Enzo Tortora e la giustizia che può sbagliare
1) Una giornata per Enzo Tortora e per tutte le vittime.
Il 4 agosto 2026 la Camera ha approvato la proposta di legge che istituisce la Giornata nazionale «Enzo Tortora» in memoria delle vittime di errori giudiziari. I voti favorevoli sono stati 178, nessuno ha votato contro e gli astenuti sono stati 97. Tra le forze politiche che hanno scelto l’astensione ci sono Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra.
Il provvedimento dovrà naturalmente completare il suo percorso parlamentare. Il voto della Camera, però, ha già un significato politico e culturale preciso: lo Stato riconosce che la giustizia può sbagliare e che dietro ogni errore giudiziario non c’è soltanto un fascicolo da archiviare, ma una persona la cui libertà, reputazione, famiglia e vita possono essere state devastate.
La data individuata è il 17 giugno, giorno in cui Enzo Tortora venne arrestato nel 1983. Non si tratta di una ricorrenza celebrativa nel senso superficiale del termine. Dovrebbe diventare un’occasione per ricordare le vittime, comprendere come maturano gli errori e discutere seriamente dei rimedi necessari per prevenirli e correggerli.
2) Perché Enzo Tortora è ancora un simbolo.
Enzo Tortora venne arrestato sulla base di accuse gravissime e condannato in primo grado a dieci anni di reclusione. Trascorse sette mesi in carcere e altri sei agli arresti domiciliari. Il 15 settembre 1986 fu assolto in appello dall’accusa associativa perché non aveva commesso il fatto e da quella relativa al traffico di stupefacenti perché il fatto non sussisteva. La Cassazione confermò definitivamente l’assoluzione il 13 giugno 1987.
Queste poche righe, lette oggi, rischiano di non restituire la violenza di ciò che accadde. Prima dell’assoluzione ci furono l’arresto, l’esposizione pubblica, il sospetto, la condanna sociale anticipata e una macchina processuale che per anni trattò un innocente come un colpevole. Quando la verità giudiziaria fu ristabilita, gran parte del danno era ormai irreversibile.
Tortora è diventato il simbolo della malagiustizia non perché sia stato l’unico innocente coinvolto in un errore, ma perché la sua vicenda mostrò a tutti quanto possa diventare fragile una persona quando lo Stato la accusa. Popolarità, cultura e mezzi economici non bastarono a proteggerlo. Figuriamoci quanto possa essere vulnerabile un cittadino comune, privo di visibilità e risorse.
3) L’astensione che non riesco a comprendere.
Di fronte a una proposta che ricorda le vittime degli errori giudiziari mi sarei aspettato un voto unanime. Non c’è stato neppure un voto contrario, ma 97 deputati si sono astenuti. Tra loro, gli esponenti di PD, M5S e AVS.
Possono esistere obiezioni sul testo, sulla formulazione di una disposizione o sul procedimento seguito per approvarla. Le regole parlamentari sono importanti e nessuno chiede di ignorarle. Tuttavia, le giustificazioni procedurali non mi sembrano sufficienti davanti a un principio così elementare: gli innocenti travolti dalla giustizia meritano memoria, rispetto e impegno istituzionale.
Non so se l’astensione sia dipesa anche dal timore di irritare l’Associazione nazionale magistrati. Non posso affermarlo e non intendo presentare un sospetto come un fatto. So però che, sul piano politico, questa astensione è difficile da comprendere e ancora più difficile da spiegare alle persone che hanno subito un’ingiusta detenzione, una condanna poi rimossa o anni di processo conclusi con il riconoscimento della loro innocenza.
La tutela degli innocenti non dovrebbe avere colore politico. Riconoscere che un sistema giudiziario può commettere errori non è un argomento di destra o di sinistra e non equivale a dichiarare guerra alla magistratura. È una posizione liberale e garantista che dovrebbe appartenere a chiunque abbia a cuore la dignità della persona e i limiti del potere pubblico.
4) La giustizia è fallibile perché è un’attività umana.
La vicenda Tortora dimostra in modo drammatico la fallibilità della giustizia, ma non rappresenta un’anomalia incomprensibile. Ogni sistema giudiziario è composto da esseri umani: investigatori, consulenti, pubblici ministeri, avvocati e giudici. Tutti possono sbagliare nel ricostruire un fatto, valutare una testimonianza, interpretare un documento o applicare una norma.
Anche la procedura più accurata non trasforma il processo in un’equazione matematica. Il giudice deve ricostruire eventi passati attraverso prove spesso incomplete, dichiarazioni contraddittorie e regole che richiedono interpretazione. Pretendere l’infallibilità sarebbe irrealistico. Fingere che l’errore non esista, invece, sarebbe pericoloso.
Ne avevo già parlato nel post «Ecco come funziona, a volte, la giustizia italiana», che puoi leggere qui: https://blog.solignani.it/2009/09/07/ecco-come-funziona-a-volte-la-giustizia-italiana/
In quel caso, per un disguido di cancelleria, due copie dello stesso ricorso ricevettero numeri differenti e generarono due procedimenti. La Corte di cassazione finì così per pronunciarsi due volte sul medesimo ricorso: una volta lo accolse e un’altra lo rigettò. Fu necessario l’intervento successivo delle Sezioni Unite per affrontare il contrasto.
È una vicenda molto diversa da quella di Tortora, ma contiene la stessa lezione di fondo. Se persino il giudice chiamato ad assicurare l’uniforme interpretazione della legge può arrivare a due conclusioni opposte sullo stesso caso, nessuno può sostenere seriamente che un provvedimento giudiziario sia vero o giusto per il solo fatto di essere stato pronunciato.
5) Ammettere gli errori non delegittima la magistratura.
Ogni volta che si parla di errori giudiziari compare il timore che la critica venga utilizzata per attaccare i magistrati o indebolirne l’indipendenza. È un rischio che non va ignorato, perché la magistratura deve poter svolgere il proprio lavoro senza intimidazioni e senza dipendere dalla politica.
Ma da questo non segue che gli errori debbano essere taciuti. L’indipendenza non significa infallibilità e la critica non equivale a delegittimazione. Al contrario, un’istituzione diventa più credibile quando riconosce i propri limiti, analizza ciò che non ha funzionato e accetta strumenti capaci di rimediare alle decisioni sbagliate.
La fiducia dei cittadini non si ottiene chiedendo loro di credere che il sistema non sbagli mai. Si costruisce dimostrando che, quando l’errore si verifica, esistono controlli indipendenti, tempi ragionevoli, responsabilità e rimedi effettivi. Difendere la giustizia significa anche pretendere che sia capace di correggersi.
6) Perché servono sistemi di correzione degli errori.
La fallibilità dei sistemi giudiziari spiega perché il processo preveda più gradi di giudizio e rimedi straordinari. Appello, ricorso per cassazione, revisione del processo penale e revocazione non sono inutili complicazioni inventate dagli avvocati. Sono strumenti di garanzia costruiti nella consapevolezza che una prima decisione può essere sbagliata.
Naturalmente nessun sistema di impugnazioni può eliminare ogni errore. Anche il giudice del gravame può sbagliare e, nel frattempo, il processo può aver già prodotto conseguenze dolorose. Per questo servono anche cautele nella fase delle indagini, un uso rigoroso della custodia cautelare, rispetto effettivo della presunzione d’innocenza, difese dotate di mezzi adeguati e un’informazione meno incline a trasformare l’accusa in una condanna anticipata.
Quando l’errore viene accertato, la riparazione deve essere tempestiva e concreta. Il risarcimento economico non può restituire gli anni perduti né cancellare lo stigma sociale, ma rappresenta almeno il riconoscimento della responsabilità dello Stato verso chi ha subito un danno ingiusto. Accanto al risarcimento occorre studiare le cause dell’errore, per evitare che lo stesso meccanismo si ripeta su altre persone.
7) Ricordare significa migliorare il sistema.
Una Giornata nazionale non risolve da sola i problemi della giustizia. Se si riducesse a qualche cerimonia e a dichiarazioni di circostanza, avrebbe un’utilità modesta. Può però diventare uno spazio pubblico nel quale raccontare le vicende delle vittime, insegnare ai più giovani il valore della presunzione d’innocenza e ricordare alle istituzioni che l’esercizio del potere deve sempre essere accompagnato da garanzie e controlli.
Ricordare Enzo Tortora non significa usare il suo nome contro la magistratura. Significa impedire che la sua storia venga sterilizzata e trasformata in un episodio lontano, buono soltanto per le commemorazioni. Il suo caso ci obbliga a guardare una verità scomoda: la giustizia può sbagliare, l’errore può distruggere un innocente e nessuna istituzione dovrebbe considerarsi sottratta alla possibilità di verifica e correzione.
Per questo il voto favorevole alla Giornata nazionale avrebbe dovuto essere netto e trasversale. Si può discutere di ogni dettaglio tecnico, ma non dovrebbe esistere esitazione nel riconoscere le vittime e nel riaffermare che la libertà di un innocente viene prima degli interessi di partito, delle appartenenze culturali e delle convenienze del momento.
8) Passa all’azione.
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