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Pay For Tell: vi paghiamo noi per raccontarci i vostri problemi.

Barbara d'Urso

Sapete che il nostro studio esiste da sempre, su internet e fuori, per rinnovare profondamente il settore dei servizi legali alle persone e alle aziende.

Dopo venti anni in cui abbiamo letteralmente rivoluzionato la pratica legale, oggi presentiamo una nuova iniziativa, la più dirompente, se possibile, di tutte quelle che abbiamo introdotto sinora.

Il nostro nuovo servizio, offerto al pubblico, si chiama Pay For Tell, una nuova, rivoluzionaria forma di tariffazione.

La assoluta novità, e non replicabilità, consiste nel fatto che per la prima volta nella storia saremo noi avvocati a pagare i clienti per raccontarci i loro problemi.

Se c’è una cosa che ci piace nella vita, infatti, è fare vere e proprie rivoluzioni copernicane, in tutto quello che tocchiamo, dimostrando che le certezze sulle quali basiamo la nostra vita non sono poi così ferme come si potrebbe credere a prima vista.

Ma vogliamo rassicurarvi: avete capito bene.

Vostro marito se ne è scappato con un’altra e vi ha lasciato in braghe di tela? Un fornitore non consegna la merce? Un cliente non vi paga? Un vicino vuole usare il vostro pozzetto? Avete preso una inculata su eBay? Vi chiederemo un preventivo per avere il privilegio di sentirne raccontare la storia e tutti i problemi relativi e, se il vostro preventivo sarà ragionevole, vi corrisponderemo quanto concordato in anticipo.

Come è stato possibile tutto questo? Ecco che cos’è il genio, lasciatemelo dire. Tramite un accordo con una importante emittente televisiva nazionale, che prevede la cessione dei diritti sulle storie che ci elargirete, e che potranno poi essere ritrasmesse in programmi e contenitori vari, come ad esempio quello di Barbara d’Urso. Ma non vi preoccupate: a recitare la vostra parte saranno attori professionisti, molto più belli e in grado di stare dignitosamente davanti ad una telecamera di voi.

Come mi è venuta l’idea per una iniziativa così rivoluzionaria, simile alla celebre notizia dell’uomo che morde un cane? Ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di buono nell’amore delle genti per trasmissioni come Forum, quindi ho pensato «Perché non rendere anche la pratica forense più simile a Forum, facendo contenti tutti?».

Ed è stato proprio così che ho creato Pay For Tell, una iniziativa win win win win, che fa contenti nell’ordine il cliente, la televisione, l’avvocato, il pubblico.

Evviva noi.

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Il marito tifa Inter: si può chiedere l’addebito della separazione?

Inter

 

Mio marito tifa Inter. Abbiamo due figli: uno lo ha già plagiato, mentre il più piccolo forse, se mi muovo subito, faccio ancora in tempo a farlo diventare juventino. Ovviamente ho già deciso di separarmi, quello che vorrei sapere è: posso chiedere l’addebito?

La costituzione degli Stati Uniti riconosce, come è noto, il diritto alla felicità, peraltro elaborato originariamente dal noto pensatore napoletano Gaetano Filangeri.

Anzi, a ben guardare, il diritto riconosciuto da quella carta fondamentale in modo esplicito, ma da tante altre carte in modo più implicito, ma sicuramente innegabile, è, secondo una formula ancora più forte, il diritto «alla ricerca della felicità».

Ora, è evidente che una persona che sceglie di tifare Inter si preclude per tutta la vita non soltanto la ricerca, ma addirittura qualsiasi speranza di felicità.

Ciò è già grave di per sè, e sicuramente assorbente l’intera materia, in quanto circostanza di fatto idonea a rompere in modo irreversibile l’ affectio che deve esserci tra i coniugi, anche sotto il profilo dell’obbligo reciproco di solidarietà, di lealtà e rispetto.

Ma diventa ancora più grave considerando l’ulteriore circostanza di aver indotto anche il figlio maggiore a tifare Inter. Secondo l’art. 30, comma 1, della nostra carta fondamentale, «è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli». Questa disposizione va come noto letta insieme a quella dell’art. 2, secondo cui «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità», laddove la formazione sociale più importante è, evidentemente, quella familiare.

Orbene, che educazione o istruzione è quella impartita da un padre che induce il proprio primogenito a tifare per una squadra che vince una coppa o uno scudetto ogni quaranta anni? Anche considerando l’avvenuto e noto prolungamento della vita media, ciò, specialmente in un paese di solida tradizione e cultura calcistica come il nostro, che assume valore come contesto sociale di riferimento del minore, rimane completamente inaccettabile.

Trovo anche opportuna la tua idea di convincere il figlio più piccolo a tifare Juventus, una squadra che vince sempre in modo corretto e, se capitasse di farlo anche in modo non corretto tramite un’apposita associazione a delinquere, poi c’è sempre la prescrizione. Soprattutto, il tuo merito è quello di cercare di evitare che possa tifare Milan, cosa che potrebbe essere dirompente per l’equilibrio della fratria.

In conclusione, credo che nessun giudice, specialmente se tu iniziassi la causa in questa fase del campionato, potrebbe mai negarti la separazione con addebito.

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Perché l’Italia ha bisogno non solo di eroi, ma di super-eroi.

i nuovi supereroi
Macetto!Man, a sx, e E-Allora?Woman, a dx

Viene il momento nella vita, non certamente per tutti, ma almeno per alcuni genitori, di fare una scoperta curiosa, inaspettata, originale, ma alla quale tuttavia noi che viviamo in una società moderna siamo oramai in qualche modo abituati.

Parlo del giorno in cui scopri che i tuoi figli sono, in realtà, due supereroi, dotati di poteri sovrannaturali, come nella migliore tradizione fumettistica e di fiction statunitense, che, come tutti sanno, è nata come precipitato dell’alienazione dell’uomo in quei paesi, dove la rivoluzione industriale è stata portata all’ennesima potenza.

Se i grattacieli, infatti, ti schiacciano tutti i giorni, che cosa c’è di più geniale di immaginare un essere, come appunto Spiderman, che li usa come fossero alberi, librandosi da uno all’altro con liane di ragnatela, facendoci tornare tutti, almeno con il pensiero, alla scimmie che siamo dentro?

Comunque, torniamo a noi, e allo scopo di questo comunicato, che non è tanto quello di condividere uno stato d’animo ma di presentare al mondo intero questi due nuovi supereroi, un maschio e una femmina, al loro servizio.

Il primo, mio figlio Davide (consentitemi un po’ di orgoglio di papà), si chiama … rullo di tamburi… Macetto!-Man Conosciuto all’estero anche come OfCourse!Man, la sua specialità consiste nell’assistere le persone bisognose di qualsiasi tipo di aiuto, intervenendo sempre in modo risolutivo. Provate a chiedergli un intervento, usando la formula «Macetto-man, per favore puoi far scendere il mio gattino dall’albero» e lui risponderà «Ma cetto!», continuando poi a sbattersene i maroni, spesso mangiando anche qualcosa. Non succede niente di concreto, ma infonde speranza ed in fondo produce un effetto rinfrancante, un po’ come l’omeopatia. Provate, e vedrete.

La seconda, mia figlia, Serena, è invece… E-Allora?Woman! Conosciuta internazionalmente come la SoWhat?Woman (si scrive proprio così, con anche la punteggiatura), può intervenire in un ancor più vasto numero di casi del fratello. Provate ad esempio a lamentarvi con la formula «Uèèèèèè, mi è arrivata una cartella di Equitalia» e lei comparirà rinfrancandovi con un «Eh allora?», senza aggiungere espressioni volgari, ma limitandosi a fare il gesto del carciofo con la mano destra. Anche questo può sembrare poco, ma se considerate che noi siamo fatti di piccole cose, anche questo poco è destinato a contare molto.

Umanità, da oggi le tue pene saranno alleviate! Da oggi meno sofferenza per tutti, con Macetto!-Man e E-Allora?-Woman!

Buona Pasqua, buona Primavera a tutti!

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È il momento di fare outing.

Dopo anni, decenni interi passati non solo a nascondermi, ma letteralmente a vivere la vita di un altro, e dopo un percorso di profondo cambiamento di cui in qualche modo siete stati tutti testimoni e che mi ha portato ad una rinascita – se non ad una vera e propria «nascita» tout court – ho capito che è giusto, e in fondo anche doveroso, smettere di fingere.

Non posso più trascorrere le mie giornate a scrivere atti processuali ed affrontare questioni giuridiche, quando l’unica cosa che vorrei è progettare un nuovo paio di scarpe o pensare ad un altro tatuaggio; ed è umiliante per me dovermi occupare di litigi familiari, e quindi di noia, abbrutimento, disperazione, quando avrei potuto essere un grande stilista, che porta la gioia nei cuori delle persone e nelle case della gente.

E poi perché guardare un film di Tarantino o Rodriguez o con stupidi inseguimenti quando c’è l’ultima frizzante commedia con Richard Gere?

Voglio poter finalmente invidiare a viso aperto le mie amiche e smettere di essere, come dico sempre, una… donna in clandestinità.

Insomma, voglio finalmente fare #outing e intendo farlo davanti a tutti, su questo speciale social network, facebook, in cui alcuni parlano quotidianamente con i propri rivali e altri addirittura riescono a comunicare coi morti.

Insomma, sono #gay, lo sono sempre stato e sempre lo sarò: usque ad extremum vitae exitum.

E ora che lo sapete, che Iddio abbia pietà di tutti/e noi.

Io vado a comprarmi una borsa per smaltire l’emozione, quest’anno cosa va?

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Se il marito rutta tutto il giorno la moglie può chiedere la separazione con addebito?

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=YqYhQXgy2sw]

Vorrei separarmi da mio marito che ha il brutto vizio di ruttare in continuazione, dentro e fuori casa, anche davanti ai nostri figli e io non lo sopporto più. Voglio sapere se posso chiedere l’addebito della separazione, dal momento che la causa della rovina del nostro matrimonio è stato lui, con questa mania. Abbiamo anche frequentato un mediatore familiare, ma lui ha detto che non rinuncia a quello che chiama il suo «diritto» di ruttare, specialmente quando ci sono le partite in tv.

In effetti, la questione è interessante e, a quanto risulta, anche originale sia in dottrina che in giurisprudenza, anche se, ragionando per analogia avendo riguardo a casi simili e materie analoghe è possibile sicuramente enucleare alcuni criteri applicabili anche in questo caso.

La situazione della nostra lettrice, tuttavia, non è illustrata con la dovizia di particolari che sarebbe necessaria per poter dare una risposta completa, per cui si possono fare solo alcune osservazioni di carattere generale.

Innanzitutto va richiamato come l’addebito della separazione possa essere chiesto nei confronti di quel coniuge che, violando uno dei doveri fondamentali derivanti dal matrimonio, determina il venir meno di quella comunione materiale e spirituale che è alla base di ogni famiglia. Non è sufficiente, in altri termini, che ci sia stata una violazione di tali doveri, ma occorre anche che la stessa abbia avuto efficacia causale nel determinare la crisi familiare.

In primo luogo, comunque, va stabilito se l’atto di ruttare può essere considerato una violazione dei doveri fondamentali in cui si concreta il rapporto di coniugio. Tra questi obblighi, c’è quello di fedeltà, che generalmente viene dalla giurisprudenza interpretato in senso esteso come lealtà, e quindi rispetto, da manifestarsi reciprocamente tra i coniugi. C’è però da dire che se è vero che tradizionalmente l’atto di produrre rumori con lo stomaco era considerato sinonimo di una grave forma di maleducazione e mancanza di rispetto, recentemente la concezione sociale al riguardo sembra essere mutata, in sintonio con al maggiore informalità delle generazioni attuali; di ciò, sono «segni» fattuali precisi eventi come l’organizzazioni di manifestazioni quali Rutto Sound, dove diversi giovani gareggiano e si esibiscono in vere e proprie gare di rutti. Questi eventi, per quanto possa essere sotto alcuni aspetti considerato sconveniente, rappresentano altrettanti esempi di manifestazioni sociali ove si svolge la personalità dell’individuo ai sensi dell’art. 2 della Costituzione, considerato che il nostro non è uno «Stato etico» che impone ai cittadini quali valori scegliere, ma che li lascia liberi di coltivare ciò che preferiscono.

Per questo, sarebbe molto importante innanzitutto conoscere l’età dei coniugi, dal momento che l’atto del ruttare va comunque contestualizzato.

La cosa, poi, va valutata anche sotto un altro profilo. Il matrimonio, infatti, è una istituzione e un presidio di solidarietà, che serve proprio ad aiutare quel coniuge che dovesse trovarsi ad avere un problema, proprio secondo la celebre formula del rito concordatario, il cui spirito è rimasto anche nel codice civile italiano. Se uno dei due membri della coppia incorre in un problema, l’altro non è certo legittimato a ripudiarlo in virtù dello stesso, ma proprio in forza del vincolo di solidarietà reciproca deve innanzitutto prodigarsi per aiutarlo a superarlo. È chiaro, tuttavia, che ci sono situazioni in cui l’obbligo di solidarietà dell’altra parte non è più esigibile, il problema è quello di trovare il discrimine, il punto esatto in cui finisce l’obbligo di solidarietà e inizia il diritto di chiedere la separazione con addebito.

Orbene, sul punto la giurisprudenza è abbastanza costante nel ritenere che presupposto imprescindibile per giungere al «rifiuto di prestare aiuto» al proprio coniuge in modo legittimo sia l’assenza, da parte del coniuge che ha il problema, di qualsiasi collaborazione o manifestazione di volontà a superare i propri limiti. Insomma, se il coniuge che ha, ad esempio, un vizio, o una dipendenza, si impegna egli stesso per superare il problema, frequentando sedute presso medici e specialisti, corsi, assumendo i farmaci prescritti, si ritiene che l’altro coniuge sia tenuto a prestargli anch’egli aiuto; viceversa, se per primo mostra indifferenza o addirittura menefreghismo, e non è comunque seriamente intenzionato ad uscire dal suo problema, non si ritiene giusto continuare ad imporre un obbligo di aiuto all’altro coniuge, che quindi può legittimamente decidere di mandare in crisi la famiglia e chiedere l’addebito, per ragioni che si radicano sia nel problema dell’altro coniuge sia nei suoi completi indisponibilità e disinteresse verso il problema stesso.

Da quanto riferisce la nostra lettrice, peraltro, il marito si è prestato a sottoporsi ad alcune sedute di mediazione familiare, per cui da questo punto di vista non si può dire che non abbia prestato la propria collaborazione quantomeno a discutere del problema e a comunicare circa lo stesso. Tuttavia, la situazione sembra andare ben oltre le considerazioni che precedono, nel senso che il marito della nostra lettrice ha fatto questo percorso comunicativo solo per ribadire di non ritenere la sua abitudine un fatto negativo o un problema, ma sostanzialmente – dato che parla espressamente di un «diritto» – l’esplicazione della sua personalità.

Qui il discorso diventa, naturalmente, molto più difficile da affrontare, dal momento che implica l’adozione di una scala valoriale che, come tale, è sempre relativa per area geografica, generazione, posizione sociale e così via. Come si è cennato precedentemente, in Europa quantomeno, tradizionalmente l’atto del ruttare è considerato gravemente sconveniente, ma le cose, con l’avvento delle nuove generazioni, sono decisamente cambiate. Per non dire del fatto che, comunque, anche in precedenza si faceva largo uso dei rutti nelle opere cinematografiche, suscitando quasi sempre l’ilarità degli spettatori, a dimostrazione che l’avversione per la pratica era probabilmente più di facciata che sentita intimamente. In manifestazioni come quella di Rutto Sound, poi, si raccolgono fondi che vengono destinati in beneficienza, si distribuiscono premi per varie specialità di rutto (lunghezza, sonorità, parlato e così via) e ci sono tanti giovani che si fregiano apertamente del titolo di campioni.

Per queste persone, sicuramente ruttare costituisce l’esplicazione della propria personalità, sulla base della considerazione per cui ognuno ha i suoi talenti, anche in connessione come già ripetuto con il contesto in cui vive. Presso molte popolazioni, come noto, è considerato atto di grave maleducazione non ruttare alla fine di un pasto che è stato offerto, ciò che significherebbe che il pasto non è stato gradito.

Va anche considerato che potrebbero esserci ragioni mediche che giustificano, almeno in parte, la pratica, anche se dal racconto della nostra lettrice non pare sia questo il caso del marito.

In conclusione, comunque, credo che difficilmente l’abitudine di ruttare periodicamente, anche in presenza della prole, che generalmente impara a ruttare dai personaggi televisivi ancor prima di aver sentito i genitori, possa essere considerato motivo di addebito, anche se tutte le considerazioni di cui sopra andrebbero calate nel caso concreto, visto in tutti i suoi dettagli. Nell’incertezza che regna in materia, comunque, non resta che auspicare che ci sia al più presto un intervento del legislatore.