Perché un avvocato difende anche chi è colpevole
1) La domanda che mette a disagio.
«Come fai a difendere una persona sapendo che è colpevole?» È una delle domande che vengono rivolte più spesso agli avvocati penalisti. A volte nasce da una curiosità sincera; altre volte contiene già un’accusa: se difendi chi ha commesso un reato, allora stai dalla parte del reato o stai cercando di sottrarre qualcuno alla giustizia.
La risposta più breve è questa: l’avvocato non difende il reato. Difende una persona e il suo diritto a essere giudicata secondo la legge.
Non è una distinzione di comodo. È il punto dal quale dipende la differenza tra un processo e una punizione decisa in anticipo. Anche quando un fatto è grave, confessato o apparentemente evidente, restano da stabilire la responsabilità personale, l’esatta qualificazione giuridica, le circostanze, l’attendibilità delle prove e la pena applicabile. Il difensore serve a fare in modo che tutte queste domande ricevano una risposta corretta.
2) Prima di tutto: colpevole per chi?
Nel linguaggio comune chi confessa, viene ripreso da una telecamera o è indicato da molti testimoni viene subito definito colpevole. Nel linguaggio del diritto, invece, la colpevolezza non coincide con un’impressione, con una notizia o neppure con la convinzione personale dell’avvocato.
L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Questo significa che, prima di allora, anche una confessione deve essere valutata insieme agli altri elementi: potrebbe essere incompleta, inattendibile, resa per proteggere qualcuno oppure riferita a un fatto diverso da quello contestato.
Persino quando non esiste un dubbio realistico sull’autore materiale, il processo deve ancora accertare con quale intenzione abbia agito, se ricorressero cause di giustificazione, quale reato sia stato commesso e quale conseguenza sia prevista dalla legge. Una cosa è aver causato un evento; un’altra è risponderne nella forma e nella misura sostenute dall’accusa.
3) Il diritto di difesa non premia i meritevoli.
Il diritto di difesa appartiene a tutti. L’articolo 24 della Costituzione lo definisce inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Non aggiunge «purché l’imputato sia innocente», simpatico o socialmente accettabile.
È proprio nei casi che provocano maggiore ripugnanza che questa garanzia dimostra la sua importanza. Se i diritti valessero soltanto per le persone amate dall’opinione pubblica, non sarebbero diritti: sarebbero concessioni revocabili.
Il giusto processo previsto dall’articolo 111 della Costituzione richiede il contraddittorio tra le parti davanti a un giudice terzo e imparziale. Senza un difensore in grado di contestare seriamente l’accusa, quel contraddittorio sarebbe soltanto formale.
4) Che cosa difende davvero l’avvocato.
Difendere non significa sostenere a ogni costo che il fatto non è accaduto. Significa verificare, tra le altre cose:
- se le prove siano state raccolte legalmente e siano realmente attendibili;
- se il fatto sia attribuibile proprio all’imputato;
- se esistano dolo, colpa, nesso causale e capacità di intendere e di volere;
- se la qualificazione giuridica proposta dall’accusa sia corretta;
- se aggravanti e attenuanti siano state applicate nel modo giusto;
- se vi siano i presupposti per un rito alternativo, una misura meno afflittiva o un percorso riparativo;
- se la pena sia proporzionata e orientata anche alla rieducazione, come vuole la Costituzione.
Il pubblico ministero deve provare la responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio, secondo l’articolo 533 del codice di procedura penale. Pretendere che lo faccia non è un espediente: è la funzione stessa del processo penale.
5) Se il cliente confessa al proprio avvocato.
Supponiamo che l’assistito dica in studio: «Sono stato io». L’avvocato non diventa per questo un testimone dell’accusa, né deve abbandonare automaticamente la difesa. La confidenza ricevuta nell’esercizio dell’attività professionale è protetta dal dovere di segreto e riservatezza; anche l’articolo 200 del codice di procedura penale tutela il segreto professionale nei limiti previsti dalla legge.
Quella confessione serve al difensore per consigliare una strategia lecita e realistica. Potrà spiegare le conseguenze di una confessione processuale, valutare un rito alternativo, proporre condotte riparatorie, risarcire la vittima quando possibile o discutere gli aspetti del fatto che restano controversi.
Il rapporto di fiducia serve anche a questo: il cliente deve poter raccontare tutto senza il timore che il suo avvocato si trasformi nel suo accusatore. Senza questa protezione, la difesa sarebbe cieca e spesso incapace di suggerire proprio la scelta più responsabile.
6) Il difensore non è autorizzato a mentire.
Qui passa un confine netto. L’avvocato può contestare l’accusa e chiedere che ogni elemento venga provato; non può fabbricare una versione falsa dei fatti, introdurre prove che sa essere false o aiutare il cliente a ingannare il giudice.
L’articolo 50 del Codice deontologico forense vieta al difensore di introdurre o utilizzare prove, elementi di prova o documenti che sappia essere falsi. Se scopre successivamente la falsità, non può continuare a utilizzarli. Non può nemmeno rendere false dichiarazioni su fatti di cui abbia conoscenza diretta.
Allo stesso modo, non può suggerire condotte illecite o fraudolente, come precisa l’articolo 23 del Codice deontologico, né condizionare un testimone affinché renda una dichiarazione compiacente, secondo l’articolo 55.
Difesa tecnica e menzogna sono dunque cose diverse. Dire «questa prova non basta» è legittimo. Inventare un alibi che si sa falso non lo è.
7) Il cliente può negare i fatti?
L’imputato non è un testimone obbligato contro se stesso. Prima dell’interrogatorio deve essere avvertito che le sue dichiarazioni potranno essere utilizzate nei suoi confronti e che ha la facoltà di non rispondere, come dispone l’articolo 64 del codice di procedura penale.
Può quindi scegliere il silenzio e può contestare l’accusa. Ma il diritto di difendersi non è una licenza per commettere altri reati. Accusare consapevolmente un innocente può integrare la calunnia; creare artificiosamente tracce o prove può avere autonome conseguenze; minacciare o corrompere chi deve riferire all’autorità giudiziaria può integrare l’intralcio alla giustizia.
Il buon consiglio professionale, spesso, non è «nega tutto». È: non improvvisare, non cancellare messaggi, non contattare testimoni, non costruire alibi e concorda con il difensore una condotta processuale coerente e lecita.
8) Quando i fatti sono ammessi, la difesa continua.
Una persona che riconosce la propria responsabilità ha ancora bisogno di un avvocato, forse più di prima. Il difensore può verificare se l’ammissione riguardi davvero tutti gli elementi del reato, evitare che vengano contestati fatti più gravi di quelli commessi e controllare che la sanzione resti entro i limiti di legge.
Può inoltre valutare il risarcimento, le restituzioni, le scuse e gli altri comportamenti successivi al reato; esaminare l’accesso alla giustizia riparativa; chiedere il riconoscimento delle attenuanti; scegliere, con l’assistito, il rito più adatto; documentare dipendenze, fragilità o percorsi terapeutici rilevanti; preparare un progetto concreto che riduca il rischio di recidiva.
Non si tratta di cancellare la responsabilità, ma di attribuirla correttamente e costruire, quando è possibile, un dopo. La Costituzione non considera la pena una vendetta: vieta trattamenti contrari al senso di umanità e le assegna una finalità rieducativa.
9) E se l’avvocato non se la sente?
Salvo i casi in cui sia nominato d’ufficio e debba assicurare la continuità della difesa secondo le regole processuali, un avvocato è generalmente libero di accettare o rifiutare un incarico. Può anche rinunciare al mandato se viene meno il rapporto di fiducia o se il cliente pretende una condotta illecita, adottando però tutte le cautele necessarie per non lasciarlo privo di assistenza nel momento sbagliato.
Non deve, invece, rinunciare soltanto perché ritiene l’assistito colpevole. La sua indipendenza consiste proprio nel non confondere il giudizio morale sulla persona con il compito professionale. Può difendere con rigore senza approvare ciò che è stato fatto.
10) Difendere l’imputato non significa dimenticare la vittima.
La vittima ha diritto a essere ascoltata, protetta, informata e, quando ne ricorrono i presupposti, risarcita. La serietà della difesa dell’imputato non diminuisce questi diritti.
Anzi, una condanna raggiunta attraverso un processo rispettoso delle garanzie è più solida e credibile. Una decisione ottenuta comprimendo la difesa resta esposta a errori, annullamenti e nuovi processi, con un ulteriore costo umano anche per la persona offesa.
L’avvocato della difesa e quello della parte civile hanno ruoli diversi, ma entrambi contribuiscono a impedire che il dolore venga trasformato in una scorciatoia probatoria. La dignità della vittima non richiede un processo ingiusto; richiede un accertamento serio.
11) Le garanzie del colpevole proteggono anche l’innocente.
Ogni regola che oggi sembra un ostacolo nel processo contro una persona apparentemente colpevole sarà domani la protezione di qualcuno accusato ingiustamente. Il diritto al silenzio, il contraddittorio, l’esame delle prove e la presenza del difensore non possono dipendere dall’opinione del momento.
La storia giudiziaria mostra quanto possa essere pericolosa la certezza prematura. Ne ho parlato anche ricordando Enzo Tortora e la giustizia che può sbagliare: gli strumenti di controllo e correzione non sono cavilli, ma il modo con cui un sistema umano prova a limitare i propri errori.
Se accettiamo che un imputato impopolare possa essere giudicato senza una difesa effettiva, non abbiamo tolto un privilegio a lui: abbiamo indebolito una garanzia per tutti.
12) Una persona non coincide con il suo gesto peggiore.
C’è infine una ragione umana. Affermare la responsabilità è necessario; ridurre una persona per sempre al peggiore atto della sua vita non lo è.
L’avvocato può stare accanto a chi ha sbagliato senza assolverlo moralmente. Può aiutarlo ad assumersi le conseguenze, a non subire quelle che la legge non prevede e a iniziare un percorso diverso dopo la sentenza. La difesa non promette salvezza e non cancella il male prodotto. Mantiene aperto lo spazio nel quale la giustizia resta diversa dalla vendetta.
Per questo un avvocato può difendere anche chi è colpevole. Non perché il reato non conti, ma perché contano insieme la verità, le regole, la vittima, la proporzione della pena e la dignità che l’ordinamento riconosce a ogni persona.
13) Passa all’azione.
Se sei coinvolto in un procedimento penale, non scegliere la strategia sulla base di ciò che hai letto sui social e non prendere iniziative sulle prove o sui testimoni. Conserva gli atti, annota con precisione i fatti e confrontati quanto prima con un difensore: anche una decisione apparentemente innocua può incidere sull’intero processo.
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