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Scendere di un piano: dalla testa al cuore.

Oggi ti parlo di regole.

Questo è un blog giuridico quindi non deve certo fare strano, ma affronto l’argomento da un punto di vista diverso.

Che rapporto hai con le regole? Le detesti, le rispetti, le violi, le ossequi?

Il celebre racconto del figliol prodigo di cui alle letture di due domeniche fa é la storia di un padre che aveva due figli coglioni – ed è per questo che ogni genitore oggigiorno un po’ si immedesima subito…

Due coglioni in modo esattamente opposto tra loro: il primo credeva che violare le regole gli avrebbe dato la felicità, il secondo, tutto al contrario, che se avesse osservato sempre scrupolosamente quelle stesse regole, sarebbe automaticamente stato felice.

Attenzione, perché in questi due cretini c’è, a star scarsi, il 90% dell’umanità.

Come va a finire?

Che nessuno dei due è felice, finché non interviene il padre che dimostra loro una cosa essenziale: che non importa cosa fai con le regole, se ti metti loro di traverso o ne diventi un campione, l’unica cosa che importa è aprire e usare, volta per volta, il cuore.

Ricordarsi di averne uno, usarlo e sapere sempre che un cuore puro, dolce, che sa ascoltare e che ama davvero viene in ogni caso prima.

La storia di questi due coglioni salvati dal genitore 1 è la storia e l’attualità della nostra fede, il cristianesimo, ma é anche dentro altre tradizioni sapienziali planetarie, anche se nessuna come il cristianesimo ha mai espresso e incarnato queste cose così compiutamente.

Non ti porta alla felicità né violare le regole, e fare il male, né seguirle e quindi fare il bene non per amore, ma solo per paura di un castigo.

Va capito che le scritture non sono precetti, ma libri pieni di amore di un Dio, che ne conosce il vero cuore, verso l’uomo.

Mai come oggi le persone hanno bisogno di scendere giù di un piano, dalla testa al cuore, per vivere bene ed essere davvero felici.

Evviva noi.

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cultura diritto

Aborto: non un diritto, ma un trauma della donna.

Anche io ero tra quelle “non lo farei mai”. Poi l’ho fatto. Avevo 28 anni. Alle spalle altre due gravidanze, volute desiderate da due sposi innamoratissimi che avevano scoperto di essere entrambi portatori di una malattia genetica emersa alla nascita della loro figlia primogenita. Serena, occhi grandi neri, capelli da bambola, troppo bella per rimanere sulla terra. Abbiamo pregato il dio che voi ora invocate perché ce la lasciasse nonostante fosse condannata, senza cura, senza proroga, vedendola spegnersi ogni giorno con una fatica sovraumana per respirare, ma con occhi che chiedevano muti il perché. Il suo sorriso era l’ossigeno per andare avanti, il tempo vissuto il più prezioso della nostra vita insieme anche ora che siamo da 31 anni insieme. Mio marito un giovane e meraviglioso padre innamorato delle sue donne. Abbiamo dormito accanto alla sua piccola bara bianca, ci hanno staccato con la forza. Ho voluto che diventasse di nuovo padre ma sfortunatamente il cuore del piccolo che aspettavo, smise di battere prima di arrivare a fare l’amniocentesi per sapere se anche lui fosse affetto da SMA. Hanno dovuto stimolare il parto, ho avuto il travaglio, la rottura delle acque. Io e Francesco, questo è il nome che gli avevamo dato, siamo rimasti attaccati dal cordone ombelicale, ero in bagno l’ho visto: era un bambino, il mio bambino con gli occhi, le dita, i piedi, era un maschietto come sentivo prima di avere la conferma in quel bagno!! L’hanno riposto, benedetto, in una piccola bara bianca. Mio marito, da solo, ha seguito il carro funebre e posto un mazzo di fiori bianchi. Io, appena uscita dall’ospedale, sono andata da Francesco e gli ho chiesto perdono per non essere riuscita a farlo nascere. Ma non era finita. La mia determinazione nel voler avere figli nostri era pari solo alla nostra pazzia. Dopo pochi mesi mi accorgo di aspettare un bambino. La speranza tornava nella nostra vita. Questa volta riesco ad arrivare all’amniocentesi. Dopo 6 (SEI!!!!) settimane, a quasi sei mesi di gestazione mi comunicano che Gianluca era malato, affetto come Serena dalla SMA.la nostra decisione di interrompere la gravidanza era sofferta ma inevitabile. Serena era morta. La SMA è la prima causa di morte per i bambini al di sotto di un anno. Nessuna cura, nessuna speranza. Era luglio , il mio ginecologo, a cui avevo detto tutto il pregresso , mi fece sapere di essere obiettore e si rese irreperibile. Ho vagato per il Policlinico di Bari perché unica struttura in Puglia ad effettuare le interruzioni volontarie di gravidanza come in un girone infernale tra cliniche ostetriche, psichiatriche in ciabatte e pigiama, fingendomi una pazza affinché uno psichiatra che non conosceva la malattia, potesse dichiarare che il proseguimento della gravidanza poteva nuocere alla mia salute mentale. Ottenuta “la carta” , ho fatto l’ultima ecografia. “Signora perché piange? Vede il suo bambino si muove e sta bene ed è bello e cresciuto” Già, perché piangevo?? Dopo ore di attesa sono stata sistemata in una stanza dove c’erano mamme con i loro bambini e nonne e zii che andavano a trovarli e mi guardavano con orrore. L’aborto è indotto da una fattispecie di supposta che mi sono inserita in utero, da sola perché anche l’ostetrica era obiettrice e mi disse “Se lo vuoi fare, lo devi fare con le tue mani”. Il travaglio è durato 26 ore in cui mi sono contorta dal dolore, da sola , tra neomamme. Si sono rotte le acque e sono stata portata in sala parto. Ho visto Gianluca, ho sentito il passaggio della testa, delle spalle, delle gambe, l’ho visto, mio figlio, prima che lo mettessero in un contenitore, mio figlio regalato alla scienza. Ho chiesto di fare entrare mio marito, volevo piangere abbracciata a lui, ma non me l’hanno permesso, dovevo stare sola. Il giorno dopo, è arrivata anche la montata lattea , avevo il latte ma non il bambino. Dopo pochi mesi fui ricoverata per un’emorragia. Non erano mestruazioni ma un aborto spontaneo. Ero incinta ma non lo sapevo. Mio marito non voleva più vedermi in ospedale e mi disse chiaramente che non voleva avere più figli nostri. Lo convinsi e per amore iniziammo l’iter per l’adozione. Ottenuta l’idoneità,ci affidarono una bimba di 6 anni in pre-affido. Stava bene con noi e noi con lei. Mi accorsi di essere nuovamente incinta . Ero felice , avevo la bimba e aspettavo un bambino mio. Il padre della piccola, in carcere per un ergastolo, decise di opporsi all’adozione. Per farla breve la piccola dall’età di 15 anni si prostituisce. Ora ne ha 25. Il bambino che aspettavo ha 19 anni ed un fratello di 16.Nonostante questi doni, ogni giorno penso a quello che ho fatto. Ho interrotto volontariamente una vita, quella di mio figlio. Avrei voluto tutti i miei sei figli. I miei ragazzi sanno quello che ho fatto, hanno capito perché ma non riesco a perdonare me stessa. “Mamma quanto dolore hai dovuto sopportare”. Non capirete mai, per vostra fortuna. Non condannatemi, non giudicatemi. Mi sono giudicata e condannata senza appello da sola. E non mi sono perdonata.

Grazie per avere condiviso questa meravigliosa e commovente testimonianza con me e con tutti i lettori del blog, che fa capire ancora una volta come l’aborto – lungi dall’essere un «diritto» come pretenderebbe una modernità un po’ troppo giuliva, anche peraltro in contrasto con il dettato letterale della legge 194, che non lo definisce mai come tale – resta sempre un grande e tragico trauma per la donna.

Anche nella tua situazione, che è stata ed è naturalmente molto particolare e molto difficile.

Personalmente, sono certo che Dio ti abbia perdonato e che anche tu ora possa perdonare te stessa.

Non so se sei credente o meno, se tu lo fossi un buon modo per «lavorarci sopra» potrebbe essere quello di andare a parlarne con un consigliere spirituale; se non lo fossi, potresti sempre parlarne con un counselor o uno psicologo o comunque una persona in grado di dare un vero ascolto non giudicante.

Nella tua vita ora ci sono ora tante cose buone e questa è, finalmente, la luce.

Ti abbraccio e ti stringo forte: coraggio!

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Nullità del matrimonio religioso: si può fare a distanza?

La mia penso sia una delle più comuni situazioni di divorzio. Sposato per 3 anni dopo 6 anni di fidanzamento fatto di spostamenti con il treno per le lontane ubicazioni dove vivevamo. Non abbiamo avuto figli e piano piano è venuto meno il sentimento e l’affetto che c’era inizialmente, venendo fuori quello che eravamo realmente e che non eravamo riusciti a capire negli anni passati. Ci siamo separati in modo consensuale ed ottenuto con i tempi canonici anche il divorzio. Mi sono sposato di nuovo e vivo, dopo più di 20 anni, una situazione sentimentale ottima con 2 splendidi figli. Ho deciso di chiedere l’annullamento del matrimonio ma vige una situazione logistica e di rapporti sociali complicata. La mia ex vive ad Udine ed io vivo a Roma e le nostre amicizie sono terminate con la nostra separazione. So che c’è il bisogno della presenza di entrambi e di eventuali testimoni. Come si può risolvere la questione? Si possono fare delle transazioni remote?

Immagino che tu ti riferisca alla nullità del matrimonio concordatario, che penso desideriate per potervi sposare in Chiesa per motivi di fede.

Per quanto concerne questo tipo di nullità, al momento non è previsto un procedimento di tipo telematico, anzi è richiesta una presenza effettiva delle parti che sono esaminate a fondo dai giudici del tribunale ecclesiastico.

Se vuoi ottenere la nullità, dunque, devi rassegnarti a partecipare attivamente al processo, investendo anche negli spostamenti per raggiungere la sede del tribunale competente.

Avendo già tu ottenuto il divorzio, non sarà poi necessaria la delibazione, per cui almeno questo passaggio potrai risparmiartelo.

Se vuoi un preventivo per il processo di nullità del matrimonio, puoi chiederlo compilando il modulo allegato.

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diritto

Alfie: grazie per averci fatto capire chi siamo

Dove stiamo andando?

Oggi ti parlo di scienza, fede, diritti, Europa, nazismo, eugenetica, società multirazziale

Temi sicuramente molto alti e molto complessi, ma credo che una riflessione al riguardo, prendendo spunto dal caso di Alfie, sia doverosa e possa essere molto utile per capire chi siamo e dove stiamo andando.

Era comunque impossibile per me – che mi considero, e vengo generalmente considerato, un giurista che cerca di dare un «volto umano» a questa professione, tentando di metterci il cuore, e soprattutto un cuore vero e sano, non indurito – non parlarti del caso, anche legale, di Alfie Evans.

Il caso di Alfie.

Che cosa c’è che non va in questo caso, perché così tanta gente si è sollevata con proteste, iniziative, preghiere per la sorte di questo bambino che, invece, una parte dell’opinione pubblica considerava semplicemente un malato terminale che non si poteva far altro che «lasciar morire»?

Io – ti dico subito – la penso esattamente all’opposto di questi ultimi, considero gravissimo il comportamento delle autorità inglesi e sconcertante non solo l’indifferenza di tanta parte della popolazione, ma addirittura le giustificazioni che molte persone hanno dato a questo atteggiamento.

La realtà, purtroppo, è che nella morte di Alfie c’è il segno, che non possiamo far finta di non vedere per ragioni che ti illustrerò presto, di un programma eugenetico, che rappresenta l’ideologia ormai dominante nel cosiddetto mondo avanzato.

Sono argomenti molto pesanti e che fanno sicuramente tremare le vene e i polsi, ma proprio per questo vale la pena cercare di comprenderli un po’ più a fondo.

Non sarà un caso se Alfie è morto proprio mentre in Italia festeggiavamo, mi riferisco ovviamente al 25 aprile, la liberazione, da parte degli angloamericani, del nostro paese dal nazismo.

Questo povero agnello è stato immolato per farci capire tante cose…

La Germania di Hitler non avrebbe mai fatto morire così Alfie, questa cosa che è stata fatta nel Regno Unito, paese che per altri versi stimo tantissimo, è un vero e proprio neonazismo, peggiore del precedente, dove il valore della vita umana non c’è, dove esiste solo un ragionamento freddo e cervellotico per cui il materiale umano problematico può essere buttato come merce avariata.

La regola applicata ad Alfie.

Perché queste conclusioni così estreme, peraltro in bocca ad una persona, come me, di solito estremamente moderata nei toni e nei contenuti, tanto che, se mi segui, ti sarai sorpreso?

Si potrebbe dire che, in fondo, si è trattato dell’ennesimo caso sfortunato di malato terminale che non avrebbe potuto essere aiutato e rispetto al quale l’unica soluzione era lasciarlo morire.

Così come purtroppo avviene quotidianamente in tutte le parti del mondo con malati, anziani e così via, negli ospedali, nelle case, negli hospice, al riparo dallo sguardo altrui.

Il punto non è questo.

Ma il fatto che ai genitori è stato impedito dallo Stato con la forza di portare il figlio in altre strutture ospedaliere per una diagnosi ed un eventuale trattamento alternativo.

Guardiamo anche come è stato impedito.

Davanti all’ospedale in cui era ricoverato Alfie sono stati schierati 80 poliziotti Inglesi.

Quindi, vediamo di capire: la regola che vale in queste situazioni qual è?

Io ho un figlio che si ammala, respira a fatica.

Lo porto all’ospedale per farlo curare.

I medici sentenziano che è terminale, anche se ammettono – loro stessi, per primi – che non hanno capito bene che cos’abbia, sanno solo che è una malattia gravissima e terminale e, da quel momento, mio figlio diventa di proprietà dello Stato che ne fa quello che vuole?

Io, che sono il genitore, non posso né portarlo presso un altro ospedale, da un altro specialista, né, ancora meno, portarlo a casa, per farlo almeno morire nell’ambiente a lui familiare, abbracciato alla mamma e al papà?

Questo è quello che è accaduto nel caso di Alfie.

Lo Stato inglese, tramite il suo sistema sanitario dapprima e giudiziario poi, ha deciso che Alfie era «merce avariata».

Una volta deciso questo, però non si è limitato a dire, come forse sarebbe stato anche legittimo, «noi non ti forniamo più un respiratore perché costa ed è carico dei contribuenti ed è comunque, secondo i nostri accertamenti, inutile».

Lo Stato inglese ha detto agli Evans che non solo non ci poteva fare niente, ma che loro ormai non lo potevano portare più da nessuna altra parte e che dovevano rassegnarsi a lasciarlo morire in ospedale.

Poco importa che ci fossero ospedali, come il Bambino Gesù di Roma, disposti ad accoglierlo.

Alfie, un bambino di due anni, era stato valutato «merce avariata» e doveva morire lì dove si trovata e vaffanculo tutto il resto.

Se non è nazismo questo, allora io non so cosa altro possa esserlo.

Alla faccia di tutti quelli che diventano isterici quando qualcuno fa il saluto romano, oppure mettono l’hashtag #iosonounantifascista su twitter, e poi non muovono un dito quando uno Stato assassina un bambino di due anni impedendo ai genitori, viventi e capaci di intendere e di volere, non solo di farlo vedere da altri medici ma persino di farlo morire a casa.

L’eutanasia non si può imporre.

Forse è il caso che qualcuno dica una cosa molto semplice: l’eutanasia non può essere imposta.

Magari può anche essere giusto che sia a disposizione di chi, più o meno volontariamente (qui il discorso sarebbe lungo, ma oggi lasciamo stare), la sceglie, ma non la si può mai imporre.

Questa differenza è esattamente il salto che c’è tra un regime democratico e uno nazista ed eugenetico, dove la morte viene imposta perché un singolo è considerato merce avariata, dannoso per la società, esattamente come hanno fatto dozzine di dittatori, non solo Hitler, ma anche tanti altri, che avevano in comune un unico, identico pallino, quello di formare un «uomo nuovo» (tutti i dittatori sono ingegneri sociali, purtroppo) – peccato che questo famoso uomo nuovo si dovesse creare ammazzando tutti quelli che non rientravano nel disegno.

Mi chiedo anche dove fossero, quando si trattava di discutere di Alfie, gente come la Bonino e Cappato, paladini del diritto all’autodeterminazione che, evidentemente, per queste persone è un diritto che vale qualcosa ed è meritevole di tutela solo ed esclusivamente quando si deve morire, mentre quando chi lo deve esercitare sceglie la vita, allora deve prevalere la decisione dello Stato verso la morte.

Sono stato molto orgoglioso del mio Paese, l’Italia, per una volta nella vita, perché solo in Italia – dove resiste un piccolo zoccolo duro di cattolici e altre persone civili che hanno Dio davvero nel cuore, che è in grado di capire davvero situazioni come queste, in un mondo cosiddetto civilizzato in cui nessun altro le trova rilevanti – c’è stata una sollevazione e un movimento, sia a favore di Alfie che contro questo principio aberrante per cui lo Stato, quando un medico o una equipe di medici, che possono benissimo essere delle egregie teste di cazzo, decidono che tuo figlio è merce avariata, allora tu lo devi consegnare allo Stato perché lo lasci morire dove decide lui.

Cari Inglesi, vaffanculo, mi dispiace.

Credo che a tutto questo sia doveroso dire un «vaffanculo» gigante, quanto più grande possibile.

Sono 22 anni che faccio la professione, ho visto una pletora di errori medici. Ho un armadio a muro pieno di fascicoli in studio, chi vuole venire a vederli, nel rispetto della privacy, può farlo quando vuole. Non ho niente contro la categoria, e ringrazio Dio che esistano e siano a disposizione in caso di problemi, ma si tratta – evidentemente – di uomini che, come tutti, commettono errori.

Se la regola deve essere quella per cui se un medico dice che mio figlio è merce avariata e da quel momento è sequestrato per lasciarlo morire come dice lo Stato allora stiamo sbagliando tutto.

Il culto della scienza.

Abbiamo sostituito la scienza a Dio, ma – come ha ricordato papa Francesco (non uno dei miei pontefici preferiti, peraltro, come saprete) – la scienza non spiega tutto: ci sono milioni di diagnosi sbagliate, ci sono milioni di guarigioni che la scienza non spiega.

La verità evidentissima, sempre più evidente oggigiorno, è che facendo della scienza un vero e proprio dio, l’uomo ha commesso il solito vecchio peccato, da cui le scritture ci mettono in guardia da migliaia di anni: l’idolatria.

La verità, inoltre, è che nessuno, in fondo, ci capisce davvero un cazzo della vita e del corpo umano e che oggigiorno, quando qualcuno ti parla di scienza o di diritti, lo fa solo perché vuole incularti – la seconda parte, quella relativa ai diritti, essendo un avvocato te la posso dare ancora più per certa. Come facciamo a pensare che esistano ancora diritti quanto tutti i giudici e tutte le leggi inglesi sono state contro Alfie? Hai il diritto di entrare in un negozio e che sulla porta di uscita ci sia scritto «uscita», di tutto il resto la legge se ne lava le mani.

I diritti non esistono, la scienza non esiste, esiste il miracolo della vita e ci sono tanti uomini presuntuosi che pretendono di avere la spiegazione per tutto, loro e i loro begli articoli su pubmed che sono talmente tanti che nessun essere vivente potrebbe arrivare a leggerne nemmeno la metà se non facesse altro per tutta la vita – studi spesso progettati a cazzo, eseguiti peggio, letti e interpretati in maniera demenziale.

E questi uomini, questi «tecnici», questi incommensurabili ed infiniti stronzi dovrebbero decidere della vita dei nostri figli in modo così inappellabile? Che poi se mio figlio è ricoverato in un ospedale e la diagnosi è infausta mi mettono 80 poliziotti ed io devo prendere dei contractors per fare un raid e andare a riprendermi mio figlio per portarlo da un altro dottore?

I modelli di civiltà.

Ci sono quattro grandi modelli di civiltà al mondo: quella anglosassone, basata sul capitalismo selvaggio e l’interesse economico come criterio di ogni azione umana, quella islamica, quella dei cacciatori-raccoglitori e quella cattolica romana.

La più bella di tutte è sicuramente quella dei cacciatori-raccoglitori, che corrisponde allo stato naturale dell’uomo, quello che abbiamo avuto per milioni di anni, prima della rivoluzione agricola.

Per noi che siamo nati in cattività (queste parole non sono usate affatto a caso), è difficile diventare cacciatori-raccoglitori.

L’unico modello di civiltà valido, che mi sento di sposare in buona parte, è quello cristiano cattolico, l’unico che di fronte alla vicenda orribile di Alfie ha sentito qualcosa nel cuore.

Sono pieno di compassione e gratitudine per Alfie e la sua famiglia e di orgoglio per il mio Paese e quella parte di esso che ha sentito suo dovere prendersi a cuore questo caso e rimarcare che noi, ci dispiace, ma non saremo mai come gli Inglesi, i Tedeschi, i Danesi e tutti gli altri popoli europei, noi siamo quelli che queste cose non le accettano.

Questo è stato un momento di morte ma anche di luce che dovremo ricordarci per sempre.

E non perché ci siamo inventati una cosa dall’universo pizza e mandolino, ma perché abbiamo una cultura di venti secoli sulla quale insistiamo che queste cose sa bene che vengono da Satana e da nessun altro, una cultura fatta di Agostino, Francesco, Dante, Manzoni, solo per citarne alcuni in mezzo a decine di migliaia – a proposito, anche Shakespeare, come tanti altri Inglesi illuminati (tra cui Oscar Wilde, in punto di morte, ma anche Tolkien, Lewis, ecc.) era cattolico.

Ecco perché l’Italia è martoriata più di altri Stati dal fenomeno delle cosiddette migrazioni, che sono in realtà vere e proprie invasioni bianche, fatte per lo più da maschi adulti provenienti da paesi che non soffrono problemi economici o politici, finanziate dallo Stato e dall’Unione Europea con i soldi dei contribuenti: perché solo qui si annida ancora l’unica vera cultura in grado di opporsi al merdaio del mondialismo.

Esagero parlando di nazismo?

Ho esagerato parlando di nazismo in Europa, ancora peggiore di quello originario?

Facciamo un altro esempio. Guardate questa foto.

Questi sono tre uomini in divisa che costringono una donna a spogliarsi, davanti a tutti.

Anche qui nessuno ha detto nulla, ma è stata una cosa di una vergogna davvero infinita.

Qui siamo a Nizza, in Francia, dove il sindaco si inventa che le donne islamiche non possono portare il velo perché non conforme alla nostra cultura – come se l’Europa, dove trovare una persona che capisce qualcosa è ormai più faticoso che trovare un ago in un pagliaio, avesse ancora una cultura.

Anche qui quelle che diventano isteriche quando si parla di violenza contro la donna sono restate significativamente mute.

Ma come si fa non solo ad ammettere ma addirittura a prescrivere una cosa del genere?

Intanto un uomo, per dovere o per qualsiasi altro motivo, non dovrebbe mai obbligare una donna a spogliarsi di un millimetro di vestiti di più di quelli di cui lei ha ritenuto di coprirsi.

Mai per nessuna ragione.

Io, se fossi stato in uno di quei poliziotti, avrei detto al Sindaco di andarci lui e avrei fatto obiezione di coscienza. Ci sono cose che un uomo, se vuole essere davvero tale, deve rifiutarsi di fare e questa per certo è una di quelle.

Questa è una scena che in Europa non si vedeva dai tempi dei campi di concentramento: un gruppo di maschi in divisa che costringe una donna a spogliarsi per motivi razziali o religiosi.

Io la trovo di una vergogna abissale e mi fa incazzare ancora oggi a più di un anno di distanza.

Ma anche qui nessuno ha detto nulla, anzi sicuramente ci sono stati molti che hanno persino approvato.

Allora, scusate, forse due domande però, come europei, ce le dobbiamo fare.

Prima apriamo le porte a tutti – grave errore, perché la società multirazziale non può funzionare – poi quando gli ospiti fanno cose che non tanto ci piacciono torna fuori l’Hitler che c’è in noi?

Un famoso antifascista, Piero Gobetti, disse molto giustamente che il fascismo è stata l’autobiografia della nazione italiana. Oggi si tende a pensare a Mussolini come uno che è stato calato in Italia da Marte, in realtà è stato portato al potere dal consenso.

Vuoi vedere che qualcosa è rimasto?

Allora che senso ha far venire in Europa persone da ogni parte del mondo con culture diverse e difficili da gestire?

Avevamo la cultura e la tradizione sapienziale più ricca del mondo e della storia – il cristianesimo – e abbiamo buttato tutto nel cesso in nome della modernità.

Abbiamo aperto le porte a tutti e quando tutti arrivano e, comprensibilmente, vogliono fare come insegna la loro cultura, l’unica soluzione che troviamo è recuperare il nazismo?

Conclusioni.

Vuoi vedere, soprattutto, che il mondialismo e la globalizzazione sono peggiori del nazismo?

Perché senza fare nessuna guerra ma in modo sottile uccidono ugualmente le culture, le etnie e le persone, per rendere gli uomini sempre più deboli, introducendo, senza campi di concentramento, strumenti di morte e di divisione, come aborto, divorzio, utero in affitto, disposizioni anticipate di trattamento?

Parliamone.

Direi che sia il caso, altrimenti rischiamo di non sapere dove cazzo stiamo andando.

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diritto

Ripartire dal cuore: anche nella pratica legale.

Oggi parliamo di sofferenza, ascolto, compassione e fede.

Cosa c’entrano con la pratica legale? In realtà, sono temi fondamentali per chiunque svolga una delle professioni di cura, nel cui novero rientra certamente anche quella forense.

Nel mio lavoro di avvocato, e anche in quello, ulteriore, di mediatore familiare, la sofferenza mi scorre davvero davanti tutti i giorni, come un film, una pellicola che non finisce mai di essermi proiettata in faccia.

Anche pochi giorni fa, in un solo giorno di lavoro, ho fatto quattro appuntamenti, persone sempre più devastate negli affetti, nella vita, stremate, che non ne possono più da mesi, anni, ed io che le devo ascoltare fino in fondo, mettermi due orecchie da elefante, perché…

Perché oggi nessuno ha più amici, familiari, coniugi che lo ascoltano davvero, ma soprattutto perché è solo con l’ascolto prestato mantenendo il silenzio, senza dire nulla, senza interrompere, che posso iniziare a farle guarire, o comunque dare loro un principio di qualcosa, un inizio.

Non dico niente, mi limito ad ascoltare davvero finché loro non vedono una scheggia della loro stessa sofferenza brillare nei miei occhi, allora finalmente succede qualcosa e si può iniziare a pensare a quel che si può fare.

Generalmente, si crede che un avvocato debba essere un bravo oratore.

In realtà è vero in primo luogo tutto il contrario: un bravo avvocato deve essere, prima di qualsiasi altra cosa, un grande «ascoltatore».

L’avvocato, più che le famose palle, deve avere, insomma, due grandi orecchie.

È esattamente così che sono diventato a poco a poco, da generico credente qual ero, un cristiano sempre più convinto, anche se mai bigotto.

Se sento qualcuno smadonnare, mi metto magari ancora a ridere, perché in fondo aveva ragione Guareschi: in Emilia non si bestemmia affatto per ateismo, ma per far dispetto a Dio.

Ognuno ha i suoi difetti: chi ruba, rapina, violenta, scoccia, importuna, non vota, abbandona i cani; io sono molto credente, in un mondo che lo considera un errore sconveniente e per nulla simpatico, ma spero che mi vorrete accettare a corpo, con anche i pochi pregi che ho.

Si diventa ferventi, o comunque più ferventi di prima, nella fede toccando, tutti i santi giorni e più volte al giorno, lo sfacelo della nostra civiltà e il disagio profondo, lo smarrimento, l’assenza di lenitivi anche blandi al dolore in cui vivono quasi tutte le persone oggigiorno, e facendo entrare questi problemi in te.

Molte volte vorrei pregare per queste persone, e per lo sfacelo del mondo di cui sono segni, e ogni tanto lo faccio col pensiero, esattamente come si pone la mano sul capo di un morto per recitare un’Ave Maria, una cosa forse anche considerabile da molti oggigiorno come inutile ma che, per qualche misteriosa ragione, è l’unica che ti può dare conforto in quei momenti, in cui ti trovi di fronte all’ineluttabile, allo sfacelo profondo, l’unica che, tutto al contrario, senti che valga la pena di fare.

È così che, man mano, ho sentito sempre più di appartenere, sia pure nella mia miseria e infinita piccolezza, a Dio, in un mondo ormai pressoché completamente dominato dal maligno (1Gv 5,19), maligno di cui le persone sono povere vittime, spesso innocenti, colpevoli solo di aver creduto ad una delle sue solite ma riverniciate bugie, riportate dappertutto e ripetute ossessivamente – quella con cui mi trovo più spesso ad avere a che fare io è «Cambia coniuge! Sarà meglio non tanto per te, quanto e soprattutto per i tuoi figli. Enjoy!».

Quello che penso quotidianamente, al più tardi alla sera, dopo aver visto tutto il giorno i frutti marci della modernità, è che non sia, non possa proprio, essere questo il modo di vivere, perché questo modo di vivere non può che condurci all’infelicità, la nostra, ma soprattutto ancora quella dei nostri figli.

In un noto saggio di Risè si riporta una constatazione che può sembrare banale, ma che tale non è, secondo cui noi Italiani abbiamo scoperto, tra gli anni 50 e 60, che la ricchezza non era affatto meno problematica da gestire della povertà.

È verissimo.

Oggi, nelle nostre vite, lavoriamo, cioè dedichiamo il nostro tempo e la nostra attenzione – che sono acqua e fertilizzante – al mondo della materia, delle cose materiali, a quello dell’intelligenza della mente, che è servile, tramite gli studi, al benessere del corpo, tramite lo sport, ma chi è rimasto a lavorare sul proprio cuore?

Non so se la fede possa essere una risposta per tutti, magari è più probabile che ognuno debba trovare la propria strada, ma di sicuro non si può continuare a vivere così, come bestie, come poveri idioti che, partiti con la convinzione di seguire il loro cuore, in realtà lo stanno completamente tradendo, stanno tradendo il vero cuore dell’uomo, e poi non lo trovano, anzi lo perdono completamente, insieme a loro stessi.

Quindi la tua strada cercatela, lavora su te stesso, sul tuo cuore e la tua compassione per ogni essere vivente, a partire da te stesso, e, soprattutto, stai attento ai falsi idoli, che sono oggi numerosissimi e dappertutto.

Noi non siamo esseri tendenti naturalmente al bene, se seguiamo solo i nostri istinti otteniamo soddisfazioni momentanee, che però a lungo termine ci conducono alla rovina. Le scritture dicono chiaramente che non è il pane che nutre l’anima dell’uomo: si tratta di una verità universale, valida per tutti gli uomini, come una legge di natura. La nostra anima non vive di soddisfazioni materiali, beni, istinti.

Abbiamo, tutto al contrario, bisogno di significato, e quasi sempre il significato lo otteniamo solo (lo dico ancora una volta da cattolico, voi traducetelo in quel che preferite) con una croce da portare, perché è solo la sofferenza, oggi generalmente rifuggita come una cosa deprecabile e opportunamente evitabile con una pastiglia e un ciclo di sedute da uno psicologo – consigliate anche a chi avrebbe solo bisogno di un abbraccio – a prescinderne dallo scopo, che comprova quanto crediamo davvero, in che cosa e soprattutto in chi.

E la felicità, nel cuore dell’uomo, si ottiene solo facendo la cosa giusta, non quello che ci andrebbe al momento.

Chiediamoci sempre cosa stiamo facendo e se davvero è la cosa giusta.

C’è una coscienza dentro di noi, la devastazione derivante dal fatto che la maggior parte delle persone oggigiorno la spegne o semplicemente non l’ascolta credo sia sotto gli occhi di tutti.

Rimettiamo il cuore al centro di tutto.

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Separazioni, divorzi, crisi familiari: amare è una forma di preghiera.

Le ultime riflessioni dalla trincea separazioni e divorzi sono, innanzitutto, che siamo sempre più fragili.

Se dovesse arrivare veramente l’ISIS, o chiunque l’altro, sarà sufficiente una piccola spintarella per farci cadere e andare completamente in frantumi. Magari, addirittura, non sarà nemmeno necessario, nel frattempo saremo caduti da soli.

Parliamo di noi stessi come di una civiltà e dei musulmani come di «incivili», mentre la realtà è – tutto all’opposto – che qui da noi ormai non c’è più nessuna civiltà (a meno di non ritenere segni di civiltà, ad esempio, le leggi europee sull’obbligo di mettere il cartello «toilette» sui bagni), ma solo una mandria di vacche, mentre quella islamica, per quanto da molti non condivisibile, è una vera civiltà, intesa come comunità osservante con profonda convinzione un nucleo fondamentale di regole comuni.

La mancanza di cose davvero serie e gravi da affrontare ci ha fragilizzato, ha determinato la venuta di una generazione debolissima, inadeguata ad affrontare la vita o anche solo a capirne il senso e, di conseguenza, a darsi significato, che è una cosa, per l’essere umano, irrinunciabile.

Nel grande libro magico, c’è scritta una cosa assolutamente fondamentale che oggigiorno non segue quasi più nessuno: «Per questo l’uomo abbandona suo padre e sua madre e si unisce alla sua donna e i due diventano una sola carne» (Genesi 2, 24).

Il punto irrinunciabile è dunque abbandonare la famiglia di origine, lasciare madre e padre e capire che la famiglia, dopo il matrimonio o la formazione della convivenza, è quella con il coniuge. Prendere questo estraneo, che è il partner, è diventare più che un parente di sangue con lui («una sola carne»).

I miei amici atei sostengono simpaticamente che la bibbia sarebbe solo un testo compilato da pastori ignoranti 8.000 anni fa, in realtà, se così fosse, a quei pastori andrebbe dato atto di aver capito, da ignoranti e 8 secoli fa, una cosa fondamentale, che oggi, che siamo tanto evoluti, non siamo più in grado di comprendere nè, tantomeno, interiorizzare. Quei pastori analfabeti erano molto più saggi dell’uomo occidentale medio, formato da anni di scuola, contemporaneo.

Ma torniamo al punto: abbandonare il padre e la madre. È vero, i nostri genitori ci hanno amato tantissimo, in modo assoluto, ma, per qualche strano mistero, non è a loro che dobbiamo restituire questo debito, bensì ai nostri figli, dando lo stesso amore. Senza esagerare, peraltro, chè se li amiamo troppo finiamo, anche noi, per rovinarli. Forse questo è il motivo per cui chi sceglie di non avere figli finisce poi per riempirsi la casa di gatti, o per prendere un cane e mettergli il cappottino. È per questo che la vita si vive all’avanti, senza guardarsi mai indietro, se non vogliamo diventare statue di sale come la moglie di Lot.

Il secondo punto è che amare davvero è qualcosa per la gente con le palle e purtroppo oggi ce ne sono davvero poche.

Amare non è affatto un rapporto sinallagmatico, io ti amo se tu mi ami, amare è una scelta, una promessa, un qualcosa che ha a che fare con il trascendente e ci mette in contatto con esso. Come ha detto Guillaumet, qualcosa che solo l’uomo può fare, perché l’uomo è a immagine e somiglianza di Dio. Amare davvero è sicuramente una forma di preghiera, per lo più quotidiana, costante, dolce e vera. Non è per le cose e le persone del mondo che si ama, ma per qualcosa di superiore.

Invece è lunghissima la teoria di gente che mi trovo davanti tutti i giorni che si lamenta del coniuge, perché ha fatto, o non fatto, questa o quell’altra cosa. Il fatto è che per amare non dobbiamo dipendere da nessuno fuorché da noi stessi, o da Dio per chi crede: se vogliamo amiamo, decidiamo di amare, altrimenti pace, vaffanculo, basta, evidentemente non è una cosa per noi, siamo negati, meglio lasciar perdere.

Tutti sono capaci di amare chi li ricambia, tutti. Chi ama davvero prescinde da queste cose, chi è cristiano addirittura deve essere capace di amare il suo nemico; e notare che, tra i propri nemici, spesso bisogna annoverare noi stessi, per cui anche su questo il cristianesimo vince a mani basse.

Un qualche genio ha detto che saremo giudicati per come trattiamo gli animali. Posso dire che lo saremo anche per come trattiamo il nostro coniuge, o compagno, colui che abbiamo promesso di amare, la persona che ci è stata messa accanto nella vita, quella speciale, che può essere solo una, non possono essere né due, né tantomeno tre o quattro o oltre?

E poi basta pensare solo al giudizio o al regno dei cieli. Fare certe cose, fare la cosa giusta, è un piacere e una realizzazione già qui, sulla terra, è ciò che ci dà quel significato di cui oggi abbiamo disperato bisogno, che mendichiamo in continuazione ma che ricerchiamo in cose che non ce lo possono dare, come gli oggetti, come certe ideologie assolutamente demenziali e contrarie alla nostra natura, nelle quali tuttavia ci spertichiamo per credere e alle quali siamo istericamente attaccati.

C’è un piacere squisito nel fare quello che crediamo giusto, piuttosto che quello che ci piacerebbe fare secondo gli istinti, o che sarebbe più comodo e conveniente. È il piacere di chi si vuole bene e dà significato a sé stesso, accettando la sofferenza che serve a qualcosa e dimostrando a sé stesso che vale, che è qualcosa di diverso da una bestia; o, detto in altri termini, non è il solito povero coglione che va dove lo porta il suo cuore (salvo aver regolarmente bisogno, poco dopo, che il suo cervello lo vada a riprendere).

Amare è una scelta assoluta e senza compromessi. Non è possibile giustificarsi dicendo cose come «No, ma perché lei, quando io sono stato ammalato, non è andata nemmeno a prendermi la Tachipirina!». Se facciamo così, subordiniamo noi stessi, la nostra identità e il nostro significato a delle cazzate, ma soprattutto finiamo per rendere la nostra stessa vita una cazzata. Potete dire quel che volete, ma è così.

Non è giusto nemmeno dire «Io ho le mie colpe, ma anche lei/lui…». Va bene solo, ed esclusivamente, la prima parte: occupiamoci delle nostre colpe e lavoriamo su noi stessi. Se vogliamo convincere il nostro coniuge, continuiamo a guardare nella direzione che desideriamo, ma non facciamo altro. Quanto agli altri, infatti, dovranno essere loro ad occuparsi delle proprie eventuali colpe, sono cazzi loro.

Dio non ama e non aiuta chi si lamenta, questa è un’altra cosa che la nostra generazione di immaturi, abituati a lamentarsi per invocare l’aiuto di mamma, papà e, spesso, del coniuge – coniuge che nell’immaginario malato di molti li deve sostituire -, non capirà se non in rari casi e difficilmente.

Dio aiuta chi si aiuta da solo e per primo, secondo il noto, e verissimo, adagio. Ma anche secondo il Vangelo: a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quel poco che ha (in questo passo c’è la chiave della vita, ci torneremo sopra).

Una volta che si sceglie di amare, comunque, bisogna farlo per sempre e fino in fondo a prescindere da quel che si riceve indietro, dalla meritevolezza dell’altro. Basta metterci sempre al centro, basta dire «Io», io ho fatto questo e quell’altro e anche lei o lui ha sbagliato. Ovviamente anche lei o lui ha sbagliato, grazie al cazzo, tutti sbagliano, non è questo il punto, il punto sono le palle che hai tu o non hai.

Le tue palle dipendono solo da te stesso, mai da nessun altro.

Non aspettate nessun altro per essere come vi sembra giusto, altrimenti la vostra vita sarà solo una processione di giustificazioni, intervallata da lamentele.

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La buona battaglia, di Susanna Bo: una vicenda di amore, morte, fede.

La buona battaglia

Oggi vi presento un libro eccezionale, finito da poco: Susanna Bo, La buona battaglia.

Lo dico subito: lo stile con cui è scritto questo libro è scolastico, piuttosto elementare, a volte anche un po’ banalotto forse. Difficile da apprezzare in sè e per sè. Ma questo lavoro resta un’opera bellissima, da leggere assolutamente. Io l’ho appena terminato, ne ho già riletto diversi passaggi e credo che continuerò ancora.

Come è possibile?

Il libro racconta una vicenda vera, vissuta dall’autrice, che ha sposato un uomo malato di tumore, poi deceduto nonostante dodici operazioni alla testa, pressoché una per ogni anno di durata del loro matrimonio, lasciandola con due figlie.

È un libro sull’amore, la fede, la malattia e tante altre cose fondamentali per la vita di ogni uomo.

Il taglio adottato dall’autrice è molto semplice e consiste nell’essersi messa completamente e sinceramente a nudo, senza lesinare nemmeno quando si trattava di parlare delle sue miserie e della sua inadeguatezza a fronteggiare le situazioni che le si paravano davanti.

Tutto al contrario della impostazione solitamente trombeggiante dei testi autobiografici, la Bo sembra quasi aver scritto questo lavoro anche per espiare i suoi errori, confessandoli al pubblico e a se stessa, con la conseguenza che alla fine emerge ancora di più in tutta la sua grandezza.

Le persone tendono a pensare che chi affronta certe vicende sia «bravo», superiore alla media, tanto che spontaneamente gli fanno i complimenti. La Bo ci dimostra che non è vero niente, sono le persone normali, con tutto il loro corredo di pregi e difetti, che si trovano a volte a dover avere a che fare con cose molto più grandi di loro, con momenti tragici e, a volte, sono completamaente inadeguate, salvo trovare conforto in valori generalmente messi da parte nella vita più spicciola, come ad esempio la fede, quella vera, l’amore.

Questo libro, e la sua tormentata vicenda, dimostrano ancora una volta un concetto che mi è caro e cioè che non esistono, in tema di fede e amore, valori assoluti: nessuno è mai credente al 100%, ed è questo che generalmente le persone non capiscono. La fede è un talento e va coltivata. Per quanto tu la possa coltivare, in certi momenti sarai al 60%, in altri al 90%, in altri ancora ti sembrerà di non averne affatto. La stessa, identica cosa vale per l’amore. Non sono doni che cadono dal cielo, ma talenti e ambedue vanno coltivati. Che la fede e l’amore siano doni che possano esserci o non esserci a prescindere da quello che fati tu è una delle più grosse boiate che si dicono, non è vero affatto.

Vediamo adesso alcuni passaggi particolarmente significativi, come faccio sempre quando vi presento un libro, a volte con qualche commento, a volte no.

«Che potevo offrire la mia sofferenza, donarla al Signore». Qui è il protagonista del libro, Luigi, che parla della sua malattia, quella che poi lo porterà alla morte, dicendo che la sofferenza di ognuno è un po’ come quella di Cristo, che ha senso solo se viene vista come un’offerta a Dio. Lo stesso Luigi poi ammette, in un passaggio bellissimo, che la sofferenza a volte può anche non avere senso, ma per chi la prova c’è il bisogno di credere che lo abbia. Molto umano, molto importante per tutti coloro che stanno vicino ad una persona che si trova in questo stato.

«Il demonio vi fotte facendovi fare cose stupide. O tu sei troppo intelligente per credere al demonio?». Quando parlo del demonio, la gente mi prende in giro. In realtà, credere che non esista è il primo passo per lasciargli la porta aperta. Ma non dovete credere necessariamente al diavolo, pensate che esiste il male e che ha una sua vitalità. È quella che vi assale quando siete sconfortati e vi fa disperare ancora di più, convincendovi di cose che non sono vere solo per precipitarvi ancora di più nel pessimismo, rendendovi ancora più incapaci di risolvere i vostri probemi. È quello che vi fa essere gelosi di un compagno che in realtà non ha fatto niente, solo perché a voi «sembra» così. I demoni, vi posso assicurare, esistono, almeno dentro alle nostre teste – e questo è quanto basta. Non siate mai quelli che sono troppo intelligenti da credere che non esistano, che siano cose medioevali. Nel medioevo i demoni davano molti meno problemi di oggi, gli uomini del medioevo erano molto più attrezzati di noi per affrontarli. Anche perché «il diavolo sa ben citare la Sacra Scrittura per i suoi scopi». E quindi, in conclusione: «il segreto col demonio non è mica saper rispondere. Il segreto è non rispondere.»

«Mi ricordo quando ho capito che c’era tutto un mondo, fuori da quell’ospedale, che mi aspettava e di cui non mi fregava un accidente.» Questa è una battuta di Susanna, pronunciata in occasione di una delle operazioni subite da Luigi. È meravigliosa, perché c’è dentro tutto intero il concetto di amore: quando una persona preferisce stare in un luogo infernale, mesto, triste, desolato, pauroso, piuttosto che in un qualsiasi altro luogo del mondo, perché in quel posto c’è la persona che ama. Questo è il vero amore, come ho scritto in questo altro mio post: amare significa voler stare nello stesso posto in cui si trova l’amato, ignorando tutti gli altri. A maggior ragione se questo posto è l’inferno.

Sempre in tema di amore, la Bo ci regala un’altra perla «Perché non puoi parlare quando incontri qualcuno di cui tu sei parte». Con questa frase, l’autrice spiega il fatto che le scritture, mentre riportano le parole pronunciate da Adamo quando vide Eva, non dicono nulla su quello che disse Eva quando si trovò avanti Adamo. Così, quando incontri una persona con cui ti senti intimamente legato, tanto da farne parte, senti che non c’è bisogno di dire nulla. È un concetto cui sono molto legato, da cui il mio aforisma per cui «Stiamo in silenzio per parlare con chi ci ama».

«È incredibile quanto puoi urlare mentre perdi la persona che ami. E per quanto puoi urlare, il tuo grido è solo un bisbiglio. Un suono così debole che assomiglia a un pensiero, a un sussurro.»

E ora alcune perle di saggezza incredibili sul matrimonio e la coppia, pronunciate da un amico dell’autrice divenuto uno dei protagonisti del libro: «Il matrimonio non è quella torta millefoglie a dieci piani con la panna e con le ciliegine sopra, possibilmente snocciolate, che ve mangerete al pranzo de nozze. Il matrimonio è pane duro. Che spezza i denti… A me me fanno ridere, Shoshanna, quelli che dicono che in una coppia l’importante è capirsi. Ma che stanno a dì? Ma chi l’ha mai capita, Mariangela? Io no di certo. Come lei non ha mai capito me. Eppure siamo sposati da trent’anni. E c’abbiamo un figlio. E lo sai perché? Perché l’importante non è mica capirsi, in un matrimonio… È qualche anno che va tanto di moda quel libro, come se chiama… quello che ha scritto quella tua omonima… Va’ dove ti porta il cuore. Sì… vacci, dove te porta il cuore. Lo sai dove me porta il mio, de cuore? A dare una coltellata a mia moglie. E lei a me. E allora capisci che l’importante in un matrimonio non è capirsi. L’importante è perdonarsi».

Non mancano nemmeno le battute salaci. Sempre da parte dell’amico di prima, una consolazione: «Susà, non te devi preoccupare. Ne ho conosciute tante, de coppie, dove uno dei due era molto malato… e la sai una cosa? È sempre morto prima quello sano» ????????????. E ancora «I dolori del parto sono così lancinanti che subito dopo averli provati hai rispetto per ogni madre che esista sulla faccia della terra, e per un mese non riesci più a pensare male neanche di tua suocera».

E ora due passaggi che mi piacciono molto e credo siano ricchissimi. Non per la battuta in sè, ma perché nella parte in cui è contenuta l’autrice racconta di aver pensato, in quel periodo, con sincera convinzione, che non amava più il marito. Salvo ricredersi poco più tardi, tornando a vedere la grandezza della persona che aveva accanto. «Mi ero legata a una persona che avevo già smesso di amare prima del matrimonio, questa era la verità. Non c’erano altre spiegazioni al mio malessere. Perché l’amore può finire. E il mio era finito… Diventammo ben presto due estranei che vivevano insieme; a stento ci parlavamo e l’intimità era diventata un vago ricordo, come le risate. Cominciai a pensare che non avrei mai dovuto sposarti e nemmeno conoscerti. Avrei voluto cancellarti dalla mia esistenza. Odiavo la tua barba lunga, il tuo abbigliamento trasandato, il tuo sguardo sempre perso nel vuoto». E inoltre, a proposito della fede, quando si avvicinava il momento della morte del marito: «Ecco, ci ero arrivata. Dopo tanti anni nella Chiesa, cinque di matrimonio e trenta di vita, anche per me era arrivato il momento in cui sarei stata sola e mi sarei chiesta se Dio esistesse veramente e, se la risposta era sì, cosa c’entrasse con la mia vita, se avesse cura di me, se mi amasse, se potessi fidarmi di lui.»
Questo è il concetto che dicevamo prima non si è mai credenti o innamorati al 100%, in certi momenti si può anche pensare di essere senza fede o senza amore, ma poi entrambi tornano, se riusciamo a vedere la dolcezza di Dio e la grandezza delle persone che ci sono accanto.

Molto belle le riflessioni nel periodo più difficile e dopo la morte di Luigi. «Anche le lacrime sono un dono». «Così, col passare del tempo, mi è diventata sempre più chiara una cosa e cioè che io avevo due strade davanti a me: la prima, vivere come se tu non ci fossi più; la seconda, vivere nella realtà, cioè come se tu ci fossi ancora. Perché tu c’eri ancora. Perché tu ci sei ancora.» «Lo diceva anche sant’Agostino: quelli che ci hanno lasciato non sono assenti, sono solo invisibili; e tengono i loro occhi pieni di gloria fissi nei nostri pieni di lacrime».

E la conclusione, come spesso avviene, è che «ci sono problemi che noi risolviamo; e ce ne sono altri che invece risolvono noi».


Vi consiglio dunque di leggere quest’opera bellissima e, in fondo, simpatica, piena di vita, anche se parla molto di morte, amore e fede. Come al solito, a mio giudizio è preferibile il formato ebook, prendete ovviamente la seconda edizione, curata dalle edizioni Paoline, e non la precedente.