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Portare un figlio all’estero: ricorso o mediazione familiare.

sono mamma di un bimbo di 15 mesi, in procinto a separarmi dal padre. Attualmente sono borsista di dottorato in italia ma mi è stato offerto un trasferimento in america (in una città dove ho vissuto precedentemente presso una famiglia che mi darebbe sostegno) con la possibilità poi di continuare la carriera lì e avere uno stipendio 5 volte superiore a quello mediamente riscontrato qui in italia (inoltre qui in Italia è praticamente impossibile che io riesca a trovare il medesimo lavoro e quindi progredire nel mio campo). I miei genitori inoltre verrebbero ogni anno per qualche mese per aiutarmi. Il padre attualmente è restio al mio trasferimento con il piccolo, quante sono le possibilità che questo mio progetto vada in porto? Come devo muovermi?

Hai due possibili approcci per gestire una situazione del genere, che, almeno in parte, possono essere utilizzati anche contemporaneamente e in parallelo.

Il primo è quello tradizionale dell’utilizzo degli strumenti legali «tipici» e consiste nel fare ricorso alla magistratura, che sarà congiunto se, in qualche modo, il padre dovesse convincersi, con conseguente regolamentazione completa dell’affido, oppure contenzioso.

Con un ricorso di tipo contenzioso chiederesti al giudice di autorizzarti a portare stabilmente all’estero tuo figlio nonostante il dissenso del padre.

Il secondo approccio è quello di utilizzare la mediazione familiare. Con la mediazione, si crea un contenitore di dialogo in cui il problema può essere affrontato appunto cercando di raggiungere un accordo con l’altro genitore interessato.

Lo svantaggio del primo approccio è quello di essere sicuramente abbastanza più costoso. Per contro, è l’unica scelta che avresti se, ad esempio, non ci fosse verso di far partecipare il padre di tuo figlio ad un percorso di mediazione familiare.

Il secondo metodo è sicuramente preferibile per molti versi, però richiede più pazienza e, sotto certi versi, anche tempo. Ma questo investimento di pazienza e tempo può dare frutti molto ricchi e interessanti, perché le condizioni che scaturiscono dalla mediazione familiare sono poi molto più rispettate, nelle famiglie disgregate, rispetto a quelle imposte da un tribunale – proprio perché concordate, sia pur a volte faticosamente, tra i genitori.

Ti consiglio di rivolgerti ad un avvocato che, come noi, sia anche mediatore familiare per tentare, in prima battuta, di avviare il «contenitore» della mediazione familiare, per poi vedere se possibile praticare questo approccio ovvero, in caso negativo, procedere con l’altro, di tipo più tradizionale giudiziale, che può passare attraverso una trattativa con un altro avvocato – un processo purtroppo molto più «ingessato» della mediazione – e, eventualmente, nel deposito di un ricorso per ottenere dal giudice quell’autorizzazione che il tuo ex compagno non ti vuole concedere spontaneamente.

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Il giudice si è «riservato»: ma che significa esattamente?

Il mio avvocato mi ha scritto una lettera per informarmi di come è andata l’ultima udienza del mio processo, civile, e mi ha detto che il giudice al termine si è riservato. Ma che cosa vuol dire?

E’ molto semplice, vuol dire che il giudice si è limitato a prendere atto di quanto hanno scritto o fatto le parti, ma non ha ancora deciso niente e lo farà solo in seguito con un provvedimento, che di solito è una ordinanza, a parte.

E’ un sistema che i giudici usano molto spesso, quando c’è da decidere una questione, o una serie di questioni, più complicate del solito, oppure quando si prevede una decisione più spiacevole del solito, oppure anche semplicemente come metodo di lavoro standard.

Una udienza dove solitamente i giudici si riservano è quella prevista dall’art. 184 cod. proc. civ., dove si dovrebbe decidere sulle prove da ammettere e da raccogliere nel corso del processo. A questa udienza si arriva dopo che ciascuna parte ha depositato le tre memorie previste dall’art. 183, comma 6°, cod. proc. civ. quindi è naturale che il giudice voglia leggersi tutto per bene prima di decidere ed è molto difficile che possa prendere questa decisione all’udienza. Un’altra udienza in cui solitamente c’è la riserva è la prima o seconda udienza del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, quando c’è da valutare se concedere o meno la provvisoria esecutorietà del decreto opposto. Oppure le udienze dei procedimenti cautelari urgenti, tra cui anche la CTU preventiva. Ma non solo, questi sono solamente alcuni esempi.

Non è possibile sapere in generale quali sono i tempi che il giudice impiegherà per “sciogliere la riserva” cioè per fare il provvedimento, perchè questi variano da giudice a giudice e, anche per lo stesso giudice, da momento a momento, si può solo rimanere in attesa. Purtroppo, non ci sono tempi standard di riferimento.

Alcuni giudici fanno in un paio di settimane, altre in alcuni mesi, altri purtroppo possono impiegare anche più di un anno, anche fino a tre mi è capitato, senza che abbia rilevanza al riguardo nemmeno la complessità delle questioni che devono vedersi, ma il loro carico complessivo di lavoro. Quando il giudice decide, comunque, e fa l’ordinanza, questa viene notificata, oggigiorno di solito tramite pec o fax, all’avvocato, oppure tramite ufficiale giudiziario. Vedrai che quando l’ordinanza gli verrà notificata, il tuo avvocato ti aggiornerà.

Noi, come studio, controlliamo anche tutti i giorni l’eventuale scioglimento delle riserve all’interno del sistema polis web, dove risulta appunto quando i giudici fanno i provvedimenti, quindi possiamo venire a conoscenza dello scioglimento della riserva anche prima che ci sia notificato il provvedimento.