Cittadinanza negata se non parli italiano: è giusto?

Cittadinanza negata se non parli italiano: è giusto?

Una donna di origine marocchina si presenta in municipio per prestare il giuramento conclusivo del procedimento di cittadinanza. Il sindaco le rivolge domande elementari — come si chiama, come sta — e racconta di non ricevere risposta. Il marito prova a intervenire al suo posto; la donna, secondo la ricostruzione resa pubblica, non riesce neppure a leggere autonomamente la formula. La cerimonia viene sospesa e vengono chieste verifiche.

La domanda politica è immediata: è giusto concedere la cittadinanza a chi non sa parlare italiano? Quella giuridica è più precisa: la legge richiede davvero la conoscenza della lingua e, se il decreto di concessione è già stato emanato, quale potere conserva il sindaco?

1 – La mia risposta: sì, conoscere l’italiano è un requisito ragionevole.

La cittadinanza non è soltanto un documento o un passaporto. Significa entrare pienamente nella comunità politica, acquisire diritti e assumere doveri. Una conoscenza effettiva almeno elementare della lingua consente di capire le istituzioni, lavorare, curarsi, seguire la scuola dei figli, difendersi e partecipare alla vita pubblica.

Per questo considero ragionevole che, nei procedimenti nei quali la legge lo prevede, lo Stato chieda un livello minimo di italiano. Non è una discriminazione fondata sull’origine: la stessa regola vale per chiunque presenti quel tipo di domanda.

Il problema, però, non può essere risolto con una prova improvvisata o umiliante davanti a una telecamera. Servono regole, certificazioni attendibili, garanzie per la persona e controlli seri sugli eventuali documenti che non corrispondono alle sue capacità reali.

2 – Dal 2018 la legge richiede almeno il livello B1.

L’articolo 9.1 della legge n. 91 del 1992 subordina la cittadinanza per matrimonio e quella concessa ai sensi dell’articolo 9 a una conoscenza dell’italiano non inferiore al livello B1 del Quadro comune europeo.

Il B1 non richiede di parlare come un professore. Indica, in sintesi, la capacità di comprendere i punti essenziali di conversazioni chiare su temi familiari, affrontare molte situazioni quotidiane ed esprimersi in modo semplice ma comprensibile.

Il Ministero dell’interno ricorda che il requisito va dimostrato con un titolo di studio riconosciuto, una certificazione linguistica rilasciata da un ente abilitato oppure, nei casi previsti, attraverso documenti collegati all’accordo di integrazione o al permesso UE per soggiornanti di lungo periodo.

3 – Se la persona non capisce una domanda basilare, qualcosa non torna.

Se chi dovrebbe possedere il livello B1 non comprende neppure «come ti chiami?», la distanza tra documento e realtà appare troppo grande per essere ignorata. Può esserci un equivoco, una condizione medica, una fortissima ansia, un problema uditivo o cognitivo; può anche esserci stata un’irregolarità nella formazione o nella documentazione.

Il sindaco non dovrebbe trasformarsi da solo in commissione d’esame e revocare ciò che un’altra amministrazione ha già concesso. È però comprensibile che sospenda prudentemente la cerimonia quando dubita che la persona capisca l’atto solenne che sta compiendo e segnali la situazione alla Prefettura.

Una sospensione per verificare non equivale ancora a un diniego definitivo della cittadinanza. Prima di giudicare il singolo caso occorre conoscere gli atti e capire perché il procedimento fosse arrivato sino al giuramento.

4 – Il giuramento non è una formalità vuota.

L’articolo 10 della legge n. 91 del 1992 prevede il giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione e delle leggi. La Cassazione, con la sentenza n. 18610 del 2020, ha chiarito che il giuramento completa la fattispecie: la cittadinanza produce effetto soltanto da quel momento.

Una persona può leggere una formula imparata senza comprenderne ogni sfumatura tecnica, come accade anche a molti italiani davanti a testi giuridici. Ma deve sapere che cosa sta facendo e deve poter manifestare personalmente la propria volontà. Il coniuge non può giurare al suo posto né rispondere in sua vece.

5 – Il sindaco può rinviare, ma non inventare requisiti nuovi.

Il sindaco o il suo delegato riceve il giuramento quale ufficiale dello stato civile. Non è normalmente l’autorità che decide la domanda di naturalizzazione e non può aggiungere requisiti politici, culturali o identitari non previsti dalla legge.

Se emerge un’anomalia evidente, può verbalizzarla e chiedere verifiche all’amministrazione competente. Il provvedimento deve però essere motivato, proporzionato e comunicato in modo che l’interessata possa comprenderlo e contestarlo. Un generico «non sei abbastanza integrata» non può sostituire l’applicazione della legge.

6 – Esistono eccezioni per chi non può imparare la lingua.

La regola linguistica non può diventare una barriera insuperabile per chi, a causa dell’età, di una patologia o di una disabilità, abbia gravi e documentate limitazioni nell’apprendimento.

La Corte costituzionale, sentenza n. 25 del 2025, ha dichiarato illegittimo l’articolo 9.1 nella parte in cui non prevedeva l’esonero per queste persone, quando l’impossibilità sia attestata da una struttura sanitaria pubblica.

Questa eccezione non rende irrilevante la lingua per tutti: evita che un requisito ragionevole produca un’ingiustizia verso chi è oggettivamente impossibilitato a soddisfarlo.

7 – Il vero punto critico è il controllo precedente.

Il caso lascia una domanda scomoda: se la donna non conosce davvero l’italiano e non rientra in un’esenzione, come è arrivata sino al giuramento?

Il controllo serio dovrebbe avvenire durante l’istruttoria, non all’ultimo minuto davanti al sindaco. Bisogna verificare:

  • quale titolo o certificazione linguistica sia stato presentato;
  • se l’interessata fosse esonerata dal produrlo;
  • se esistano condizioni sanitarie rilevanti;
  • se il decreto di concessione sia definitivo e ancora efficace;
  • se la difficoltà manifestata durante la cerimonia dipenda davvero dall’ignoranza della lingua.

Se una certificazione è falsa o ottenuta fraudolentemente, il problema non è soltanto politico: possono aprirsi procedimenti amministrativi e, secondo i fatti, anche penali. Se invece i documenti sono regolari e la difficoltà ha un’altra spiegazione, la persona deve poterla dimostrare.

8 – Che cosa può fare chi subisce il rinvio del giuramento.

La prima cosa è chiedere copia del verbale e una comunicazione scritta che indichi le ragioni del rinvio. Poi occorre ricostruire il fascicolo: decreto, notifiche, certificazione B1, titolo di studio, permesso di soggiorno e ogni eventuale certificazione sanitaria.

Conviene presentare rapidamente osservazioni documentate al Comune e alla Prefettura, chiedendo una nuova data o il riesame. Se l’amministrazione adotta un vero diniego o lascia decorrere termini decisivi, bisogna valutare con un avvocato il giudice competente e il rimedio utilizzabile: la materia della cittadinanza intreccia competenze amministrative e civili e non consente ricette identiche per tutti.

9 – La cittadinanza richiede integrazione, ma anche buona amministrazione.

La mia conclusione è netta: chiedere che un nuovo cittadino comprenda e parli l’italiano a un livello ragionevole è giusto ed è già previsto dalla legge. Sarebbe paradossale conferire diritti politici pieni a chi non può dialogare con le istituzioni né capire il giuramento che sta prestando.

Al tempo stesso, lo Stato deve controllare bene e per tempo, rispettare le eccezioni dovute alla disabilità, motivare le decisioni e non esporre nessuno a una gogna. In uno Stato di diritto anche una scelta condivisibile deve essere compiuta dall’autorità competente e con la procedura corretta.

Puoi approfondire il percorso generale nel mio articolo su come presentare la domanda di cittadinanza italiana.

10 – Due video collegati al tema.

Sul canale trovi anche questi interventi:

11 – Serve esaminare il fascicolo, non soltanto il racconto.

Se il giuramento è stato rinviato o la domanda è stata respinta, chiama lo studio al numero 059 761926 e concorda un primo appuntamento: controlleremo decreto, certificati e comunicazioni dell’amministrazione; l’incontro può svolgersi anche da remoto.

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Secondo te conoscere l’italiano deve essere una condizione per diventare cittadini? Lascia il tuo punto di vista nei commenti; se hai un dubbio sul procedimento, ti risponderò volentieri.

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