Parcella dell’avvocato dopo due anni: devi pagarla?
avvocato risponde

Parcella dell’avvocato dopo due anni: devi pagarla?

Il mio avvocato mi ha inviato una parcella che ritengo molto esosa per lavori svolti circa due anni fa. Nel frattempo non avevo mai ricevuto richieste di pagamento e, al termine di ogni lavoro, avevo sempre chiesto quanto dovessi: mi veniva risposto «non ti preoccupare, per così poco». Avevo persino invitato il professionista nella mia attività per sdebitarmi. Ora mi vengono chiesti 3.000 euro, oneri compresi, per la predisposizione di un contratto di affitto di ramo d’azienda, al quale aveva lavorato anche la mia commercialista, e per la risposta a una lettera del proprietario dell’abitazione, che voleva rientrare prima della scadenza del contratto. L’avvocato aveva inoltre ricevuto un altro incarico che non ha mai eseguito. Questa parcella è dovuta?

1 – Dopo due anni la parcella non è automaticamente nulla.

Il semplice fatto che la richiesta sia arrivata due anni dopo il lavoro non basta per eliminarla. Il diritto del professionista al compenso non si perde perché non ha presentato immediatamente la fattura o perché per un certo periodo non ha sollecitato il cliente.

Per i compensi dei professionisti il codice civile contempla anche una prescrizione presuntiva triennale, disciplinata dall’articolo 2956 del codice civile. È però un istituto tecnico, diverso dalla normale prescrizione estintiva, con regole particolari sulla decorrenza e sulla prova. In ogni caso, una richiesta giunta dopo circa due anni non può essere respinta soltanto invocando il trascorrere del tempo.

Il ritardo può comunque avere importanza sul piano della prova: dopo anni diventa più difficile ricostruire ciò che era stato concordato, quali attività siano state effettivamente svolte e quali somme fossero state prospettate. Per questo bisogna recuperare messaggi, email, lettere di incarico, preventivi, bozze e documenti delle singole pratiche.

2 – Prima viene l’accordo sul compenso, poi i parametri.

Il punto di partenza è verificare se esistesse un accordo, preferibilmente scritto, sul prezzo del lavoro. L’articolo 13 della legge professionale forense impone all’avvocato di comunicare al cliente in forma scritta la prevedibile misura del costo della prestazione, distinguendo compenso, spese e oneri.

Se il compenso non è stato determinato consensualmente, entrano in gioco i parametri forensi previsti dal decreto ministeriale 10 marzo 2014, n. 55. Non sono una cifra fissa: contano il valore e la complessità dell’affare, le attività realmente eseguite, l’importanza del risultato e le caratteristiche di ciascun incarico.

L’assenza di un preventivo non significa automaticamente che nessun compenso sia dovuto. Rende però necessario ricostruire il rapporto e verificare con attenzione il calcolo. Analogamente, il fatto che la commercialista abbia collaborato al contratto non cancella di per sé il lavoro dell’avvocato: bisogna accertare quale contributo abbia dato ciascun professionista e se vi siano duplicazioni.

3 – «Non ti preoccupare» equivale a rinunciare al compenso?

Un avvocato può decidere di lavorare gratuitamente, ma la rinuncia al compenso deve emergere in modo chiaro. Frasi colloquiali come «non ti preoccupare» o «per così poco» possono essere un indizio, soprattutto se ripetute alla conclusione di ogni incarico, ma non sempre dimostrano da sole un accordo di gratuità.

Potrebbero essere interpretate come un rinvio del conteggio, come disponibilità a parlarne in seguito oppure come rinuncia limitata a una singola attività. Tutto dipende dal contesto e dalle prove: messaggi scritti, testimonianze, rapporti personali tra le parti, precedenti modalità di pagamento e comportamento successivo.

Non bisogna quindi ignorare la parcella confidando soltanto nel ricordo di quelle parole. È meglio contestare per iscritto, riportando con precisione quando furono pronunciate, a quali attività si riferivano e quali persone eventualmente erano presenti.

4 – Il lavoro non svolto non può essere fatturato come se fosse completo.

Se un incarico non è mai stato eseguito, l’avvocato non può chiedere il compenso per attività inesistenti. Potrebbero tuttavia essere dovuti gli importi relativi a prestazioni preparatorie realmente compiute: studio dei documenti, riunioni, consulenze, ricerche, lettere o bozze.

Anche qui serve una distinta analitica. La parcella dovrebbe permettere di capire quali attività siano riferite al contratto di affitto del ramo d’azienda, quali alla locazione abitativa e quali al terzo incarico rimasto incompiuto. Una voce generica che confonde tutto impedisce al cliente di verificare seriamente la pretesa.

Gli «oneri» devono inoltre essere leggibili: spese documentate, rimborso forfettario, contributo previdenziale e IVA, quando dovuti, non sono la stessa cosa e vanno distinti dal compenso professionale.

5 – Tremila euro sono troppi?

Dal solo totale non è possibile dirlo seriamente. Predisporre un contratto di affitto di ramo d’azienda può richiedere un lavoro delicato e comportare responsabilità importanti; rispondere a una richiesta del locatore può essere semplice oppure richiedere lo studio del contratto e della vicenda. Una cifra apparentemente alta può risultare corretta, riducibile oppure del tutto sproporzionata: dipende dalle carte.

La valutazione non va fatta confrontando la parcella con quella della commercialista, perché i due professionisti possono avere svolto compiti differenti. Occorre invece confrontare ogni voce con l’incarico, l’attività documentabile, l’eventuale preventivo e i parametri applicabili.

Per evitare problemi simili, io preferisco concordare prima sistemi trasparenti, come il compenso orario per il lavoro stragiudiziale o una tariffa flat quando il tipo di pratica lo consente.

6 – Come contestare la richiesta senza peggiorare la situazione.

Ti consiglio di non lasciare la parcella senza risposta e di non limitarti a una telefonata. Puoi procedere così:

  • chiedi una nota dettagliata, separata per ciascun incarico e per ciascuna attività;
  • richiedi copia della lettera d’incarico, del preventivo e di tutti i documenti prodotti;
  • contesta per iscritto le attività non svolte e ricostruisci le dichiarazioni sulla gratuità;
  • proponi un confronto e, se opportuno, una soluzione concordata;
  • prima di rifiutare il pagamento, fai controllare parcella e fascicolo da un altro avvocato.

L’Ordine forense può avere procedure di opinamento o conciliazione, ma non bisogna confondere il profilo deontologico con la controversia civile sul pagamento. Un esposto disciplinare non sostituisce automaticamente la contestazione della somma e non decide, da solo, quanto sia effettivamente dovuto.

7 – Fai controllare insieme parcella e fascicolo.

Per capire se la richiesta sia corretta devo vedere non soltanto il conto, ma anche gli incarichi e il lavoro realmente svolto. Puoi fissare un primo incontro con me, anche a distanza, telefonando allo 059 761926: ricostruiremo le singole attività prima di decidere se contestare, trattare o pagare.

Un rapporto professionale sano comincia da costi comprensibili e concordati: seguimi anche su LinkedIn per altri approfondimenti pratici sul lavoro legale.

Hai ricevuto una parcella inattesa o vuoi raccontare come hai risolto un problema simile? Lascia un commento: risponderò volentieri.

Ti è piaciuto questo post? Iscriviti al blog.

Unisciti a 1.945 altri iscritti

Riceverai una mail a cui dovrai dare conferma per completare la tua iscrizione.

L’iscrizione è completamente gratuita e potrai cancellarla in qualsiasi momento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *