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Facciamo il gioco di non capire?

Nella pratica legale, ci sono delle vertenze dove tra il proprio cliente, la controparte e il legale di controparte si instaura una gara informale a chi capisce meno la situazione, a chi riesce a comportarsi in maniera più inopportuna e a chi riesce a sfornare le idee più stupide, sia di metodo che di sostanza.

In quei casi, ovviamente, chi riesce ad avere una visione più lucida deve armarsi di molta pazienza, che é una delle qualità più importanti in un avvocato, all’esatto contrario di quanto ritengono i mitizzatori della nefastissima figura dell'”avvocato con le palle”.

Non è raro in queste ipotesi, dove, proprio per le maggiori difficoltà di trattazione, c’è maggiore sofferenza, che il proprio cliente venga a chiedere due cose.

La prima è ovviamente uno sconto sul compenso professionale richiesto, visto che ormai lui, poverino, sta “spendendo molto” e la cosa non sembra avviarsi verso una risoluzione, almeno in tempi brevi.

La seconda é la richiesta di “velocizzare” la trattazione della vertenza perché lui, il cliente, non ne può più o, magari, in fondo si tratterebbe di una cosa abbastanza semplice.

Queste due richieste, quando vengono manifestate, testimoniano sempre immancabilmente la distanza abissale che a volte c’è tra chi è il protagonista di un conflitto legale, da un lato, e la realtà, dall’altro – distanza che, si noti, é per certo una delle concause del problema legale che si è venuto a determinare.

In questi casi, l’avvocato non deve gettare la spugna, ma continuare a svolgere il suo lavoro di rimettere il proprio cliente contro la realtà finché magari non riesce ad assorbirne un poco, esattamente come fa il prozac con i neuroni e la serotonina.

L’avvocato deve dunque pazientemente spiegare che non può fare nessuno sconto, ma, dei due, considerata la pesantezza della situazione e la difficoltà del lavoro, dovrebbe semmai, tutto al contrario, chiedere dei soldi in più.

Poi deve dire che lui non lavora in una situazione che rientra interamente nella sua sfera di dominio e quindi non può garantire date di consegna del lavoro come può fare ad esempio un progettista, perché ciò dipende anche da quello che faranno o opineranno altre persone dotate di libero arbitrio.

Se poi ci riesce, l’avvocato può provare anche a dire al proprio cliente che, per lui stesso, sarebbe più utile, anziché lambiccarsi con queste idee senza senso, dedicarsi a ciò che davvero potrebbe giovargli, come la raccolta dei documenti e degli altri elementi che servono effettivamente per la conduzione della vertenza.

Il dolore degli assistiti va sempre accolto ed ascoltato, questo è fuori discussione, ma non va mai e poi mai assecondato; anche questo è fondamentale ed è il frutto più fecondo della posizione di alterità dell’avvocato, che gli consente di mantenere una quantomai necessaria visione lucida pur in mezzo a tanta evidente sofferenza.

Come ammonivano, con infinita saggezza, gli antichi: nemo iudex in re sua.

Che poi è il fondamento della necessità di relazionarsi con un avvocato tutte le volte in cui hai un problema legale.

In tutto questo, non mi stancherò mai di ripetere che la crisi della giustizia é la crisi del ceto forense e che la crisi del ceto forense non è economica o di altro tipo, come si vaneggia più volte al giorno da anni, ma quasi esclusivamente cognitiva.

Le vertenze legali non si risolvono perché troppi avvocati ormai non capiscono più niente e così finiscono per non svolgere in modo funzionale il loro lavoro.

Se un assistito, infatti, ha diritto di non capire nulla, specialmente quando é nella sofferenza, il senso della professione di avvocato é solo quello della presenza di un professionista in grado di guardare la situazione del cliente con lucidità e con tutta una serie di qualità dell’essere che sono la compassione, l’ascolto, non solo del proprio cliente, ma anche di tutti gli altri, la diplomazia, la già citata pazienza e così via.

Quando questo viene a mancare e tu ti ritrovi sempre più spesso a leggere lettere e atti in cui é evidente che l’avvocato non ha messo nulla di proprio, ma si è limitato come un cronista malcapitato a raccogliere il maldestro e spesso bacatissimo punto di vista del cliente, allora capisci che ci sono davvero pochi margini di manovra.

Queste sono le realtà con cui i non moltissimi avvocati rimasti con un po’ di sale in zucca devono spesso avere a che fare, la riforma Cartabia da questo punto di vista é il nulla al quadrato, é pura inconsistenza, puro vapore, puro niente.

Ci vediamo lungo la strada.

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CTU: se una parte non lo paga, paga tutto l’altra?

mio padre ha attualmente in corso una causa con un architetto che a seguito di lavori svolti presso la sua abitazione, ha provato ad estorcergli 6mila€. Nel corso della causa il giudice ha nominato un perito che ha effettuato una perizia presso l’abitazione di mio padre ed al seguito di quest’ultima si è visto richiedere dal tribunale il pagamento di € 900 quale somma dovuta al perito. Mio padre ha regolarmente pagato entro i termini prefissati, ma pochi giorni dopo è stato contattato dalla banca perché il tribunale ha eseguito un pignoramento di €2900 e rotti in quanto la controparte non ha pagato il perito, essendosi dichiarata nullatenente (un architetto che gira con un mercedes da 90 e più mila €). Vorrei sapere se questa cosa fatta dal tribunale è giusta e se ci sono mezzi per opporsi al pignoramento. Di certo sto vivendo in prima persona lo schifo del sistema giudiziario italiano.

La giustizia di questa cosa ognuno deve valutarla da sé, qui non discutiamo, generalmente, di cosa è giusto o meno, ma di quello che è legittimo o illegittimo, cioè previsto e consentito dalla legge, o meno, a prescindere dall’eventuale giustizia o ingiustizia.

A questo riguardo, ti devo dire che la cassazione, ad esempio, ha più volte ribadito la regola secondo cui l’obbligo di pagare la prestazione eseguita dal consulente tecnico d’ufficio, o CTU, ha natura solidale ex art. 1294 c.c., in considerazione del fatto che la sua prestazione viene svolta nell’interesse di tutte le parti del giudizio (Cass, n. 6199/96 ed altre ivi citate; 2262/04; 17953/05; 20314/06; 23586/08).

Quando una obbligazione è solidale, il creditore, nel nostro caso il CTU, può richiedere l’intero pagamento ad uno qualsiasi dei condebitori, mentre saranno poi i condebitori a regolare gli obblighi tra loro mediante l’esercizio dell’azione di regresso.

Quando in una obbligazione ci sono più debitori, peraltro, la solidarietà è la regola e la soluzione diversa, che si chiama parziarietà, rappresenta l’eccezione; un esempio di obbligazioni parziarie sono quelle successorie: qui il creditore può chiedere ai singoli eredi solo la rispettiva parte di ciascuno di essi e non l’intero.

Quindi tutto quello che è accaduto è legittimo ed è previsto così perché il CTU, che viene chiamato a prestare la propria opera lavorativa all’interno di un processo senza avere alcuna colpa di eventuali malefatte compiute dall’uno o dall’altra parte, è bene che abbia le maggiori garanzie possibili di ricevere il proprio compenso, anche perché, come ricorda la cassazione, lui lavora cercando di agevolare l’accertamento della verità, cosa che dovrebbe essere nell’interesse di entrambe o tutte le parti del giudizio.

Sotto un altro profilo, comunque, tuo padre non avrebbe dovuto apprendere del pignoramento dalla telefonata della banca, perché, se è vero che il decreto di liquidazione del CTU è titolo esecutivo, è anche vero che la notifica del precetto resta pur sempre necessaria. Tuo padre, dunque, prima del pignoramento avrebbe dovuto ricevere la notifica del precetto. Se l’ha ignorata, purtroppo, deve imputare a sé l’aver fatto andare avanti il pignoramento, con la successiva crescita esponenziale delle spese legali e correlativa figura non eccezionale con la banca.

Per quanto riguarda la causa attualmente pendente, direi che sarebbe stato meglio procedere, in un caso del genere, con un ricorso ex art. 696 bis cpc per CTU preventiva, ma ormai il discorso, essendo la CTU stata fatta, è superato.

Potete valutare l’azione di regresso nei confronti dell’architetto, e magari un esposto disciplinare, per dire di più bisognerebbe vedere la documentazione del pignoramento e quella anteriore e successiva.

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Regresso imposta di registro: c’è tutela legale?

Alcuni anni fa si optò per la chiusura definitiva di una vertenza stipulando un atto di transazione autorizzato da DAS (sentenza primo grado a mio favore).
In detto atto è convenuto che la controparte assolva al pagamento dell’imposta di registro della sentenza.
La controparte non ha provveduto all’impegno preso e nei primi giorni di aprile è pervenuta al sottoscritto una richiesta di pagamento dell’imposta di registro dall’A.E.
Si è inoltrata denuncia assicurativa a DAS chiedendo il suo patrocinio ma DAS non lo concede adducendo il fatto che “oggetto della vertenza è la tassa di registro e tasse, imposte e tributi ineriscono a materia esclusa dalla copertura assicurativa”.
Nelle condizioni di polizza è riportato che DAS non assume a proprio carico il pagamento di oneri fiscali ma ciò non ha alcuna inerenza con la richiesta di patrocinio presentata.
Nella denuncia si chiede assistenza legale per far sì che controparte adempia a un impegno preso nell’atto di transazione.

Sono d’accordo con te, il caso dovrebbe essere oggetto di copertura da parte della compagnia di tutela legale.

Infatti, la vertenza riguarda non l’eventuale impugnazione o comunque consulenza riguardo ad una imposta – quella di registro – da pagare, ma l’adempimento della transazione come tu stesso hai indicato oppure comunque l’azione di regresso che, se pagherai l’imposta, effettuerai nei confronti dell’altro debitore in solido – che, a mente della transazione sottoscritta, è tenuto a corrispondere tale importo totalmente.

Il problema attuale, dunque, non interessa la materia fiscale, che giustamente le polizze di tutela legale tendono a escludere sempre, dal momento che problematiche di questo genere sono troppo diffuse per poter essere gestite tramite uno strumento del genere, anche perché si indurrebbero gli utenti a fare ricorsi anche senza adeguate basi legali, dal momento che sarebbero «gratuiti», ma questioni che sono di natura civilistica.

Con DAS, che è una compagnia di grande qualità che ho consigliato a tanti clienti e che ho utilizzato con soddisfazione molte volte, non ho mai avuto problemi ad ottenere copertura, credo che sia solo questione di illustrare adeguatamente, più nel dettaglio tecnico, la situazione al liquidatore che si occupa del caso.

Diciamo che ad una prima approssimazione potrebbe sembrare una questione fiscale, ma una volta che si approfondisce un attimo si capisce che è una problematica di tipo civile.

Se vuoi assistenza da parte nostra per questa cosa, puoi chiedere un preventivo compilando il modulo apposito nel menu principale del blog, non so se ne possa tuttavia valere la pena.