Il Mostro di Modena è mai esistito?

Il Mostro di Modena è mai esistito?

1 – Otto nomi e una domanda rimasta aperta

Per più di trent’anni, a Modena, una parola ha finito per prendere il posto di otto storie: «mostro».

Fra il 1985 e il 1995 otto donne furono uccise. Si chiamavano Giovanna Marchetti, Donatella Guerra, Marina Balboni, Claudia Santachiara, Fabiana Zuccarini, Anna Abbruzzese — il cognome compare con grafie diverse in alcune ricostruzioni — Anna Maria Palermo e Monica Abate. I delitti rimasero senza un colpevole giudiziariamente accertato.

Erano donne giovani e, in diversi casi, vivevano condizioni di dipendenza, prostituzione o grave fragilità. Questo dato può avere importanza investigativa, ma non può diventare la loro identità. Non erano «donne ai margini» nel senso di vite meno degne di memoria o di giustizia. Erano persone, avevano famiglie e relazioni, e qualcuno le ha uccise.

La domanda che attraversa questo cold case è semplice solo in apparenza: furono vittime dello stesso uomo oppure la formula «Mostro di Modena» ha riunito artificialmente delitti diversi?

Questo primo articolo della nuova sezione true crime di avvocati dal volto umano prova a ricostruire ciò che sappiamo e, soprattutto, ciò che ancora non sappiamo. Dove le fonti divergono, non riempio i vuoti con l’immaginazione. Li lascio visibili. Nel true crime serio, il dubbio non è un difetto della storia: è parte della storia.

2 – La notizia: le indagini tornano a muoversi

Nel settembre 2026 la vicenda è tornata improvvisamente al presente. Secondo la ricostruzione della Gazzetta di Modena, gli investigatori si sono recati all’Istituto di medicina legale su richiesta della Procura per recuperare atti e reperti conservati da oltre trent’anni. RaiNews ha indicato, fra il materiale da riesaminare, siringhe, ciocche di capelli, un coltello con gocce di sangue e un fazzoletto con tracce biologiche.

L’impulso è venuto anche dall’avvocato Barbara Iannuccelli, incaricata inizialmente dalla famiglia di Anna Maria Palermo e poi da altre quattro famiglie. La legale ha spiegato che nei verbali sono descritti reperti che oggi potrebbero essere sottoposti ad analisi allora impossibili. Fra questi vi sarebbero tre capelli trovati nella mano di Claudia Santachiara.

«Ci sono verbali dove vengono indicati dei reperti che, analizzandoli, possono dare delle risposte», ha detto Iannuccelli a RaiNews. È la frase più sobria e più corretta con cui accogliere la riapertura: non promette un colpevole, promette la possibilità di fare finalmente domande migliori alla materia rimasta negli archivi.

In termini processuali, la riapertura non equivale né alla scoperta di un serial killer né all’esistenza di un indagato. L’articolo 414 del codice di procedura penale consente al giudice di autorizzare nuove investigazioni, su richiesta motivata del pubblico ministero, quando sia ragionevolmente prevedibile individuare nuove fonti di prova capaci di condurre all’esercizio dell’azione penale. È dunque una porta investigativa che si riapre, non una sentenza già scritta.

Per i delitti puniti con l’ergastolo il tempo trascorso non chiude necessariamente il problema: l’articolo 157 del codice penale stabilisce che la prescrizione non li estingue. Il vero avversario, dopo decenni, è spesso un altro: reperti degradati, catene di custodia da ricostruire, memorie sbiadite, testimoni morti o irreperibili e possibilità di contaminazione.

3 – Giovanna Marchetti: il primo delitto della serie

Il 21 agosto 1985 il corpo di Giovanna Marchetti fu trovato nei pressi di una fornace abbandonata a Baggiovara. Aveva diciotto o diciannove anni: anche sull’età le ricostruzioni giornalistiche non sono perfettamente coincidenti.

Le fonti concordano invece sul nucleo del fatto: Giovanna venne colpita alla testa con una pietra. Il luogo era isolato, adatto a nascondere un corpo ma non necessariamente scelto per un significato rituale. È una distinzione importante: un posto appartato può raccontare un bisogno pratico dell’assassino, non per forza una sua «firma» psicologica.

Quella morte sarebbe diventata, solo retrospettivamente, l’inizio di una sequenza. Nel 1985 nessuno poteva sapere che altri nomi si sarebbero aggiunti. Il pericolo delle ricostruzioni a posteriori è proprio questo: noi conosciamo già il seguito e siamo portati a vedere un disegno anche dove gli investigatori dell’epoca vedevano un singolo omicidio.

fornace baggiovara 1985

4 – Donatella Guerra e Marina Balboni: l’anno 1987

Nel 1987 furono uccise Donatella Guerra e Marina Balboni. Le due donne si conoscevano: questo è uno dei pochi collegamenti personali diretti che ricorrono nelle ricostruzioni della vicenda.

Donatella fu trovata nella zona delle cave tra Sant’Anna e San Damaso. Venne uccisa con uno strumento appuntito, spesso descritto dalle fonti come un punteruolo. Le date precise non coincidono in tutte le cronache; per questo è più prudente fermarsi all’anno e al dato essenziale.

Il 1° novembre, a Gargallo di Carpi, venne trovato il corpo di Marina Balboni. Era stata strangolata con il proprio foulard. Secondo una ricostruzione del Resto del Carlino, Marina avrebbe annotato nel diario: «Stavo aspettando una persona importante».

È una frase che, letta oggi, sembra aprire una porta. Ma non sappiamo chi fosse quella persona, che cosa significasse «importante» per Marina e se l’appuntamento avesse relazione con la morte. Far parlare una protagonista significa riportare le sue parole; non significa attribuirle il significato più suggestivo.

I due casi presentano insieme una vicinanza e una distanza. Donatella e Marina si conoscevano, ma vennero uccise con modalità diverse. Un’unica mano avrebbe potuto cambiare metodo; due mani diverse avrebbero potuto colpire persone dello stesso ambiente. Entrambe le letture restano astrattamente possibili.

cave san damaso 1987

5 – Claudia Santachiara: tre capelli stretti in una mano

Il 30 maggio 1989 Claudia Santachiara fu trovata nei pressi di Panzano di Campogalliano, vicino all’Autobrennero. Era stata strangolata.

Il dettaglio oggi più importante non è narrativo ma forense: secondo l’avvocato Iannuccelli, nella mano di Claudia vennero descritti tre capelli. All’epoca non potevano essere interrogati con gli strumenti genetici attuali. Oggi, se esistono ancora, se sono stati conservati correttamente e se contengono materiale utilizzabile, potrebbero restituire un profilo.

Ma perfino un risultato genetico va interpretato. Un capello può appartenere all’aggressore, a una persona incontrata prima, a chi prestò soccorso o a chi contaminò involontariamente il reperto. La forza non sta nel DNA isolato dal suo contesto, bensì nel rapporto tra DNA, posizione del reperto, verbali originari, catena di custodia e altri elementi.

campagna panzano 1989

6 – Fabiana Zuccarini e Anna Abbruzzese: i fossi della provincia

Nel marzo 1990 Fabiana Zuccarini fu trovata in un fosso nei pressi di Staggia di Bomporto. Le cronache hanno tramandato piste e racconti su persone che avrebbe dovuto incontrare, ma non esiste una verità giudiziaria capace di trasformare quelle piste in responsabilità.

Nel febbraio 1992 un altro corpo venne trovato in un fosso a San Prospero. La vittima è indicata come Anna Abbruzzese, ma alcune fonti scrivono Bruzzese o Abruzzese e non coincidono neppure su tutti i particolari della morte.

È importante ammetterlo. Un articolo di true crime non diventa più autorevole accumulando dettagli incerti; diventa più affidabile quando distingue ciò che resiste al confronto fra le fonti da ciò che non resiste. Per questi due casi possiamo dire che la collocazione dei corpi all’aperto, nei fossi della pianura a nord di Modena, richiama altri episodi. Non possiamo però trasformare una geografia simile in una prova di identità dell’assassino.

7 – Anna Maria Palermo: il canale di Corlo

Il 26 gennaio 1994 Anna Maria Palermo fu trovata in un canale a Corlo di Formigine. Secondo la ricostruzione del Corriere di Bologna, venne colpita con dodici coltellate.

La sua famiglia è stata al centro dell’iniziativa che ha rimesso in moto il fascicolo nel 2026. Questo cambia anche il modo di guardare il caso: non è soltanto una pagina di cronaca nera riscoperta dai media, ma una richiesta di verità mantenuta viva da chi, dopo decenni, non ha ancora una risposta.

Qui il metodo omicidiario torna a essere diverso dallo strangolamento di Marina e Claudia e dal colpo alla testa subito da Giovanna. È un elemento che indebolisce l’idea di una sequenza uniforme, ma non la esclude automaticamente. Il modus operandi può cambiare per circostanza, opportunità, resistenza della vittima, esperienza dell’autore o volontà di depistare. Ciò che conta è verificare se, sotto la diversità visibile, esistano elementi più profondi e ripetuti.

canale corlo 1994

8 – Monica Abate: una morte che doveva sembrare un’overdose

Nella notte fra il 2 e il 3 gennaio 1995 Monica Abate fu uccisa nel proprio appartamento, in Rua Freda, nel centro di Modena. Le cronache riferiscono di soffocamento o strangolamento e di una siringa collocata per simulare un’overdose. Sotto le unghie sarebbe stato recuperato materiale biologico.

È un caso diverso dagli altri per ambiente e possibile messinscena. Non un corpo abbandonato nella campagna, ma una morte avvenuta in casa; non soltanto l’uccisione, ma il tentativo di farla apparire altro. Lo staging — l’alterazione della scena per orientare gli investigatori verso una falsa spiegazione — può costituire un dato comportamentale molto significativo. Tuttavia, per collegarlo ad altri delitti servirebbe trovare negli altri casi un comportamento analogo, non semplicemente immaginarlo.

Nel tempo furono svolti accertamenti su diverse persone. Nessuno è stato riconosciuto colpevole. I nomi dei sospettati non aggiungono nulla a una ricostruzione responsabile quando le accuse non hanno superato la prova giudiziaria.

appartamento modena 1995

9 – Otto vittime o dieci: i casi esterni alla serie principale

Accanto agli otto omicidi vengono talvolta ricordati altri due casi.

Filomena Gnasso, quarantatré anni, fu trovata uccisa nel novembre 1983 nella zona di via Soratore, a Modena. Le ricostruzioni parlano di cinque coltellate. Antonietta Sottosanti fu invece uccisa nell’ottobre 1990 in un appartamento: sarebbe stata soffocata con una calza di nylon e l’abitazione sarebbe poi stata incendiata.

Questi due delitti allargano il quadro, ma lo rendono ancora meno omogeneo. Anticipano l’inizio cronologico, introducono scene e modalità ulteriori e non risultano stabilmente compresi nel nucleo degli otto casi. Perciò è più corretto presentarli come possibili casi da confrontare, non come la nona e la decima vittima di un autore mai identificato.

Un altro episodio insegna quanto sia pericoloso costruire una serie per somiglianze superficiali. Nel 2000 l’uccisione di Concettina Giuliano fu inizialmente accostata al «Mostro di Modena», ma il responsabile confessò: quel caso aveva un autore diverso. La cronaca aveva visto una continuazione; l’indagine dimostrò una storia autonoma.

10 – Giuseppe Tibis: «Il mostro non esiste»

La voce più importante contro l’ipotesi unitaria è quella di Giuseppe Tibis, l’ex pubblico ministero che si occupò di molti di quei delitti. In una recente intervista alla Gazzetta di Modena, Tibis ha accolto favorevolmente la ripresa degli accertamenti perché i casi irrisolti sono «una ferita ancora aperta». Ma sulla figura del serial killer resta scettico.

La sua tesi nasce dall’esperienza diretta dei fascicoli: modalità omicidiarie differenti, nessuna impronta comune, nessun sospettato capace di attraversare stabilmente le indagini, nessun elemento concreto che imponesse la trattazione come serie unica. Solo due casi, a suo giudizio, presentavano qualche somiglianza, e non erano fra quelli di cui si era occupato personalmente.

Tibis ricorda anche un limite materiale degli anni Ottanta e Novanta: mancavano banche dati realmente condivise e strumenti informatici adatti a confrontare rapidamente nomi, luoghi, testimoni e comportamenti con casi di altre province. Racconta di avere portato in Procura il primo computer, ma quel sistema primitivo poteva poco più che segnalare la ricorrenza di un nome nei verbali.

L’ex magistrato consegna poi una frase preziosa per chiunque indaghi: «Spesso ci sono magistrati che si innamorano della propria tesi». Vale anche per giornalisti e appassionati. Se ci si innamora del Mostro, ogni differenza diventa un’astuzia del Mostro e ogni somiglianza una sua firma. Così l’ipotesi smette di essere falsificabile e diventa racconto.

Tibis non sta dicendo che non vi furono assassini. Sta dicendo che, sulla base degli elementi allora disponibili, non c’era la prova di un solo assassino seriale. È una distinzione capitale.

11 – Perché nacque comunque l’idea di un unico assassino

L’espressione «Mostro di Modena» fu proposta dal cronista di nera Pierluigi Salinaro. Arrivava in anni nei quali il Mostro di Firenze occupava l’immaginario nazionale e offriva un modello narrativo già pronto: una sequenza, un territorio, un autore invisibile.

Ma l’ipotesi modenese non nasceva soltanto dal bisogno di un titolo. Alcune ricorrenze esistono:

  • più vittime erano giovani donne in condizioni di particolare vulnerabilità;
  • più corpi furono lasciati all’aperto, in fossi, canali o zone isolate della pianura modenese;
  • una parte rilevante dei ritrovamenti si concentra a nord della città o lungo grandi vie di comunicazione;
  • Marina Balboni e Donatella Guerra si conoscevano;
  • strangolamento e soffocamento ricorrono in più episodi;
  • nessuno degli otto casi ha prodotto una condanna definitiva.

Questi elementi giustificano un confronto unitario dei fascicoli. Non dimostrano, da soli, un autore unitario. Soprattutto, la comune vulnerabilità delle vittime può significare che un predatore le selezionava; ma può anche significare che persone diverse, frequentando ambienti esposti a violenza e ricattabilità, incontrarono aggressori diversi.

12 – Che cosa significa davvero «serial killer»

Nel linguaggio comune il serial killer è spesso immaginato come un personaggio dotato di un profilo riconoscibile, di un rituale immutabile e di un’intelligenza fuori dal comune. È una costruzione cinematografica più che una categoria affidabile.

Il rapporto multidisciplinare dell’FBI sull’omicidio seriale propone una definizione essenziale: l’uccisione illecita di due o più vittime da parte dello stesso autore o degli stessi autori, in eventi separati. Non richiede un numero magico di vittime, un intervallo minimo, un movente sessuale o una firma spettacolare.

Occorre poi distinguere tre concetti:

  • il modus operandi è il modo funzionale con cui l’autore realizza il delitto, controlla la vittima, evita di essere scoperto o fugge;
  • la firma è un comportamento non strettamente necessario al delitto, legato a bisogni psicologici dell’autore, e può essere più stabile;
  • lo staging è la manipolazione della scena per simulare una dinamica diversa o sviare le indagini.

Il modus operandi può evolvere. Un autore impara, improvvisa, cambia arma perché cambia occasione, reagisce in modo diverso alla resistenza della vittima. Per questo la varietà dei metodi sottolineata da Tibis è un forte argomento contrario a una serie semplice e lineare, ma non costituisce da sola una prova matematica dell’esistenza di più assassini.

Allo stesso modo, non trovare una firma comune non chiude necessariamente la questione. La firma può essere assente, non riconosciuta o cancellata dalla perdita di dati. Però non si può inventarne una per salvare l’ipotesi del serial killer.

13 – L’analisi criminologica: che cosa depone a favore del collegamento

Se guardo gli otto casi come un analista e non come un narratore, vedo quattro famiglie di elementi potenzialmente favorevoli a un collegamento.

La prima è la vittimologia. Più donne gravitavano in contesti nei quali un aggressore poteva avvicinarle senza suscitare allarme, condurle in un luogo isolato e contare sul silenzio o sulla scarsa collaborazione dell’ambiente. Un serial killer può scegliere non una persona specifica, ma un tipo di vittima percepita come accessibile.

La seconda è la geografia. Fossi, cave, canali e campagne della provincia formano una mappa coerente con chi conosce il territorio, dispone di un mezzo e sa dove fermarsi senza essere visto. L’asse viario può avere facilitato aggancio, trasporto e abbandono.

La terza è il sottogruppo dello strangolamento o soffocamento. Marina Balboni, Claudia Santachiara e Monica Abate presentano, nelle ricostruzioni disponibili, una modalità in parte confrontabile. Se emergessero altri particolari comuni non pubblici — posizione dei nodi, dinamica del controllo, lesioni specifiche, staging — il valore del confronto aumenterebbe.

La quarta è il legame tra Donatella e Marina. Due vittime che si conoscevano sono più significative di due vittime che condividevano soltanto una condizione sociale. Il punto decisivo sarebbe capire se frequentassero la stessa persona, gli stessi luoghi o la stessa rete di relazioni immediatamente prima della morte.

Nessuno di questi elementi, oggi, basta. Insieme rendono razionale una comparazione coordinata e l’uso di una matrice dei casi: vittima, luogo dell’ultimo avvistamento, luogo dell’aggressione, luogo del ritrovamento, mezzo probabile, metodo, tracce, testimoni e ricorrenze nominali.

14 – Che cosa depone contro l’idea di un unico Mostro

Gli elementi contrari sono almeno altrettanto seri.

In dieci anni cambiano arma e metodo: pietra, strumento appuntito, strangolamento, soffocamento, coltellate. Cambiano le scene: fornace, cave, fossi, canali, un appartamento. Cambia l’eventuale comportamento successivo: abbandono del corpo in aperta campagna in alcuni casi, possibile simulazione dell’overdose in un altro.

Manca, almeno nelle informazioni pubbliche, una traccia forense già riconosciuta come comune. Non risultano comunicazioni dell’assassino, rivendicazioni, trofei, rituali ripetuti o una firma inequivocabile. L’arco temporale è lungo e la frequenza irregolare.

In alcuni fascicoli emersero piste personali specifiche. Questo non prova che fossero giuste, ma ricorda che ogni vittima aveva una propria vita, una propria rete di rapporti e propri possibili fattori di rischio. Riunire tutto troppo presto può far perdere il movente particolare del singolo caso.

C’è poi un rischio metodologico: la selezione retrospettiva. Se scegliamo otto omicidi perché sembrano assomigliarsi e poi usiamo quella somiglianza per dimostrare che formano una serie, il ragionamento diventa circolare. Occorre confrontare anche i casi esclusi, gli omicidi risolti e quelli di province vicine. Solo così si capisce se i tratti ritenuti «speciali» siano davvero rari.

15 – La mia conclusione: forse non una serie, ma alcuni sottogruppi

La conclusione più onesta, allo stato delle informazioni pubbliche, è che non abbiamo elementi sufficienti per affermare che il Mostro di Modena sia esistito come unico autore degli otto delitti.

L’ipotesi che mi pare più utile da verificare non è «uno o otto assassini», ma una terza: alcuni casi potrebbero essere collegati e altri no. Una serie parziale spiegherebbe insieme le somiglianze e le differenze, senza costringere ogni fatto dentro un unico schema.

Il sottogruppo delle vittime strangolate o soffocate merita un confronto ravvicinato. Il legame personale tra Donatella e Marina merita una ricostruzione relazionale. I corpi abbandonati nei fossi e nei canali meritano un’analisi geografica. Monica Abate merita anche un esame specifico dello staging. Le due morti del 1983 e del 1990 dovrebbero essere usate come casi di confronto, non aggiunte automaticamente alla serie.

Questa è una valutazione criminologica, non un’affermazione giudiziaria. Potrà essere smentita da un solo dato molto forte: per esempio lo stesso profilo genetico attendibile in due o più scene indipendenti.

16 – Il DNA può risolvere tutto: no, ma può cambiare tutto

Se lo stesso profilo genetico maschile, non appartenente a soccorritori o persone legittimamente presenti, emergesse da reperti collocati in modo significativo su due vittime diverse, il collegamento tra i casi diventerebbe molto più solido. Un riscontro in una banca dati o un confronto genealogico consentito dalla legge potrebbe poi aprire una pista personale.

Ma il DNA non parla da solo. Dopo oltre trent’anni occorre sapere:

  • dove fu trovato esattamente ciascun reperto;
  • chi lo raccolse e con quali strumenti;
  • come fu confezionato, trasferito e conservato;
  • chi ebbe accesso al materiale;
  • se esistono campioni di confronto per escludere investigatori, sanitari e persone vicine alla vittima;
  • se la quantità e la qualità del profilo consentono conclusioni affidabili.

Un profilo diverso in due scene non dimostrerebbe necessariamente due assassini: uno dei campioni potrebbe appartenere a un contatto estraneo al delitto. L’assenza di DNA non dimostrerebbe l’assenza di un collegamento. Un’identità genetica significativa, invece, potrebbe costituire la prima vera cerniera oggettiva fra fascicoli finora separati.

Tibis avverte che il materiale biologico può essersi degradato, soprattutto se conservato in condizioni non ideali. Ha ragione anche su questo: le tecnologie moderne non trasformano ogni vecchio reperto in una risposta. Possono però ottenere da quantità minime ciò che negli anni Ottanta era invisibile.

17 – Perché riaprire è giusto anche se il Mostro non esistesse

La riapertura ha senso in entrambe le ipotesi. Se esiste un collegamento, il confronto coordinato può rivelarlo. Se i delitti hanno autori diversi, liberarli dall’etichetta del Mostro può permettere di tornare alla biografia di ogni vittima, ai suoi ultimi contatti e al movente specifico.

L’avvocato Iannuccelli ha osservato che la volontà di ricondurre tutto a un’unica mano potrebbe avere «annacquato» le indagini. È un paradosso solo apparente: una teoria unificante può dare ordine a un fascicolo enorme, ma può anche rendere invisibile ciò che non le somiglia.

Oggi esistono banche dati, software di comparazione, genetica forense più sensibile, analisi geografiche e strumenti per incrociare grandi quantità di atti. La lezione raccontata da Tibis sul primo computer della Procura mostra quanto sia cambiato il lavoro investigativo. Ma la tecnologia deve restare al servizio del metodo: ipotesi verificabili, contraddittorio tecnico, tracciabilità dei reperti e prudenza nelle conclusioni.

18 – Il vero centro del racconto sono le vittime

Il true crime rischia sempre di premiare l’assassino con un soprannome e di lasciare alle vittime una riga. Voglio provare a fare il contrario.

Il «Mostro di Modena» potrebbe essere esistito oppure no. Giovanna, Donatella, Marina, Claudia, Fabiana, Anna, Anna Maria e Monica sono esistite certamente. Sono state uccise e non hanno ancora avuto una verità giudiziaria.

Non so se le nuove analisi daranno un nome a un assassino, a più assassini o a nessuno. So però che riaprire un archivio significa riconoscere che quelle vite non sono state dimenticate. E che il compito di chi racconta non è risolvere il caso dalla tastiera, ma tenere separati memoria, prova e immaginazione.

19 – Se hai elementi utili, non trasformarli in contenuti social

Se possiedi documenti, ricordi diretti o informazioni concrete su uno di questi casi, non pubblicarli in un gruppo e non usarli per accusare qualcuno. Conservali nella loro forma originale e consegnali alle forze dell’ordine o alla Procura, facendoti assistere da un avvocato se temi conseguenze o vuoi comprendere il modo corretto di procedere.

Se invece hai bisogno di assistenza per un problema penale, chiama lo studio allo 059 761926 e prenota il tuo primo appuntamento, anche da remoto.

Segui avvocati dal volto umano anche su Instagram: i fascicoli si leggono meglio quando alle notizie si accompagna il metodo.

Che cosa pensi: gli otto delitti potrebbero appartenere a un’unica serie, a più sottogruppi o a storie completamente autonome? Lascia un commento, ma senza indicare persone come colpevoli in assenza di prove.

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