Se me li facevo di galera, adesso stavo fuori.
Il 1.1.2025 ho fatto 29 anni di professione forense, essendo iscritto all’albo di Modena dallo stesso giorno dell’anno 1996.
Da allora, sono cambiate tante cose, alcune di esse in modo radicale. Il processo è diventato telematico, cosa che – da appassionato di tecnologia – speravo sin da allora, le materie di cui si occupano gli avvocati sono diverse da quelle di prima, i famosi «utenti» si accostano agli avvocati in modo sempre più inedito, sono cambiate le procedure, gli uffici giudiziari (le preture, e tante altre cose, non esistono più), le udienze e così via.
In tutto questo ovviamente, sono cambiato anche io e non sempre in meglio. Diverse cose le capisco e le faccio più velocemente di prima, ma su altre inizio a far più fatica: per fortuna c’è il computer e la ricerca per stringa che ci fa arrivare sempre alle cose che ci servono. Di questo tipo di «conoscenza strutturata», per cui il tuo cervello non è solo l’insieme dei ricordi contenuti nei tuoi neuroni, ma anche tutti i tuoi «appunti», anche digitali (grazie a Dio), hanno parlato Giorgio Nardone e i ricercatori della scuola di Palo Alto.
Comunque, questa cosa per cui siamo destinati a diventare via via meno lucidi in un mondo che invece diventa sempre più complesso è una sfida importante. La chiave credo sia appunto questa: usare questa nuova complessità per sopperire a tutte le nostre mancanze, sia quelle iniziali, sia quelle che si determinano magari col tempo.
La scoperta più banale e interessante al tempo stesso che ho fatto in questi quasi tre decenni è che il diritto serve abbastanza a poco per la risoluzione dei problemi legali, è piuttosto sopravvalutato, e che soprattutto ogni problema legale ha una profonda radice emotiva e relazionale.
Quest’ultimo è un aspetto che, travolti dal digitale, stiamo perdendo sempre più di vista: vediamo il mezzo di comunicazione, ma tendiamo a dimenticarci che ai due poli della comunicazione stessa ci sono delle persone.
Nessuno che fosse seduto ad un caffè con degli amici con cui è intento a conversare si sognerebbe mai di alzarsi all’improvviso e dirigersi altrove senza pronunciare una parola di commiato o di saluto, ma tutti quelli che ad esempio escono da un gruppo whatsapp, cui hanno partecipato fino a pochi giorni prima in modo attivo, si sganciano senza dire nulla, come robot che tornano dentro a una loro scatola.
Questo non va bene e questa è la sfida dei prossimi anni: in un mondo già dominato dalle macchine (quello che puoi scrivere sui social lo decide un algoritmo, persone e padri di famiglia vengono licenziati perché non esprimono prestazioni adeguate secondo un algoritmo, ecc.), in cui si sono realizzate le più fosche previsioni degli scrittori di fantascienza, l’obiettivo è quello di tornare il più possibile umani – non dico restare, perché oggi non lo siamo più, assomigliamo già troppo alle macchine.
Il mio payoff «avvocati dal volto umano», scelto decenni fa, mi sembra così sempre più appropriato. Anzi, al momento attuale, la mia sensazione è che sarebbe da estendere a tutte le categorie, anche non professionali, compresi i genitori, i coniugi, i parenti, gli amici…
In fondo, ognuno di noi non desidera altro che diventare se stesso. Questo oggi è un lusso, ma se non diventi te stesso, se non canti la tua unica canzone, che cosa sei?
Buon anno, che Dio ti protegga e tenga sempre la sua mano su di te.
059 761926: per affrontare un problema legale o una situazione personale col counseling
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