Classici della letteratura: perché sono necessari.

Quando leggi i grandi classici del passato ti trovi di fronte a due sensazioni diverse e apparentemente contraddittorie tra loro.

La prima di queste sensazioni si ha quando vedi il grado di estrema profondità con cui questi grandi autori, questi grandi maestri della letteratura riescono a penetrare nella complessità dell’animo umano, tanto che rimani a bocca aperta quando vedi rappresentata la estrema poliedricità dell’anima e spesso anche tutte le sue contraddizioni, riconoscendo nel comportamento dei personaggi di un’opera di finzione i tratti di tante persone che conosci nella vita reale e finendo per capire come questi tratti siano in realtà dei veri e propri archetipi che questi autori sono riusciti a comprendere dapprima e poi fissare e scolpire nelle loro opere.

Lo stesso Gustave Flaubert, che seppe tratteggiare in maniera eccellente un’altra celebre figura femminile della letteratura, leggendo Anna Karenina di Tolstoj ebbe occasione di esclamare a proposito del grande autore russo appunto “che psicologo!”, riportando tale giudizio in una lettera a Turgenev, che poi ne scrisse a Tolstoj stesso – il giudizio di Flaubert è riportato in una lettera di Turgenev a Tolstoj, in Correspondance, 8 voll., Paris, Canard, 1930, vol. I, p. 356.

È proprio con stupore, dunque, che si leggono questi autori, per l’immensità dello sguardo che sono riusciti ad avere sull’anima dell’uomo, riuscendo a comprenderla così bene.

La seconda sensazione, la seconda considerazione che segue subito dopo la prima, e che sembra in parte in contraddizione con essa, consiste nel chiedersi: ma come si può vivere, e relazionarsi con gli altri esseri umani, senza capire le cose che hanno capito questi grandi autori? Queste cose, infatti, una volta che se ne prende consapevolezza, sembrano assolutamente necessarie per poter comprendere come ragionano e, soprattutto, cosa provano gli altri esseri umani, quelli con cui ci relazioniamo tutti i momenti della nostra vita è, da ultimo, anche noi stessi.

Come funziona un amore, dal momento in cui nasce, a quello in cui prosegue, a quello infine in cui malauguratamente finisce? È descritto in maniera precisa e dettagliata in molte grandi opere del passato, lasciamo stare la celebre tragedia di Shakespeare, prendiamo anche più semplicemente Oblomov e Olga, ma anche Anna e Vronskij e centinaia di altri personaggi di … “fantasia”… che però sono guarda caso identici a noi.

Come funziona una nevrosi? Torniamo a Flaubert, anche se gli esempi potrebbero sprecarsi. E una compulsione? Dostoevskij ce lo spiega in modo impeccabile, e altissimo, col suo “Il giocatore”.

Nessun saggio, nessuna opera scientifica potrebbe farci entrare così dentro all’anima dell’uomo come questa grandi opere che noi chiamiamo di fiction ma che per vero sono dei documentari estremamente realistici ed approfonditi su come funziona l’uomo.

Allora le sensazioni di stupore sono appunto due. Andare a prendere un grande romanzo scritto nel 1800, come Anna Karenina, e vedere che dentro ci siamo noi, tanto che il romanzo potrebbe essere stato scritto oggi, per quel che riguarda il vero cuore dell’uomo.

La seconda sensazione concerne invece il chiedersi come mai tutti non facciano altro che leggere e rileggere questi grandi classici, per imparare a conoscere loro stessi, come saggiamente ammoniva l’oracolo di Apollo a Delfo, ma anche tutti gli altri uomini con cui comunque si devono relazionare.

Questi grandi classici, questi per me simpatici mattoni di carta, che distribuisco per tutta la casa e tengo in copia anche nei miei dispositivi elettronici, sono, insomma, uno dei tesori più preziosi per me e lo sarebbero anche per tutti gli altri uomini, se solo ne avessero la consapevolezza.

È proprio vero, come ha detto Calvino, che i classici non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire, perché essi ci parlano di noi stessi, contengono la “scienza dell’uomo” e sono quanto di più necessario ci sia a disposizione anche oggigiorno.

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