Voglio separarmi e ho un figlio: cosa rischio?

sono mamma di un bambino di quasi due anni. Convivo col mio compagno (padre del bambino) e la situazione in casa è sempre più tesa. Credo che il bambino stia risentendo di questa ostilità da parte del mio compagno nei miei confronti. Ostilità fatta di urla ogni giorno e frasi svalutanti ogni minuto. Il rapporto è sempre stato parecchio burrascoso ma se un tempo ero in grado di tollerare, ora ho raggiunto il limite. Sono in uno stato di ansia perdurante visti anche episodi violenti accaduti all’inizio della relazione. Posso andarmene col bambino senza temere qualcosa?

Se ti devo rispondere col cuore, ti devo dire di no, che non puoi assolutamente.

Quello che non si può non temere, in questi casi, è quello di sfasciare una famiglia, quella del tuo bambino, ancora molto piccolo, privarlo del bene per lui assolutamente più importante al mondo, più importante del cibo, dei beni materiali, delle case – tutte cose che oggi generalmente abbondano – e cioè una famiglia unita con una mamma e un papà che si vogliono bene e collaborano davvero per lui.

Privarlo, inoltre, della nonostante tutto assolutamente essenziale figura del padre, che ha senso solo se vive con il bambino, nonostante, di nuovo, una sterminata letteratura modernista tenti disperatamente di dimostrare il contrario, cioè che si può fare il padre anche part-time o a distanza, tramite Skype – molto petaloso!

Un padre, infatti, che ha come compito quello di proteggere i suoi figli e la loro madre sino al sacrificio, anche con la sua autorità e la sua forza – che non sono tossiche come vorrebbe il cattivo femminismo, che non sarà mai abbastanza maledetto, ma benedette e indispensabili – non può farlo al telefono o magari da duecento chilometri di distanza, dove si è magari trasferito nel vano tentativo di rifarsi una vita, quando invece la vita è una sola e quello che hai fatto da quando sei nato non lo puoi impacchettare e chiudere in un cassetto per aprirne un altro, perché poi quel cassetto continua a riaprirsi.

Un altro rischio è quella della tua trasformazione da donna in donnoide, che ho visto accadere davvero tantissime volte. O, se vuoi, da donna e mamma felice, sia pure coi suoi dolori, a donna solare che indossa sempre un sorriso, cioè una nevrotica irrisolta.

Adesso sei una mamma, una compagna, una persona con una situazione, una missione, uno scopo, un senso, sia pure con tanta sofferenza e un certo disagio.

Molte donne, molti uomini che si separano per la situazione di disagio che vivevano nella coppia poi si ritrovano, con loro sommo stupore, che anche dopo dieci, venti anni sono daccapo: non riescono a stabilire una relazione che sia significativa e appagante. Broken flowers: si guardano indietro e vedono una teoria ben nutrita di partner uno più improbabile dell’altro. L’unica sicurezza che hanno è che col coniuge non erano felici e quindi non tornerebbero più indietro… E forse hanno anche ragione, il punto era non mollare illo tempore ma continuare a lavorarci, su quella coppia.

A una minima parte di loro viene in mente che forse il problema riguarda loro stessi e andrebbe affrontato con un loro scatto evolutivo, un lavoro di crescita personale, perché le tue inquietudini, le tue disfunzionalità, ti seguono in ogni luogo in cui tu possa andare, con ogni partner che tu possa avere.

Questo è quello che mi sento di dirti con tutto il cuore, mia buona amica.

So che per te la situazione non è facile.

Non so perché Dio abbia affidato alla donna il compito di fare, dapprima, e, poi, tenere insieme la famiglia, non so neanche se sia giusto o meno, però siete voi donne che avete questo compito e questa possibilità.

È un discorso molto sessista, ma la realtà è che la verità è sessista, la biologia, la creazione e, infine, Dio sono tutti sessisti (nella Genesi c’è scritto chiaro: «maschio e femmina» ci creò; se ci avesse voluto uguali, non ci avrebbe creato diversi, è molto semplice, ma il mondo attuale vuole contestare pure questo).

Comunque, se voi donne rinunciate a questo, le famiglie si sfasciano.

Noi uomini, noi maschi, le famiglie possiamo solo proteggerle, ma siete voi che le fate e che le tenete insieme.

Considera che nessuna donna è ancora sposata o accompagnata col padre dei suoi figli perché costui è perfetto.

Quelli perfetti sono solo i nuovi compagni delle donne che si sono divorziate e che devono giustificare il macello che hanno fatto pubblicandone l’elogio sui social, a comprova che hanno fatto bene a sfasciare la famiglia dei loro figli perché poi hanno trovato un vero mago, un uomo perfetto, il «nuovo compagno» cui dare in pasto i figli fatti con un precedente uomo che nel frattempo dorme altrove perché indegno ma che è l’unico uomo che sarebbe davvero pronto a sacrificarsi per l’uomo, mentre il nuovo compagno è ovviamente e oggettivamente lì per altro.

A tutte queste cazzate, se ci vuoi credere tu, va bene anche a me.

Non ti giudico, per me il giudizio è tossico, io voglio solo darti un punto di vista, poi decidi tu e amici come prima.

Ho parlato con tante donne che dovevano decidere se tenere il loro bambino o abortirlo, loro mi hanno ascoltato e poi hanno fatto come hanno creduto, ma il nostro rapporto è rimasto non scalfito in ogni caso. Per me infatti l’importante è solo questo, che quando una donna deve prendere una decisione importante le sia servita su un piatto anche la verità da ascoltare, non ci sia solo il coro del mondo fatto di cazzate, di alcune delle quali ti ho fatto esempio.

Per me la realtà, dunque, è molto diversa. Ognuno di noi, me e te compreso, presenta delle disfunzionalità.

Chi resta ancora in coppia ha semplicemente imparato a relazionarcisi e a volte persino a sopportare, nonostante che il dolore e la sofferenza oggi siano decisamente fuori moda.

Sul tema è uscito peraltro da poco l’ultimo libro di un’autrice che stimo molto, che guarda caso si intitola «Niente di ciò che soffri andrà perduto»: guarda che diversità di prospettiva rispetto al mondo di oggi, dove ognuno si sbraccia a dimostrare quanto sta bene o, appena ha una puntina di mal di testa, corre a prendere un Aulin. Se vuoi dare un’occhiata, clicca qui.

La sofferenza va evitata a tutti i costi o è qualcosa di funzionale, di cui essere persino grati?

Pensa al disagio che stai vivendo attualmente nella tua coppia. Possibile che sia addirittura qualcosa di positivo?

La risposta è che dipende sempre da noi cosa vogliamo fare del nostro dolore, delle nostre sofferenze, dei nostri disagi.

È proprio in questo che si vede, ancora oggi, in un modo di persone che esibiscono un benessere che spesso in realtà non hanno nemmeno, finendo per il confondersi ancora di più, la differenza tra una persona e l’altra: il modo in cui affronta le difficoltà della vita, difficoltà che, quando sei genitore, riguardano anche il tuo essere padre o madre.

Perché non iniziare un percorso di counseling con il tuo compagno per vedere se possibile lavorare sulle disfunzionalità che vi impediscono di essere felici?

Ti assicuro che ci sono alcune consapevolezze importanti, a volte basta poco, addirittura pochissimo, basta acquisirle e si inizia a vedere tutti in un modo nuovo.

Il mio consiglio sarebbe di valutare prima e provare questa eventualità. Può anche darsi che sia praticabile una separazione «temporanea», terapeutica per la coppia, in cui per te sia possibile uscire dal disagio del momento e ricominciare a vedere tutto con una prospettiva diversa.

Se vuoi prenotare, intanto per te, un’ora di counseling, contattami dalla pagina apposita o chiama lo studio al numero 059 761926.

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2 commenti su “Voglio separarmi e ho un figlio: cosa rischio?”

  1. Premesso che dal punto di vista giuridico puoi andartene in qualsiasi momento, ma devi comunicare al padre dove si trova il bambino (a meno che non passi prima da un mediatore familiare per mettervi d’accordo sulle visite e il mantenimento; comunque è opportuno che tu chieda appunto un parere legale oppure che ti rivolga a un consultorio familiare), il comportamento del tuo compagno sembra denotare un disturbo narcisistico ossia il bisogno di umiliare ogni giorno qualcuno per dare un senso alla propria vita. Naturalmente per l’altro è una vita d’inferno. Sono d’accordo tuttavia con l’avvocato Solignani sul fatto che valga la pena fare dei tentativi: un counseling, una terapia di coppia, una mediazione familiare… Potresti fare delle ricerche in rete sul tema “convivere con un narcisista”. Da divorziata posso dirti una cosa: è vero che dopo che hai sfasciato la famiglia te ne penti per tutta la vita, anche se sai che in quel momento era l’unica cosa possibile da fare.

    1. Bellissimo commento Antonella, sono molto d’accordo soprattutto sull’ultima riga: in quel momento non hai alternativa, ma poi te ne penti per il resto della vita. Quanto al narcisismo, io in generale non esagererei, non è che gli stronzi o un po’ stronzi non esistano più e sono diventati tutti diagnosticabili… E poi la ferita narcisistica ce l’abbiamo tutti chi più chi meno. Preferisco dire che é un rapporto che avrebbe bisogno di un tagliando, anche se probabilmente sarebbe stato preferibile muoversi prima. Questo almeno il mio punto di vista.

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