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Coppia, relazione, amore, matrimonio in crisi: cosa leggere?

Un primo gesto per fare qualcosa quando ci sono problemi di coppia è cercare di capire le cose e, per fare questo, ci sono libri e articoli che possono dare spunti, suggerimenti, vere e proprie «illuminazioni».

Ho deciso così, tempo fa, di raccoglierli in un ebook, che ho messo in distribuzione in occasione del lancio delle giornate o settimane FixFam e che oggi rilancio, essendo giunto alla versione 1.1 con l’aggiunta di nuovi contenuti.

Ecco il changelog con le novità attuali:

  • 1.1 13 maggio 2016
    • aggiunti due libri all’elenco
    • aggiunta la nuova sezione «articoli»
    • integrata l’introduzione
    • varie sistemazioni

Il libro continuerà ad essere, solo per qualche altro giorno, in distribuzione gratuita. Se ne volete una copia, potete compilare il modulo che trovate di seguito.

Grazie a tutti.

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cultura

La buona battaglia, di Susanna Bo: una vicenda di amore, morte, fede.

La buona battaglia

Oggi vi presento un libro eccezionale, finito da poco: Susanna Bo, La buona battaglia.

Lo dico subito: lo stile con cui è scritto questo libro è scolastico, piuttosto elementare, a volte anche un po’ banalotto forse. Difficile da apprezzare in sè e per sè. Ma questo lavoro resta un’opera bellissima, da leggere assolutamente. Io l’ho appena terminato, ne ho già riletto diversi passaggi e credo che continuerò ancora.

Come è possibile?

Il libro racconta una vicenda vera, vissuta dall’autrice, che ha sposato un uomo malato di tumore, poi deceduto nonostante dodici operazioni alla testa, pressoché una per ogni anno di durata del loro matrimonio, lasciandola con due figlie.

È un libro sull’amore, la fede, la malattia e tante altre cose fondamentali per la vita di ogni uomo.

Il taglio adottato dall’autrice è molto semplice e consiste nell’essersi messa completamente e sinceramente a nudo, senza lesinare nemmeno quando si trattava di parlare delle sue miserie e della sua inadeguatezza a fronteggiare le situazioni che le si paravano davanti.

Tutto al contrario della impostazione solitamente trombeggiante dei testi autobiografici, la Bo sembra quasi aver scritto questo lavoro anche per espiare i suoi errori, confessandoli al pubblico e a se stessa, con la conseguenza che alla fine emerge ancora di più in tutta la sua grandezza.

Le persone tendono a pensare che chi affronta certe vicende sia «bravo», superiore alla media, tanto che spontaneamente gli fanno i complimenti. La Bo ci dimostra che non è vero niente, sono le persone normali, con tutto il loro corredo di pregi e difetti, che si trovano a volte a dover avere a che fare con cose molto più grandi di loro, con momenti tragici e, a volte, sono completamaente inadeguate, salvo trovare conforto in valori generalmente messi da parte nella vita più spicciola, come ad esempio la fede, quella vera, l’amore.

Questo libro, e la sua tormentata vicenda, dimostrano ancora una volta un concetto che mi è caro e cioè che non esistono, in tema di fede e amore, valori assoluti: nessuno è mai credente al 100%, ed è questo che generalmente le persone non capiscono. La fede è un talento e va coltivata. Per quanto tu la possa coltivare, in certi momenti sarai al 60%, in altri al 90%, in altri ancora ti sembrerà di non averne affatto. La stessa, identica cosa vale per l’amore. Non sono doni che cadono dal cielo, ma talenti e ambedue vanno coltivati. Che la fede e l’amore siano doni che possano esserci o non esserci a prescindere da quello che fati tu è una delle più grosse boiate che si dicono, non è vero affatto.

Vediamo adesso alcuni passaggi particolarmente significativi, come faccio sempre quando vi presento un libro, a volte con qualche commento, a volte no.

«Che potevo offrire la mia sofferenza, donarla al Signore». Qui è il protagonista del libro, Luigi, che parla della sua malattia, quella che poi lo porterà alla morte, dicendo che la sofferenza di ognuno è un po’ come quella di Cristo, che ha senso solo se viene vista come un’offerta a Dio. Lo stesso Luigi poi ammette, in un passaggio bellissimo, che la sofferenza a volte può anche non avere senso, ma per chi la prova c’è il bisogno di credere che lo abbia. Molto umano, molto importante per tutti coloro che stanno vicino ad una persona che si trova in questo stato.

«Il demonio vi fotte facendovi fare cose stupide. O tu sei troppo intelligente per credere al demonio?». Quando parlo del demonio, la gente mi prende in giro. In realtà, credere che non esista è il primo passo per lasciargli la porta aperta. Ma non dovete credere necessariamente al diavolo, pensate che esiste il male e che ha una sua vitalità. È quella che vi assale quando siete sconfortati e vi fa disperare ancora di più, convincendovi di cose che non sono vere solo per precipitarvi ancora di più nel pessimismo, rendendovi ancora più incapaci di risolvere i vostri probemi. È quello che vi fa essere gelosi di un compagno che in realtà non ha fatto niente, solo perché a voi «sembra» così. I demoni, vi posso assicurare, esistono, almeno dentro alle nostre teste – e questo è quanto basta. Non siate mai quelli che sono troppo intelligenti da credere che non esistano, che siano cose medioevali. Nel medioevo i demoni davano molti meno problemi di oggi, gli uomini del medioevo erano molto più attrezzati di noi per affrontarli. Anche perché «il diavolo sa ben citare la Sacra Scrittura per i suoi scopi». E quindi, in conclusione: «il segreto col demonio non è mica saper rispondere. Il segreto è non rispondere.»

«Mi ricordo quando ho capito che c’era tutto un mondo, fuori da quell’ospedale, che mi aspettava e di cui non mi fregava un accidente.» Questa è una battuta di Susanna, pronunciata in occasione di una delle operazioni subite da Luigi. È meravigliosa, perché c’è dentro tutto intero il concetto di amore: quando una persona preferisce stare in un luogo infernale, mesto, triste, desolato, pauroso, piuttosto che in un qualsiasi altro luogo del mondo, perché in quel posto c’è la persona che ama. Questo è il vero amore, come ho scritto in questo altro mio post: amare significa voler stare nello stesso posto in cui si trova l’amato, ignorando tutti gli altri. A maggior ragione se questo posto è l’inferno.

Sempre in tema di amore, la Bo ci regala un’altra perla «Perché non puoi parlare quando incontri qualcuno di cui tu sei parte». Con questa frase, l’autrice spiega il fatto che le scritture, mentre riportano le parole pronunciate da Adamo quando vide Eva, non dicono nulla su quello che disse Eva quando si trovò avanti Adamo. Così, quando incontri una persona con cui ti senti intimamente legato, tanto da farne parte, senti che non c’è bisogno di dire nulla. È un concetto cui sono molto legato, da cui il mio aforisma per cui «Stiamo in silenzio per parlare con chi ci ama».

«È incredibile quanto puoi urlare mentre perdi la persona che ami. E per quanto puoi urlare, il tuo grido è solo un bisbiglio. Un suono così debole che assomiglia a un pensiero, a un sussurro.»

E ora alcune perle di saggezza incredibili sul matrimonio e la coppia, pronunciate da un amico dell’autrice divenuto uno dei protagonisti del libro: «Il matrimonio non è quella torta millefoglie a dieci piani con la panna e con le ciliegine sopra, possibilmente snocciolate, che ve mangerete al pranzo de nozze. Il matrimonio è pane duro. Che spezza i denti… A me me fanno ridere, Shoshanna, quelli che dicono che in una coppia l’importante è capirsi. Ma che stanno a dì? Ma chi l’ha mai capita, Mariangela? Io no di certo. Come lei non ha mai capito me. Eppure siamo sposati da trent’anni. E c’abbiamo un figlio. E lo sai perché? Perché l’importante non è mica capirsi, in un matrimonio… È qualche anno che va tanto di moda quel libro, come se chiama… quello che ha scritto quella tua omonima… Va’ dove ti porta il cuore. Sì… vacci, dove te porta il cuore. Lo sai dove me porta il mio, de cuore? A dare una coltellata a mia moglie. E lei a me. E allora capisci che l’importante in un matrimonio non è capirsi. L’importante è perdonarsi».

Non mancano nemmeno le battute salaci. Sempre da parte dell’amico di prima, una consolazione: «Susà, non te devi preoccupare. Ne ho conosciute tante, de coppie, dove uno dei due era molto malato… e la sai una cosa? È sempre morto prima quello sano» ????????????. E ancora «I dolori del parto sono così lancinanti che subito dopo averli provati hai rispetto per ogni madre che esista sulla faccia della terra, e per un mese non riesci più a pensare male neanche di tua suocera».

E ora due passaggi che mi piacciono molto e credo siano ricchissimi. Non per la battuta in sè, ma perché nella parte in cui è contenuta l’autrice racconta di aver pensato, in quel periodo, con sincera convinzione, che non amava più il marito. Salvo ricredersi poco più tardi, tornando a vedere la grandezza della persona che aveva accanto. «Mi ero legata a una persona che avevo già smesso di amare prima del matrimonio, questa era la verità. Non c’erano altre spiegazioni al mio malessere. Perché l’amore può finire. E il mio era finito… Diventammo ben presto due estranei che vivevano insieme; a stento ci parlavamo e l’intimità era diventata un vago ricordo, come le risate. Cominciai a pensare che non avrei mai dovuto sposarti e nemmeno conoscerti. Avrei voluto cancellarti dalla mia esistenza. Odiavo la tua barba lunga, il tuo abbigliamento trasandato, il tuo sguardo sempre perso nel vuoto». E inoltre, a proposito della fede, quando si avvicinava il momento della morte del marito: «Ecco, ci ero arrivata. Dopo tanti anni nella Chiesa, cinque di matrimonio e trenta di vita, anche per me era arrivato il momento in cui sarei stata sola e mi sarei chiesta se Dio esistesse veramente e, se la risposta era sì, cosa c’entrasse con la mia vita, se avesse cura di me, se mi amasse, se potessi fidarmi di lui.»
Questo è il concetto che dicevamo prima non si è mai credenti o innamorati al 100%, in certi momenti si può anche pensare di essere senza fede o senza amore, ma poi entrambi tornano, se riusciamo a vedere la dolcezza di Dio e la grandezza delle persone che ci sono accanto.

Molto belle le riflessioni nel periodo più difficile e dopo la morte di Luigi. «Anche le lacrime sono un dono». «Così, col passare del tempo, mi è diventata sempre più chiara una cosa e cioè che io avevo due strade davanti a me: la prima, vivere come se tu non ci fossi più; la seconda, vivere nella realtà, cioè come se tu ci fossi ancora. Perché tu c’eri ancora. Perché tu ci sei ancora.» «Lo diceva anche sant’Agostino: quelli che ci hanno lasciato non sono assenti, sono solo invisibili; e tengono i loro occhi pieni di gloria fissi nei nostri pieni di lacrime».

E la conclusione, come spesso avviene, è che «ci sono problemi che noi risolviamo; e ce ne sono altri che invece risolvono noi».


Vi consiglio dunque di leggere quest’opera bellissima e, in fondo, simpatica, piena di vita, anche se parla molto di morte, amore e fede. Come al solito, a mio giudizio è preferibile il formato ebook, prendete ovviamente la seconda edizione, curata dalle edizioni Paoline, e non la precedente.

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cultura

Lui mi ama ma io voglio solo restare amica: che fare?

Amore non corrisposto

 

Ricevo questa mail relativamente al post sulla differenza tra amare e voler bene e mi sembra giusto rispondere, vista l’importanza del tema, con un altro post dedicato.

Grazie, un bellissimo articolo che mi porta a riflettere e mi aiuta molto. Mi piacerebbe tanto sapere come si gestisce seconde Lei questa situazione: mesi fa ho avuto un incontro con un’uomo, lui si è perdutamente innamorato mentre io no, gli voglio bene, gli voglio veramente un gran bene, sinceramente…e sono stata molto chiara con lui sui miei sentimenti e sul fatto che non voglio una relazione di coppia e che ciò che posso offrirgli è la mia amicizia. Ho cercato di essere chiara con l’intenzione di rispettarlo, di non creargli false aspettative, di non farlo soffrire, perché anch’io ho vissuto l’esperienza dell’innamoramento non corrisposto. Con questa intenzione ho cercato di trasformare quest’incontro su un altro piano, quello dell’amicizia appunto. Lui mi diceva che prova un affetto sincero nei miei confronti che va oltre l’innamoramento e mi ha fatto credere che era possibile incontrarci su un altro piano. Io ci ho creduto ..ma poi mi sono resa conto che non ce la fa e ogni volta che si trova davanti al fatto che non rispondo alle sue aspettative si chiude a riccio e soffre ..tagliando improvvisamente anche quel legame che io credo sia del voler bene. Non so come gestirlo, quando sento che sta male per me mi viene da dirgli di dimenticarmi anche come amica perché è come se per lui contasse solo ciò che desidererebbe da me. E quando invece gli tendo la mano come amica sento che soffre lo stesso perché ancora una volta si sente frustrato per non poter ottenere ciò che vuole. Come si gestisce una situazione così nel bene di entrambi? Grazie. Clara.

Come illustro un po’ anche nel post stesso, quando si ama, purtroppo si desidera solo essere ricambiati: tutto quello che di pure buono e prezioso, ma di diverso, si riceve indietro, come l’amicizia, ha in fondo il sapore, ma anche in realtà la consistenza vera e propria, di una sconfitta, e rappresenta sempre una delusione difficile da digerire, per non dire impossibile.

Certo, è sicuramente meglio non odiarsi, non prendersi a insulti o peggio, avere una «persona su cui contare»…

Ma che cos’è, in fondo, una «persona su cui contare»?

Chi ama vorrebbe una persona che, quando lui soffre, questa persona soffre con lui, insieme a lui; se la prima persona sta in un posto quest’altra persona vuole stare nello stesso posto insieme a lui…

Quando una persona ti ama, e tu stai male, questa persona non esita nemmeno un secondo ad attraversare l’inferno con te, a dare tutta se stessa per farti star bene, a fare tutto quello che è necessario per riaprire un sorriso sul tuo viso, o per dare un po’ di luce alla tua anima, e questo per quanto ciò che è necessario fare sia assurdo, umiliante, doloroso, tragico o anche peggio, perché pensa davvero solo a te e sta male insieme a te.

Chi ci ama ci fa sentire sempre compresi, anche quando non ci comprende veramente, perché in ogni caso porta i nostri stessi problemi, dolori, sofferenze, vive letteralmente con noi e soffre davvero quando vede che i nostri occhi non mandano più luce.

Un amico, per contro, è invece quello che quando stai male si offre di accompagnarti al pronto soccorso o dallo psicologo o, se ci stai già andando, ti raccomanda di parlare dei tuoi problemi con lui.

Poi aggiunge anche, magari, «Io per te ci sarò sempre», al ché tu allora inevitabilmente pensi «Se ci devi essere per questo… grazie al cazzo».

Personalmente, ad esempio, noto che tendo a cercare la compagnia degli amici quando non ho problemi, ma sono sereno, contento e voglio solo divertirmi, mentre se sono preoccupato, triste, sento di avere un problema di cui occuparmi, tendo a stare da solo. In quei momenti «no», momenti che abbiamo tutti nel corso delle nostre vite, è solo la compagnia di una persona che mi ama davvero che potrebbe leccarmi le ferite ma, soprattutto, è solo da quella persona che me le farei leccare, qualsiasi altra soluzione mi sembrerebbe, ed in fondo è, assurda.

Quando sto male, insomma, penso e credo che solo chi sta davvero male «con me» e «per me» possa aiutarmi, tutte le altre situazioni sono come quelle di chi sta affogando in un fiume mentre un altro lo guarda dal ponte gridandogli come dovrebbe fare a nuotare, una situazione in cui, se io fossi il moribondo, direi «Almeno lasciatemi morire in pace, senza le vostre ipocrisie, che tolgono dignità sia alla mia morte che alla tua vita».

Non so dirti, non voglio disprezzare completamente l’amicizia, ma certo è che se la metti di fianco all’amore vero fa davvero una figura angusta.

Per quanto riguarda la tua situazione, se tu sei assolutamente sicura che quest’uomo per te non sarà mai niente di più di un amico, e quindi escludi che, anche frequentandolo, un giorno potrebbe diventare importante per te, dentro al tuo cuore, fino a far nascere un sentimento di amore vero e proprio, credo che dovresti valutare di smettere di frequentarlo.

Un rapporto dove una persona irrimediabilmente ama e l’altra irrimediabilmente non va oltre l’amicizia purtroppo è, alla fine, un rapporto malato, quello di due persone destinate a non incontrarsi mai su nessun piano, e in questi casi si deve davvero valutare di interromperlo.

Chiaramente, prima di prendere decisioni drastiche, si può parlare, valutare, tentare, passare anche del tempo insieme, dare della chances al destino stesso, ma poi ad un certo punto le varie difficoltà che insorgeranno inevitabilmente dovranno essere gestite e affrontate.

Concludo dicendo una cosa importante e cioè che dovrebbe essere lui per primo a decidere di smettere di frequentarti, per essere coerente con se stesso, ma soprattutto per diventare finalmente responsabile della sua stessa felicità.

Anche per gli uomini che mettono in secondo piano l’orgoglio, che preferiscono sempre ragionare, dialogare, valutare, sperimentare, prima di prendere decisioni, anche per quegli uomini, dicevo, viene un momento in cui, esauriti tutti gli altri tentativi, rimane e riemerge proprio quel piccolo pezzettino di orgoglio che inizialmente si era messo da parte per vedere se era possibile gestire la situazione in modo diverso.

Quella briciola di orgoglio residuo, che è piccola, ma indistruttibile, ti fa arrivare a chiederti «Ma perché io devo stare dietro ad una persona che non mi vuole, che non mi ama? Perché devo amare chi non mi ricambia? Perché devo desiderare di stare insieme ad una persona che quando io sono in un posto desidera solamente stare in altro?»

La persona che arriva, alla fine di tutto, a farsi queste domande presto torna ad essere autonoma, responsabile di se stessa, ad andare avanti, uscendo senza rimpianti da situazioni purtroppo malate.

Resta il fatto che non ci servono a niente persone che ci versano l’acqua quando siamo fuori a mangiare, o ci aprono la portiera della macchina.

Vogliamo uomini, e donne, che vivano con noi, soprattutto nei momenti più tremendi della vita, dove non vogliamo sentire di essere soli.

Sappiamo che nessuno ci può capire davvero, nessuno può capire i nostri demoni, le nostre ossessioni, i nostri mostri, perché viviamo soli di giorno, esattamente come quando sogniamo di notte, ma una persona che ci ama, pur senza capirci niente, quando soffriamo soffre con noi, e questo ci basta.

Tutto il resto, alla fine, non ci interessa.

Dallo psicologo, in fondo, siamo, e dovremmo anzi essere, capaci di andarci anche da soli.

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diritto

Divorzio breve: di tutto e di più.

divorzio breve
Più veloce il divorzio.

Premessa.

Dopo anni che giornali e blog giuridici ne parlano completamente a sproposito, diffondendo false informazioni e creando insensate aspettative, finalmente ieri il parlamento ha in effetti approvato in via definitiva la legge sul divorzio breve.

La legge è entrata in vigore il giorno 26 maggio 2015, come meglio illustrato in questo altro post.

La legge, peraltro, non è ancora in vigore.

Adesso dovrà infatti dapprima essere promulgata dal presidente della Repubblica, quindi pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale; infine, solo dopo che saranno trascorsi 15 giorni dalla pubblicazione, entrerà finalmente in vigore e dovrà essere osservata come legge dello Stato.

Per la promulgazione e la pubblicazione non sono previsti termini rigorosi, di solito sono cose che avvengono in una settimana o due, con la conseguenza che per poter sfruttare la nuova legge si dovrà aspettare, in tutto, circa un mese.

Ovviamente, quando la nuova legge sul divorzio breve entrerà in vigore ne daremo notizia sul blog, oltre che contattare personalmente tutti i clienti che abbiamo a suo tempo seguito per la separazione e che potrebbero essere interessati a fare il divorzio. Se volete, invece, essere avvertiti con una mail il giorno in cui sarà entrata in vigore, spediteci un messaggio dalla pagina dei contatti, scrivendo appunto «voglio essere avvertito dell’entrata in vigore della legge sul divorzio breve» o qualcosa del genere e… faremo seguito ;-).

Vediamo adesso insieme i principali aspetti della nuova legge, il cui testo definitivo comunque riportiamo nell’ultimo paragrafo, per comodità e completezza di lettura.

Chi può sfruttare la nuova legge.

La legge sul divorzio breve, per sua stessa previsione, si applica anche alle persone che si sono separate in precedenza. Nè avrebbe avuto alcun senso restringerla solo a quelle che si fossero separate in seguito…

Quindi, se vi siete separati nel vigore della vecchia normativa, che ci sarà ancora come abbiamo visto per un altro mese, potete, o potrete, già divorziare nei termini previsti dalle nuove disposizioni.

La legge non parla di accordi di separazione a seguito di negoziazione assistita (accordi in house), ma è assolutamente ovvio che si applichi anche in quei casi, dove il divorzio, una volta maturati i termini, si può naturalmente peraltro fare con un nuovo accordo in house. Questi accordi non sono menzionati semplicemente perché questa nuova legge sul divorzio breve è stata formulata prima della riforma che ha introdotto gli accordi di negoziazione assistita, avendo avuto come noto un iter molto lungo.

Quali sono i nuovi termini per divorziare.

I termini per fare il divorzio con la nuova legge diventano diversi a seconda della natura della separazione cioè se è avvenuta consensualmente oppure in modo giudiziale.

Nel primo caso, il divorzio si può fare dopo sei mesi. Nel caso invece in cui la separazione fosse stata giudiziale il termine è di un anno.

Lo scopo di questa differenziazione è quello di favorire ancora una volta le soluzioni consensuali, offrendo ai coniugi che si vogliono liberare dal vincolo matrimoniale la possibilità di una strada più rapida, rendendoli così quindi più inclini a fare quei compromessi che sono spesso necessari per raggiungere un accordo di consensualizzazione.

Nel caso della separazione giudiziale, del resto, la nuova legge è destinata ad essere poco rilevante, perché quasi tutte le separazioni giudiziali durano più di tre anni (a volte anche 7, 8, 10 anni o anche di più), per cui in ogni caso per fare il divorzio spesso è necessario aspettare molto più tempo, anche se è vero che i tempi, in alcuni casi, potrebbero abbreviarsi a causa dell’emissione di una sentenza parziale di separazione da parte del giudice.

Il senso del divorzio breve.

Molte persone ritengono che questa nuova legge, che consente di divorziare dopo meno tempo dalla separazione di quanto avveniva precedentemente, abbia indebolito l’istituto del matrimonio.

In realtà, queste osservazioni a mio giudizio sono piuttosto fuori fuoco.

La crisi della famiglia viene dal nostro ordinamento giuridico regolamentata non tanto con l’istituto del divorzio quanto con quello della separazione, che determina, se non il totale venir meno, un netto e grave indebolimento del vincolo matrimoniale, che rimane solo per pochi e limitati aspetti, ma che riguarda persone che non stanno più insieme tra loro, sostanzialmente non si amano più, tanto è vero che, legittimamente, vanno ad abitare in due posti diversi.

È nel momento della separazione che si verifica la crisi della famiglia ed è in questo solo momento che dovrebbero pensare di intervenire coloro che sono interessati alla “robustezza” dell’istituto matrimoniale. Rispetto alla separazione, il divorzio rappresenta solo un sigillo definitivo, apposto su una situazione problematica già verificatasi precedentemente.

Vediamo il fenomeno da un punto di vista statistico, per così dire.

Ormai, sono 18 anni che esercito la professione forense; in questo periodo, ho avuto occasione di seguire centinaia di crisi familiari sfociate poi nella separazione. Ebbene, di tutte le crisi poi giunte alla separazione in concreto, che sono la pressoché totalità, solo in un caso si è avuta la riconciliazione.

Per contro, nel periodo che intercorre e tra la pratica di separazione e quella di divorzio si verifica quasi sempre una discrepanza tra la situazione di diritto e quella di fatto, specialmente nei casi in cui, come quasi sempre avviene, uno o entrambi i coniugi si rifanno una famiglia con un’altra persona.

Va ricordato che la rilevanza principale del divorzio è quella successoria: dopo la separazione, ma prima del divorzio, se muore uno dei due coniugi è l’altro che, nonostante la separazione, ne diventa erede. È solo con il divorzio, infatti, che il coniuge, che ormai ha perso questa caratteristica, perde anche la qualità di erede.

Il discorso è proprio che se una persona, magari dopo due anni dalla crisi familiare, si rifà una famiglia con un’altra persona, condividendo tutto con quest’ultima, come avviene appunto quando si fa famiglia, non è giusto che, in caso di suo decesso, sia l’ex coniuge, col quale non ha più da tempo nulla in comune, ad essere chiamato come erede.

Il senso del divorzio breve è proprio questo: quello di eliminare o comunque ridurre notevolmente la possibilità di ingiustizie come questa.

E non è vero che indebolisce l’istituto del matrimonio, perché interviene quando il matrimonio si è già completamente sfasciato quasi sempre in modo irrimediabile.

Come si può tutelare davvero il matrimonio.

Abbiamo visto che il divorzio breve non ha niente a che fare con la “robustezza” o meno dell’istituto matrimoniale.

Come cattolico e credente, sono anche io dispiaciuto della debolezza diffusa e sempre maggiore dell’istituto, ma su un piano ancor più generale sono anche convinto che l’unico motivo per cui due persone debbano stare insieme sia l’amore e che non ce ne siano o possano essere assolutamente altri.

Alcuni pensano di dover stare insieme perché hanno interessi in comune, perché hanno dei figli ancora piccoli, perché comunque credono nel matrimonio e vogliono rispettare l’istituto: ebbene io credo che queste persone in fondo sbaglino. L’unico motivo per restare insieme è amarsi: se non c’è più amore, anche se ci si vuole ancora bene, allora è meglio lasciarsi.

Piuttosto, si deve intervenire prima che le cose e i problemi diventino irrimediabili.

In generale, nessuno dei due partner deve mai dare per scontato l’altro o il rapporto che c’è tra di loro, che deve essere alimentato con costanza, anche con piccole cose, con semplicità.

In caso di problemi, bisogna cercare di comunicare. Siccome,poi, paradossalmente è più facile comunicare con gli estranei che con il proprio partner, la cosa migliore è andare subito a fare terapia di coppia da un bravo consulente. Se la terapia di coppia dovesse fallire, o non dare risultati significativi, provare anche con la mediazione familiare.

È giusto, prima di buttare via un rapporto importante, tentare tutto quello che si può onestamente fare per recuperarlo, ma poi sarà anche giusto, quando sarà diventato chiaro che non ci sono più possibilità residue, prenderne atto e agire di conseguenza.

Queste sono, a mio giudizio, le considerazioni che dovrebbero fare, e i consigli che dovrebbero impartire, coloro che hanno a cuore la tenuta dell’istituto matrimoniale, al posto di accanirsi contro un istituto come il divorzio breve che invece ha poco a che fare con questo tema.

Il testo della legge.

Riportiamo di seguito il testo della legge che, ricordiamo, è definitivo, anche se non è ancora entrato in vigore, nel senso che oramai non potrà essere più modificato.

Per qualsiasi ulteriore informazione, o per chiedere chiarimenti o esprimere un’opinione, potete lasciare un commento qui sotto come al solito.

Art. 1. 1. Al secondo capoverso della lettera b) del numero 2) dell’articolo 3 della legge 1º dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, le parole: «tre anni a far tempo dalla avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del Tribunale nella pro-cedura di separazione personale anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale.» sono sostituite dalle seguenti: «dodici mesi dalla notificazione della domanda di separazione. Qualora alla data di instaurazione del giudizio di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio sia ancora pendente il giudizio di separazione con riguardo alle domande accessorie, la causa è assegnata al giudice della separazione personale. Nelle separazioni consensuali dei coniugi, il termine di cui al primo periodo è di sei mesi decorrenti dalla data di deposito del ricorso ovvero dalla data della notificazione del ricorso, qualora esso sia presentato da uno solo dei coniugi.».

Art. 2. 1. Al secondo comma dell’articolo 189 delle disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile e disposizioni transitorie, di cui al regio decreto 18 dicembre 1941, n. 1368, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «o di ricorso per la cessazione degli effetti civili o per lo scioglimento del matrimonio».

Art. 3. 1. All’articolo 191 del codice civile è aggiunto, in fine, il seguente comma: «Nel caso di separazione personale, la comunione tra i coniugi si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati, ovvero alla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione consensuale dei coniugi dinanzi al presidente, purché omologato. Qualora i coniugi siano in regime di comunione legale, la domanda di separazione è comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione a margine dell’atto di matrimonio. L’ordinanza con la quale i coniugi sono autorizzati a vivere separati è comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini della stessa annotazione».

Art. 4. 1. Le disposizioni di cui all’articolo 1 si applicano alle domande di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio proposte dopo la data di entrata in vigore della presente legge, anche se il proce-dimento di separazione, che costituisce il presupposto della domanda, risulti ancora pendente alla medesima data.

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Amare e voler bene: che differenza c’è?

«Vorrei penetrare il suo segreto, vorrei che lei venisse da me e mi dicesse: “Io ti amo”, e se non è così, se questa follia non è pensabile, allora… allora che cosa desiderare? Forse so io stesso quel che desidero? Sono anch’io come sperduto: vorrei soltanto starle accanto, essere nella sua aura, nella sua luce, eternamente, per tutta la vita. Altro non so! Potrei forse allontanarmi da lei?» — Fëdor Michajlovic Dostoevskij, Il giocatore

Oggi parliamo della differenza tra amare e voler bene, una distinzione in cui capita a tutti di imbattersi più volte nella vita, nei modi più svariati.

C’è un elemento, in particolare, una caratteristica che distingue queste due situazioni, questi due sentimenti.

Questo elemento è il desiderio di prossimità, di vicinanza, di contiguità – o spaziale e fisica, o anche solo mentale – che c’è nel primo caso, quello dell’amore, ma manca nel secondo.

Quando amiamo una persona, vogliamo stare nello stesso posto in cui c’è lei, anche se magari non sappiamo nemmeno bene perché, e se lei non c’è la pensiamo, in modo da averla e tenerla dentro di noi anche quando è lontana.

Alla fine, vogliamo sempre essere, in qualche modo, con la persona che amiamo, vogliamo esserle vicini, se non con il corpo, almeno con la mente, con lo spirito, con l’anima.

Sentiamo che questa vicinanza ci fa bene, ci soddisfa, ci illumina, ci nutre in profondità. Non esiste più un posto preferito, ma vanno tutti bene purché ci sia anche lei, anzi il posto prediletto è proprio quello in cui c’è lei.

Viceversa, se vogliamo bene ad una persona, ma non la amiamo, non abbiamo il desiderio di starle sempre vicino o in un modo o in un altro.

Certo, le vogliamo bene, se le succede qualcosa di brutto ci dispiace, e ci dispiace sinceramente, ma non ci interessa che la nostra vita e la sua vita, i tempi e gli spazi delle nostre vite, scorrano distanti tra loro, e in due posti diversi.

È proprio per questo che il “voler bene” ha sempre dentro di sé qualcosa di insoddisfacente, viene sempre percepito, almeno in parte, come qualcosa di insincero, di ipocrita, di limitato. In realtà non c’è nulla di male o di ipocrita nel voler semplicemente bene, è solo sentito come un sentimento limitato, circoscritto, confinato e noi, per nostra natura, siamo portati a diffidare da sentimenti di questo genere, perché per noi un sentimento ha senso se uno è tendenzialmente disposto a portarlo avanti nonostante tutto, a dispetto di tutto, accada quel che accada.

Il “voler bene”, specialmente se interviene quando c’era precedentemente l’amore, è perlopiù percepito come un premio di consolazione, se non come una vera e propria loser medal, la medaglia del perdente, quella che viene assegnata alla squadra che arriva seconda, un trofeo che in realtà non significa nulla: anzi nessuno lo vorrebbe mai guadagnare e sarebbe sicuramente meglio che non venisse nemmeno assegnato.

Quando amiamo una persona, vorremmo semplicemente che questa persona ci ricambiasse e sapremmo che lo fa nel momento in cui essa desiderasse stare con noi, o comunque pensasse sempre o quasi a noi.

Se non sta con noi, se non nutre questo desiderio di prossimità, non c’interessa che ci voglia bene, non c’interessa se anche le dispiace sinceramente quando ci succede qualcosa di brutto, perché questo semplicemente non è vivere insieme come invece vorremmo noi.

La differenza tra l’amore e il “voler bene” è tutta qui: il desiderio di prossimità, di vicinanza, di contiguità, di camminare insieme, di ridere insieme, di pensare all’altro quando ci succede qualcosa di bello o di brutto, di arrivare a sera e condividere una giornata, di pensare già, quando ti succede qualcosa, a quando la racconteremo a lei, di pensare «Che cosa ne penserà lei?» ancora prima di capire che cosa ne pensi tu, di rispecchiarti nei suoi occhi e nei suoi occhi intravedere la sua anima, fino a non sapere più bene dove finisci tu e dove comincia lei.

Chi ha provato questo, e lo hanno fatto tutte le persone che sono state innamorate almeno una volta nella loro vita, non sa che farsene di qualsiasi altro sentimento di grado inferiore.

Per chi è davvero innamorato, vale la realtà per cui ogni cosa gli parla della persona amata, come se tutto il mondo avesse realizzato il suo desiderio di vicinanza, di prossimità, di stringersi forte, sempre più forte, anche quando la persona amata non c’è.

È sicuramente meglio arrivare secondo che terzo, o quarto, o quinto?

Forse nello sport, non in amore, dove chi ama davvero vuole tutto, perché sa che se non ottiene tutto si ritrova semplicemente con niente.

Un’altra importante differenza è che vogliamo bene per altruismo, amiamo invece per puro egoismo.

Vogliamo bene solo perché ci va, ma potremmo benissimo farne a meno, mentre amiamo perché ne abbiamo bisogno, come di bere e di mangiare.

Per questo il voler bene è sempre un po’ falso, non ci identifica, mentre amare è sincero e vero, grandioso e pezzente, come la nostra vita.

Il modo in cui vogliamo bene non dice quasi nulla di noi, mentre quello con cui amiamo è il nostro vero nome, con cui siamo conosciuti nel mondo.

Voler bene è solo un lusso, un piccolo vizio, invece amare, e farlo con tutta la miseria che ci portiamo addosso, con tutti noi stessi, sopratutto le parti meno nobili, è un vero e puro bisogno.

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