«Fate bene attenzione, dunque, a come ascoltate: perché chi ha molto riceverà ancor di più; ma a chi ha poco sarà portato via anche quel poco che pensa di avere» (Gesù di Nazareth, Luca 8:18)
In queste poche parole di Cristo, riportate nel vangelo di Luca, c’è la chiave fondamentale per affrontare la vita. C’è il lavoro che dobbiamo fare in continuazione, tutti i momenti, su noi stessi, dal momento in cui prendiamo coscienza fino a quello in cui lo perdiamo.
Perché Dio dice che sarà dato a chi ha già e tolto a chi non ha? Non è, questo, ingiusto? Non è, inoltre, contrario a quello che comunemente si pensa essere cristiano, che consiste per lo più nell’aiutare dando a chi ha bisogno, a chi ha meno degli altri, non certo a chi ha «molto»?
Eppure queste parole di Cristo sono sacrosante.
Gesù ci dice di fare attenzione a come ascoltiamo. Significa che dobbiamo prestare attenzione a come sentiamo, quindi valutiamo e giudichiamo il mondo esterno e in particolare quello che ci accade.
Dentro di noi c’è un’anima che osserva, ascolta, quello che ci succede. E poi ne dà una sua lettura. C’è modo e modo di ascoltare, non è affatto un momento passivo, non è una mera misurazione del mondo e di quello che ci accade, perché dipende da come noi percepiamo quello che ascoltiamo, dal significato che diamo a quanto ci capita, ai fatti della nostra vita.
Chi è allora che ha molto, e chi è che ha poco? Dipende da noi stessi avere molto o poco, dal modo in cui «ascoltiamo» quello che ci accade.
Quelli che hanno molto, per spiegarlo con una nota metafora, sono ad esempio coloro che vedono sempre il bicchiere mezzo pieno, ne sono felici, ne gioiscono e non si lamentano. Costoro sono quelli che riceveranno man mano sempre di più.
Quelli che hanno poco, invece, sono coloro che vedono sempre il bicchiere mezzo vuoto, quelli che guardano sempre a quello che non hanno, piuttosto che a quello che hanno: quello che hanno – per lo più – lo danno per scontato, acquisito, noioso, insulso, inutile. Gesù qui è molto chiaro: costoro perderanno anche quel «poco» (attenzione: non è un poco oggettivo, sono loro stessi che lo considerano poco) che hanno.
Sembrava ingiusto, invece è giustissimo.
É difficile da capire in una società di immaturi, di eterni bambini abituati a lamentarsi, perché lamentarsi é il metodo migliore per ottenere l’aiuto di altri – tipicamente genitori, ma anche amici e colleghi – considerato indispensabile per poter risolvere i propri problemi o anche solo migliorare la propria vita, ma é così.
Dio invece non ama particolarmente, e non aiuta, chi si lamenta!
Dio ci ama in realtà, ma a chi si lamenta offre solo il suo silenzio, cosi come un bravo padre non accondiscende mai ai capricci di un figlio. Questo silenzio, percepito come un’assenza, un’ingiustizia, é invece sacrosanto, perché Dio non può aiutarci finché non la smettiamo di lamentarci, finché non comprendiamo il valore di ciò – poco o tanto – che abbiamo e ne siamo grati (o almeno non ce ne lamentiamo). È una conseguenza del libero arbitrio: se scegliamo le cose buone avremo il suo aiuto e faremo passi da gigante; finchè non lo scegliamo, resteremo a terra, sprofondando anzi sempre di più.
Attenzione. Vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto significa esattamente dare per scontati un coniuge, un figlio, un amico, un collega di lavoro, un lavoro stesso. Significa pensare che siano «poco» per noi, perché si meriterebbe di più, si pensa sempre di meritare di più.
Ma chi pensa che un coniuge sia troppo poco per lui, che meriterebbe di più e di meglio, finisce per perderlo. Perchè lo dà per scontato, e se lo dà per scontato cosa fa? Lo trascura. Non lo sente suo, quindi non lo cura. Senza cura l’amore sfiorisce. L’ho visto accadere centinaia di volte. É matematico, é una sicurezza, ed é tutta colpa sua, anche se spesso non se ne rende nemmeno conto.
Ecco perché chi pensa di avere poco finirà per perdere tutto quello che ha, perché ciò che si considera «poco» non si ama, non si coltiva, non si cura. Chi ha poco ha in realtà tanto, ma é così presuntuoso da non capirlo.
Viceversa, chi considera tanto quello che ha (poco o tanto che sia) avrà sempre di più. Perché vivrà la vita con felicità, fede, ottimismo e sarà così pronto a cogliere le occasioni che gli si presenteranno, a differenza degli altri, impegnati per lo più a recriminare. Avrà un terreno buono, pulito e in ordine per tutti i semi che vi porterà il vento…
In questa puntata del podcast non parliamo di un problema legale, ma di un problema personale, a partire sempre da una domanda mandataci da una nostra ascoltatrice tramite messaggio vocale su whatsapp. Rispondendo a questa ragazza, con il metodo tipico del counseling che utilizzo con le persone che seguo direttamente, ho toccato molti temi interessanti per la crescita personale e l’uscita dalls sofferenza. Pertanto ho effettuato una trascrizione curata di questo episodio, in modo che sia fruibile da quante più persone possibile. Si tratta comunque di temi di cui ti tornerò a parlare, perché sono molto importanti per qualsiasi ipotesi di cura della persona.
Aggiungo solo che il tema di come uscire da una relazione disfunzionale è centrale per tantissime persone. Proprio stamattina sono stato due ore con una persona che, dopo dieci anni, deve ancora uscire del tutto dalla relazione col marito…
Data l’importanza degli argomenti trattati, per questa puntata del podcast ti ho preparato una trascrizione curata, cioè editata e sistemata, in modoc he i contenuti possano essere fruiti anche in questo modo. Ti raccomando però sempre di ascoltare la puntata in originale, magari due o tre volte, per assorbire meglio i concetti.
Introduzione
Buongiorno. Oggi ascoltiamo un quesito di tipo personale, non è un problema di tipo legale come quelli che vediamo di solito, ma un problema appunto di tipo personale, che vedremo di affrontare dal punto di vista del counseling, ma sentiamo prima un attimo la nostra sigla…
Sono Tiziano Solignani avvocato cassazionista, mediatore familiare e counselor. Oltre vent’anni fa ho aperto il blog degli avvocati dal volto umano pensando che dovesse esserci un mondo diverso e più umano di affrontare i problemi legali. In questo podcast, rispondo a domande lasciatemi per iscritto o tramite messaggio vocale da utenti della rete che hanno problemi legali o personali, intervisto esperti su temi di grande interesse e propongo riflessioni e approfondimenti in cui condivido la mia esperienza di oltre due decenni per evitare alle persone di incorrere in problemi o prendere vere e proprie fregature. Iscriviti al podcast e al blog all’indirizzo blog.solignani.it per non perdere consigli fondamentali o interviste interessanti su temi utili per la vita di tutti i giorni. Puoi seguire i blog e il podcast via mail o tramite il canale telegram. Lascia la tua recensione sul podcast su iTunes. Se vuoi comprare un’ora della mia attenzione sul tuo problema puoi acquistare una consulenza dalla home page del blog.
Bene, adesso sentiamo la domanda che ci ha mandato la nostra ascoltatrice tramite il solito messaggio vocale.
Ricordo che anche tu puoi mandare un messaggio collegandoti alla home page del blog all’indirizzo blog.solignani.it e facendo tap sul pulsante verde in basso a destra.
La domanda
«
Buonasera, ho di recente chiuso una relazione che presentava queste caratteristiche sin da subito la persona che frequentavo ha dimostrato un forte attaccamento verso di me ed un forte desiderio di voler definire la relazione anche se in tempi molto brevi. Poi a questa prima fase per così dire idilliaca in cui quella persona sembrava ricalcare tutte le caratteristiche da me desiderate, ne è seguita una di svalutazione in cui, la persona sembrava pretestuosa per creare litigi molto spesso per tutte le ragioni, dove si innescava un forte senso di colpa per poi approdare a una fase finale di abbandono e chiusura. A questo abbandono io penso di essere appunto la causa della rottura reagivo con determinazione al fine di trovare una soluzione e poter ripristinare la relazione questa sorta di rituale, un meccanismo, se in un primo momento mi sembrava essere giustificato da una serie di paure, di insicurezze, provate dalla persona poi nel ripetersi ciclicamente abbia creato un forte senso di inadeguatezza impotenza e sofferenza questo mi ha spinto a documentarmi con video di psicologia su YouTube anche grazie all’aiuto di persone esperte al fine di trovare una spiegazione. Sono giunta alla conoscenza di un ambito estremamente complesso ed ampio come quello dei disturbi di personalità e si è instaurata in me la consapevolezza di essermi a trovata all’interno di una relazione tossica con un manipolatore affettivo probabilmente affetto da narcisismo ora, pur avendo chiusa la relazione, mi trovo spesso a dover gestire all’altalenanza di momenti di forte mancanza quasi di astinenza ed altri più sopportabili in quanto la relazione aveva alimentato questo dualismo tra emozioni forti positive e negative a punto da creare una vera e propria dipendenza. Ora le chiedevo per chi appunto si fosse trovato all’interno di queste **relazioni tossiche** con persone disturbate comunque affette da patologie disturbi di personalità quale fosse il percorso per poter uscirne e soprattutto quale spiegazione darsi al fine di comprendere perché si siano tirate la nostra vita e conseguentemente condurci alla **guarigione** delle nostre **ferite primordiali** o a poter dare inizio a un percorso di crescita che ci permetta poi in un futuro ha di non attirarle nuovamente grazie
»
Le mie osservazioni
Attenzione alla mentalizzazione
Cosa si può dire, quali sono le osservazioni che si possono fare relativamente alla tematica, a quello che ci ha raccontato, ai problemi che ha posto la nostra ascoltatrice?
In generale mi sento di fare un’osservazione e cioè che queste situazioni non si prestano ad essere affrontate bene con una eccessiva mentalizzazione…
Facendo un attimo una premessa più generale, qui oggi noi tendiamo a vivere – questa è un una circostanza che viene ricordata da tutte le persone che si occupano di spiritualità – tendiamo a vivere troppo nella mente e troppo poco nel cuore, siamo nell’epoca della mentalizzazione, c’è anche un post nel blog in cui parlo di questo, che metterò nelle note dell’episodio, siamo nell’epoca della mentalizzazione anche per via di alcune rivoluzioni alienanti che ci sono state durante la storia dell’uomo, a partire da quella agricola per finire con quella attuale, quella digitale, che ci hanno portato a vivere sempre più nella mente astratta, nella mente logica e a essere sempre più sconnessi dal cuore e dalla dimensione emotiva, che è una dimensione che dobbiamo recuperare…
Questa la prima osservazione che mi viene mente vedendo il gesto di una persona che ha sofferto in una relazione emotiva disfunzionale e che ha cercato degli strumenti di soluzione in una disamina logica, in quello che offre la scienza a riguardo, che é un’operazione che qualche perplessità la suscita, nel senso che oggi pretendiamo di risolvere tutto grazie alla scienza anche le dinamiche emotive spirituali ma qua c’è qualcosa che secondo me stride, è impossibile non sentire questo stridore, perché quando andiamo a parlare di emotività – e le relazioni sono emotività – non sono aspetti scientifici, non è un lavoro é una dimensione legata alla sfera emotiva, l’approccio scientifico a mio giudizio mostra diversi limiti, può essere un approccio di partenza, come nella famosa immagine della scala, nell’ultima pagina del romanzo di Umberto Eco, Il nome della rosa.
Ti porta fino a un certo punto poi dopo, per arrivare dove devi arrivare davvero, la scala la devi buttar via e passare ad altro, la scala credo che sia la metafora della scienza, della tecnica, degli strumenti… Poi occorrono altre cose, l’intuito, la consapevolezza…
Non mi ricordo più quale popolo dicesse – probabilmente i nativi americani, lo ricorda Scardovelli in uno dei suoi video meravigliosi che consiglio a tutti di guardare, Scardovelli è un vero gigante della spiritualità e dell’anima – quale popolo dicesse che noi europei eravamo sostanzialmente pazzi perché vivevamo costantemente nella testa, mentre invece bisogna vivere nel cuore.
C’è molta verità in questa questa considerazione, dobbiamo scendere oggigiorno di un piano dal piano di sopra, quello mentale, al piano inferiore, quello emotivo, anche perché la famosa scienza, che io così poco considero ha comunque fatto uno studio, una rilevazione statistica, che che ci dice che chi vive di più nel cuore è la persona mentalmente più equilibrata, più centrata, di solito più sana che esista, mentre chi è mentalizzato, e quindi è sempre preda della logica, è una persona molto più spesso, almeno di solito…
Le tre grandi dimensioni dell’uomo.
Noi abbiamo tre grandi dimensioni come uomini dalla più superficiale la più profonda: la mente, la emotività quindi il cuore, e l’inconscio.
L’inconscio è quello che ci governa davvero, di cui noi non abbiamo consapevolezza, e non la possiamo avere, anche se pian piano scivola nella dimensione emotiva. Va però fatto notare, vorrei farti notare, come oggigiorno noi se siamo finiti per dare importanza preponderante alla mente razionale che l’aspetto più superficiale di tutta la nostra esperienza come uomini e non è nemmeno quella che ci può guidare molto bene perché le disfunzionalità della mente razionale sono tante, sono anche molto frequenti, chi razionalizza troppo è un po’ il problema di oggi no, quindi la prima indicazione che mi sentirei di dare è proprio quella di tornare al cuore, scendere un piano dalla testa al centro del petto, portare questi problemi, iniziare ad affrontarli da un punto di vista emotivo, questa come prima indicazione.
Sempre Scardovelli parla della mente e dell’inconscio ad esempio paragonandoli rispettivamente ad una zanzara e un elefante, dove la zanzara tenta disperatamente di pungere l’elefante per fargli cambiare direzione, ma l’elefante non si accorge nemmeno e probabilmente non viene nemmeno punto, perché la zanzara non riesce nemmeno a penetrare la pelle spessa dell’elefante.
Questa è una metafora che mi piace moltissimo, perché effettivamente è come viviamo noi: abbiamo delle menti che ci mandano in continuazione dei messaggi come dovresti fare questo, dovresti fare quello, non devi fare quello, non devi fare quello, adesso faccio così, adesso faccio cosà, che non solo non servono a niente, perché comunque la nostra essenza più profonda ha già preso un’altra direzione, ha già fatto delle altre scelte e ci possono essere 1000 motivi per queste scelte e questi motivi sono comunque destinati a restare in parte sconosciuti, in buona parte sconosciuti…
La mente ci tortura
Un aspetto che c’è da sottolineare riguardo di ciò è che non solo queste decisioni della mente razionale, tutto questo agitarsi, tutto questo voler prendere il controllo, sembra veramente un parto… La nostra mente razionale è un omino minuscolo dentro a un qualcosa di gigantesco che si agita, strepita, come se volesse prendere il controllo di una cosa enorme, molto più grande di lei, molto più grande di lui.
Tutto questo movimento della mente non solo non serve a niente, ma è una forma di violenza che noi facciamo noi stessi e questo non va bene, non va bene perché il primo comandamento, comandamento inteso sia in senso cristiano, ma in senso universale, la prima cosa che ogni persona deve fare è amare se stessa e non giudicarsi, mentre la mente ci giudica in continuazione: hai mangiato troppo di nuovo, non hai fatto allenamento di nuovo, non hai ancora incominciato a studiare, non hai fatto il corso, non sei stato bravo sul lavoro, non sei stato bravo con il tuo partner, devi fare questo, devi fare quello…
È come se ognuno di noi avesse dentro la testa oggigiorno un torturatore… Guardate che questo è molto vero, molto vero e questo è un altro motivo per cui bisogna comunque sistemare il dialogo interno…
Cosa fare in una relazione disfunzionale
Abbiamo messo insieme alcuni spunti, dobbiamo cercare di essere gentili con noi stessi, quindi la nostra ascoltatrice è caduta in una relazione disfunzionale, ma non se ne deve fare una colpa sono cose che possono accadere, non è colpa sua, è un’esperienza di vita, ogni istante di vita vale la pena di essere vissuto, ovviamente ogni istante ha un sapore diverso, può essere un sapore di dolore, di sofferenza, o sapore di gioia, di felicità, come di migliaia di altre sfumature di emozione…
Dobbiamo accogliere questi momenti tutti con gli occhi aperti come nella nella celebre poesia di Rumi, La locanda, che poi magari vi metto nelle note dell’episodio, che per me è il testo che più di ogni altro ci dice che cos’è la mindfulness o meditazione di consapevolezza, che è un altro sistema per arrivare a questo tipo di approccio all’esistenza, di questo modo di vivere la vita su cui torneremo tantissimo perché è uno strumento in cui io credo molto e di cui torneremo a parlare spesso, magari faremo una puntata apposita o più puntate sulla mindfulness.
Bene, quindi la nostra ascoltatrice ci dice anche un’altra cosa abbastanza importante e cioè che lei sta soffrendo, perché comunque aveva un attaccamento.
Questo è un po’ il bello del counseling, che consiste innanzitutto in una fase di ascolto non giudicante…
Quando l’ascolto non è giudicante le persone ti dicono da sole che cosa hanno che non va o che ritengono disfunzionale, che cos’è che dà loro fastidio qual è in sostanza il loro problema, tra virgolette il problema della nostra ascoltatrice lei ce lo ha detto molto chiaramente, lei ci ha detto «io mi sono resa conto che mi sono legata ad una persona disfunzionale in una relazione disfunzionale ma al contempo questa persona mi manca addirittura fino a livelli di dipendenza», o fino ad usare il termine dipendenza per descrivere l’intensità della mancanza.
Ovviamente non è una dipendenza, ma se la nostra ascoltatrice ha usato questo termine, questa parola specifica significa semplicemente che la mancanza è molto alta…
Siamo frammentari.
Qui bisogna richiamare un altro concetto molto importante che fa riferimento al fatto che noi non siamo unitari, questa é una cosa che noi dobbiamo accettare, noi non siamo unitari, non siamo coerenti, non siamo fatti di una parte sola: siamo fatti di più parti in contrasto tra di loro.
La unitarietà, la visione di noi stessi come esseri unitari, è un altro precipitato della mentalità razionale, la mente ci vorrebbe sempre dicotomici, o bianchi o neri, o si o no, o su o giù, o qui o lì… Noi in realtà non siamo così, quindi concepirci in questo modo e pretenderci in questo modo è l’ennesima violenza che non facciamo noi stessi…
Lasciamo perdere questa forma di violenza e accettiamo di essere composti da parti diverse che sono spesso in contrapposizione tra loro… Guardate che ogni singolo individuo è come se fosse uno stato dove c’è una popolazione che si presenta alle elezioni determina una maggioranza, o se vogliamo indice un referendum, svolge un referendum, si determina la maggioranza e quello che la persona fa è il risultato di queste votazioni, di questo referendum: ci sarà sempre una parte soddisfatta e ci sarà sempre una parte in sofferenza.
Questo è esattamente quello che è accaduto anche alla nostra ascoltatrice, ma accade a tutti noi in continuazione… Lei si è resa conto che questa persona è disfunzionale e che questa relazione non la stava portando da nessuna parte, ma parti di lei comunque ancora, a parti di lei comunque ancora manca questa relazione manca questa persona, quindi la presa di consapevolezza almeno a livello mentale che c’è stata riguardo la disfunzionalità di questa relazione di questa persona non è stata sufficiente per determinare una uscita completa da questa esperienza…
Questo è normalissimo, è quello che accade a tutti noi, nessuno escluso: non succede mai che usciamo da una situazione, da una persona alla quale ci siamo legati, in maniera automatica.
Anche se questa persona commette delle cose gravissime nei nostri confronti, noi comunque siamo bagnati di questa persona, non asciughiamo in quattro e quattr’otto, possiamo prendere una spinta che ci determina un cambiamento, ma questo cambiamento richiederà molto tempo per avvenire e magari in alcuni casi non avverrà mai del tutto, c’è un legame che rimane.
Innescare la crescita personale.
Bene, allora, una volta che abbiamo fatto tutti questi discorsi, che cosa deve fare, che cosa può fare la nostra ascoltatrice dal punto di vista più concreto?
Intanto il tema della crescita personale è importante, non mi ricordo più chi abbia detto che lo scopo della della persona umana, di ogni uomo, è quello di costruire se stesso ed è uno scopo che dura per tutto l’arco della vita della persona… Questa secondo me è una grandissima verità, nel senso che noi nasciamo e poi dobbiamo continuare a nascere ad una versione nuova di noi stessi tutti i giorni della nostra vita, una versione nuova e possibilmente migliore, ma non migliore solo per la società, migliore per noi stessi, migliore per vivere più consapevolmente e quindi più felicemente, che è poi l’insegnamento delle grandi tradizioni sapienziali planetarie, per cui anche il cristianesimo ma il buddismo il taoismo le tradizioni indiane, tutte quelle che volete, che sono tradizioni di sapienza volta ad evitare il dolore per gestire il dolore e a consentire all’uomo di essere sempre più consapevole e più felice, per cui noi dobbiamo diventare sempre la versione migliore di noi stessi.
La mindfulness.
Quando parlo di saggezza, non parlo di saggezza mentale, abbiamo visto che la mentalizzazione è un problema oggigiorno… Parlo di un’evoluzione profonda della persona, un’emozione profonda, emotiva e se possibile anche inconscia, col tempo quindi cambiare proprio la base della personalità per quanto si possa fare molto di quanto una persona possa dire su queste cose comunque andare verso le cose buone le cose giuste quello che ci insegnano appunto le tradizioni sapienziali.
Qual è lo strumento nell’immediato che si può utilizzare per affrontare situazioni di questo genere? Io credo che sia la meditazione di consapevolezza o mindfulness. La mediazione di consapevolezza è tante cose e magari dedicheremo a questo tema una o più puntate del podcast come accennavo prima, ma è comunque intanto questo che mi preme sottolinearti, la mindfulness é una pratica, quindi va un attimo capita, ma poi bisogna praticarla, è una forma di meditazione, quindi chi la vuole praticare può prendersi uno dei tanti libri che ci sono in circolazione, eventualmente nelle note dell’episodio ti posso mettere il link al testo che uso io, che guarda caso è un testo a cui sono collegati anche dei supporti multimediali, cioè dei file audio che contengono le meditazioni da fare, quindi tipicamente è una forma di meditazione che si fa sedendosi e focalizzando l’attenzione su respiro.
Si sceglie il respiro perché il respiro è un oggetto di meditazione sempre a disposizione, oltre a essere collegato con la nostra energia al centro dell’universo e questi discorsi, è comunque un oggetto di meditazione sempre a disposizione si possono usare anche altre cose tipo la fiamma di una candela, io ad esempio faccio meditazione sul corpo quando faccio allenamento, perché quello che per sviluppare, quello che è molto importante quando si fanno degli allenamenti specialmente di muscolazione e la propriocezione, l’importante è che l’attenzione si focalizzi.
C’è un articolo molto bello, che ho dato la settimana scorsa ad una mia cliente del counseling, di Nicoletta Cinotti sulla cura dell’attenzione, dove si ricorda ancora una volta che la gestione dell’attenzione è una cura in sé a prescindere dall’oggetto, nel senso che se tu riesci ad uscire da quello stato di attenzione distribuita e disordinata in cui si vive di solito, in cui viviamo di solito oggigiorno con l’attenzione che salta da un oggetto all’altro e riesci a restare focalizzato su una determinata cosa per un certo periodo di tempo immediatamente ottieni un miglioramento del tuo stato emotivo.
Questa è una grande verità, una grandissima verità, anche la lettura che venga fatta con un libro cartaceo classico o con un ebook reader che però non abbia tutte le distrazioni tipiche di un cellulare, di notifiche che arrivano in continuazione o cose di questo genere, è una forma di meditazione tant’è vero che molte persone leggono non tanto per acculturarsi, quanto perché è un qualcosa, è un gesto che le fa sentire meglio, perché per mezz’ora o un’ora pensano solo al libro che stanno leggendo…
E questa a focalizzazione dell’attenzione, che diventa come un laser su un oggetto singolo, è un gesto che ci dà enormi benefici, provare per credere, è una pratica quindi non parliamo più in generale bisogna provare a farlo se volete prendete il libro, altrimenti potete anche cercare su Internet, altrimenti fate semplicemente quello che vi ho detto, vi sedete chiudete gli occhi focalizzate l’attenzione sul vostro stesso respiro senza comandarlo senza regolamentarlo, limitandovi ad osservarlo andare su e giù come osservereste ad esempio le onde del mare che in continuazione si infrangono lungo gli scogli o la riva…
Conclusioni.
Bene per oggi è tutto, come sempre soluzioni preconfezionate scientifiche o pillole da prendere non ce ne sono, ci sono delle cose che si possono fare quindi iniziare a meditare, continuare la crescita personale, prendere sempre più consapevolezza e questo lo si ottiene grazie alla meditazione, cercare di scendere di un piano dalla testa al cuore, accettare tutte le emozioni della nostra vita, comprese quelle sgradevoli, esattamente come nella poesia della locanda di Rumi.
Ok per oggi è tutto, direi che abbiamo affrontato argomenti anche molto interessanti, meritevoli sicuramente di futuri approfondimenti.
Grazie per avermi ascoltato, resta sintonizzato abbonati al podcast e se credi manda anche tu il tuo quesito collegandoti all’home page del blog all’indirizzo blog.solignani.it facendo tap sul pulsante verde in basso a destra grazie ciao e buona giornata un abbraccio.
La locanda
«L’essere umano è come una locanda.Ogni mattina un nuovo arrivo.Momenti di gioia, di depressione, di meschinità,a volte un lampo di consapevolezza giungecome un visitatore inatteso.Dai loro il benvenuto e intrattienili tutti!Anche se c’è una moltitudine di dolori,che violentemente svuota la tua casaportando via tutti i mobili,tratta ugualmente ogni ospite con rispetto.Potrebbe aprirti a qualche nuova gioia.I pensieri cupi, la vergogna, la malizia,Accoglili sulla porta con un sorriso,ed invitali ad entrare.Sii grato chiunque arrivi,perché ognuno è stato mandatodall’aldilà per farti da guida.»
Oggi ti parlo del diario della gratitudine, uno strumento fondamentale, uno dei primi compiti, o riti, che invito i miei clienti del counseling a svolgere.
É proprio per loro che ho voluto ancora una volta raccogliere qui le informazioni fondamentali a riguardo, per poter mandare loro volta per volta il link, mettendole poi anche, come faccio sempre, a disposizione di tutti.
Il diario della gratitudine è un esercizio di crescita personale e benessere spirituale, o meglio un vero e proprio rito o pratica, che consiste nell’annotare, tendenzialmente una volta al giorno, tutte le cose belle che ci sono nella tua vita e di cui senti di poter essere grato.
Molto semplicemente, dunque, il diario della gratitudine consiste nell’annotare per iscritto tutte le cose per cui sentiamo di poter essere grati. Pertanto, tutte le cose belle, o che noi stimiamo belle, che ci sono nella nostra vita.
Ti raccomando di stampare questo post e leggerlo alcune volte prima di iniziare. Tieni poi la stampa dentro al taccuino che userai e ogni tanto rileggilo. Se ti viene in mente qualcosa da chiedere, o semplicemente vuoi condividere un’esperienza, lascia un commento sotto.
Prima di andare a vedere più in dettaglio il diario della gratitudine, occorre fare un’importante premessa, che vale per tutti gli esercizi e le pratiche di crescita spirituale compresa questa.
Fai gli esercizi senza farti violenza.
Come tutti gli esercizi di crescita personale, il diario della gratitudine va fatto senza mai farsi violenza, trattandosi sempre con dolcezza.
Non bisogna farlo per forza tutti i giorni: se ad esempio capita un giorno in cui ti senti particolarmente stanco, perché magari hai avuto una giornata pesante al lavoro, lo puoi benissimo saltare…
Oggigiorno molte persone tendono a fare degli esercizi di crescita personale un ennesimo strumento di tortura verso loro stessi, un ennesimo momento in cui misurano la loro adeguatezza, e più spesso la loro inadeguatezza, pertanto la prima importante premessa è: fate questo esercizio, e tutti gli altri esercizi di crescita personale e di riflessione spirituale che dovete affrontare, mantenendovi sempre gentili con voi stessi, senza farne una mania senza farne un’ossessione.
Cercate di ascoltarvi e di seguire i vostri ritmi naturali, soprattutto quelli energetici.
Occhio al dialogo interno.
Soprattutto, se dovesti mancare, ad esempio, un giorno di tenere il diario della gratitudine, oppure se dovesti pensare in qualsiasi momento che non lo stai facendo bene, che non riesci a scrivere più di due o tre cose, e quindi trovi questo deludente, tiene sempre sotto controllo il dialogo interno.
Non ti abbandonare mai ad espressioni come “sono un fallito”, “non riesco neanche a tenere un diario”, “non riesco mai a fare qualcosa di utile”, “non uscirò mai da questa situazione”.
Di invece a te stesso: “Sono molto bravo perché ho capito di aver bisogno di un cambiamento e mi sto impegnando per averlo”.
Anche questo te lo dico per esperienza: parliamo di una cosa molto banale ma le persone che si trovano in difficoltà riescono sempre a trovare dei motivi e delle occasioni per dare addosso a loro stesse, quindi facciamo che questi esercizi siano un momento di crescita e non l’ennesima occasione per farsi violenza e tirarsi addosso.
Fatta questa importante premessa, che vale per tutti gli esercizi di crescita spirituale e più in generale per tutte le cose che fa una persona nella vita, vediamo adesso di capire in che cosa consiste il diario della gratitudine, partendo dalle cose occorrono per fare questo rito.
Scegli con cura gli oggetti per farlo.
Per fare il diario della gratitudine, è preferibile procurarsi degli oggetti che ci piacciano: hai letto bene, è molto importante che gli oggetti che utilizziamo per fare il diario della gratitudine siano oggetti che ci gratifichino con la loro bellezza.
La bellezza è il linguaggio con cui Dio parla all’uomo ed è ciò che, secondo Dostoevskij, ci salverà.
Quindi inizia a fare l’esercizio con una immersione nella bellezza degli oggetti che ti servono e non sottovalutare mai la bellezza, che è una cosa di cui noi abbiamo assolutamente bisogno, specialmente nei momenti di difficoltà.
Gli oggetti che ti servono sono ovviamente della carta per scrivere e una penna.
Personalmente utilizzo dei taccuini Moleskine, di cui sono un fan assoluto, anzi diciamo proprio che per questi taccuini ho una vera e propria dipendenza tanto che ogni volta che entro in una libreria che li vende ne devo comprare alcuni, nonostante che abbia già la casa e l’ufficio pieni -un po’ come le donne con le scarpe…
Tu puoi prendere il quaderno o il taccuino che preferisci, l’importante è che sia bello, non devi usare per fare questi esercizi – che devono essere svolti in un contesto in cui tu sei immerso nella piacevolezza – dei fogli magari di recupero stampati sul lato e voltati dall’altro, oppure dei quadernacci di poco pregio, prendi un supporto che sia bello come sono belli per me i taccuini Moleskine.
Stesso discorso vale per la biro, personalmente io uso una penna stilografica perché credo che il tratto di scrittura della stilografica, con una continua variazione di intensità del colore e di dimensione, man mano che si procede, sia di una bellezza unica, sia nel momento in cui tu scrivi, sia nel momento in cui vai a rileggere.
Personalmente uso una stilografica economica della Parker, che per i miei gusti è ampiamente sufficiente; ovviamente qui nel settore del penne uno può spaziare e comprare veramente quello che vuole, quindi prendi la penna che davvero ti piace, che abbia il tratto, lo scorrimento, il colore – sia come scrittura sia come oggetto – che più ti piacciono.
Prenditi del tempo, perdi piacevolmente un po’ di tempo per andare a sceglierti questi oggetti e prendi gli oggetti che in qualche modo senti che ti stimolano qualcosa tra quelli che vedi esposti, quelli che in qualche modo senti che vuoi adottare e che possono avere un significato e una presenza nella tua vita.
Qui sembra che parliamo di cose che non hanno nessuna importanza, in realtà il diario della gratitudine è un vero e proprio rito, quindi queste cose, tutto al contrario, sono di fondamentale importanza.
Un oggetto che non serve, ma aiuta molto é una candela. Non usare la luce artificiale, specialmente se scrivi la sera. Procurati una candela da tenere sul tavolo vicino a te, accendila prima di cominciare e spegnila quando hai finito, scrivi alla sua luce e, se credi, al suo profumo. Scegli ovviamente una candela che ti piaccia per forma, colore, consistenza, odore.
Che cosa scrivere.
Che cosa scrivere, quando scrivere e se eventualmente ripetere le stesse cose.
Il diario della gratitudine, come abbiamo appena finito di dire, è un rito, è un esercizio spirituale, esattamente come la preghiera e la meditazione. Non è che se reciti il Padre nostro un giorno poi non lo reciti più per tutto il resto della tua vita. La preghiera anzi è fatta proprio di ripetizioni, quante più volte possibile, della medesima preghiera: il Padre nostro è sempre lo stesso, però chi crede lo recita più volte possibile; analogamente se c’è una cosa nella tua vita di cui ti senti grato la puoi scrivere anche tutti i giorni, tutte le volte in cui fai il diario della gratitudine, non è affatto un errore ma significa semplicemente che anche oggi sei, o sei stato, grato per quella cosa.
La ripetizione non è, per converso, necessaria: può darsi che nel giorno in cui stai redigendo il tuo diario ci siano altre cose per cui in quel momento ti senti più grato.
Non giudicarti per la tua gratitudine o mancanza di.
Non ti sentire nemmeno in colpa per non dedicare la tua gratitudine a quella cosa nel momento in cui la dedichi ad un’altra: stiamo parlando semplicemente di quello che prova il tuo cuore e noi dobbiamo essere in grado di ascoltarlo anche qui senza giudicarlo – è chiaro che ci sono miliardi di cose di cui dovremmo essere grati, ma non le possiamo comunque mai menzionare tutte, scriviamo quelle a cui abbiamo pensato quel giorno.
Un giorno ad esempio puoi essere più grato per la salute, magari perché sei venuto a contatto con una persona malata, o hai saputo di un amico che ha avuto un problema; un altro giorno puoi essere più grato per il fatto di avere ad esempio banalmente un automobile che funziona, che ti consente di spostarti, di vivere, andare a lavorare.
Il tuo cuore può essere grato per tante cose, l’importante è prenderne nota e non giudicarti mai. Dal punto di vista della crescita personale, puoi essere grato anche di cose negative come ad esempio di avere commesso un reato e non essere stato preso – qui subentra poi un altro genere, un altro tipo di problemi che ha che fare col fatto che secondo me l’uomo se non fa’ la cosa giusta non può essere felice e quindi il peccato non ti conduce alla felicità, se quel reato è anche un peccato, specialmente se è un peccato grave, é un altro tipo di problema, ma faccio per spiegarti che bisogna essere grati di quello che ci pare, bisogna accettare di essere grati per una cosa piuttosto che per un’altra senza anche qua giudicarci.
Quindi, compila il diario sentendoti libero di ripetere più volte, anche al limite tutti i giorni, se comunque tu tutti i giorni sei grato per quella cosa, la medesima cosa, e sentendoti per converso libero di non scrivere delle cose di cui pensi che dovresti essere grato ma di cui non senti ancora la gratitudine.
Se la sentirai dentro al cuore quella cosa poi la scriverai, non ti giudicare non ti ritenere un ingrato solo per questo. Scrivi liberamente e, mentre scrivi, pensa quanto è bello il fatto che tu stia facendo un gesto del genere, che ti sta migliorando, sta creando una versione migliore di te stesso.
Porta la gratitudine dalla testa al cuore.
Il diario della gratitudine è uno dei primi esercizi che consiglio ai miei clienti del counseling che si trovano in difficoltà o in situazioni di disagio, perché ti consente di fare un inventario di tutto quello che di bello c’è dentro la tua vita nonostante la situazione di mancanza di serenità e felicità che in questo momento stai attraversando.
La cosa più importante da sottolineare di questo esercizio, il suo vero scopo, è quello di portare nel cuore quella gratitudine che tutti noi abbiamo nella mente e quindi farcela finalmente sentire.
Serve a passare da una gratitudine solo considerata, solo conosciuta sulla carta, a una gratitudine che senti dentro al tuo cuore.
A contatto con la sofferenza.
Personalmente mi è capitato di apprezzare questa differenza che ti sto tratteggiando in modo particolarmente efficace un periodo di circa due anni fa, quando mia mamma è stata ricoverata in ospedale per alcuni giorni. In quel periodo, io andavo a trovarla tre volte al giorno e mi ricordo che alla sera, quando mi mettevo nel mio letto a dormire, sentivo proprio fisicamente il piacere di quanto fosse bello poter dormire nel mio letto e non essere invece costretto a tentare di riposare in un letto d’ospedale, con delle flebo attaccate, delle persone che fanno rumore e tante altre cose che ti impediscono di dormire bene.
Inoltre pensavo quanto fosse bello non avere problemi di salute, quando invece gli ospedali sono pieni, e queste cose non solo le pensavo “a tavolino”, le sentivo dentro, le sentivo nel mio cuore, come un calore, come una ricchezza che avevo.
Io mi sentivo ricco in quel momento, quindi mi sentivo pieno di gratitudine proprio perché ero stato messo a contatto direttamente con la sofferenza.
Questo è un altro aspetto molto importante: tu oggigiorno hai poche occasioni di essere messo a contatto con la sofferenza, anzi hai, tutto al contrario, una serie continua e sistematica di occasioni in cui vieni messo a contatto con altre persone che letteralmente sciorinano com’è bella la loro vita… Parlo dei social network, dove altre persone in continuazione fanno vedere bei viaggi, belle cene, begli eventi, bei corpi e tu tendi a fare inevitabilmente dei paragoni e inevitabilmente anche a sminuirti e ad essere sempre meno grato.
Questo confronto continuo con le cose altrui, specialmente se non sei una persona poi così tanto evoluta per sentire la felicità per le altre persone, per avere l’empatia tale da sentire la felicità per loro per essere contenti per loro, infischiandotene di quello che tu stai facendo… Magari in quel momento io posso sentire la felicità per chi sta facendo una bella festa, un bel viaggio e io magari sono sul divano a casa che guardo la televisione, perché poi c’è anche il momento mio di andare in viaggio, io comunque quella sera sto bene anche a casa, guardo la televisione e sento veramente la soddisfazione, mi fa veramente piacere che questo mio amico sia a godersi la vita, a farsi un bel viaggio, ma questo è un punto di arrivo, non è per tutti la persona normale che guarda queste cose tende a dire lui e là, o sono qua che schifo la mia vita, perché io non faccio mai dei viaggi di questo genere – quando magari ho fatto un viaggio più bello appena un mese prima o lo farà un mese dopo ma questo è un altro tipo di discorso…
Tornando a noi, il diario della gratitudine non è un mero inventario, è un rito, un esercizio che serve per portare la gratitudine dalla mente – dove tutti ce l’abbiamo, perché tutti diciamo che bello avere un corpo sano, avere un lavoro, avere un’automobile, però poi ce ne dimentichiamo (nota l’esattezza dell’etimo della parola: di-menticare, fare uscire dalla mente) – nel cuore e quindi sentirsela addosso, sentirci addosso la nostra ricchezza…
La vita di ognuno di noi è piena di doni incredibili e sconfinati, che non vengono dall’uomo, non li abbiamo comprati al supermercato: non abbiamo comprato la nostra intelligenza, il nostro corpo sano o comunque sano im una buona percentuale, o comunque esistente anche se ti manca un arto ,anche se hai subito delle mutilazioni, comunque c’è qualcosa che ti è rimasto comunque, c’è qualcosa di buono per poter vivere.
Quindi la gratitudine ha sempre un senso, logico ed oggettivo, non è una illusione per invasati, anzi é un ritorno alla realtà.
Siamo noi che ce ne dimentichiamo, il diario della gratitudine serve per tornare alla realtà e portare nel cuore tutte le cose buone che ci sono nella vita e sentire tutti i giorni questa ricchezza che noi oggettivamente abbiamo.
Non è questione di costruire la percezione di una realtà che non c’è, ma di tornare a sentire la realtà che c’è: questo è molto importante credo!
Procedi.
Per fare il diario della gratitudine, abbiamo bisogno degli oggetti che abbiamo detto e di uno spazio di raccoglimento che tu ti puoi costruire dove vuoi, lo spazio di raccoglimento può essere anche in metropolitana mentre stai tornando a casa dal lavoro o andando al lavoro, ti metti un paio di cuffie, oppure anche senza le cuffie puoi riuscire ugualmente a concentrarti, sarà una cosa più simpatica scrivere il diario della gratitudine in mezzo al casino, ma lo puoi fare tranquillamente, alla fine magari riuscirai a essere grato anche del casino che ti fa un po’ compagnia.
Comunque è necessario un momento di raccoglimento, esattamente come per meditare e per pregare, vedi tu dove puoi trovare o creare questo momento di raccoglimento, sono sufficienti anche 10 minuti al giorno non ci vuole tanto tempo però è bene che tu tendenzialmente ogni giorno faccia atto di omaggio all’opportunità di svolgere questo rito per te stesso, quindi il diario di gratitudine è anche un gesto di amore che tu fai per te stesso
É un momento in cui ti stai dicendo, e lo stai anche facendo, che stai prendendo un po’ di tempo per te, dopo il tempo che tu dedichi al lavoro, alla famiglia, a tutte le cose della tua vita stai prendendo un po’ di tempo per te, per farti crescere per migliorare, quindi già questo è una cosa molto bella di cui puoi essere grato a te stesso e orgoglioso. Questo tempo, per quanto di pochi minuti, é finalmente solo tuo. É bellissimo.
Fai attenzione a come ascolti.
Il valore della gratitudine ce lo spiega direttamente il vangelo, quando Gesù dice:
«Fate bene attenzione, dunque, a come ascoltate: perché chi ha molto riceverà ancor di più; ma a chi ha poco sarà portato via anche quel poco che pensa di avere». (Luca 8, 18)
Questa è una legge talmente esatta che potremmo definire fisica, come quella di gravità: significa che chi crede di avere, chi sente di avere, chi è pieno di gratitudine per le cose che ci sono nella sua vita, attira altre cose buone, perché è carico di energia positiva verso se stesso e l’universo.
Chi invece ritiene di non avere, e quindi non sente le ricchezze che in realtà ha, finisce per perderle…
Questo secondo fenomeno è un fenomeno che noi vediamo spessissimo nelle relazioni: quante volte accade che una persona venga data per scontata, non si senta la gratitudine per la presenza di questa persona nella nostra vita e quindi si finisca per perderla?
In realtà stiamo parlando di un principio universale, che vale per qualsiasi cosa: lavoro amicizie, beni materiali, beni spirituali…
È uno dei grandissimi insegnamenti di Cristo, un maestro che sapeva perfettamente come funziona l’universo.
Attenzione alla prima riga, dove Gesù parla non di ragionamenti, ma di ascolto. Il punto non è la mente, ma, ancora una volta, il cuore. Non è una questione di valutazioni da fare, ma di… percezione. La gratitudine non deve essere un omaggio astratto a tavolino, un riconoscimento logico, deve essere qualcosa che sentiamo nel cuore. Deve essere, in altre parole, un’emozione, che si ricava – questo è l’insegnamento del maestro – ascoltando in modo giusto quello che ti succede.
Cosa vuol dire da questo punto di vista ascoltare, percepire in modo corretto quel che ti succede? Vuol dire vedere sempre il buono che resta, che c’è, anche dopo che ti capitano o sono capitate cose negative.
Non è essere cretinamente giulivi, ma é, come ti ho detto prima, vedere la realtà per quello che è davvero, nel suo complesso, senza rimanere vittima del male, né farsene contagiare.
Ecco perché è assolutamente fondamentale fare questo esercizio che in realtà è un piccolo rito quotidiano per portare nel cuore quello che in qualche modo sappiamo con la mente, ma che tendiamo a dimenticare, mentre invece dobbiamo sempre sentire la ricchezza che c’è comunque, nonostante tutto, nella nostra vita.
Facendo questo inizieremo subito a sentirci molto meglio.
Counseling.
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