Pena di morte per le stragi: sì, ma in diretta?
1 – Il medico entra, poi comincia a sparare.
Il 5 novembre 2009, nel primo pomeriggio, i militari aspettano le visite e i controlli sanitari necessari prima della partenza o dopo il ritorno dalle missioni. Sono nella base di Fort Hood, in Texas. Dentro un edificio medico, non sul campo di battaglia.
Entra Nidal Malik Hasan, maggiore dell’esercito e psichiatra. Fa allontanare una dipendente civile dal posto in cui si trova. Poi estrae una pistola semiautomatica, grida «Allahu Akbar» e apre il fuoco.
Non si ferma al primo colpo. Spara, ricarica, continua. Dalla sua posizione può vedere le uscite. Colpisce anche chi cerca di raggiungerle. I militari provano a ripararsi fra gli spazi delle visite, altri scappano. Hasan attraversa il locale e poi esce, inseguendo chi fugge.
Fuori arrivano gli agenti. Una poliziotta viene ferita; Hasan cerca di colpirla ancora da vicino, ma l’arma si inceppa. Un altro agente gli spara e lo ferma. La ricostruzione giudiziaria descrive una sequenza concreta, non un’esplosione di violenza senza preparazione.
Tredici persone vengono uccise: dodici militari e un civile. Oltre trenta vengono ferite. Hasan sopravvive, ma le ferite lo lasciano paralizzato dalla vita in giù.
La tavola seguente evoca la fuga e la ricerca di riparo nel centro sanitario: è una ricostruzione illustrativa nello stile delle vecchie cronache disegnate, non una fotografia della scena reale né una riproduzione esatta degli ambienti e delle persone.

2 – La strage preparata e chi provò a interromperla.
Nei mesi precedenti Hasan aveva comprato l’arma, munizioni e caricatori maggiorati. Si era esercitato al tiro e nella ricarica rapida. Aveva visitato ripetutamente il centro sanitario.
Gli era stata comunicata la prossima partenza per l’Afghanistan. Durante il processo avrebbe riconosciuto di essere l’uomo che aveva sparato e presentato la propria azione come un cambio di schieramento nella guerra, pretendendo di difendere i combattenti talebani dai soldati americani. Una pretesa respinta dai giudici: l’uccisione dei commilitoni non diventava una legittima difesa per il fatto di essere rivestita di una giustificazione ideologica.
In quella sala, però, non ci fu soltanto chi sparava. Il capitano John Gaffaney lanciò una sedia contro l’aggressore e venne colpito mortalmente. Il sanitario militare Zackary Filip corse verso il luogo degli spari e soccorse i feriti. Maria Guerra contribuì a organizzare l’assistenza e a barricare gli accessi per impedire al tiratore di rientrare. L’esercito ha ricordato queste azioni nelle onorificenze ai soccorritori.
Queste persone fanno parte della storia quanto l’assassino. La loro scelta fu cercare di salvare vite mentre qualcuno continuava a distruggerle.
Nel 2013 Hasan venne condannato per tredici omicidi premeditati e trentadue tentati omicidi, ricevendo la pena di morte. Le impugnazioni militari hanno confermato la condanna.
3 – Un sabato a Modena, l’auto sale verso i pedoni.
Il 16 maggio 2026, intorno alle quattro e mezza del pomeriggio, nel centro di Modena le persone passeggiano, vanno in bicicletta, passano davanti ai negozi.
Una Citroën arriva da largo Garibaldi e imbocca via Emilia centro. Alla guida c’è Salim El Koudri, trentunenne. La ricostruzione degli investigatori e le immagini raccolte descrivono una corsa contro i pedoni: l’auto punta verso il marciapiede, travolge le persone, prosegue e termina contro una vetrina.
Non basta che il veicolo si sia fermato. Il conducente esce e fugge a piedi con un coltello. Alcuni passanti lo inseguono. Uno viene ferito da una coltellata. Altri riescono a disarmarlo e a bloccarlo in rua Pioppa, prima che venga consegnato alla polizia. La cronaca di quel pomeriggio permette di seguire questa successione di azioni.
I soccorsi trovano persone gravemente ferite. Quattro sono in condizioni particolarmente serie; alcune devono essere rianimate sul posto. A due donne vengono amputati gli arti inferiori. Sono le conseguenze documentate dell’attacco.
Le vite di queste persone non riprendono semplicemente dal punto in cui erano state interrotte.
Questa seconda tavola evoca l’auto sul marciapiede e i passanti che cercano di sottrarsi alla sua corsa. Anche qui si tratta di una ricostruzione illustrativa, non di una fotografia della scena reale: luoghi e figure non sono riprodotti con precisione documentaria.

4 – La morte arriva oltre due mesi dopo.
Fra le persone investite c’è Monica Esposito, cinquantacinque anni, che passeggiava con il marito, rimasto a sua volta gravemente ferito.
Viene ricoverata in condizioni critiche, prima al Maggiore di Bologna, poi a Baggiovara. Muore il 22 luglio 2026. Il Comune proclama il lutto cittadino per il giorno del funerale.
Il 2 ottobre il marito entra in tribunale in carrozzina. Nell’aula si trova anche El Koudri. Si discute la perizia psichiatrica disposta per accertare le condizioni dell’indagato al momento dei fatti.
È un passaggio che rende visibile la distanza fra i tempi della cronaca e quelli delle vittime. L’attacco dura poco. Il ricovero, le operazioni, la riabilitazione, il lutto e il processo occupano mesi e possono cambiare tutto il resto della vita.
5 – Modena: che cosa resta da decidere.
Il caso di Hasan ha già attraversato il processo e le impugnazioni. Quello di El Koudri è ancora un procedimento aperto per strage: non c’è una condanna definitiva.
Nell’udienza del 2 ottobre i periti nominati dal giudice hanno concluso per la piena capacità di intendere e di volere al momento dei fatti, escludendo un vizio totale o parziale di mente. La difesa sostiene una conclusione diversa. Il giudizio finale spetta ai giudici, non ai periti da soli.
C’è anche una questione distinta. Nelle notizie sull’udienza la finalità terroristica non risulta contestata dalla Procura. Alcuni avvocati delle persone offese chiedono invece che venga riconosciuta, richiamando ricerche informatiche e filmati registrati prima dell’attacco.
Quindi non presento il terrorismo a Modena come un fatto già accertato. La distinzione non attenua le conseguenze della corsa contro i passanti: serve a chiamare correttamente ciò che il processo deve ancora stabilire.
6 – Perché sono favorevole alla pena capitale in casi estremi.
La mia posizione è netta: per gli atti terroristici più gravi e per le stragi deliberate, con responsabilità pienamente accertate, ritengo la pena capitale giusta e opportuna.
Il punto da cui parto sono le persone che vengono aggredite. Il loro diritto alla vita, alla salute e all’incolumità personale. Lo Stato deve proteggere chi attraversa una strada, aspetta una visita, accompagna un familiare. Non possiamo discutere della risposta al crimine come se queste persone fossero soltanto lo sfondo della biografia dell’aggressore.
Avevo già espresso questa posizione a proposito dell’attentato di Berlino. Per me la gravità estrema di una strage volontaria può giustificare la sanzione estrema.
Il carcere può certamente impedire a un condannato di tornare a colpire fuori: non sostengo che solo la morte protegga materialmente la società. Il mio giudizio riguarda anche la proporzione della risposta e il valore che attribuiamo alle vite distrutte. È una posizione politica e morale, sulla quale puoi essere in disaccordo.
Per El Koudri, se il processo confermerà la responsabilità piena per la condotta stragista descritta dall’accusa, il mio giudizio sarebbe lo stesso. Oggi, però, la pena capitale non è una sanzione applicabile in Italia. E volere una legge diversa non autorizza a saltare il processo o a trasformare un arresto in un’esecuzione.
7 – La Costituzione e le leggi di guerra non consentono scorciatoie.
Ho un giudizio molto negativo sulla Costituzione italiana e considero particolarmente insensato, per casi di questa gravità, il suo divieto assoluto della pena capitale. Vorrei che la questione venisse riaperta seriamente, anziché trattata come qualcosa su cui non sia nemmeno consentito discutere.
Ma da giurista devo dirti con precisione qual è la legge attuale. L’articolo 27 afferma: «Non è ammessa la pena di morte». Il testo originario conservava un’eccezione per le leggi militari di guerra; quella possibilità è stata eliminata dalla revisione costituzionale del 2007. Già nel 1994 la pena capitale era stata abolita anche nella legislazione militare di guerra.
Quando propongo una risposta anche di tipo militare per le stragi estreme, dunque, parlo di un cambiamento dell’ordinamento. Non di una facoltà che un’autorità possa già esercitare contro un civile definendolo nemico.
Non basterebbe una legge ordinaria: si porrebbero problemi costituzionali, di limiti alla revisione e di impegni internazionali, compreso il Protocollo numero 13 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea contiene anch’essa il divieto della pena di morte.
E una nuova pena più grave non può essere inventata dopo il fatto per colpire un imputato già individuato: l’articolo 25 tutela l’irretroattività della legge penale sfavorevole. I casi che ci scuotono possono motivare una proposta per il futuro; non cancellano questa garanzia.
8 – A Fort Hood è stata fissata una data.
Il 7 ottobre 2026 l’esercito americano ha comunicato che l’esecuzione di Hasan è fissata per il 3 dicembre, alle tredici locali, nella stessa base della strage, mediante fucilazione.
Il presidente Donald Trump aveva approvato la pena il 2 ottobre. Il comunicato dell’esercito ricostruisce questo passaggio successivo alle impugnazioni. La programmazione non esclude eventuali ulteriori iniziative giudiziarie capaci di incidere sull’esecuzione.
Il giorno seguente il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha annunciato la volontà di renderla visibile al pubblico. Un funzionario del Pentagono ha confermato il progetto della trasmissione in diretta. La motivazione espressa è mostrare le gravi conseguenze di azioni come quelle di Hasan.
Al 10 ottobre 2026 stiamo parlando di un programma annunciato: non di un’esecuzione già avvenuta e neppure di una diretta dai dettagli operativi tutti definiti. Il 9 ottobre il vicepresidente James David Vance ha espresso dubbi sulla sua effettiva realizzazione, aggiungendo che comunque non la guarderebbe.
9 – Essere favorevole alla condanna non significa volerla guardare.
Qui la mia sicurezza diminuisce. Posso ritenere giusta la pena di morte per un crimine di questa gravità e, contemporaneamente, dubitare che sia opportuno trasmetterne l’esecuzione sul telefono o sul televisore di casa.
Una sanzione è una decisione dello Stato. Una trasmissione aggiunge un pubblico, una regia, un’inquadratura e una circolazione delle immagini che non finisce quando l’esecuzione è terminata.
Chi assiste fisicamente a un fatto tanto grave compie almeno una scelta concreta: si reca in un luogo, accetta un percorso, entra in una situazione delimitata. La diretta riduce tutto a un gesto ordinario: aprire un collegamento, come per una partita o un’intervista.
Quel percorso non rende automaticamente migliore chi lo compie, né sana i problemi di un’esecuzione pubblica. Ma la sua eliminazione conta. Rende la morte più facilmente consumabile, più vicina alle abitudini dell’intrattenimento.
Non so se questa comodità sia un progresso. Mi chiedo che cosa aggiunga alla protezione della società e alla giustizia per le vittime.
10 – Il controllo sullo Stato è un argomento serio.
L’argomento più forte a favore della pubblicità non è la curiosità. È il controllo.
Se lo Stato uccide in applicazione di una sentenza, deve rispondere di ciò che fa. Chi sostiene quella pena dovrebbe essere disposto a considerarne la realtà, senza rifugiarsi in una formula astratta o in una descrizione rassicurante.
Questo dubbio merita spazio: tenere tutto lontano dagli occhi può aiutare a rimuovere le conseguenze di una scelta collettiva. Vedere può rendere più consapevoli, e potrebbe persino far cambiare idea a qualcuno.
Ma il controllo può essere assicurato da testimoni, osservatori indipendenti, difensori, documentazione e verifiche. La presenza di garanzie e la trasmissione indiscriminata a chiunque non coincidono.
Prima di approvare una diretta vorrei capire perché quei controlli non bastino, quali informazioni ulteriori dia al pubblico la visione del momento della morte e quali limiti siano possibili. Non mi convince l’idea che più spettatori significhino, da soli, più giustizia.
11 – Le immagini restano, le vittime rischiano di sparire.
Una volta trasmesse, quelle immagini potranno essere registrate, tagliate, ripetute, decontestualizzate. Anche da persone che vogliono celebrare l’autore dell’attacco. La possibilità che la morte diventi materiale di propaganda o una rappresentazione del martirio è un rischio da valutare, non un risultato già dimostrato.
Penso anche ai familiari delle vittime. Alcuni potrebbero voler assistere, altri no. Non posso presumere che tutti abbiano bisogno della stessa cosa per affrontare il lutto. La loro decisione non dovrebbe essere sostituita da quella di un pubblico in cerca di emozioni.
E poi ci sono i minori, la visione accidentale, le copie che ricompaiono fuori dal contesto originario. Una scelta compiuta dallo spettatore adulto non risolve automaticamente questi problemi.
La vicenda rischia così di chiudersi, nell’immaginario collettivo, con il volto del condannato e il momento della sua morte. I tredici uccisi, i feriti, le famiglie possono diventare il prologo di un filmato che ha lui come protagonista. Mi sembra una conseguenza da prendere molto sul serio.
12 – Non promettiamo ciò che non sappiamo dimostrare.
Si può sostenere che vedere l’esecuzione scoraggi altri aggressori. Ma un’affermazione tanto impegnativa richiede prove, non soltanto una sensazione.
Una nota valutazione scientifica sulla deterrenza, pubblicata nel 2012 dal Consiglio nazionale delle ricerche statunitense, concluse che gli studi disponibili non consentivano di stabilire se la pena capitale aumentasse, diminuisse o lasciasse invariati i tassi di omicidio. Non era una ricerca sulla specifica diretta oggi annunciata, né risolveva ogni questione sul terrorismo. Ci ricorda però che l’efficacia deterrente non va presentata come una certezza acquisita.
L’annuncio ha un gusto che verrebbe spontaneo definire molto americano: una risposta drastica, resa visibile a tutti. Però la pubblicità universale dell’esecuzione non è una normale abitudine americana contemporanea. Le ultime esecuzioni apertamente pubbliche appartengono a un’altra epoca. Non possiamo spiegare tutto con la parola «yankee» e smettere di ragionare.
La mia conclusione rimane doppia. Sono favorevole alla pena capitale per le stragi e gli atti terroristici estremi, accertati con tutte le garanzie. Sulla diffusione pubblica della loro esecuzione ho invece molti dubbi. Voglio una società che protegga gli innocenti e faccia rispondere i colpevoli delle loro azioni. Non sono convinto che, per farlo, debba portare una fucilazione in ogni salotto.
13 – Un altro spunto per discutere della Costituzione.
Se vuoi approfondire il mio modo di guardare al testo costituzionale, trovi sul mio canale il video La Costituzione più bella del mondo. È un altro spunto di riflessione, non una ricostruzione dei due casi raccontati in questo articolo.
14 – Continuiamo il confronto.
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Diretta o non diretta, una democrazia non può dirsi tale se prevede la pena di morte.
Troppo facile. Post ideologico, che in ogni caso non serve a nulla per le vittime, a meno che non si tratti di puro sadismo. Recita l’AT: nessuno tocchi Caino.
Passare la vita intera in carcere, soprattutto nel braccio della morte basta e avanza
A questo proposito, strano che non venga fatta menzione della tizia (sempre USA) sopravvissuta a ben DUE iniezioni letali e che non si sa che fine farà: cercano di salvarla… ora. Vabbè.
Meglio riflettere (“restiamo umani”) prima di intervenire su questioni etiche, giudiziarie, penali.
Ci scommetto: verrò moderata e cancellata
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Ti ringrazio per aver letto con attenzione e per aver dedicato tempo a esprimere un dissenso così netto. Non credo che la forma di governo determini, da sola, il tipo o la severità delle pene: uno Stato autoritario può applicare pene meno rigorose e uno Stato democratico può prevederne di più severe. Anzi, una democrazia deve anche sapersi difendere e proteggere concretamente i suoi cittadini, senza per questo cessare di essere tale.
Non sostengo che la pena di morte possa riparare il danno subito dalle vittime: purtroppo nessuna pena può restituire ciò che è stato tolto. La deterrenza è però una delle ragioni addotte a suo favore. Come ho scritto nel post, non la presento come una certezza scientificamente dimostrata, perché gli studi disponibili non consentono conclusioni univoche. Questo non equivale a dire che la pena capitale non serva a nulla; significa soltanto distinguere una posizione politica e morale da un’affermazione empirica che richiede prove.
Quanto alla persona che sarebbe sopravvissuta a due iniezioni letali, non ne ho parlato perché non colgo il nesso diretto con la vicenda esaminata nel post e, soprattutto, con la questione specifica della trasmissione pubblica dell’esecuzione. Se vuoi spiegarmi meglio il collegamento che vedi, ti ascolto volentieri.
Sulla necessità di riflettere sono pienamente d’accordo: questo post vuole appunto aprire una riflessione, non chiuderla, ed è del tutto normale che una persona possa non condividere la mia posizione.
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