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Essere grati per la sofferenza: è possibile?

«Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1).

Non é forse questo quello che capita anche a noi periodicamente nella vita?

Siamo condotti ogni tanto, ma regolarmente, nel deserto.

Il deserto affettivo, la tristezza, la desolazione: condizioni in cui la tentazione di cedere alle scorciatoie, alle illusioni, agli espedienti – tutte cose che non ci danno la vera felicità – é più forte del solito.

Tutto questo avviene… anche per la nostra crescita personale.

Chi è infatti che ci conduce in questi deserti?

Non è il diavolo, non è la sfortuna, ma è lo stesso Spirito.

Ma perché Dio che ci ama ci sottopone alla sofferenza, ad una sofferenza a volte così intensa?

Ciò che è ingiusto per l’uomo, può essere giusto per lo Spirito

Ma, soprattutto, ciò che è giusto per lo Spirito può sempre essere utile all’uomo, se l’uomo, che ha una sua parte da fare a riguardo, fa le scelte giuste.

È una strana verità, ma davvero dobbiamo essere grati per tutto il dolore che riceviamo e per tutti i deserti che attraversiamo perché sono le uniche cose che ci consentono di capire chi siamo davvero e quale è il segno che lasceremo sulla parete dell’eternità.

Ecco perché il primo comandamento – che, in realtà, non è una regola ma una ricetta per la felicità – é quello di amare lo Spirito con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima e con tutta la nostra mente, anche, anzi soprattutto quando, come un padre severo ma pieno di amore, ci sottopone a delle prove difficili e dolorose, ma necessarie.

Sia sempre fatta la sua volontà.

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Ripartire dal cuore: anche nella pratica legale.

Oggi parliamo di sofferenza, ascolto, compassione e fede.

Cosa c’entrano con la pratica legale? In realtà, sono temi fondamentali per chiunque svolga una delle professioni di cura, nel cui novero rientra certamente anche quella forense.

Nel mio lavoro di avvocato, e anche in quello, ulteriore, di mediatore familiare, la sofferenza mi scorre davvero davanti tutti i giorni, come un film, una pellicola che non finisce mai di essermi proiettata in faccia.

Anche pochi giorni fa, in un solo giorno di lavoro, ho fatto quattro appuntamenti, persone sempre più devastate negli affetti, nella vita, stremate, che non ne possono più da mesi, anni, ed io che le devo ascoltare fino in fondo, mettermi due orecchie da elefante, perché…

Perché oggi nessuno ha più amici, familiari, coniugi che lo ascoltano davvero, ma soprattutto perché è solo con l’ascolto prestato mantenendo il silenzio, senza dire nulla, senza interrompere, che posso iniziare a farle guarire, o comunque dare loro un principio di qualcosa, un inizio.

Non dico niente, mi limito ad ascoltare davvero finché loro non vedono una scheggia della loro stessa sofferenza brillare nei miei occhi, allora finalmente succede qualcosa e si può iniziare a pensare a quel che si può fare.

Generalmente, si crede che un avvocato debba essere un bravo oratore.

In realtà è vero in primo luogo tutto il contrario: un bravo avvocato deve essere, prima di qualsiasi altra cosa, un grande «ascoltatore».

L’avvocato, più che le famose palle, deve avere, insomma, due grandi orecchie.

È esattamente così che sono diventato a poco a poco, da generico credente qual ero, un cristiano sempre più convinto, anche se mai bigotto.

Se sento qualcuno smadonnare, mi metto magari ancora a ridere, perché in fondo aveva ragione Guareschi: in Emilia non si bestemmia affatto per ateismo, ma per far dispetto a Dio.

Ognuno ha i suoi difetti: chi ruba, rapina, violenta, scoccia, importuna, non vota, abbandona i cani; io sono molto credente, in un mondo che lo considera un errore sconveniente e per nulla simpatico, ma spero che mi vorrete accettare a corpo, con anche i pochi pregi che ho.

Si diventa ferventi, o comunque più ferventi di prima, nella fede toccando, tutti i santi giorni e più volte al giorno, lo sfacelo della nostra civiltà e il disagio profondo, lo smarrimento, l’assenza di lenitivi anche blandi al dolore in cui vivono quasi tutte le persone oggigiorno, e facendo entrare questi problemi in te.

Molte volte vorrei pregare per queste persone, e per lo sfacelo del mondo di cui sono segni, e ogni tanto lo faccio col pensiero, esattamente come si pone la mano sul capo di un morto per recitare un’Ave Maria, una cosa forse anche considerabile da molti oggigiorno come inutile ma che, per qualche misteriosa ragione, è l’unica che ti può dare conforto in quei momenti, in cui ti trovi di fronte all’ineluttabile, allo sfacelo profondo, l’unica che, tutto al contrario, senti che valga la pena di fare.

È così che, man mano, ho sentito sempre più di appartenere, sia pure nella mia miseria e infinita piccolezza, a Dio, in un mondo ormai pressoché completamente dominato dal maligno (1Gv 5,19), maligno di cui le persone sono povere vittime, spesso innocenti, colpevoli solo di aver creduto ad una delle sue solite ma riverniciate bugie, riportate dappertutto e ripetute ossessivamente – quella con cui mi trovo più spesso ad avere a che fare io è «Cambia coniuge! Sarà meglio non tanto per te, quanto e soprattutto per i tuoi figli. Enjoy!».

Quello che penso quotidianamente, al più tardi alla sera, dopo aver visto tutto il giorno i frutti marci della modernità, è che non sia, non possa proprio, essere questo il modo di vivere, perché questo modo di vivere non può che condurci all’infelicità, la nostra, ma soprattutto ancora quella dei nostri figli.

In un noto saggio di Risè si riporta una constatazione che può sembrare banale, ma che tale non è, secondo cui noi Italiani abbiamo scoperto, tra gli anni 50 e 60, che la ricchezza non era affatto meno problematica da gestire della povertà.

È verissimo.

Oggi, nelle nostre vite, lavoriamo, cioè dedichiamo il nostro tempo e la nostra attenzione – che sono acqua e fertilizzante – al mondo della materia, delle cose materiali, a quello dell’intelligenza della mente, che è servile, tramite gli studi, al benessere del corpo, tramite lo sport, ma chi è rimasto a lavorare sul proprio cuore?

Non so se la fede possa essere una risposta per tutti, magari è più probabile che ognuno debba trovare la propria strada, ma di sicuro non si può continuare a vivere così, come bestie, come poveri idioti che, partiti con la convinzione di seguire il loro cuore, in realtà lo stanno completamente tradendo, stanno tradendo il vero cuore dell’uomo, e poi non lo trovano, anzi lo perdono completamente, insieme a loro stessi.

Quindi la tua strada cercatela, lavora su te stesso, sul tuo cuore e la tua compassione per ogni essere vivente, a partire da te stesso, e, soprattutto, stai attento ai falsi idoli, che sono oggi numerosissimi e dappertutto.

Noi non siamo esseri tendenti naturalmente al bene, se seguiamo solo i nostri istinti otteniamo soddisfazioni momentanee, che però a lungo termine ci conducono alla rovina. Le scritture dicono chiaramente che non è il pane che nutre l’anima dell’uomo: si tratta di una verità universale, valida per tutti gli uomini, come una legge di natura. La nostra anima non vive di soddisfazioni materiali, beni, istinti.

Abbiamo, tutto al contrario, bisogno di significato, e quasi sempre il significato lo otteniamo solo (lo dico ancora una volta da cattolico, voi traducetelo in quel che preferite) con una croce da portare, perché è solo la sofferenza, oggi generalmente rifuggita come una cosa deprecabile e opportunamente evitabile con una pastiglia e un ciclo di sedute da uno psicologo – consigliate anche a chi avrebbe solo bisogno di un abbraccio – a prescinderne dallo scopo, che comprova quanto crediamo davvero, in che cosa e soprattutto in chi.

E la felicità, nel cuore dell’uomo, si ottiene solo facendo la cosa giusta, non quello che ci andrebbe al momento.

Chiediamoci sempre cosa stiamo facendo e se davvero è la cosa giusta.

C’è una coscienza dentro di noi, la devastazione derivante dal fatto che la maggior parte delle persone oggigiorno la spegne o semplicemente non l’ascolta credo sia sotto gli occhi di tutti.

Rimettiamo il cuore al centro di tutto.

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La buona battaglia, di Susanna Bo: una vicenda di amore, morte, fede.

La buona battaglia

Oggi vi presento un libro eccezionale, finito da poco: Susanna Bo, La buona battaglia.

Lo dico subito: lo stile con cui è scritto questo libro è scolastico, piuttosto elementare, a volte anche un po’ banalotto forse. Difficile da apprezzare in sè e per sè. Ma questo lavoro resta un’opera bellissima, da leggere assolutamente. Io l’ho appena terminato, ne ho già riletto diversi passaggi e credo che continuerò ancora.

Come è possibile?

Il libro racconta una vicenda vera, vissuta dall’autrice, che ha sposato un uomo malato di tumore, poi deceduto nonostante dodici operazioni alla testa, pressoché una per ogni anno di durata del loro matrimonio, lasciandola con due figlie.

È un libro sull’amore, la fede, la malattia e tante altre cose fondamentali per la vita di ogni uomo.

Il taglio adottato dall’autrice è molto semplice e consiste nell’essersi messa completamente e sinceramente a nudo, senza lesinare nemmeno quando si trattava di parlare delle sue miserie e della sua inadeguatezza a fronteggiare le situazioni che le si paravano davanti.

Tutto al contrario della impostazione solitamente trombeggiante dei testi autobiografici, la Bo sembra quasi aver scritto questo lavoro anche per espiare i suoi errori, confessandoli al pubblico e a se stessa, con la conseguenza che alla fine emerge ancora di più in tutta la sua grandezza.

Le persone tendono a pensare che chi affronta certe vicende sia «bravo», superiore alla media, tanto che spontaneamente gli fanno i complimenti. La Bo ci dimostra che non è vero niente, sono le persone normali, con tutto il loro corredo di pregi e difetti, che si trovano a volte a dover avere a che fare con cose molto più grandi di loro, con momenti tragici e, a volte, sono completamaente inadeguate, salvo trovare conforto in valori generalmente messi da parte nella vita più spicciola, come ad esempio la fede, quella vera, l’amore.

Questo libro, e la sua tormentata vicenda, dimostrano ancora una volta un concetto che mi è caro e cioè che non esistono, in tema di fede e amore, valori assoluti: nessuno è mai credente al 100%, ed è questo che generalmente le persone non capiscono. La fede è un talento e va coltivata. Per quanto tu la possa coltivare, in certi momenti sarai al 60%, in altri al 90%, in altri ancora ti sembrerà di non averne affatto. La stessa, identica cosa vale per l’amore. Non sono doni che cadono dal cielo, ma talenti e ambedue vanno coltivati. Che la fede e l’amore siano doni che possano esserci o non esserci a prescindere da quello che fati tu è una delle più grosse boiate che si dicono, non è vero affatto.

Vediamo adesso alcuni passaggi particolarmente significativi, come faccio sempre quando vi presento un libro, a volte con qualche commento, a volte no.

«Che potevo offrire la mia sofferenza, donarla al Signore». Qui è il protagonista del libro, Luigi, che parla della sua malattia, quella che poi lo porterà alla morte, dicendo che la sofferenza di ognuno è un po’ come quella di Cristo, che ha senso solo se viene vista come un’offerta a Dio. Lo stesso Luigi poi ammette, in un passaggio bellissimo, che la sofferenza a volte può anche non avere senso, ma per chi la prova c’è il bisogno di credere che lo abbia. Molto umano, molto importante per tutti coloro che stanno vicino ad una persona che si trova in questo stato.

«Il demonio vi fotte facendovi fare cose stupide. O tu sei troppo intelligente per credere al demonio?». Quando parlo del demonio, la gente mi prende in giro. In realtà, credere che non esista è il primo passo per lasciargli la porta aperta. Ma non dovete credere necessariamente al diavolo, pensate che esiste il male e che ha una sua vitalità. È quella che vi assale quando siete sconfortati e vi fa disperare ancora di più, convincendovi di cose che non sono vere solo per precipitarvi ancora di più nel pessimismo, rendendovi ancora più incapaci di risolvere i vostri probemi. È quello che vi fa essere gelosi di un compagno che in realtà non ha fatto niente, solo perché a voi «sembra» così. I demoni, vi posso assicurare, esistono, almeno dentro alle nostre teste – e questo è quanto basta. Non siate mai quelli che sono troppo intelligenti da credere che non esistano, che siano cose medioevali. Nel medioevo i demoni davano molti meno problemi di oggi, gli uomini del medioevo erano molto più attrezzati di noi per affrontarli. Anche perché «il diavolo sa ben citare la Sacra Scrittura per i suoi scopi». E quindi, in conclusione: «il segreto col demonio non è mica saper rispondere. Il segreto è non rispondere.»

«Mi ricordo quando ho capito che c’era tutto un mondo, fuori da quell’ospedale, che mi aspettava e di cui non mi fregava un accidente.» Questa è una battuta di Susanna, pronunciata in occasione di una delle operazioni subite da Luigi. È meravigliosa, perché c’è dentro tutto intero il concetto di amore: quando una persona preferisce stare in un luogo infernale, mesto, triste, desolato, pauroso, piuttosto che in un qualsiasi altro luogo del mondo, perché in quel posto c’è la persona che ama. Questo è il vero amore, come ho scritto in questo altro mio post: amare significa voler stare nello stesso posto in cui si trova l’amato, ignorando tutti gli altri. A maggior ragione se questo posto è l’inferno.

Sempre in tema di amore, la Bo ci regala un’altra perla «Perché non puoi parlare quando incontri qualcuno di cui tu sei parte». Con questa frase, l’autrice spiega il fatto che le scritture, mentre riportano le parole pronunciate da Adamo quando vide Eva, non dicono nulla su quello che disse Eva quando si trovò avanti Adamo. Così, quando incontri una persona con cui ti senti intimamente legato, tanto da farne parte, senti che non c’è bisogno di dire nulla. È un concetto cui sono molto legato, da cui il mio aforisma per cui «Stiamo in silenzio per parlare con chi ci ama».

«È incredibile quanto puoi urlare mentre perdi la persona che ami. E per quanto puoi urlare, il tuo grido è solo un bisbiglio. Un suono così debole che assomiglia a un pensiero, a un sussurro.»

E ora alcune perle di saggezza incredibili sul matrimonio e la coppia, pronunciate da un amico dell’autrice divenuto uno dei protagonisti del libro: «Il matrimonio non è quella torta millefoglie a dieci piani con la panna e con le ciliegine sopra, possibilmente snocciolate, che ve mangerete al pranzo de nozze. Il matrimonio è pane duro. Che spezza i denti… A me me fanno ridere, Shoshanna, quelli che dicono che in una coppia l’importante è capirsi. Ma che stanno a dì? Ma chi l’ha mai capita, Mariangela? Io no di certo. Come lei non ha mai capito me. Eppure siamo sposati da trent’anni. E c’abbiamo un figlio. E lo sai perché? Perché l’importante non è mica capirsi, in un matrimonio… È qualche anno che va tanto di moda quel libro, come se chiama… quello che ha scritto quella tua omonima… Va’ dove ti porta il cuore. Sì… vacci, dove te porta il cuore. Lo sai dove me porta il mio, de cuore? A dare una coltellata a mia moglie. E lei a me. E allora capisci che l’importante in un matrimonio non è capirsi. L’importante è perdonarsi».

Non mancano nemmeno le battute salaci. Sempre da parte dell’amico di prima, una consolazione: «Susà, non te devi preoccupare. Ne ho conosciute tante, de coppie, dove uno dei due era molto malato… e la sai una cosa? È sempre morto prima quello sano» ????????????. E ancora «I dolori del parto sono così lancinanti che subito dopo averli provati hai rispetto per ogni madre che esista sulla faccia della terra, e per un mese non riesci più a pensare male neanche di tua suocera».

E ora due passaggi che mi piacciono molto e credo siano ricchissimi. Non per la battuta in sè, ma perché nella parte in cui è contenuta l’autrice racconta di aver pensato, in quel periodo, con sincera convinzione, che non amava più il marito. Salvo ricredersi poco più tardi, tornando a vedere la grandezza della persona che aveva accanto. «Mi ero legata a una persona che avevo già smesso di amare prima del matrimonio, questa era la verità. Non c’erano altre spiegazioni al mio malessere. Perché l’amore può finire. E il mio era finito… Diventammo ben presto due estranei che vivevano insieme; a stento ci parlavamo e l’intimità era diventata un vago ricordo, come le risate. Cominciai a pensare che non avrei mai dovuto sposarti e nemmeno conoscerti. Avrei voluto cancellarti dalla mia esistenza. Odiavo la tua barba lunga, il tuo abbigliamento trasandato, il tuo sguardo sempre perso nel vuoto». E inoltre, a proposito della fede, quando si avvicinava il momento della morte del marito: «Ecco, ci ero arrivata. Dopo tanti anni nella Chiesa, cinque di matrimonio e trenta di vita, anche per me era arrivato il momento in cui sarei stata sola e mi sarei chiesta se Dio esistesse veramente e, se la risposta era sì, cosa c’entrasse con la mia vita, se avesse cura di me, se mi amasse, se potessi fidarmi di lui.»
Questo è il concetto che dicevamo prima non si è mai credenti o innamorati al 100%, in certi momenti si può anche pensare di essere senza fede o senza amore, ma poi entrambi tornano, se riusciamo a vedere la dolcezza di Dio e la grandezza delle persone che ci sono accanto.

Molto belle le riflessioni nel periodo più difficile e dopo la morte di Luigi. «Anche le lacrime sono un dono». «Così, col passare del tempo, mi è diventata sempre più chiara una cosa e cioè che io avevo due strade davanti a me: la prima, vivere come se tu non ci fossi più; la seconda, vivere nella realtà, cioè come se tu ci fossi ancora. Perché tu c’eri ancora. Perché tu ci sei ancora.» «Lo diceva anche sant’Agostino: quelli che ci hanno lasciato non sono assenti, sono solo invisibili; e tengono i loro occhi pieni di gloria fissi nei nostri pieni di lacrime».

E la conclusione, come spesso avviene, è che «ci sono problemi che noi risolviamo; e ce ne sono altri che invece risolvono noi».


Vi consiglio dunque di leggere quest’opera bellissima e, in fondo, simpatica, piena di vita, anche se parla molto di morte, amore e fede. Come al solito, a mio giudizio è preferibile il formato ebook, prendete ovviamente la seconda edizione, curata dalle edizioni Paoline, e non la precedente.