L’astensionismo è comprensibile ma non utile.

Sempre più persone scelgono di non votare. È una scelta che nasce spesso da delusione, amarezza, sfiducia. E queste emozioni hanno una loro legittimità: chi vota alle elezioni politiche o amministrative sa bene quanto sia limitato lo spazio reale di intervento.

In quelle occasioni, infatti, non scegliamo davvero le persone: scegliamo un simbolo. Le liste sono formate dai partiti, e una volta espresso il voto non c’è alcun vincolo reale sul comportamento degli eletti. Il programma può essere disatteso, cambiato, dimenticato. E non ci sono vere conseguenze.

Tutto questo spiega l’astensionismo. Ma non lo giustifica.

Perché non votare non costruisce nulla. Non corregge il sistema. Non manda un messaggio efficace. Lascia semplicemente che decidano altri.

E questo è ancora più evidente quando si parla di referendum.

Nel referendum il cittadino non delega: decide. Non affida un mandato: esercita direttamente il potere. Si vota su una singola proposta, chiara, circoscritta. Lo spazio di intervento è massimo, non minimo.

Per questo, proprio nel caso dei referendum, l’astensionismo perde ogni senso.

È difficile immaginare uno strumento più democratico del referendum: una decisione diretta, senza intermediari, senza filtri. Rinunciare a questo significa rinunciare alla forma più piena di partecipazione.

Si può essere critici, delusi, persino arrabbiati. Ma la risposta non può essere il silenzio.

Non votare è comprensibile.

Votare è necessario.

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