perchè nel messaggio stesso non compariva il mio indirizzo di posta, inoltre non avendo mai fatto la registrazione del programma non capisco come sia possibile che mi abbiano spedito quel messaggio. Ho chiesto in giro e mi hanno detto che si tratta di uno spamming. Come fa una persona a tutelarsi contro queste cose? Secondo me siamo controllati anche solo andando a curiosare semplicemente una pagina Web… (Vittoria, via mail).

In effetti, la modalità di invio del messaggio descritta dalla lettrice è quella tipica degli spammers, che, sfruttando una particolare caratteristica del protocollo di trasporto della posta internet (SMTP) inviano messaggi ad un numero notevole di utenti in modo BCC, cioè blind carbon copy: è proprio per questo motivo che l’indirizzo del destinatario non si vede nel messaggio mail. Ma non si tratta di una modalità esclusiva degli spammers, anche molte lecite mailing list usano correntemente questo sistema per l’invio della posta. Peraltro, di solito nello spamming vero e proprio è difficilmente individuabile il server di provenienza, perché spesso vengono utilizzati degli anonimous remailer, cioè dei siti facendo passare la posta per i quali diventa impossibile risalire al mittente originario.

Il fatto che nel messaggio ricevuto dalla lettrice fosse individuabile il server di provenienza, cioè quello di Babylon (http://www.babylon.com) che sembra una seria software house, lascia pensare che forse non si tratta di spamming. Può darsi, infatti, che leggendo nelle condizioni di utilizzo della versione freeware del software sia previsto che, a fronte dell’utilizzo gratuito del programma, il titolare dei diritti d’autore sullo stesso, Babylon nel nostro caso, si riservi il diritto di spedire posta agli utenti del database on-line e magari anzi quello di registrare l’indirizzo di chi, da utilizzatore, si collega al database on-line. Bisogna ricordare che queste condizioni generali di licenza sono valide e vincolanti per gli utilizzatori anche se non sono mai state sottoscritte, ma solo perché conoscibili in quanto distribuite assieme al programmi e magari evidenziate in sede di installazione con la necessità di accettarle se si vuole proseguire con la stessa. Qualora, invece, ad un controllo delle condizioni generali risultasse trattarsi di vero e proprio spamming si potrebbe chiedere la eliminazione del proprio indirizzo di posta elettronica con una raccomandata internazionale a/r diretta alla sede legale di Babylon, ricavabile dal sito.

quando la scheda non funziona

In occasione dello scorso Natale mi fu regalata una scheda GE forge annihilator pro 256 della Creativeacquistata con regolare fattura. Dopo sole 48 ore la scheda si bruciò. Il rivenditore la spedì alla “Casa costruttrice”. Dopo circa 2 mesi mi reinstallarono una “nuova” (credo..) scheda video senza alcun onere a mio carico. Dopo 15 giorni di utilizzo si bruciò anche la seconda. Riportata sempre dal medesimo rivenditore mi fu detto che la scheda sarebbe stata rispedita e sostituita ma che le spese di spedizione sarebbero state a mio carico. A questo punto avevo pensato di cambiare tipo di scheda passando dalla Ge forge della Creative a quella della ASUS pagando naturalmente la differenza. Il rivenditore mi ha detto che non potrò fare questo “cambio” dal momento che la Ge forge Creative, spedita completa di tutta confezione, è ritornata indietro senza la scatola e di conseguenza lui non la può più rivendere… Francamente temo che continuerò ad aver grossi problemi con questo tipo di scheda. E se si bruciasse ancora? E le varie garanzie? (Emanuele da Cremona, via mail)

L’acquirente di un bene mobile, come una scheda video, è tutelato da varie garanzie previste per lunga tradizione dal nostro codice civile, rafforzate dalla legislazione speciale sopravvenuta in materia di tutela del consumatore. Ovviamente, nel nostro caso, visto che la scheda è stata regalata, le garanzie spetterebbero al primo acquirente, ma le stesse possono ugualmente essere esercitate dal nostro lettore. Ad ogni modo, il venditore è per legge tenuto a garantire che una cosa sia immune da vizi che la rendono inidonea all’uso cui è destinata ovvero che sia priva di qualità essenziali per l’uso della cosa stessa o che comunque erano state promesse al momento della vendita (come nel nostro caso ad esempio la quantità di memoria, la risoluzione, etc.). Solo se espressamente previsto – ma di solito per i prodotti industriali è sempre previsto – si applica anche la garanzia di buon funzionamento, che è una cosa diversa da quella di assenza dei vizi. La garanzia di assenza dei vizi tutela il compratore contro i difetti di origine e lo garantisce che la cosa appunto non ne presenta. La garanzia di buon funzionamento non copre, invece, i difetti di origine, ma quelli sopravvenuti per effetto dell’uso, cioè garantisce che la cosa, immune da vizi al momento della “nascita”, resti tale per un certo periodo di tempo (solitamente un anno o due, nei prodotti informatici).
Il problema principale del caso descritto dal lettore è quello di individuare, però, la vera causa delle bruciature della scheda. Questa, infatti, può essere buona e la rottura essere tecnicamente dovuta ad un problema del computer del lettore! Oppure può essere difettosa la scheda, cioè troppo “delicata”, in modo tale da poterla considerata affetta da vizi ai sensi del codice civile. E’ chiaro che in tale secondo caso al lettore spetterebbe il rimborso integrale del prezzo pagato, a sua discrezione, che dovrebbe anche essere immediato. Ma il problema in casi come questi è quello di come fare nella pratica. Intentare una causa, anche se per importi così bassi, sarebbe anche possibile, ma poi bisognerebbe acquisire addirittura una consulenza tecnica, con costi provvisoriamente a carico del consumatore, di un ingegnere informatico sulle cause dei guasti! Morale della favola: meglio cercare di trattare.

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quando l’abbonamento internet da oneroso diventa gratuito

Nel dicembre 1998 stipulavo con Tin un abbonamento internet scegliendo di pagare tramite conto corrente postale. Nel corso dei primi 6 mesi circa di abbonamento (giugno 1999) il servizio funzionava regolarmente, ma attendevo invano il bollettino di pagamento che Telecom avrebbe dovuto inviarmi. Un mese dopo cominciavano ad evidenziarsi alcuni malfunzionamenti. Temendo una sanzione per mancato pagamento, dopo 7 mesi, decidevo di mia iniziativa di pagare come pattuito. I problemi tuttavia continuavano. A questo punto con un mese di anticipo sulla scadenza comunico a Telecom che non intendo rinnovarlo ma che vorrei commutarlo in gratuito per mantenere la mia casella di email. Eseguo quanto consigliatomi ma della nuova connessione non funziona nulla, mentre continua a funzionare la precedente scaduta. Ad un certo punto, ricevo il bollettino di pagamento per il rinnovo del vecchio abbonamento a pagamento, da pagare entro una certa data. Messo, dai tempi, alle strette ho “dovuto” pagare! Ora però mi chiedo: è corretto il comportamento che Telecom ha avuto nei miei confronti? Come ci si deve comunque comportare in questi casi e quale è la via legalmente corretta per recedere a tempo opportuno da un contratto? (C.P., via posta elettronica)

La sensazione è che nel caso indicato dal lettore si sia verificata una certa confusione, ad opera sia del lettore stesso che da parte di Telecom. In realtà, quasi nessun gestore ha gestito in maniera molto limpida e cristallina il passaggio dal sistema degli abbonamenti a pagamento verso quello degli accessi gratuiti. Sarebbe stato molto meglio che ogni gestore avesse commutato quasi automaticamente, fatta la scelta di offrire l’accesso gratuito ad Internet, i “vecchi” abbonamenti a pagamento in abbonamenti gratuiti. Farlo del tutto automaticamente sarebbe stato impraticabile, perché i nuovi abbonamenti, pur se gratuiti, prevedono clausole in parte diverse, come ad esempio la possibilità di ricevere pubblicità nella propria casella postale e simili. Ma sarebbe stato possibile inviiare una chiara lettera circolare a tutti i “vecchi” abbonati con la possibilità di eseguire eventualmente il passaggio al nuovo accesso gratuito…
Ad ogni modo, quale suggerimento dare per meglio comportarsi in situazioni del genere? Innanzitutto, è bene che qualsiasi comunicazione avvenga sempre tramite lettera raccomandata a ricevuta di ritorno, diretta alla sede legale del fornitore. Nel caso descritto dal lettore, tutto si è svolto invece tramite procedure on-line o comunicazioni di posta elettronica dirette a caselle del fornitore, tutte cose che in un eventuale giudizio sono contestabili e che, pertanto, di riflesso nella realtà quotidiana raramente sortiscono effetti. Infatti alcune caselle di posta elettronica di certi gestori somigliano più a veri e propri “buchi neri” che a recapiti inviando comunicazioni ai quali si può sperare di ottenere risposte.
Nel momento in cui un consumatore sottoscrive a pagamento un contratto di fornitora di servizi, come quello per l’accesso a Internet deve sapere che può darsi che il contratto stesso sia fornito di una clausola di rinnovo automatico in mancanza di disdetta entro un certo termine prima della sua scadenza. In tal caso la disdetta andrà intimata entro quel termine e con le forme previste e mai comunque senza una raccomandata a ricevuta di ritorno, che è bene inviare anche quando sia eventualmente prevista la possibilità di intimare disdetta tramite e-mail. In caso contrario, il contratto si rinnoverà automaticamente e bisognerà pagarne il prezzo.

quando ti rubano il sito…

Ormai da quattro anni gestisco un sito internet dedicato all’Antico Egitto (http://www.pegacity.it/utopia/egitto) e ho appena messo in linea la nuova versione che conta più di 1300 pagine di informazioni e che mi è costata la bellezza di un anno di lavoro. Ho scoperto che qualcuno, senza chiedere autorizzazione, si è permesso di copiare intere pagine del mio sito e di descriverle come frutto del proprio lavoro, senza nemmeno mettere almeno la fonte da cui sono state reperite le informazioni. Quello che mi lascia perplesso, e che mi fa pensare di chiudere il sito, è quello di veder sfumare tutto il mio lavoro e le mie fatiche a causa di persone che minimamente non hanno nessun rimorso di coscienza nel copiare a destra e a manca qualsiasi cosa senza pensare all’importante lavoro ed ai sacrifici che stanno dietro ad un’opera del genere. Posso fare qualcosa? (Emilio, via mail)

La tutela offerta nel nostro Paese ad un sito come quello sopra descritto è, in forza di una nuova legge di tutela entrata in vigore nel maggio del 1999, tale da offrire un ampio ventaglio protettivo contro il “plagio”.

Sotto un primo, e più tradizionale, punto di vista, vale infatti sicuramente il discorso per cui è tutelato il materiale frutto del lavoro intellettuale dell’autore, come i testi, le note, i commenti e simili, purchè abbiano le caratteristiche della originalità e della creatività. Si tratta, insomma, della antica e consolidata protezione della legge sul diritto d’autore, portata nel nostro Paese da un testo normativo risalente al 1939 e successivamente riformato e modificato, conosciuta anche nel linguaggio colloquiale come “copyright”. Si noti che il diritto d’autore nasce nel momento stesso in cui un testo – o comunque una qualsiasi opera intellettuale – viene ad esistere con i requisiti della creatività e dell’originalità, senza la necessità di registrazioni, iscrizioni o qualsiasi altra formalità, salvo ovviamente l’onere di fatto di dimostrare di essere l’autore del testo e di averlo formato in un momento anteriore alla supposta copia. Il diritto d’autore copre anche le annotazioni poste in calce o a margine ad un altro testo, come ad esempio un testo di legge oppure la versione di un testo antico, che non è coperto da diritto d’autore. Questo perché le annotazioni o glosse sono frutto del lavoro creativo del loro autore ed è giusto conferirvi protezione.

Sotto un secondo profilo, che sembra peraltro più importante nel caso in questione, dove il lavoro dell’autore del sito pare essere stato più di raccolta e catalogazione che di formazione di materiali nuovi, viene invece in rilievo il Decreto Legislativo 6 maggio 1999, n. 169, con il quale è stata varata la tutela delle banche dati, in recepimento di una direttiva dell’Unione Europea.

La nuova legge definisce le banche dati come quelle che “per la scelta o la disposizione del materiale costituiscono una creazione intellettuale dell’autore … intese come raccolte di opere, dati o altri elementi indipendenti sistematicamente o metodicamente disposti ed invidualmente accessibili mediante mezzi elettronici o in altro modo”. Oggetto di tutela quindi non sono tanto i dati, che possono essere o non essere coperti da copyright, ma la strutturazione e organizzazione degli stessi, generata dal lavoro di ricerca e confezionamento del costruttore della banca dati. Probabilmente si può dire che in un certo senso nasce, con la nuova legge, un nuovo genere di bene intellettuale, costituito da un’opera dell’ingegno che potrebbe dirsi “di secondo livello”, consistente nella strutturazione di opere intellettuali definibili invece come “di primo livello”. E’ importante notare che questo nuovo bene, per diventare oggetto di copyright, non deve, a differenza degli altri, avere il carattere della creatività o originalità, essendo sufficiente che sia il frutto di “investimenti rilevanti per la costituzione di una banca di dati o per la sua verifica o la sua presentazione” nonché dell’impegno di “mezzi finanziari, tempo o lavoro”. Il diritto di chi fa una banca dati, chiamato dalla legge “costitutore”, nasce con la realizzazione della stessa e dura 15 anni (quindi molto meno del diritto di autore ordinario), decorrenti però dal completamento della banca dati ovvero dal suo aggiornamento; considerando, quindi, che queste opere nella quasi totalità dei casi vengono aggiornate continuamente, il diritto d’autore del “costitutore” è destinato a non esaurirsi … mai.

Quindi, in conclusione, il sito descritto nel caso in questione è protetto da copie di terzi sia che contenga materiale a loro volta oggetto di copyright sia che contenga materiali che non lo sarebbero, in teoria, materiali cioè che per motivi scientifici, di provenienza, di età sono svincolati dal diritto d’autore. La nuova legge sulla tutela delle banche dati è stata voluta dall’Unione Europea proprio in previsione di episodi come quello in questione dove persone senza tanti scrupoli si approfittano del lavoro di ricerca e aggregazione svolto da altri. Ma da un punto di vista pratico, chi viene “derubato” di un’opera intellettuale protetta dalla legge come deve comportarsi? Il primo passo è sempre quello di scrivere, tramite raccomandata a ricevuta di ritorno, al soggetto o ente che si ritiene essersi indebitamente appropriato del lavoro altrui, chiedendo la immediata cessazione dei comportamenti in questione sotto pena, in difetto, di ricorso alle azioni legali con richiesta anche di risarcimento del danno. La raccomandata può essere inviata anche personalmente, ma può sicuramente essere maggiormente incisiva se formata e sottoscritta da un legale di fiducia. Se il destinatario, in seguito alla formale richiesta, la smette di violare il diritto d’autore dell’autore della raccomandata, allora la questione, ovviamente, può essere chiusa. In caso contrario, occorrerà necessariamente iniziare una azione giudiziaria, con l’assistenza di un avvocato di fiducia.

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connessioni a provider… remoti

Ho un problema e penso peraltro che lo sia un po’ di tutti coloro che navigano in internet: quando sono in rete, connesso al mio provider, è possibile che qualche “furbo” senza scrupoli, possa sostituire la connessione con chissà quale remoto provider e farmi gonfiare la bolletta telefonica, senza che io mi accorga di nulla? Se sì come posso difendermi? (Luciano, via mail)

Recentemente, alcuni siti hard core sulla rete Internet si sono messi ad offrire i loro contenuti con una formula in effetti un po’ particolare ed insidiosa. L’accesso al sito viene detto essere gratuito, però poi per accedere allo stesso si scopre che bisogna scaricare un software apposito. Questo software in realtà altro non è che un client che collega l’utente ad internet, ma non tramite il proprio provider, bensì tramite un numero corrispondente ad una chiamata internazionale o peggio ad un numero a pagamento tipo 144 o 166. Bisogna dire che non è a rigore impossibile scoprire l’inganno, dal momento che quando viene lanciato il software si vede il numero che viene composto, però è ovvio che in questi casi ci si approfitta degli utenti più ingenui o comunque distratti o che non conoscono bene il significato dei prefissi telefonici. Va da sé che quasi sempre questi siti fanno capo a società straniere, che il denaro che in questo modo si compromette non è mai tanto da convincere ad intraprendere una battaglia giudiziaria, con la conseguenza che chi rimante vittima di episodi di questo tipo la quasi totalità delle volte rinuncia a difendersi.
Ma al di là di questi casi direi che non sia proprio possibile che una connessione in corso, instaurata con il proprio provider locale urbano, possa essere sostituita “on the fly” con una connessione ad un altro numero… Ad ogni buon conto, la disabilitazione dei servizi 144 e 166 e la richiesta di documentazione del traffico telefonico possono essere strumenti adatti quantomeno a prevenire possibili problemi.

grabbato anche il touring club…

To grab, in Inglese, significa prendere, afferrare, strappare. Da qui la nota espressione “domain grabbing”, per indicare la prassi di registrare nomi di dominio che sono in realtà corrispondenti a marchi registrati o a nomi di società, ovvero comunque a segni distintivi che spettano in esclusivo utilizzo ad altri soggetti. Il “grabbing” può avvenire sia in buona fede che in completa malafede se non addirittura su vasta scala, allo scopo di tentare successivamente di rivendere o di affittare il dominio a chi ha interesse ad utilizzarlo, che poi in realtà ne avrebbe anche diritto.
Nel nostro Paese, al momento, non esiste una vera e propria legislazione che regoli in modo diretto l’assegnazione dei nomi di dominio, ma solo un disegno di legge, formulato dal Governo D’Alema, ancora in attesa di approvazione. Per questi motivi, sono ricorrenti gli episodi del genere, che spesse volte finiscono in Tribunale, dove chi ritiene di aver diritto all’utilizzo esclusivo di un determinato nome cerca di far valere i propri diritti, solitamente facendo leva sulla legislazione in materia di tutela dei marchi, delle testate, dei segni distintitivi nonché in tema di concorrenza sleale tra imprenditori.

Un caso piuttosto interessante ha coinvolto, ultimamente, la Maurizio Vecchi Editore e il Touring Club Italiano. La prima società aveva registrato il nome touring.it. Contro tale fatto era insorta l’associazione Touring Club Italiano, proprietaria del marchio, registrato da tempo, “touring club”, che peraltro già operava tramite il sito touringclub.it, sostenendo inoltre che l’utilizzo del nome touring concretava un atto di concorrenza sleale, idoneo a ingenerare confusione nel pubblico degli utenti di Internet, anche per il fatto che sul sito della MaurizioVecchi Editore erano riportate informazioni ed iniziative in campo turistico.
Il giudice ha dato ragione al Touring Club, vietando alla Maurizio Vecchi Editore di utilizzare il nome di dominio touring.it e ordinando la pubblicazione del relativo provvedimento nei siti Internet delle due parti, oltre che sul Corriere della Sera.

Il Magistrato del Tribunale di Viterbo ha ritenuto che il nome “touring”, nonostante fosse una abbreviazione del marchio registrato “touring club” e non corrispondesse integralmente allo stesso fosse ugualmente meritevole di tutela. Alle obiezioni dei difensori della società titolare del dominio, secondo cui il termine “touring” altro non è che un termine comune della lingua Inglese, peraltro il cui significato è ben chiaro anche agli Italiani, e che pertanto nessuno potrebbe accamparne l’uso esclusivo, il giudice ha risposto ritenendo che “la parola inglese touring non può dirsi sicuramente parola di ordine ed uso naturale e comune nel lessico attuale della lingua italiana”. L’ordinanza emessa nel caso in questione, inoltre, si sofferma ad analizzare il funzionamento dei motori di ricerca e, più in generale, il modo in cui viene utilizzata genericamente la rete per il reperimento delle informazioni, sostenendo poi che, siccome da una prova di ricerca con la parola touring l’output generato includeva anche il sito touring.it, sarebbe stata comprovata la possibilità di confusione tra il Touring Club Italiano e la Maurizio Vecchi Editore.

Infine, il Giudice ha ritenuto applicabile anche la legislazione in materia di concorrenza tra imprenditori, nonostante che il Touring Club sia formalmente una associazione senza scopo di lucro, e quindi non un imprenditore, sostendo che il modo in cui i due soggetti operano sul mercato sarebbe, da questo punto di vista, assimilabile.

Per tutti questi motivi, in via d’urgenza, è stata vietata la utilizzazione del nome di dominio touring.it alla Maurizio Vecchi Editore.

In realtà, tuttavia, l’ordinanza del Tribunale di Viterbo non sembra condivisibile fino in fondo. Se così fosse, semplici parole di uso comune come “touring” sarebbero impossibili da adottare come nomi di dominio per il solo motivo di far parte, insieme ad altre parole, di marchi registrati, con la conseguenza che diventerebbe davvero difficile capire cosa è lecito o illecito fare, perché bisognerebbe guardare prima non solo i marchi registrati ma anche le singole parole che li compongono ovvero le abbreviazioni degli stessi. Inoltre, non convince molto il riferimento, ripetuto in varie parti della motivazione della sentenza, all’ambito “nazionale”, dal momento che Internet è per sua stessa natura uno strumento sovranazionale. La potenzialità lesiva del dominio touring.it deve essere valutata con riferimento a tutto il potenziale pubblico dei frequentatori del sito, cioè alle persone di tutte le nazionalità e di tutti gli Stati, dal momento che il sito è raggiungibile da tutto il mondo. Ci si chiede cosa sarebbe successo se un americano avesse registrato touring.com e il Touring locale gli avesse intentato causa… Infine, sembra esserci una confusione, a livello tecnico, circa l’efficacia del nome di dominio sui motori di ricerca: il provvedimento impugnato sembra credere che i motori di ricerca estraggano le informazioni esaminando esclusivamente o soprattutto i nomi di dominio, mentre invece, come noto, questi strumenti ricercano tutti i contenuti di tutte le pagine di ogni sito esistente sulla rete, all’interno della quale l’utilizzo della parola “touring” non può certo essere vietata solo perché fa semplicemente parte di un marchio registrato…

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quando la nuova versione di un software non legge i files della vecchia

Prima di Natale ho acquistato Money 2000 in versione aggiornamento poiché già posseggo la versione 99. Installandola, non sono riuscito ad importare i file della versione precedente. Ho quindi telefonato al centro assistenza dove mi è stato detto che il mio era un problema di cui avevano già notizia e stavano perciò lavorando ad una patch che mi avrebbero inviato appena pronta. Dopo tre mesi non ho ricevuto la patch. Ho parlato nuovamente con i tecnici, ma l’ultima secca risposta è stata che devo aspettare. Visto che quando si acquistano i prodotti, il commerciante non aspetta mica che lo si paghi a 60 o 90 giorni, quale consiglio mi dà affinché Microsoft rispetti il suo obbligo verso un cliente? (Giacomo, via mail)

Dispone l’art. 1497 cod. civ. che “Quando la cosa venduta non ha le qualità promesse ovvero quelle essenziali per l’uso a cui è destinata, il compratore ha diritto di ottenere la risoluzione del contratto secondo le disposizioni generali sulla risoluzione per inadempimento [1453 ss.], purchè il difetto di qualità ecceda i limiti di tolleranza stabiliti dagli usi.”. L’art. 1575 cod. civ., parallelamente, prevede che “Il locatore deve: 1) consegnare al conduttore la cosa locata in buono stato di manutenzione; 2) mantenerla in istato da servire all’uso convenuto; 3) garantirne il pacifico godimento durante la locazione”.
In sostanza, la capacità della nuova versione di un software di leggere ed eventualmente convertire il formato dei files generati con la versione precedente è una caratteristica (una “qualità”, nel linguaggio del codice) che ogni consumatore legittimamente si aspetta nel momento in cui effettua l’upgrade di un determinato software. Pensiamo soltanto a cosa accadrebbe se word 2000 non fosse in grado di leggere i testi creati con word97… Si può pertanto con ogni probabilità sostenere che la famosa background compatibility, o compatibilità all’indietro, sia una caratteristica essenziale del software.
Ciò ovviamente salvo il caso in cui la casa produttrice non avverta esplicitamente, prima del contratto, i potenziali acquirenti, della mancanza di tale funzione.
Ma cosa bisogna fare dal punto di vista pratico? Esiste sicuramente il diritto del consumatore alla risoluzione del contratto, cioè a restituire il programma avendo i soldi indietro, ma la migliore strategia è iniziare con una lettera raccomandata a ricevuta di ritorno da inviare alla sede della casa titolare dei diritto d’autore sul software, nel nostro caso la filiale italiana di Microsoft, ed in copia al distributore presso il quale il software è stato acquistato, denunciando il difetto e intimando che, in mancanza di soluzione entro 15 giorni dal ricevimento, si procederà giudizialmente appunto per la risoluzione. Trascorso questo termine senza effetto, il consumatore potrà rivolgersi anche personalmente per cause sino a £1.000.000 direttamente al Giudice di Pace del suo luogo di residenza.

newsletter a… domicilio

Con la diffusione sempre maggiore di Internet, si moltiplicano purtroppo anche le possibilità di intrusione nella nostra vita privata. Sempre più spesso capita, agli utenti della rete, di ricevere messaggi di posta elettronica non richiesti e soprattutto non desiderati. A volte si finisce addirittura all’interno di newsletter o mailing list alle quali non si è mai richiesta l’iscrizione e dalle quali non ci si riesce a liberare.

Ma che cosa dice la legge? Esiste un modo per tutelarsi verso queste forme di intrusione? Purtroppo, la risposta non è delle più consolanti. Esistono varie disposizioni di legge in materia, ma ancora una volta è la internazionalità della rete a fare da ostacolo ad un efficiente intervento sul punto.

Il Decreto Legislativo 11 maggio 1999, n. 185, in materia di contratti a distanza, che ha dettato una specie di “codice del cyberconsumatore”, prevede, all’art. 9, che “E’ vietata la fornitura di beni o servizi al consumatore in mancanza di una sua previa ordinazione nel caso in cui la fornitura comporti una richiesta di pagamento. Il consumatore non e’ tenuto ad alcuna prestazione corrispettiva in caso di fornitura non richiesta. In ogni caso, la mancata risposta non significa consenso.”. In questo modo, almeno, si viene tutelati da quelle forme più insidiose di mailing che pretenderebbero di richiedere pagamenti o accrediti a sfavore di chi le riceve. Il successivo art. 10, inoltre, dispone che “L’impiego da parte di un fornitore del telefono, della posta elettronica di sistemi automatizzati di chiamata senza l’intervento di un operatore o di fax, richiede il consenso preventivo del consumatore.”. Anche con questa disposizione, quindi, si mettono alcuni paletti alle invadenze di tipo più strettamente “commerciale”.

Sicuramente, poi, in materia viene in aiuto al cybercittadino la Legge 31 dicembre 1996, n. 675 “Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali”, la famosa “legge sulla privacy”, che vieta il mantenimento di archivi di dati personali, tra cui anche gli indirizzi di posta elettronica, e attribuisce al titolare dei dati una serie di diritti, tra cui quello di essere cancellato dagli archivi in cui è inserito contro la sua volontà. Come è noto, è stato anche istituito un apposito organo, il Garante per i dati personali, per conferire effettività alla nuova legge, che, dal giorno della sua entrata in vigore, è già stata modificata varie volte per venire sempre più incontro ai bisogni di tutela. Le disposizioni in materia di privacy sono anche presidiate da una serie di norme penali, per cui nei casi più gravi le violazioni della riservatezza o le intrusioni non autorizzate sono puniti come reti (per ulteriori informazioni sulla legge, in generale, si può consultare il sito http://www.privacy.it).

I problemi, però, non sono giuridici ma tecnici: come al solito, Internet è talmente vasta, capillare, diffusa a livello internazionale da essere difficile quando non impossibile da regolamentare con efficacia. La legge italiana sulla privacy è buona, ma come applicarla fattivamente a imprese che operano, ad esempio, negli Stati Uniti? La stessa considerazione vale per le norme sulla stipulazione dei contratti a distanza. Si pensi, poi, a tutti quei paesi dove, a differenza degli USA e dell’Unione Europea, la cultura della tutela dei dati personali non è diffusa e proprio non esistono legislazioni applicabili in materia. Oltre alla collocazione territoriale delle imprese o degli enti che pongono in essere pratiche di spamming o comunque di illecita intrusione nelle mailbox degli utenti, ci può essere anche il problema dell’adozione di strumenti, come gli anonymous remailer (server internet che filtrano messaggi di posta elettronica che, dopo esser passati da loro, appaiono come inviati da mittenti “anonimi”), che impediscono, di fatto, di identificare l’effettivo mittente di un determinato messaggio e, quindi, il responsabile di un mailing o comportamento antiprivacy.
Per tutti questi motivi, probabilmente, il cyberutente dovrà in molti casi essere paziente con uno strumento come Internet che offre molto ma ha qualche difetto, proprio a causa della sua struttura, purtroppo lo presenta ancora…

i nomi di dominio internet

IL DOMAIN NAME, QUESTO SCONOSCIUTO… Il nome di dominio altro non è, a ben guardare, che l’indirizzo, espresso in lettere anziché in cifre numeriche, di un determinato sito internet. Ogni computer connesso alla grande rete sarebbe, infatti, identificato da un numero, composto da 4 serie di cifre (ad es. 192.168.0.1), che è poi il famoso indirizzo IP assegnato ad ogni macchina. Ad ogni indirizzo IP corrisponde un nome in lettere, dal momento che per gli utenti la dicitura “www.microsoft.com”, ad esempio, è indubbiamente molto più facile da ricordare e digitare di una cosa come … “194.140.103.10”. Il compito di “risolvere” i nomi di dominio, cioè di vedere a quale numero di indirizzo IP corrisponde il nome richiesto dall’utente spetta ai DNS (acronimo di domain name server).
In altri termini, quando un utente vuole collegarsi, ad esempio, al sito www.pcopen.agepe.it, il suo browser prima di tutto interroga un server DNS, il quale gli dice quale è l’indirizzo IP corrispondente, al quale poi si collega. Dentro ai DNS, insomma, c’è un lunghissimo, veramente sterminato elenco, simile ad una “partita doppia” che riporta da una parte i nomi di dominio e dall’altra gli indirizzi corrispondenti di ciascuno.
Ogni DNS server deve attenersi agli enti di gestione dei nomi di dominio, che esistono in ogni paese. Per gli Stati Uniti, c’è il noto Internic, che gestisce tutti i nomi che finiscono per “.com”, “.org”, “.net”, “.mil”. In Italia, c’è il Garr – Nis, che è una emanazione del Centro Nazionale delle Ricerche. Il suo indirizzo Internet è http://www.nic.it ed esso gestisce, solo ed esclusivamente, i nomi di dominio che terminano con “.it”.

 

COME SI REGISTRA UN DOMINIO. Ma come si fa a registrare un nome di dominio? Da pochissimo è nato anche per il nostro Paese, cioè per i domini “.it”, un servizio on-line di registrazione degli stessi, raggiungibile all’indirizzo www.register.it. I gestori di questo sito, emanazione di Got.it, provvedere a curare le pratiche burocratiche presso la Registration Authority italiana. Il costo per avere un dominio con desinenza .it attualmente si aggira sulle 100.000 annue. Presso il sito www.register.it è possibile verificare on-line che il nome che si intende registrare non sia già stato preso da altri.
Già da oggi, dunque, non è più necessario rivolgersi al proprio provider per ottenere la registrazione di un sito, ma è possibile farlo direttamente, tramite gli immancabili servizi on-line.
Chi intende, invece, registrare un dominio con desinenza statunitense (come ad esempio “.com”) può collegarsi al sito www.register.com, tramite il quale peraltro è possibile registrare domine anche presso enti di gestione di altri Paesi, con le più svariate desinenze, anche se non si sa fino a che punto questo possa essere consigliabile dal momento che, in caso di problemi, può essere difficile gestire una vertenza in un paese estero e di cultura magari non affine alla nostra.

 

INDIRIZZO VIRTUALE. Il nome di dominio ha, per tutti coloro che utilizzano internet in modo avanzato, senza limitarsi a gestire una casella di posta elettronica, ma con un proprio sito web, una importanza fondamentale. Esso, nel cyberspazio, ha la stessa importanza che ha l’indirizzo di casa o lavoro … nella vita reale.
E’ fondamentale, infatti, conoscere il nome di un determinato sito per potervi accedere. Spesso, poi, il nome di un certo server coincide con quello di un, più o meno noto, prodotto o servizio o con il nome di una certa società. Da questo punto di vista, il nome di dominio assume le caratteristiche del marchio, dell’insegna, della ditta, insomma tende ad assommare in sé le caratteristiche dei “segni distintivi” non solo delle imprese ma anche delle organizzazioni senza scopo di lucro che operano sulla rete.
Anzi, per la sua forte caratterizzazione e identificazione con le attività che tramite di esso vengono svolte sulla rete, il nome di dominio diventa quasi parte dell’identità dell’ente, singolo o collettivo, che lo utilizza.
Per questi motivi si è, purtroppo, in assenza di regole molto precise in materia diffusa la pratica del “domain grabbing”: come dice la parola, la tendenza da parte di alcuni di accaparrarsi nomi di dominio che altri potrebbero avere interesse o addirittura diritto ad utilizzare, per poi rivenderli od affittarli. Un sito internet molto significativo al riguardo, dove sono in vendita o in affitto nomi di dominio, si trova all’indirizzo www.napule.it. I nomi sono catalogati e ordinati per prezzo di vendita o di concessione…
Ovviamente il consiglio migliore al giorno d’oggi è quello di registrare, quando possibile, il nome della propria società o associazione o studio, perché in caso di preventiva registrazione da parte di un altro soggetto potrebbe rivelarsi difficoltoso riottenere il nome.

 

LE DISPUTE SUI NOMI. In Italia, in caso di contestazione sull’assegnazione di un nome di dominio, si applicano le regole di naming definite dalla Naming Authority dell’Istituto per le Applicazioni telematiche del CNR e in particolare l’art. 14 delle stesse (http://www.nic.it). Secondo tale disposizione, chi intende contestare un nome che è già stato assegnato ad un altro soggetto, ritenendo di aver diritto all’uso esclusivo dello stesso, deve innanzitutto inviare una raccomandata a ricevuta di ritorno alla Registration Authoriy, l’ente che si occupa della gestione operativa dell’assegnazione dei nomi. A seguito di ricevimento della raccomandata, la R.A. pone un “flag”, nel database dei nomi, sul nome oggetto di contestazione: questo serve per acquisire la priorità su eventuali, successive ed ulteriori richieste di assegnazione del nome. Inoltre la R.A. deve mandare all’autore della raccomandata copia di tutta la documentazione a suo tempo inviata da chi ha registrato il nome di dominio. Tale documentazione consiste, in particolare, in una istanza, nella quale chi richiede l’assegnazione di un nome deve assumersi la responsabilità di dichiarare di non essere a conoscenza di motivi che ostano alla stessa e, se crede, sottoscrive una clausola arbitrale.
Questo è un punto fondamentale: se la clausola arbitrale è stata sottoscritta, allora il contestatore se ne può avvalere e può promuovere una procedura arbitrale per la risoluzione della vertenza, cioè un procedimento molto più snello e veloce (le statistiche dimostrano una durata media di circa un mese), presso la stessa Registration Authority. In caso contrario, se il titolare del nome non desiste, non rimane che al contestatore altra scelta che quella di ricorrere all’autorità giudiziaria, richiedendo, se del caso, un provvedimento d’urgenza. Al riguardo ci sono alcuni precedenti giudiziari (alcuni dei quali menzionati sul sito http://www.andreamonti.net), ma ancora non si è formato un orientamento certo, anche per la novità delle questioni.
Proprio per affrontare il sempre maggiore contenzioso sui nomi di dominio il Governo ha recentemente predisposto uno schema di disegno di legge volto ad estendere ai domini la disciplina dei marchi e degli altri segni distintivi. In tale atto è previsto il risarcimento del danno, in misura minima di circa 60 milioni di lire (30.000 euro) per coloro che vengono lesionati dall’uso illegittimo di un nome di dominio.