Comprendere il diritto: molti avvocati non sono in grado.

Oggi ti parlo dell’ignoranza degli avvocati e dell’incapacità della
maggior parte di essi di comprendere il diritto.

Leggendo le domande poste dagli avvocati nei vari gruppi facebook, tra
cui il mio, che ormai conta quasi 20.000 iscritti, e soprattutto le
risposte, ho potuto toccare con mano che una vasta parte degli
avvocati appunto non capisce il diritto, di cui sconosce le nozioni
fondamentali, che sono invece necessarie per condurre correttamente un
ragionamento in termini giuridici.

Questo non è un problema così grave, in realtà, perché – per fortuna –
solo una piccola parte delle vertenze viene definita ricorrendo
all’applicazione del diritto, ma suscita ugualmente perplessità, anche
perché certi strafalcioni non sono frutto di mera ignoranza, ma
soprattutto della incapacità di connettere quelle pur poche cose che
si sanno e della mancata comprensione del diritto in generale.

Ogni avvocato, infatti, di solito conosce dal 2% al 5% della
legislazione e del diritto esistenti, tuttavia, sulla base di una
preparazione sistematica adeguata e della comprensione dei concetti e
dei metodi di base della scienza giuridica, é sempre in grado di
andare a cercare la parte che non conosce, comprenderla,
circostanziarla ed applicarla al caso che deve trattare.

Occorre sapere ragionare in diritto e, quindi, capire il diritto.

Invece leggo di persone che non sanno come funziona una situazione di
contitolarità di diritti, ad esempio, cioè una comunione, basata sul
concetto di quota ideale del bene.

A queste persone, la formazione continua obbligatoria non serve a niente.

La formazione continua propone approfondimenti ad avvocati che non
sono in grado di leggere e comprendere le disposizioni del codice
civile, figuriamoci cosa possono capire di un contrasto
giurisprudenziale relativamente ad un aspetto secondario, ma
controverso, di un istituto di cui non comprendono, a monte, il
funzionamento di base!

La buona notizia è che si può fare benissimo l’avvocato anche senza
capire un cazzo di diritto e questo è esattamente quello che fa una
larga parte dei professionisti.

Anzi, spesso proprio questi sono gli avvocati migliori, perché, non
capendoci un cazzo, non hanno mai la presunzione che il loro cliente
«abbia ragione» e quindi finiscono regolarmente per conciliare,
mediare, transigere, con vantaggi per tutti: clienti, avvocati,
magistrati, sistema giudiziario, pace sociale.

Ci, sono, tuttavia, dei casi in cui il ricorso al sistema giudiziario
é indispensabile: in quei casi sapere quel che si sta facendo, che poi
si traduce in quello che si scrive, sarebbe utile, quando non
fondamentale.

Anche se devi scrivere un ricorso per decreto ingiuntivo, la
situazione di base devi averla capita e inquadrata correttamente in
diritto, perché altrimenti rischi problemi in seguito, dai più piccoli
ai più grandi a seconda di come si snoda il procedimento.

Gli avvocati non sono scemi. D’accordo non sono dei geni, ma neanche scemi.

Se non sanno le cose che avrebbero bisogno di sapere é perché non
hanno ricevuto una formazione adeguata a) all’università b) durante la
pratica forense. Ciò con un loro eventuale concorso di colpa, più o
meno grande.

Che cosa può fare un avvocato che non è in grado di inquadrare
correttamente in diritto la situazione sulla quale si trova a
lavorare?

Nella maggior parte dei casi, può lavorarci sopra ugualmente. Come
insegna il mio approccio strategico, la fase del fare e il più rapido
possibile passaggio alla stessa sono fondamentali per la trattazione
dei problemi giuridici. Lettere, diffide, incontri, inviti in
mediazione e persino transazioni, accordi, conciliazioni possono
essere fatti tranquillamente senza bisogno di specifici
approfondimenti.

Questi approfondimenti saranno però necessari nel caso in cui ci sia
da andare in giudizio.

In questi casi, uno cosa può fare, riprendere in mano il manuale di
diritto privato e rimettersi a studiare?

Studiare non fa mai male, ma spesso i buchi sono sparsi qua e là e
difficilmente si riesce a capire esattamente quali sono e a colmare le
relative lacune.

É meglio «fare rete», cioè rivolgersi ad altri colleghi più preparati.

Questo può avvenire in due modi:
a) chiedendo un consiglio al volo, quando é sufficiente questo;
b) condividendo la pratica col collega, quando é necessario un aiuto
più consistente.

In ogni caso, se sei un avvocato non devi mai mandare via nessuno, da
un lato, né, dall’altro, fare o rischiare di fare degli errori che
vadano a detrimento del tuo cliente.

Devi dare a tutti un servizio di buona qualità. Se non ci arrivi da
solo, associ un collega la cui presenza e il cui lavoro nella
posizione te lo garantisce.

Nota bene. Il costo, per il cliente finale, deve restare identico,
anche quando associ un collega. Devi essere tu a rinunciare a parte
del tuo compenso per compensare il collega che hai associato a causa
dei tuoi limiti come professionista. Il cliente, insomma, deve pagare
quello che avrebbe pagato se lo avessi seguito solo tu.

Peraltro, sulla base di un preventivo chiaro e già accettato,
associare un collega in una posizione diventa estremamente semplice.

Considera che questo collega non deve più essere in loco, come era
invece necessario sino a poco tempo fa. Con la telematica, entrata
anche nel processo, puoi scegliere un avvocato a prescindere dalla sua
collocazione geografica.

Con la consapevolezza dei propri limiti si lavora sempre molto più
serenamente e si ritrova persino il piacere di fare questa
professione.

Rock n’ roll!

Riferimenti

Conclusioni

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