Meta a processo: i social fanno male ai minori?
Facebook e Instagram sono strumenti neutrali usati male da alcune persone oppure prodotti progettati per trattenere gli utenti, anche minorenni, il più a lungo possibile? E, se questo meccanismo provoca un danno alla salute, chi deve risponderne?
Dal 18 agosto 2026 queste domande sono al centro di un importante processo federale iniziato a Oakland, in California. Ventinove Stati americani accusano Meta di avere costruito funzioni capaci di favorire un uso compulsivo nei più giovani, di avere minimizzato i rischi e di avere raccolto dati di bambini sotto i tredici anni senza il consenso dei genitori.
È un processo, non una condanna. Le accuse devono ancora essere provate e Meta le contesta. La vicenda, però, segna un passaggio importante: per la prima volta viene esaminata su questa scala non soltanto la responsabilità per singoli contenuti, ma quella relativa all’architettura stessa delle piattaforme.
1) Che cosa sta succedendo negli Stati Uniti.
Il punto di partenza è il processo contro Meta raccontato dal Corriere della Sera.
La causa nasce da un’azione avviata nel 2023 da una coalizione bipartisan di procuratori generali statali. Il procedimento riunisce le domande di ventinove Stati contro Meta per condotte riguardanti Facebook e Instagram.
Nel primo processo vengono esaminate le pretese di California, Colorado, Kentucky e New Jersey; quelle degli altri venticinque Stati saranno affrontate successivamente. Alcune questioni comuni, in particolare quelle sulla raccolta dei dati dei minori, coinvolgono l’intero gruppo.
Gli Stati sostengono, in sintesi, che Meta abbia:
- progettato funzioni dirette a massimizzare il coinvolgimento dei giovani;
- sfruttato vulnerabilità tipiche dell’età evolutiva;
- rappresentato le piattaforme come più sicure di quanto sapesse che fossero;
- adottato strumenti di tutela inefficaci o insufficienti;
- raccolto dati personali di bambini sotto i tredici anni senza il consenso genitoriale richiesto dalla legge federale;
- tratto profitto dall’attenzione e dai dati degli utenti minorenni.
Queste sono allegazioni delle parti attrici. La loro presenza in una denuncia o in un atto processuale non le trasforma in fatti definitivamente accertati.
2) Perché si parla di 1.400 miliardi di dollari.
La cifra di 1.400 miliardi di dollari ha un impatto enorme, ma va spiegata correttamente. Non è una somma già riconosciuta dal giudice e non è una previsione attendibile dell’esito finale.
È il massimo teorico che, secondo una ricostruzione presentata da Meta nel dibattito sul calcolo delle sanzioni, potrebbe risultare applicando a un numero vastissimo di utenti e violazioni le penalità previste dalle diverse leggi statali. Gli Stati hanno indicato come più realistico, sempre in caso di vittoria, un valore molto inferiore ma comunque gigantesco, nell’ordine di circa 200 miliardi.
Prima ancora di discutere la cifra, la giuria dovrà accertare se vi siano state pratiche ingannevoli o scorrette, violazioni della normativa sulla privacy dei bambini e gli altri presupposti previsti dalle leggi applicabili.
Il processo può inoltre produrre rimedi non soltanto economici. Gli Stati chiedono modifiche al funzionamento dei servizi, con misure capaci di incidere su verifica dell’età, consenso dei genitori, notifiche, raccomandazioni e strumenti di controllo.
3) Quali funzioni vengono accusate di creare dipendenza.
Il bersaglio non è il semplice fatto che su Instagram si possano guardare fotografie o che su Facebook si possa parlare con gli amici. L’accusa riguarda una combinazione di scelte progettuali che elimina i punti naturali nei quali l’utente potrebbe fermarsi.
Tra le funzioni discusse compaiono:
- lo scorrimento infinito, che non presenta una vera fine della pagina;
- la riproduzione automatica, che avvia un contenuto dopo l’altro;
- le notifiche concepite per richiamare continuamente l’utente;
- le ricompense sociali rappresentate da like, visualizzazioni e nuovi follower;
- le raccomandazioni altamente personalizzate;
- la successione imprevedibile di contenuti più o meno gratificanti;
- i filtri capaci di incidere sulla percezione del proprio aspetto;
- sistemi di controllo del tempo che, secondo gli accusatori, non ridurrebbero realmente i comportamenti problematici.
Il meccanismo economico è evidente: più tempo trascorri sulla piattaforma, più dati produci e più pubblicità può esserti mostrata. Questo allineamento di interessi non dimostra da solo un illecito, ma spiega perché il design sia diventato il centro del processo.
4) Che cosa dovranno provare i ventinove Stati.
Il passaggio dalla critica sociale alla responsabilità giuridica richiede prove. Non basta affermare che molti ragazzi usano troppo il telefono.
Gli Stati dovranno dimostrare, nei limiti richiesti dalle rispettive leggi:
- quali caratteristiche fossero realmente dannose o scorrette;
- quali informazioni Meta possedesse sui rischi;
- quali dichiarazioni o omissioni abbiano ingannato utenti e genitori;
- se tali informazioni fossero rilevanti nella scelta di usare le piattaforme;
- se Meta conoscesse la presenza di bambini sotto i tredici anni;
- quali dati siano stati raccolti senza il consenso richiesto;
- quante violazioni siano configurabili;
- quali rimedi siano consentiti e proporzionati.
Un’ordinanza federale del 29 giugno 2026 ha respinto molte richieste di chiudere anticipatamente il caso, rilevando l’esistenza di rilevanti questioni di fatto da sottoporre al processo. Il giudice ha precisato, però, che l’esistenza di prove da discutere non equivale all’accertamento della responsabilità.
5) Come si difende Meta.
Meta nega di avere progettato deliberatamente prodotti dannosi per i minori e sostiene di avere investito in sicurezza, supervisione genitoriale, limitazioni delle notifiche, account per adolescenti e strumenti per interrompere l’uso.
Contesta inoltre che la cosiddetta dipendenza da social network costituisca una diagnosi psichiatrica ufficialmente riconosciuta e mette in discussione la possibilità di ricondurre a Facebook o Instagram problemi che possono dipendere da famiglia, scuola, condizioni personali, pandemia, bullismo, altri servizi digitali e molte ulteriori cause.
Sono obiezioni serie. Tuttavia il giudice ha già osservato che una dichiarazione sulla capacità di una piattaforma di creare uso compulsivo può essere valutata come vera o falsa anche senza l’esistenza di una diagnosi denominata formalmente «dipendenza da social media».
Il processo dovrà distinguere tra normale desiderio di usare un servizio piacevole, uso intenso e perdita di controllo accompagnata da conseguenze negative.
6) I social fanno davvero male ai minori?
La risposta scientificamente corretta non è né «sempre» né «mai».
Nel 2023 il responsabile federale della sanità pubblica statunitense ha dichiarato che non è possibile concludere che i social siano sufficientemente sicuri per bambini e adolescenti. Il relativo avviso sulla salute mentale dei giovani riferisce che, negli studi considerati, superare le tre ore quotidiane è associato a un rischio doppio di problemi di salute mentale, tra cui sintomi di depressione e ansia.
Associazione, però, non significa automaticamente causalità. Un ragazzo depresso può rifugiarsi maggiormente nei social; l’uso problematico può a sua volta peggiorare il sonno e l’isolamento; entrambe le cose possono alimentarsi reciprocamente.
Le National Academies of Sciences statunitensi hanno concluso che le prove disponibili non consentono di affermare che i social causino un peggioramento della salute degli adolescenti a livello dell’intera popolazione. Hanno però riconosciuto rischi e benefici, diversi da persona a persona, e raccomandato standard di settore, trasparenza, protezione dalle molestie e accesso dei ricercatori ai dati.
Queste due posizioni non si contraddicono: la sicurezza non è dimostrata, esistono segnali preoccupanti, ma la misura esatta dell’effetto causale generale rimane incerta.
7) Il problema non è soltanto il numero di ore.
Contare il tempo trascorso online è utile, ma insufficiente. Due ore possono produrre esperienze molto diverse.
Può essere benefico:
- mantenere rapporti con amici lontani;
- trovare una comunità quando ci si sente isolati;
- ottenere informazioni affidabili sulla salute;
- esprimere creatività e identità;
- chiedere aiuto in un momento difficile.
Può essere dannoso:
- subire cyberbullismo o molestie;
- confrontare continuamente il proprio corpo con immagini alterate;
- ricevere contenuti su autolesionismo, disturbi alimentari o odio;
- perdere sonno per controllare notifiche e aggiornamenti;
- sostituire relazioni, studio e movimento con uno scorrimento passivo;
- entrare in circuiti di raccomandazioni sempre più estremi;
- non riuscire a interrompere l’uso nonostante conseguenze evidenti.
Contano quindi contenuto, funzione utilizzata, orario, modalità attiva o passiva, vulnerabilità individuale e capacità di fermarsi. Il rischio cresce quando il servizio non è più uno strumento scelto, ma diventa un comportamento che organizza la giornata al posto dell’utente.
8) Che cosa mostrano i dati europei.
L’Organizzazione mondiale della sanità ha esaminato nel 2022 quasi 280.000 ragazzi di undici, tredici e quindici anni in quarantaquattro Paesi e regioni. Il rapporto europeo sull’uso problematico dei social indica che la quota è salita dal 7 per cento del 2018 all’11 per cento del 2022.
Uso problematico non significa semplicemente collegarsi spesso. Indica difficoltà di controllo e conseguenze negative, valutate mediante più sintomi. Nel campione le ragazze presentavano una frequenza superiore rispetto ai ragazzi.
Il dato dimostra che il problema è consistente e merita prevenzione. Non dimostra, da solo, che ogni caso sia causato dal design di una singola piattaforma né che ogni utente intenso sia malato.
9) E gli adulti sono davvero meno vulnerabili?
Gli adulti hanno normalmente maggiori capacità di autoregolazione rispetto ai minori, ma non sono immuni. Le stesse tecniche di progettazione operano anche su di loro.
Una rassegna scientifica sugli utenti adulti ha rilevato frequenti associazioni tra uso eccessivo o passivo e depressione, ansia, peggioramento dell’umore e solitudine. Ha trovato anche effetti positivi quando l’uso è intenzionale e orientato a sostegno sociale, relazione e informazione.
Per gli adulti, come per i ragazzi, è più significativo osservare la qualità dell’uso che il solo cronometro. Sono segnali d’allarme:
- tentare ripetutamente di ridurre il tempo senza riuscirci;
- usare il telefono di notte sacrificando il sonno;
- controllare notifiche durante lavoro, guida o conversazioni;
- provare irritazione o ansia quando non si può accedere;
- trascurare relazioni, attività fisica e responsabilità;
- continuare nonostante un danno già riconosciuto.
Se questi comportamenti incidono seriamente sulla vita, è opportuno parlarne con un professionista sanitario. Non è utile autodiagnosticarsi sulla base di un video o di un questionario trovato online.
10) Un processo analogo potrebbe esserci in Italia?
Sì, ma non nella stessa forma e difficilmente con le stesse cifre.
Negli Stati Uniti i procuratori generali dei singoli Stati possono agire applicando le rispettive leggi a tutela dei consumatori e chiedendo penalità calcolate per violazione. L’ordinamento italiano non ha ventinove autorità territoriali equivalenti e il risarcimento civile ha in via principale funzione compensativa, non serve normalmente a punire l’impresa con moltiplicatori paragonabili a quelli americani.
In Italia e nell’Unione europea esistono però più percorsi:
- l’intervento della Commissione europea per le grandi piattaforme soggette al Digital Services Act;
- i procedimenti dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato sulle pratiche commerciali scorrette;
- la tutela dei dati personali secondo il GDPR, con le competenze distribuite tra autorità europee;
- le azioni individuali di chi dimostra un danno ingiusto;
- l’azione di classe per diritti individuali omogenei;
- le azioni rappresentative promosse dagli enti legittimati a tutela dei consumatori.
Il problema, dunque, non è l’assenza di strumenti. È coordinare regole europee, autorità amministrative e prova del danno nei giudizi civili.
11) In Europa un procedimento è già in corso.
Il 10 luglio 2026 la Commissione europea ha comunicato una valutazione preliminare sul design di Facebook e Instagram. Secondo la Commissione, Meta non avrebbe valutato e mitigato adeguatamente i rischi di scroll infinito, autoplay, notifiche e sistemi di raccomandazione personalizzata per il benessere fisico e mentale, compresi minori e adulti vulnerabili.
È importante ripetere la parola «preliminare». Meta può esaminare il fascicolo, rispondere e difendersi. Soltanto al termine la Commissione potrà adottare una decisione definitiva, imporre misure correttive ed eventualmente applicare le sanzioni consentite.
Questo procedimento è il parallelo europeo più vicino alla causa americana, anche se ha natura amministrativa e si fonda sul Digital Services Act, che impone alle piattaforme molto grandi di valutare e ridurre i rischi sistemici, compresi quelli per minori e benessere mentale.
12) Che ruolo potrebbero avere le autorità italiane.
L’Autorità garante della concorrenza e del mercato può intervenire quando una piattaforma omette informazioni rilevanti o adotta pratiche ingannevoli o aggressive nei confronti dei consumatori. Nel 2024 ha già sanzionato Meta per pratiche commerciali scorrette, in una vicenda diversa riguardante l’uso commerciale dei dati e la gestione della sospensione degli account.
Sul versante privacy intervengono il Garante italiano e le altre autorità europee secondo le regole del GDPR e del meccanismo dello stabilimento principale. Per Meta, che opera nell’Unione attraverso una società irlandese, i casi transfrontalieri richiedono spesso il coordinamento con l’autorità irlandese e con il Comitato europeo per la protezione dei dati.
Nessuna di queste autorità risarcisce automaticamente il singolo utente per ansia, depressione o perdita di sonno. Una sanzione amministrativa e il risarcimento civile hanno funzioni diverse.
13) Una class action italiana è possibile?
In astratto sì. L’articolo 840-bis del codice di procedura civile consente di tutelare diritti individuali omogenei nei confronti di imprese o gestori di servizi pubblici per condotte compiute nello svolgimento delle loro attività.
Esiste inoltre l’azione rappresentativa prevista dagli articoli 140-ter e seguenti del Codice del consumo, utilizzabile dagli enti legittimati per ottenere provvedimenti inibitori o compensativi nelle materie indicate dalla legge, tra cui pratiche commerciali scorrette e protezione dei dati.
Per costruire una causa collettiva non basterebbe riunire persone che possiedono un profilo Instagram. Servirebbero condotte comuni, diritti omogenei e criteri seri per collegare quelle condotte ai pregiudizi lamentati.
La grande difficoltà sarebbe la causalità individuale: ansia, depressione, disturbi alimentari e difficoltà scolastiche possono avere origini diverse. Una domanda costruita su specifiche omissioni, violazioni della privacy o caratteristiche uniformi del prodotto potrebbe essere più gestibile di una richiesta generica per «i social fanno male».
14) Il singolo utente può chiedere i danni?
Anche il singolo, o i genitori che rappresentano il figlio minore, può in linea teorica agire se dimostra tutti gli elementi della responsabilità.
Occorrono almeno:
- una condotta illecita imputabile al gestore;
- un danno effettivo, non un semplice fastidio;
- il collegamento causale tra condotta e danno;
- la riferibilità del servizio e della condotta al soggetto convenuto;
- una quantificazione seria delle conseguenze patrimoniali e non patrimoniali.
Il principio generale del risarcimento del fatto illecito è contenuto nell’articolo 2043 del codice civile. A seconda dei fatti possono venire in rilievo anche responsabilità contrattuale, disciplina del consumo, protezione dei dati e regole europee sulle piattaforme.
Non nasce invece un diritto al risarcimento per il solo fatto di avere trascorso molte ore sui social. La causa richiede documenti, consulenze tecniche e una ricostruzione individuale credibile.
15) Quali prove dovrebbe conservare una famiglia.
Se ritieni che l’uso di una piattaforma abbia provocato o aggravato un danno serio, non limitarti a screenshot scelti casualmente. Prima di cancellare profili, dati o dispositivi, fatti consigliare su come conservarli.
Possono essere rilevanti:
- i dati scaricati dall’account;
- i registri del tempo di utilizzo del telefono;
- le impostazioni e la cronologia delle notifiche disponibili;
- i contenuti raccomandati e le segnalazioni inviate alla piattaforma;
- le risposte ricevute dal gestore;
- la documentazione medica e psicologica;
- la cronologia dell’insorgenza dei sintomi;
- assenze scolastiche, calo del rendimento o spese di cura;
- elementi su bullismo, disturbi precedenti e altre possibili cause;
- le regole familiari adottate e i tentativi di limitazione.
La documentazione deve essere acquisita lecitamente e rispettando anche la riservatezza del minore. Il controllo genitoriale non autorizza a diffondere conversazioni intime o dati di terzi.
16) Che cosa possono fare i genitori oggi.
Aspettare la fine del processo americano non serve. Le misure più utili non sono il divieto improvviso né la sorveglianza segreta, ma regole comprensibili e coerenti con l’età.
Puoi:
- tenere i dispositivi fuori dalla camera durante la notte;
- disattivare le notifiche non necessarie;
- usare limiti di tempo condivisi e verificabili;
- controllare insieme al minore le raccomandazioni ricevute;
- spiegare filtri, pubblicità e logica degli algoritmi;
- evitare di pubblicare tu stesso ogni dettaglio della sua vita;
- mostrare con il tuo comportamento che si può posare il telefono;
- prestare attenzione a sonno, isolamento, umore e rendimento;
- chiedere aiuto sanitario quando compaiono segnali persistenti.
La responsabilità familiare è importante, ma non può diventare un alibi per l’industria. Un genitore non può conoscere algoritmi opachi, modificare funzioni incorporate nel prodotto o negoziare da solo con una multinazionale.
17) Che cosa dovrebbero fare le piattaforme.
La protezione non può consistere soltanto in un avviso che invita il ragazzo a essere responsabile mentre ogni funzione lo spinge a restare collegato.
Servono almeno:
- impostazioni realmente protettive per impostazione predefinita;
- verifica dell’età proporzionata e rispettosa della privacy;
- niente pubblicità comportamentale rivolta ai minori;
- interruzioni naturali dello scorrimento;
- notifiche notturne disattivate;
- possibilità di scegliere un flusso non profilato;
- accesso indipendente dei ricercatori ai dati;
- valutazioni verificabili dell’efficacia delle misure;
- procedure rapide per contenuti pericolosi e segnalazioni urgenti;
- informazioni chiare a genitori e utenti sui rischi conosciuti.
La vera sicurezza deve essere misurata sui risultati, non sul numero di pulsanti aggiunti al menu delle impostazioni.
18) Una causa può migliorare i social?
Una sentenza non curerà da sola il disagio giovanile e non può sostituire scuola, famiglia, sanità e educazione digitale. Può però costringere le piattaforme a rendere visibili dati che altrimenti resterebbero interni, verificare se il pubblico sia stato ingannato e stabilire un costo per le violazioni accertate.
Il processo americano è importante proprio perché sposta la domanda. Non chiede soltanto perché un ragazzo non abbia spento il telefono, ma anche perché il prodotto sia stato costruito in modo da rendere così difficile spegnerlo.
Non occorre demonizzare la tecnologia per pretendere che sia progettata con responsabilità. I social possono creare comunità, informare e sostenere; possono anche amplificare confronto, paura, insonnia e perdita di controllo. Negare uno dei due lati produce cattive regole.
In Italia una copia esatta del processo dei ventinove Stati è improbabile. Un contenzioso collettivo, un’azione individuale o un intervento delle autorità è invece giuridicamente possibile. E, sul piano europeo, l’esame del design potenzialmente dipendente è già cominciato.
19) Passa all’azione.
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