Strage di Ustica: sapremo la verità?
La sera del 27 giugno 1980 ottantuno persone partirono da Bologna dirette a Palermo e non arrivarono mai. Il DC-9 Itavia del volo IH870 scomparve dai radar e precipitò nel Tirreno. Da allora abbiamo recuperato il relitto, celebrato processi, ascoltato periti, militari, politici e testimoni, letto migliaia di pagine. Eppure non abbiamo ancora un nome da associare penalmente alla strage.
Ora qualcosa potrebbe muoversi. La Francia avrebbe manifestato la disponibilità a trasmettere documentazione finora non consegnata e la procura di Roma starebbe valutando di non insistere sulla richiesta di archiviazione delle ultime indagini. Non significa che la verità sia finalmente arrivata. Significa, più modestamente ma non banalmente, che potrebbe essersi aperta un’altra porta.
Nell’immagine seguente il velivolo civile è raffigurato, in lontananza, sopra il Tirreno al tramonto. È una ricostruzione visiva evocativa, non una fotografia reale della scena.

Per capire quanto conta, bisogna ripercorrere la vicenda distinguendo con cura ciò che è accertato, ciò che i giudici civili hanno ritenuto più probabile, ciò che i processi penali non hanno dimostrato e ciò che rimane soltanto un’ipotesi.
1 – Che cosa accadde la sera del 27 giugno 1980.
Il volo IH870 partì da Bologna con circa due ore di ritardo. Era diretto a Palermo e trasportava settantasette passeggeri e quattro membri dell’equipaggio. Alle 20.59, mentre volava sopra il Tirreno, il DC-9 si spezzò e cadde in mare tra Ponza e Ustica. Non ci furono superstiti.
Le prime ricerche recuperarono corpi, bagagli e frammenti, ma non l’intero relitto. Per anni si lavorò su dati incompleti. Le grandi campagne di recupero cominciarono soltanto nel 1987; i rottami furono poi ricomposti in una struttura che oggi costituisce il cuore del Museo per la memoria di Ustica a Bologna.
La ricomposizione dei frammenti su una grande struttura metallica, evocata nell’immagine qui sotto, rende visibile il lungo lavoro di recupero e studio. È una ricostruzione visiva evocativa, non una fotografia reale del relitto o del museo.

Il dato di partenza è semplice e terribile: un aereo civile si disintegrò in volo. Il problema che ha occupato per oltre quarant’anni tecnici e magistrati è stabilire quale evento ne provocò la rottura e, soprattutto, chi ne fu responsabile.
2 – Le prime indagini e il ritardo che pesò su tutto.
Le prime inchieste furono distribuite tra Palermo, Bologna e Roma. Si considerarono inizialmente il cedimento strutturale, un’esplosione interna e un evento esterno. Il recupero tardivo del relitto rese però più difficile ogni accertamento: il mare deteriora i materiali, disperde i reperti e rende più complessa la ricostruzione della sequenza dei danni.
Anche la raccolta dei dati radar e delle informazioni militari fu tormentata. Registrazioni, tracciati, turni di servizio e comunicazioni furono acquisiti in tempi diversi; alcune informazioni risultarono incomplete o non più disponibili; numerose dichiarazioni si contraddissero. Questi problemi non dimostrano da soli un complotto, ma spiegano perché la vicenda sia diventata il simbolo italiano della verità sottratta.
La sala radar ricostruita nell’immagine, con consolle analogiche, registri cartacei e operatori visti di spalle, richiama il contesto tecnico dell’epoca senza rappresentare una base specifica. È una ricostruzione visiva evocativa, non una fotografia reale della scena.

L’Associazione dei parenti delle vittime, costituita formalmente nel 1988, ebbe un ruolo decisivo nel mantenere aperta l’attenzione pubblica e nel chiedere il recupero dei resti, nuove perizie e cooperazione internazionale. Senza la loro ostinazione, probabilmente oggi sapremmo ancora meno.
3 – L’istruttoria Priore e lo «scenario di guerra».
Il passaggio giudiziario centrale fu la lunga istruttoria condotta dal giudice Rosario Priore, conclusa nel 1999. La sua sentenza-ordinanza escluse sostanzialmente il semplice cedimento spontaneo e collocò la caduta del DC-9 in uno scenario di attività militare aerea. È da lì che viene la formula, divenuta celebre, dell’«atto di guerra» consumato nei cieli italiani.
Questa conclusione, però, viene spesso raccontata male. Priore non condannò un pilota, uno Stato o un apparato straniero per la strage. Dichiarò di non poter procedere per il reato di strage perché gli autori restavano ignoti. La ricostruzione dello scenario e l’individuazione di un responsabile sono due cose diverse.
Il giudice rinviò invece a giudizio alcuni alti ufficiali dell’Aeronautica per contestazioni legate alle informazioni fornite alle istituzioni e alla ricostruzione della presenza di altri velivoli. Quel processo non si concluse con una condanna definitiva: dopo le diverse fasi di giudizio, le assoluzioni divennero definitive in Cassazione nel 2007.
Perciò bisogna tenere insieme due dati senza cancellarne nessuno: l’istruttoria descrisse un contesto aereo militare e denunciò reticenze e ostacoli; il processo penale celebrato contro gli ufficiali non accertò definitivamente la loro responsabilità.
4 – Le perizie non hanno parlato con una sola voce.
Nel caso Ustica non esiste una perizia tecnica unanimemente accettata. Nel tempo sono state sostenute soprattutto tre famiglie di ipotesi:
- un cedimento strutturale dell’aereo, ipotesi che ha progressivamente perso forza;
- una bomba collocata a bordo, in particolare nella zona della toilette;
- un evento esterno connesso ad attività militare, cioè un missile oppure una quasi collisione capace di produrre un’onda d’urto e sollecitazioni distruttive.
Collegi peritali diversi hanno letto in modo diverso i danni al relitto, le tracce di esplosivo, la dispersione dei rottami e i dati radar. La presenza di sostanze esplosive, per esempio, non risolve automaticamente il problema: occorre stabilire origine, quantità, collocazione e compatibilità con la dinamica. Allo stesso modo, una traccia radar anomala deve essere interpretata e non semplicemente trasformata in un caccia identificato.
Questa pluralità non autorizza a dire che tutte le tesi valgono allo stesso modo. Impone però di non trasformare una ricostruzione plausibile in un fatto provato oltre ogni ragionevole dubbio.
5 – Che cosa hanno stabilito i processi civili.
Sul piano civile i familiari delle vittime hanno ottenuto importanti decisioni favorevoli. La giurisprudenza ha riconosciuto la responsabilità dei ministeri competenti per non avere adeguatamente garantito la sicurezza dei cieli e, in altre cause, per le condotte che ostacolarono l’accertamento della verità.
In quelle decisioni lo scenario dell’interferenza militare esterna, mediante missile o quasi collisione, è stato ritenuto più probabile delle alternative. Ma nel processo civile si applica il criterio del «più probabile che non»; nel penale la responsabilità personale deve invece essere dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio.
Non è una contraddizione. È la conseguenza di domande e regole probatorie differenti. Una sentenza civile può stabilire che, tra le spiegazioni disponibili, una sia probabilisticamente prevalente e che lo Stato debba risarcire. Non per questo identifica automaticamente il pilota, il comando militare o il Paese responsabile di un delitto.
Chi vuole leggere direttamente una delle decisioni più ampie può consultare la sentenza civile pubblicata dal Tribunale di Palermo. È un testo lungo, ma aiuta a capire quanto sia vasta e stratificata la prova raccolta.
6 – Le stranezze che hanno alimentato il sospetto.
Ustica non è diventata un mistero soltanto perché manca un colpevole. Intorno alla vicenda si è accumulata una serie impressionante di anomalie, coincidenze e informazioni tardive.
Tra gli elementi più discussi ci sono i segnali radar interpretati come presenza di altri velivoli, le risposte incomplete ricevute da Paesi alleati, i dubbi sulle attività militari nel Mediterraneo, l’indisponibilità di alcuni documenti e le versioni discordanti rese nel tempo da persone informate sui fatti.
Poche settimane dopo la strage fu trovato in Calabria un MiG-23 libico precipitato. La data effettiva della sua caduta e il possibile rapporto con Ustica furono oggetto di aspre contestazioni. Il collegamento è suggestivo, ma non è mai diventato una prova conclusiva.
Molto si è parlato anche delle morti di persone che, a vario titolo, avevano avuto contatti con apparati radar o militari. Il caso più noto riguarda i piloti Ivo Nutarelli e Mario Naldini, morti nell’incidente delle Frecce Tricolori a Ramstein nel 1988. La loro morte è un fatto; l’idea che siano stati eliminati perché sapevano qualcosa su Ustica non è stata dimostrata.
Questa distinzione è essenziale: un’anomalia merita di essere indagata, ma non diventa una prova soltanto perché si inserisce bene in un racconto.
7 – Le teorie complottiste: perché attecchiscono così facilmente.
Quando uno Stato risponde tardi, perde documenti, offre versioni incompatibili o invoca segreti militari, crea il terreno ideale per il complottismo. A quel punto ogni morte diventa un omicidio, ogni errore un depistaggio deliberato e ogni lacuna la conferma di una regia onnipotente.
Nel caso Ustica sarebbe però altrettanto sbagliato liquidare tutto come fantasia. Le reticenze, le informazioni incomplete e gli ostacoli alla ricostruzione non sono soltanto invenzioni della rete: emergono da atti giudiziari, audizioni e decenni di richieste rimaste senza risposta.
Il metodo corretto, a mio giudizio, è non scegliere tra ingenuità e paranoia. Bisogna verificare separatamente ogni elemento:
- che cosa risulta da un documento autentico;
- che cosa è stato dichiarato da un testimone e con quale attendibilità;
- che cosa è una valutazione tecnica contestata;
- che cosa è stato accertato da una sentenza e con quale standard di prova;
- che cosa, infine, è soltanto una congettura.
La memoria delle ottantuno vittime non ha bisogno di un romanzo perfetto. Ha bisogno di fatti controllabili.
8 – La pista francese e il possibile errore contro Gheddafi.
Una delle ricostruzioni più note sostiene che, la sera del 27 giugno 1980, fosse in corso un’operazione militare diretta contro un aereo libico sul quale si riteneva viaggiasse Muammar Gheddafi. Il DC-9 sarebbe stato coinvolto per errore: colpito da un missile, danneggiato dall’esplosione ravvicinata o travolto durante una manovra di combattimento.
L’immagine notturna con un aereo civile e due sagome lontane rappresenta soltanto questa ipotesi controversa, senza mostrare armi, impatti o insegne nazionali. È una ricostruzione visiva evocativa, non una fotografia reale della scena né la prova che quello scenario si sia verificato.

Nel 2007 Francesco Cossiga, presidente del Consiglio all’epoca della strage, attribuì pubblicamente l’azione a un velivolo francese. Disse di avere appreso dai servizi italiani che l’obiettivo era Gheddafi e parlò di un missile francese. Molti anni dopo Giuliano Amato ha riproposto la necessità che la Francia chiarisca il proprio ruolo e consegni ciò che ancora conserva.
Sono dichiarazioni di enorme peso politico, ma non equivalgono a una prova giudiziaria. Cossiga riferì informazioni ricevute da altri e fornì nel tempo dettagli non sempre facilmente conciliabili con gli atti. Le sue parole hanno orientato nuove indagini, senza consentire finora di identificare in modo certo un velivolo, un ordine operativo o una catena di comando.
Anche la questione della portaerei francese è controversa: nelle richieste italiane compaiono le posizioni e le attività di unità come Clemenceau e Foch, nonché voli dalla Corsica e tracciati amichevoli rilevati dai radar italiani. Per decenni le risposte francesi non hanno soddisfatto gli investigatori.
Dire «sono stati i francesi» è dunque, oggi, ancora una conclusione non dimostrata. Dire che la pista francese debba essere chiarita mediante documenti originali è invece una richiesta del tutto ragionevole.
9 – Le nuove indagini e la richiesta di archiviazione.
La procura di Roma ha continuato a lavorare su fascicoli aperti contro ignoti, anche sulla base di nuove dichiarazioni e acquisizioni. Gli investigatori hanno ricostruito ancora una volta un possibile scenario di attività aerea militare, senza riuscire a identificare con sufficiente certezza nazionalità e responsabilità dei velivoli coinvolti.
Nel 2026 era stata chiesta l’archiviazione. I familiari delle vittime si sono opposti, sostenendo che restassero accertamenti da compiere. Anche il Governo ha annunciato la propria opposizione attraverso l’Avvocatura dello Stato. L’udienza davanti al giudice per le indagini preliminari è stata fissata per il 30 settembre 2026.
Archiviare non significa dichiarare che non è accaduto nulla. Significa che, allo stato degli atti, l’accusa ritiene di non avere elementi sufficienti per sostenere utilmente un processo o proseguire con indagini capaci di produrre risultati concreti. Se emergono fatti nuovi, un procedimento contro ignoti può tornare a muoversi.
10 – Che cosa è cambiato negli ultimi giorni.
Alla vigilia dell’udienza è arrivata una notizia potenzialmente importante. Le autorità francesi avrebbero comunicato all’Italia la disponibilità a trasferire la documentazione sul caso Ustica conservata nei propri archivi, compresi materiali del ministero della Difesa relativi alle rogatorie inviate dalla magistratura italiana fin dagli anni Novanta.
Le scatole d’archivio, le cartelle e le mani guantate raffigurate qui sotto evocano l’esame prudente di documenti rimasti a lungo inaccessibili. È una ricostruzione visiva evocativa, non una fotografia dei documenti autentici o di un archivio francese reale.

La comunicazione sarebbe passata attraverso i canali diplomatici e la Presidenza del Consiglio, dopo un’interlocuzione politica tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron. La documentazione riguarderebbe il periodo fino ai primi anni Novanta e la Francia si sarebbe detta disponibile a esaminare ulteriori richieste.
Parallelamente, la procura di Roma starebbe valutando di ritirare la richiesta di archiviazione, proprio per poter acquisire e studiare questo materiale. Se ciò accadrà, l’inchiesta non sarà chiusa il 30 settembre e potranno essere disposti nuovi accertamenti.
Bisogna usare il condizionale perché, mentre scrivo, non conosciamo ancora il contenuto concreto dei documenti né la decisione formale che sarà assunta in udienza. L’apertura degli archivi è una possibilità di conoscenza, non la prova che vi sia custodita una confessione.
11 – Perché i documenti francesi possono essere decisivi.
La magistratura italiana chiede informazioni alla Francia almeno dal 1990. Nel corso degli anni furono inviate numerose rogatorie riguardanti registrazioni radar, attività di portaerei, piani di volo, operazioni dalla base di Solenzara in Corsica e movimenti di velivoli militari nel Mediterraneo. Le risposte furono considerate incomplete.
I nuovi documenti potrebbero servire a:
- verificare quali unità francesi fossero realmente operative quella sera;
- ricostruire decolli, atterraggi, armamenti e missioni;
- confrontare i dati francesi con i tracciati radar italiani già acquisiti;
- identificare ordini, comunicazioni o rapporti compilati dopo l’accaduto;
- escludere definitivamente piste che per decenni hanno assorbito energie investigative.
Anche un documento che dimostrasse l’assenza di attività francese avrebbe valore, purché autentico, completo e confrontabile. La verità non coincide necessariamente con la tesi più suggestiva.
12 – Sapremo finalmente la verità?
La risposta onesta è: non lo sappiamo. Dopo quarantasei anni molti protagonisti sono morti, i ricordi si sono deteriorati, gli apparati hanno cambiato struttura e una parte delle prove materiali può essere perduta per sempre.
Tuttavia gli archivi hanno una memoria più lunga delle persone. Un ordine operativo, un diario di bordo, un rapporto radar o una comunicazione diplomatica possono collegare frammenti rimasti separati. E la tecnologia consente oggi di riesaminare dati e documenti con strumenti che nel 1980 non esistevano.
La collaborazione tra Meloni e Macron, se produrrà davvero una consegna completa, è quindi una buona notizia. Non perché confermi la colpa francese, ma perché in una democrazia alleata non dovrebbe esistere un segreto militare capace di sopravvivere per quasi mezzo secolo alla morte di ottantuno civili.
Io spero che l’inchiesta resti aperta il tempo necessario a verificare ogni nuovo documento. Ma spero anche che non si annunci per l’ennesima volta una verità definitiva prima di averla letta, confrontata e sottoposta al contraddittorio. Ustica ha già sofferto abbastanza per le certezze premature.
13 – Sette libri per approfondire il caso Ustica.
I libri qui indicati adottano prospettive anche molto diverse. Proprio per questo possono essere letti insieme, confrontando ricostruzione storica, giornalismo d’inchiesta, analisi tecnica e storia istituzionale. Alcuni titoli meno recenti possono essere disponibili soltanto usati.
- «Ustica. Una ricostruzione storica», di Cora Ranci, per collocare la vicenda nel contesto della Guerra fredda e andare oltre la sola cronaca giudiziaria;
- «La strage di Ustica», di Massimo de Angelis, una ricostruzione recente del caso e delle sue piste;
- «Il quinto scenario. Atto secondo. I missili di Ustica», di Claudio Gatti, che propone una propria lettura investigativa, da confrontare criticamente con le altre;
- «Protagonisti controvoglia», di Mario De Prospo, dedicato ai rapporti tra Governi e vertici militari durante le indagini;
- «A un passo dalla guerra», di Daria Lucca, Paolo Miggiano e Andrea Purgatori, un classico del giornalismo d’inchiesta sulla dimensione internazionale del caso;
- «Ustica. Storia di un’indagine», di Carlo Casarosa, il racconto di un componente del collegio peritale che lavorò sul relitto;
- «IH870. Il volo spezzato», di Erminio Amelio e Alessandro Benedetti, che unisce le storie delle vittime alla ricostruzione delle indagini, dei depistaggi e del processo.
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14 – Se hai un problema legato a responsabilità dello Stato o accesso agli atti.
La vicenda di Ustica è eccezionale, ma richiama questioni che possono presentarsi anche in casi meno noti: responsabilità della pubblica amministrazione, accesso ai documenti, conservazione delle prove, risarcimento e rapporti tra processo penale e processo civile. Se hai un problema di questo tipo, ogni situazione va studiata sui suoi documenti e nei termini ancora disponibili. Puoi chiamare lo studio allo 059 761926: il primo incontro può svolgersi anche da remoto.
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Che tristezza, già passati 46 anni tra omissioni, bugie e quant’altro a coprire misfatti d’alto livello. Io, a quei tempi studente di medicina, questa vicenda l’ho anche vissuta da vicino in quanto su quell’aereo c’era anche la figlia di un mio professore universitario col quale collaboravo, che rientrava dalle vacanze.
Già la perdita di una persona molto cara, come un figlio, è insopportabile, se poi non riesci a dare neanche una spiegazione a quel dolore, per quella piccola parte per cui è possibile, e tutto deve rimanere un mistero è ancor più difficile. La teoria più verosimile, per quel che ho visto io, è quella dell’errore da parte dei Francesi, ma temo sia ancora presto per una rivelazione ufficiale del genere, che comporterebbe anche poi la necessità di spiegare tutte le coperture e i segreti opposti per quasi cinquant’anni, che forse sono ancora peggio dell’atto originale stesso, che può esser stato dovuto ad un errore, mentre le omissioni successive sono state per forza tutte dolore. Per cui mi sembra difficile che nei documenti che verrano desecretati ci possa essere qualche rivelazione decisiva, staremo a vedere…