Italia fuori dai Mondiali: una crisi che viene da lontano.

L’Italia non si è qualificata ai Mondiali del 2026.

È la terza mancata qualificazione consecutiva.

Tradotto: per 16 anni la nazionale italiana resterà fuori dal campionato del mondo.

Quasi un’intera generazione.

Ci sono ragazzi che oggi hanno 16 o 18 anni che non hanno mai visto l’Italia giocare un Mondiale.

Non hanno mai vissuto quell’attesa.
Quelle partite.
Quelle emozioni collettive che, nel bene o nel male, hanno segnato decenni di storia del Paese.

E questo dato, da solo, dovrebbe far riflettere.

Perché non si tratta di una sconfitta sportiva.

Si tratta di un segnale.

Di qualcosa che si è rotto.

Le cause sono molte.

Tecniche.
Organizzative.
Culturali.

Ma ce n’è una che merita di essere ricordata, anche da un punto di vista giuridico.

La sentenza Bosman.

Quella decisione ha cambiato per sempre il calcio europeo.

Ha eliminato i limiti al numero di giocatori comunitari nelle squadre di club, aprendo il mercato in modo totale.

Un principio sacrosanto sotto il profilo della libera circolazione.

Ma con effetti profondi sul sistema.

Oggi, in molte squadre di Serie A, il numero di giocatori stranieri è predominante.

Non è raro vedere formazioni con:
– 8
– 9
– anche 10 stranieri in campo

E in alcuni casi, intere squadre costruite quasi esclusivamente con giocatori non italiani.

Un dato simbolico resta nella storia.

L’Inter, nel 2010, scese in campo senza neanche un giocatore italiano in formazione iniziale.

Un fatto impensabile fino a pochi anni prima.

E che oggi, invece, non sorprende più.

Questo ha conseguenze dirette.

Meno spazio per i giovani italiani.
Meno sviluppo interno.
Meno identità calcistica nazionale.

Il sistema dei club cresce.

Ma la nazionale si impoverisce.

È un paradosso solo apparente.

Perché il calcio dei club e quello delle nazionali rispondono a logiche diverse.

I club cercano il risultato immediato.

La nazionale ha bisogno di un vivaio.

E quando il vivaio si riduce, prima o poi il conto arriva.

E oggi lo stiamo pagando.

Tre Mondiali consecutivi saltati.

Sedici anni fuori.

Una cosa che, fino a non moltissimo tempo fa, sarebbe stata semplicemente impensabile.

E allora il punto non è solo capire cosa è successo.

È capire cosa fare.

Perché una situazione del genere non si risolve con un cambio di allenatore.

Serve una rifondazione.

Profonda.

Del sistema di formazione.
Delle priorità.
Della visione complessiva del calcio italiano.

Altrimenti il rischio è semplice.

Abituarsi.

E questa sarebbe la sconfitta peggiore.

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