Violenza di genere dall’impotenza appresa alla condanna della vittima

Dal significato dato alla violenza psicologica derivano valutazioni di contenuto giuridico, in relazione ai reati per violenza di genere; in primo luogo per determinare la particolare vulnerabilità del soggetto e anche per determinare il valore della testimonianza della vittima; due elementi che formano la base della tutela prevista nei reati di genere.

Anche se è difficile crederci, la violenza psicologica ha un aspetto ancestrale profondo:

-il maltrattatore/carnefice e la vittima sono due facce della stessa medaglia: la psicologia ci dice che entrambi, da piccoli, hanno sofferto, ma il modo di manifestare questa sofferenza è diverso;  

per il carnefice prevale la volontà di esercitare il potere sull’altro, il potere che non ha potuto esercitare sull’altro, e detto potere lo esercita per evitare ancora di soffrire; non vuole più sentirsi debole; lo fa con chi ama e chi è più debole di lui;

per la vittima prevale la volontà di compiacere l’altro per sentirsi accetta e ricevere il bene e non il male. Cerca di fare tutto alla perfezione e se non fa così, ritiene giusto “essere rimproverata”.

La vittima è irrisolta, non ha appreso mai la difesa di sé; ha imparato a soffrire in silenzio, a nascondersi, ad avere vergogna.

La vittima ha appreso l’impotenza:

la vittima pur potendo respingere la violenza, chieder aiuto, agire, fuggire, non lo fa.

Si ritiene che una complessa trama nervosa ci paralizzi, quando percepiamo un pericolo; per cui non è possibile né lotta, né fuga, oppure, sono possibili, ma non si prospettano come opzioni migliori.  

Andando nello specifico nei reati con violenza sessuale: “quando il sesso è consensuale e c’è immobilizzazione, il cervello rilascia ossitocina, che evita traumi; quando il sesso è forzato, la persona si paralizza e congela, e questo viene visto dal violentatore o da osservatori esterni, come un CONSENSO.

La persona abusata per paradosso rimane traumatizzata dalla vergogna, mentre chi abusa non prova alcun rimorso.

A livello culturale a mio avviso questo paradosso ha effetti degni di nota:

-la proliferazione dei luoghi comuni che mirano ad incolpare la vittima a partire dalla grande madre che è la seguente affermazione: “te la sei cercata”;

-non c’è solidarietà di genere: sono le donne stesse a dire “ma io al tuo posto…” “a me non potrebbe succedere”: tutte erronee valutazioni per illudersi di avere il controllo della situazione; non è così; la cronaca ci da mille esempi di come la violenza di genere sia figlia di un comune e trasversale malessere. Dette valutazioni purtroppo snaturano il rapporto solidarietà fraterna(?) che invece dovrebbe aiutare la vittima, facendole comprendere che non è sola e che non è giudicata, che si può fare qualcosa.

-In alcuni casi si alimenta la solidarietà dell’altro genere e comunque la solidarietà con il carnefice: è lecito mettersi dalla parte degli accusati, ma quando le prove sono chiare e la scienza ci ha spiegato bene, no. Si è notato che questa tendenza è frequente quando si condivide qualcosa con il carnefice.

 -Le campagne di informazione e prevenzione inoltre puntano solo a sollecitare la donna a fare qualcosa.

 Io condivido chi sostiene che si dovrebbe puntare con più frequenza anche ad altri obiettivi, anche ai potenziali aggressori o alla società nel suo insieme con lo scopo di non contribuire in maniera indiretta alla colpevolizzazione della vittima.

Recentemente ho letto questo scritto e ve lo propongo, qui di seguito; e vi invito a rifletterci:

Se una persona è sbronza, non la stuprare; quando vedi una persona che cammina per i fatti suoi lasciala stare  (….)La cultura dello stupro insegna alle donne a controllare costantemente come si vestono, che cosa bevono, come si comportano e la loro sessualità; dipinge gli uomini come se fossero incapaci di controllare i loro impulsi sessuali; la cultura dello stupro è umiliante per tutti e tutti dovrebbero combatterla.

Comments

  1. Grazie!

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