Bonaccini e il voto a destra: la cultura non è un diploma
1) Che cosa ha detto davvero Bonaccini.
La polemica nasce da un intervento pronunciato nei giorni scorsi ad Albenga. Stefano Bonaccini ha affermato che il consenso alla destra, prima a Salvini, poi a Meloni e forse domani a Vannacci, arriverebbe «in maniera maggioritaria da chi ha poco studiato», da chi vive nelle aree interne o nelle periferie e da chi sta peggio economicamente.
La frase, ripresa il 28 agosto 2026 dal Corriere della Sera, ha suscitato reazioni molto dure. Bonaccini ha poi precisato che le sue parole erano state estrapolate da un ragionamento più ampio: non intendeva sostenere che tutti gli elettori di destra siano privi di istruzione, ma osservare che, in diverse elezioni occidentali, il voto alla destra è risultato più forte tra chi possiede titoli di studio meno elevati. A suo dire, questo dovrebbe interrogare soprattutto la sinistra, che non riesce più a rappresentare le persone economicamente più fragili e le periferie.
La precisazione va riportata per correttezza. Resta però un fatto: quella frase, formulata in quel modo, suona presuntuosa e paternalistica. Bonaccini mi è sempre stato abbastanza simpatico, pur non essendo io né un suo elettore né un suo sostenitore. È anche un Modenese come me. Questa volta, però, ha detto proprio uno sproposito politico e non stupisce che lo stiano sbertucciando.

Foto di Francesco Pierantoni.jpg), licenza CC BY 2.0, tramite Wikimedia Commons; immagine ridimensionata.
2) Un dato statistico non è un certificato di saggezza.
Una correlazione tra titolo di studio e orientamento politico può esistere. Le analisi Ipsos sulle elezioni del 2022, per esempio, mostravano un consenso più elevato per Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia tra gli elettori con scolarità più bassa, mentre Partito democratico, Alleanza Verdi-Sinistra e Terzo polo raccoglievano percentuali maggiori tra i laureati.
Questo dato descrive la composizione di alcuni elettorati in una certa elezione. Non dimostra che una parte politica sia più intelligente, più saggia o moralmente superiore all’altra. Il titolo di studio misura un percorso formale; non misura automaticamente l’esperienza, il discernimento, l’onestà intellettuale, la capacità di comprendere la vita concreta o il valore di una persona.
Confondere questi piani è un pensiero involuto. Una persona davvero colta non considera necessariamente meno istruito, meno saggio o meno degno chi ha gusti diversi dai suoi, anche in politica. Le persone più evolute riescono a confrontarsi con punti di vista molto lontani dai propri senza trasformare il dissenso in una diagnosi di inferiorità.
3) La stupidità non ha tessera di partito.
C’è poi una considerazione molto semplice: gli sciocchi si trovano dappertutto. Se nella società sono numerosi, saranno inevitabilmente numerosi anche in ogni partito, movimento ed elettorato. Nessuna area politica possiede il monopolio dell’intelligenza e nessuna è immune dalla superficialità, dal conformismo o dalla propaganda.
La cultura politica comincia proprio quando smettiamo di raccontarci che i nostri avversari votano male perché non capiscono. Possono votare diversamente perché hanno interessi, priorità, valori, paure ed esperienze differenti. Possiamo giudicare sbagliate le loro conclusioni, ma dobbiamo prima provare a comprenderne le ragioni.
Quando un partito perde il consenso dei lavoratori, delle periferie e delle persone in difficoltà, liquidarle come meno istruite è il modo più sicuro per perderle ancora. La domanda utile non è «quanto hanno studiato?», ma «perché non si sentono più rappresentate da noi?».
4) Il paradosso della scuola italiana.
Se prendessimo alla lettera la tesi secondo cui la minore istruzione spingerebbe verso la destra, emergerebbe un paradosso che la sinistra dovrebbe affrontare. Nel dopoguerra la scuola, l’università, l’editoria, la televisione pubblica e una parte enorme della produzione culturale italiana sono state a lungo caratterizzate da una forte egemonia progressista e antifascista. Se, dopo decenni di questa egemonia, una parte crescente dei ceti popolari sceglie la destra, attribuire tutto alla scarsa cultura significa eludere il problema.
Il sistema formativo italiano, inoltre, conserva ancora tracce profonde della riforma realizzata nel 1923 dal filosofo fascista Giovanni Gentile. La ricostruzione storica della Treccani la considera la più importante riorganizzazione scolastica italiana del Novecento e sottolinea quanto abbia inciso sugli ordinamenti, sugli esami e sui programmi.
Questo non significa affatto rimpiangere il fascismo. La scuola gentiliana era selettiva, gerarchica e legata a un regime autoritario; durante il fascismo la scuola fu anche strumento di propaganda, come oggigiorno del resto, peraltro. Significa, più semplicemente, riconoscere senza isterie che quel modello attribuiva grande peso alla formazione umanistica, alla filosofia, alla storia, alla lingua e al ruolo dell’insegnante. Se oggi la scuola fatica a formare, non si migliora cancellando la storia: si distingue ciò che era valido da ciò che era autoritario, discriminatorio o incompatibile con una società democratica.
5) Più istruzione non significa automaticamente politica migliore.
Anche la storia europea invita alla prudenza. Uno studio di Alan de Bromhead e Matthias Blum, pubblicato nel 2019 sulla *European Economic Review*, ha esaminato un vasto insieme di dati relativi ai militari tedeschi durante il Terzo Reich. Gli autori hanno rilevato che l’appartenenza a organizzazioni naziste era associata, in quel campione, a livelli più elevati di capitale umano e provenienza socioeconomica.
Lo studio sul nazismo e la mobilità sociale non consente di dire genericamente che tutti i nazisti fossero più istruiti della popolazione tedesca, né permette confronti semplicistici con l’Italia di oggi. Dimostra però una cosa essenziale: istruzione e rettitudine politica non coincidono. Persone istruite possono sostenere idee aberranti; persone senza titoli accademici possono vedere con chiarezza ciò che sfugge a intere classi dirigenti.
La laurea fornisce strumenti. Non garantisce che vengano usati bene.
6) Preve e il limite degli intellettuali.
Mi torna in mente una frase attribuita al filosofo marxista Costanzo Preve, uomo che certamente aveva studiato e che altrettanto certamente non apparteneva alla destra, secondo cui questa sarebbe la prima epoca storica in cui gli intellettuali sono più stupidi della gente comune.
È una provocazione, naturalmente. Ma coglie un rischio reale: l’intellettuale che vive nella propria bolla può conoscere perfettamente libri, codici e statistiche e non capire più nulla della vita quotidiana. Può parlare di lavoratori senza frequentarli, di periferie senza andarci e di povertà senza aver mai dovuto scegliere quale bolletta rinviare.
La vera cultura non è l’accumulo di nozioni utilizzato come patente di superiorità. È anche capacità di ascolto, dubbio, curiosità e disponibilità a cambiare idea. Se lo studio rende incapaci di parlare con chi non condivide le nostre conclusioni, non ci ha resi più sapienti: ci ha soltanto resi più presuntuosi.
7) Le cose rivelate ai piccoli.
Da cristiano non posso non ricordare anche un passaggio del Vangelo secondo Luca. Gesù rende lode al Padre perché ha nascosto alcune cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli.
Non è un elogio dell’ignoranza. È un avvertimento contro la superbia del sapere. La conoscenza è un bene enorme, ma può diventare un ostacolo quando si trasforma nella convinzione di essere migliori degli altri. Si può conoscere moltissimo e capire pochissimo; si può avere studiato poco e possedere una sapienza umana profonda.
Anche la politica dovrebbe ricordarselo. Il cittadino non deve esibire un diploma per meritare rispetto. Il voto di una persona vale quanto quello di ogni altra non perché tutte sappiano le stesse cose, ma perché tutte hanno la stessa dignità politica.
8) La sinistra di cui avremmo bisogno.
Io sono un uomo di destra e ringrazio il Signore di aver conosciuto, e di conoscere tuttora, comunisti che sono persone eccezionali: amici veri, partner di lavoro validissimi, persone intelligenti con le quali mi confronto sempre volentieri. Le differenze politiche non mi hanno mai impedito di riconoscere competenza, lealtà e umanità.
Mi domando se i giovani di oggi avranno la stessa fortuna, perché molti esponenti contemporanei della sinistra lasciano parecchio a desiderare. Ed è un peccato, proprio perché oggi avremmo un bisogno enorme di una sinistra capace di difendere davvero i lavoratori, mai schiacciati e precarizzati come in questo periodo.
Voglio sperare che uscite come quella di Bonaccini siano episodi isolati. Sotto le battute infelici e le posture da superiorità morale continuano certamente a esserci persone competenti e generose. Io le incontro, per esempio, nel sindacato territoriale della CGIL, che mi ha aiutato molte volte e con il quale ho collaborato in modo efficace proprio perché composto da persone dotate di competenze reali.
Il confronto politico torna utile quando smettiamo di dividere il mondo tra illuminati e ignoranti. La destra ha bisogno di una sinistra seria; la sinistra ha bisogno di capire perché tanti lavoratori non la votano più. Entrambe hanno bisogno di cittadini che sappiano discutere senza disprezzarsi.
9) Passa all’azione.
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