L’inconscio collettivo neoliberista e i suoi danni.

Il processo di cambiamento può venire molto meglio se collettivo. Ce lo ricorda Bergonzoni con questo testo, lo sostiene Scardovelli da anni, se rimaniamo inconsapevolmente immersi in un inconscio collettivo di stampo neoliberista molto più difficilmente ne veniamo fuori. Quanto a me, il mio volontariato quotidiano é l’ascolto, un bene prezioso, una volta diffusissimo, oggi molto raro.

«Il potere ha paura dei solidali, colpevoli di trovare soluzioni che toglierebbero il dominio alla nuova economia.
Tutti coloro che dividono, che fanno differenze sociali, che non sono disposti a sacrificare qualcosa di sé per il bene degli altri, fanno il gioco del potere, il gioco di coloro che credono di combattere. Ecco perché non mi do pace e continuo a cantare l’amore, l’unità, l’umiltà, incessantemente.
Non c’è altra via!
Ormai siamo a uno stato di isteria, una malattia effettiva e affettiva. Rabbia e paura ci hanno drogato fino alla patologia.
Ci vuole un cambio di frequenza che muova da dentro.
Io auspico il cambio di frequenza dal basso all’altro.
E non lo lascio solo alle religioni, tutti noi abbiamo una parte divina che non ci è permesso esercitare: siamo stati lavorati sulla stanchezza, sottomessi a spauracchi con mezzi di distrazione di massa. Il potere è malato, teme gli spiriti liberi della solidarietà, perché dimostrano che la povertà può diventare ricchezza.
In questo momento c’è un Dna del buio.
Quando parlo di diritti non regge più la sola Costituzione, manca una sana costituzione interiore.
Liberiamo i nostri figli dalla paura!
Diciamogli che la persona disagiata è chi guarda, non chi è nel disagio. Che il cibo è spazzatura, ma per molti la spazzatura è il cibo. Liberiamoci dal conflitto di disinteresse.
Il cambio dev’essere esistenziale, non di partito: portiamolo nelle scuole, è lì il vero Parlamento.
Invertiamo la rotta, mettiamocela addosso questa santità, per combattere il morbo dell’aporofobia.
C’è bisogno di uno scatto, un moto a luogo.
C’è da cambiare il linguaggio, gridare la tenerezza e la compassione, urlare nei teatri, sui libri, ovunque, contro questa cultura in vitro – il vetro della tivù e dei computer – che non la tocchi e non la annusi, che non ha sensi.
Ma c’è una nuda verità che viene prima: essere o essere?
C’è un fare l’impossibile e un fare l’impassibile, io devo fare il mio volontariato quotidiano che è lo sguardo.»

(Alessandro Bergonzoni)

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