Fine vita in Veneto: una legge vergogna

Fine vita in Veneto: una legge vergogna

1) Che cosa ha approvato il Veneto.

Il Consiglio regionale del Veneto ha approvato una legge di iniziativa popolare sulle procedure con cui il servizio sanitario regionale dovrà esaminare ed eventualmente dare seguito alle richieste di suicidio medicalmente assistito. Il resoconto ufficiale del Consiglio regionale riferisce 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni.

La legge non legalizza l’eutanasia in senso tecnico e non può creare da sola un nuovo diritto a morire. Cerca, invece, di organizzare tempi, commissioni e strutture sanitarie per applicare l’area di non punibilità dell’aiuto al suicidio delineata dalla Corte costituzionale. Gli emendamenti approvati hanno rafforzato il ruolo del medico palliativista, l’informazione sulle cure palliative, il sostegno psicologico e la volontarietà della partecipazione dei sanitari.

Queste precisazioni sono giuridicamente necessarie, ma non cambiano il mio giudizio politico e morale: considero questa legge una gigantesca vergogna e una sconfitta verticale per chi ha a cuore la vita e la vera dignità delle persone, soprattutto delle più deboli.

2) Non è una battaglia di civiltà.

Il suicidio assistito viene presentato come una conquista di libertà, autodeterminazione e compassione. Io vedo il pericolo opposto: un salto nella barbarie e nella cultura dello scarto, cioè nell’idea che alcune vite, perché fragili, dipendenti, dolorose o improduttive, possano diventare meno degne di essere vissute e protette.

La dignità della persona non dipende dalla salute, dall’autonomia, dal reddito o dall’utilità sociale. Una persona anziana, disabile, depressa o gravemente malata non perde valore quando ha bisogno degli altri. Proprio in quel momento la civiltà di una comunità si misura nella capacità di curarla, sostenerla e non farle percepire la propria esistenza come un peso.

La legge disciplina formalmente una scelta individuale. Ma nessuna scelta nasce nel vuoto. La solitudine, la povertà, la scarsità dell’assistenza domiciliare, la depressione non riconosciuta e la paura di gravare sulla famiglia possono trasformare una libertà teorica in una pressione concreta. Per questo temo che il messaggio pubblico, col tempo, possa diventare: «Se soffri molto e costi molto, la morte è una soluzione disponibile».

Post di Costanza Miriano sulla legge del Veneto in materia di suicidio medicalmente assistito
Una riflessione di Costanza Miriano sulla legge veneta sul fine vita.

3) L’eccezione tende a diventare normalità.

La storia italiana mi induce a diffidare delle rassicurazioni secondo cui una disciplina resterà per sempre confinata ai casi estremi. Il divorzio fu raccontato soprattutto come una via d’uscita da matrimoni intollerabili e coniugi violenti; oggi è normalmente utilizzato anche per cambiare progetto di vita e partner. L’aborto fu difeso richiamando situazioni drammatiche ed eccezionali; nella pratica è divenuto anche una forma di contraccezione successiva al concepimento.

Non sto dicendo che istituti diversi siano giuridicamente identici. Dico che il meccanismo culturale è simile: ciò che viene introdotto come extrema ratio tende a normalizzarsi, ad allargarsi e infine a presentarsi come una prestazione ordinaria. Sul fine vita questo rischio è ancora più grave, perché l’esito è irreversibile.

4) Chi rischia di pagare il prezzo più alto.

I primi a dover temere questa trasformazione non sono le persone forti, assistite e benestanti. Sono gli anziani soli, i disabili, i malati cronici, coloro che non ricevono cure adeguate e chi attraversa una sofferenza psicologica che gli fa credere di non avere più un posto nel mondo.

Affermare che una legge sarà usata per «eliminare» queste persone sarebbe oggi una previsione, non un fatto dimostrato. Ma è proprio compito della politica valutare anche gli incentivi perversi e le derive future. Quando il sistema sanitario fatica a garantire assistenza, riabilitazione e cure palliative, rendere più efficiente il percorso verso la morte senza avere prima reso davvero accessibile il percorso della cura è, a mio giudizio, moralmente capovolto.

5) Il nodo costituzionale non è affatto risolto.

Sul piano giuridico la questione è delicatissima. L’articolo 117 della Costituzione riserva allo Stato l’ordinamento civile e penale, mentre attribuisce alla legislazione concorrente la tutela della salute. Una Regione può organizzare strutture e servizi sanitari; non può, però, ridefinire i presupposti di una causa di non punibilità prevista nell’ambito dell’articolo 580 del codice penale.

La sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale ha escluso la punibilità dell’aiuto al suicidio soltanto in presenza di condizioni rigorose: patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche reputate intollerabili, capacità di assumere decisioni libere e consapevoli e dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Le condizioni e le modalità devono essere verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario, sentito il comitato etico territorialmente competente. È dunque la Corte, non una Regione, ad avere inciso in modo eccezionale sul perimetro penale in attesa del legislatore statale.

6) Che cosa ha davvero detto la Corte sulle leggi regionali.

Non è corretto sostenere che la Corte costituzionale abbia consegnato alle Regioni una competenza generale sul fine vita. Con la sentenza n. 204 del 2025, relativa alla legge della Toscana, ha riconosciuto uno spazio regionale per gli aspetti strettamente organizzativi e procedurali della sanità, ma ha dichiarato illegittime diverse disposizioni che interferivano con materie statali o pretendevano di fissare autonomamente condizioni e scansioni del percorso.

Il principio è netto: una Regione può predisporre l’apparato amministrativo necessario ad applicare il quadro nazionale; non può cristallizzare, ampliare o modificare i requisiti sostanziali dell’area di non punibilità. Per questo la legge appena approvata dovrà essere valutata nel suo testo definitivo, dopo la promulgazione e la pubblicazione. Il Governo potrà inoltre decidere se impugnarla. Il dubbio di costituzionalità, quindi, non è affatto una fantasia ideologica.

7) Venti discipline diverse sarebbero un’assurdità politica.

Anche ammesso che singole norme superino il vaglio costituzionale, resta un problema politico enorme. Una materia che tocca vita, morte, libertà personale, responsabilità penale e uguaglianza dei cittadini non può dipendere dal codice di avviamento postale.

Non è ragionevole che tempi, commissioni, garanzie e percorsi cambino attraversando un confine regionale. Il Parlamento non avrebbe dovuto abdicare. Doveva assumersi la responsabilità di una disciplina statale chiara, uniforme e sottoposta a un dibattito pubblico nazionale, anziché lasciare che il vuoto fosse riempito a pezzi dai giudici e dalle singole Regioni.

La frammentazione produce incertezza per i malati, per le famiglie e per i medici. Può inoltre favorire una mobilità sanitaria moralmente inquietante verso i territori con procedure percepite come più rapide o permissive.

8) La risposta umana è accompagnare, non scartare.

Una politica davvero civile dovrebbe partire dall’effettività delle cure palliative, dalla terapia del dolore, dall’assistenza domiciliare, dal sostegno psicologico e dall’aiuto economico alle famiglie. La legge n. 38 del 2010 tutela già il diritto di accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, ma tra un diritto scritto e un servizio realmente disponibile può esserci una distanza enorme.

Prima di parlare della morte come prestazione, lo Stato dovrebbe garantire a ciascuno la possibilità concreta di non essere lasciato solo nella sofferenza. La libertà è autentica soltanto quando la persona dispone di cure, relazioni, assistenza e alternative reali. Altrimenti il consenso rischia di essere il prodotto dell’abbandono.

Io non considero dignitosa una società che rende più facile morire mentre fatica a trovare il tempo, il personale e le risorse per accompagnare chi soffre. Considero dignitosa una società che dice alla persona fragile: «La tua vita vale ancora, e noi restiamo qui con te».

9) Passa all’azione.

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Tu ritieni giusto che il fine vita sia regolato dalle singole Regioni, oppure pensi che debba intervenire soltanto lo Stato? Raccontami nei commenti come la vedi.

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4 Commenti

    1. Monica, ti ringrazio per aver dedicato un momento a esprimere con chiarezza il tuo punto di vista. Sul principio siamo tutti d’accordo: ogni persona dovrebbe poter decidere liberamente.

      Il problema, però, è capire quando questa libertà sia davvero concreta. Se per ottenere una TAC, una cura o un’assistenza adeguata bisogna attendere anche due anni, mentre per essere accompagnati alla morte può bastare una settimana, esistono realmente alternative tra le quali scegliere? Io credo di no: già nella situazione attuale il rischio è che la decisione nasca dalla solitudine, dalla sofferenza e dall’assenza di aiuti, più che da una libertà autentica.

      È proprio questo il punto che mi preoccupa: prima di rendere rapido ed efficiente il percorso verso la morte, dovremmo garantire a tutti un accesso altrettanto rapido ed efficace alle cure e al sostegno necessario. Che ne pensi?

  1. Tutto molto bello e molto teorico. Condivido che la vita di una persona anziana disabile malata non indipendente non perde valore e bla bla ma CI VORREBBE UN SUPPORTO che non esiste. Ho mio padre 92 anni, dializzato, allettato, poco lucido totalmente a carico di mia madre di 88. Noi figli ( che lavoriamo e famiglia) facciamo il possibile ma NESSUNO DI NOI si puo permettere una badante come servirebbe, non ci sono aiuti . Se deve fare una visita con 104 e disabilita non ci sono comunque i mezzi e dobbiamo PAGARE il mezzo che lo trasporti. Gli spetta questo e quello ma non c e mai posto e paghiamo tutto. Mia mamma sta morendo dietro a lui la cui vita è ridotta alla dialisi soltanto. Ha meno valore? No . Ma ma non è vita. Soffre ha dolori non dorme non mangia e vuole solo andarsene. Tutto bello si. Ma ci vorrebbe u sostegno che nom esiste

    1. Ciao Loredana, ti sono davvero grato per il tempo che hai dedicato a raccontare una situazione così dolorosa e significativa. Mi dispiace molto per quello che stanno vivendo tuo padre, tua madre e tutta la vostra famiglia.

      Hai ragione su un punto essenziale: senza un sostegno concreto, parole come dignità, cura e tutela della vita rischiano di restare soltanto teoriche. Quella che descrivi è una condizione purtroppo sempre più frequente, nella quale persone già anziane devono farsi carico quasi da sole di altri anziani. Le trasformazioni sociali e l’ingresso stabile delle donne nel mondo del lavoro non sono stati accompagnati da servizi assistenziali adeguati; inoltre, oggi due stipendi sono spesso indispensabili per mantenere una famiglia, nonostante l’articolo 36 della Costituzione preveda una retribuzione sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

      Non nutro giudizio nei confronti di nessuno e non mi permetterei mai di giudicare tuo padre per ciò che sente nella sua sofferenza. Nel mio lavoro seguo, per esempio, anche donne profondamente provate dopo un aborto, che mi riferiscono di aver trovato un aiuto importante in un percorso di counseling. Le vicende umane sono troppo complesse e dolorose per essere affrontate con condanne semplicistiche. Proprio per questo, però, credo sia necessario guardare fino in fondo la realtà e le condizioni nelle quali maturano certe scelte.

      Il tuo racconto, a mio avviso, mette a fuoco il cuore del problema sollevato nel post: prima vengono ridotti o resi inaccessibili gli aiuti, lasciando malati e famiglie soli e stremati; alla fine viene presentato il suicidio assistito come risposta alla situazione diventata ormai insostenibile. È questo il rischio che vedo nel sistema: non una scelta davvero libera tra alternative concrete, ma una conclusione verso la quale possono spingere l’abbandono, la mancanza di cure e l’esaurimento di chi assiste.

      Ti abbraccio forte e mando un abbraccio affettuoso anche ai tuoi genitori. Sono certo che continuerete a fare tutto il meglio possibile, pur dentro una situazione durissima. Anche i miei genitori hanno ormai un’età importante e ciò che hai scritto mi tocca da vicino.

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