Meloni e gli stipendi: le sentenze non sono facoltative
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Meloni e gli stipendi: le sentenze non sono facoltative

Se la persona alla quale devi pagare una somma ti è antipatica, il debito non scompare. Se poi quella somma dipende da una sentenza che devi eseguire, non puoi trasformare il tuo dissenso in un diritto di non adempiere. Vale per te, vale per me. Dovrebbe valere, a maggior ragione, per chi governa.

Lo scrivo da elettore di destra: la posizione annunciata da Giorgia Meloni sugli adeguamenti degli stipendi dei magistrati non mi convince affatto. Non perché abbia improvvisamente deciso che ogni rivendicazione della magistratura sia giusta o che il nostro sistema giudiziario funzioni benissimo. Il punto è un altro: le situazioni giuridiche non si valutano a simpatia.

Vorrei che almeno sul rispetto delle regole riuscissimo a essere d’accordo prima di dividerci su tutto il resto. Perché, se anche questo diventa una questione di schieramento, quando avremo bisogno di quelle regole per difendere noi stessi potremmo scoprire di averle rese molto più deboli.

1 – Che cosa ha annunciato Meloni.

Il 18 ottobre 2026 la presidente del Consiglio ha comunicato all’Adnkronos di non voler firmare il decreto relativo agli adeguamenti retributivi dei magistrati. Ha richiamato il costo dell’operazione e le difficoltà nel trovare risorse per l’autotrasporto, dichiarandosi disponibile ad ascoltare le associazioni rappresentative.

Il passaggio che colpisce è questo: «Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario».

Non stiamo quindi discutendo soltanto di una proposta di aumento alla quale il governo preferisce destinare meno denaro. Alle spalle c’è un contenzioso su come applicare un meccanismo previsto dalla legge. E davanti c’è la prospettiva di dover ottenere per via giudiziaria ciò che l’amministrazione dovrebbe fare spontaneamente.

Sul costo complessivo sono circolate stime vicine al miliardo, contestate dalle associazioni dei magistrati. Non presento quella cifra come un importo definitivamente accertato e identico per tutti. Per il ragionamento che interessa qui, comunque, il principio non cambia se il conto è più alto o più basso.

2 – Non è il premio assegnato al magistrato più simpatico.

Nella sentenza del 9 luglio 2025, numero 6004, il Consiglio di Stato ha affrontato i criteri usati per l’adeguamento riferito al triennio 2018-2020. Ha rilevato errori nelle componenti retributive considerate, nelle categorie di dipendenti prese a riferimento e nell’impiego della media ponderata al posto di quella aritmetica richiesta dalla disciplina applicabile.

L’effetto non è stato attribuire discrezionalmente un regalo: l’amministrazione deve rifare i conteggi rispettando quei criteri e adottare le determinazioni conseguenti. La decisione lascia temporaneamente efficaci i precedenti provvedimenti, in attesa del ricalcolo.

Questo dettaglio è importante: una sentenza che ordina di ricalcolare non è necessariamente una condanna a versare subito a ogni magistrato una somma già liquidata. Vanno rispettati il contenuto concreto della pronuncia e gli adempimenti necessari. Ma non si può trasformare lo spazio per eseguirla in uno spazio per decidere se eseguirla.

L’Associazione nazionale magistrati sostiene che si tratti di differenze retributive non corrisposte, non di un beneficio da negoziare con il governo. È la posizione della categoria interessata, da leggere come tale. Il vincolo a rispettare una decisione giudiziaria, però, non dipende dal fatto di condividere il suo comunicato.

3 – Criticare una sentenza non significa poterla ignorare.

Puoi ritenere una decisione sbagliata, discutibile, economicamente inopportuna. Puoi criticarne l’interpretazione della legge. Puoi sostenere che un meccanismo retributivo produca risultati squilibrati rispetto ad altri lavoratori.

Non c’è nulla di scandaloso in questo. Le sentenze non sono testi sacri e i giudici non sono infallibili.

Ma la critica e l’adempimento stanno su piani diversi. Il sistema prevede impugnazioni, eventuali sospensioni e strumenti per chiarire come eseguire una pronuncia. Il dissenso politico non è uno di questi strumenti e non sospende da solo un obbligo.

L’articolo 112 del codice del processo amministrativo impone alla pubblica amministrazione e alle altre parti di eseguire i provvedimenti del giudice amministrativo. Non subordina l’esecuzione al gradimento di chi ha perso.

La distinzione conta anche quando si parla genericamente di sentenze definitive: il codice tutela pure l’esecuzione di provvedimenti esecutivi non ancora passati in giudicato. Non tutti i procedimenti collegati a questa vicenda devono trovarsi nella stessa fase perché esista un dovere di adempimento.

4 – I soldi scarseggiano, ma i debiti non diventano facoltativi.

L’obiezione più seria è quella delle risorse. Se ci sono famiglie in difficoltà, imprese in crisi e servizi pubblici da finanziare, perché spendere cifre rilevanti per chi ha già un buon reddito?

È una domanda politica legittima. Non la liquido con una scrollata di spalle. Chi amministra denaro pubblico deve scegliere priorità e rispondere delle proprie scelte.

Il problema è che la destinazione di risorse ancora disponibili e l’adempimento di un obbligo giuridico già accertato non sono la stessa cosa. Un debito non torna a essere una liberalità perché il creditore guadagna bene o perché un’altra categoria ha più bisogno.

Si possono cercare soluzioni consentite dalla legge, discutere modalità di adempimento, verificare i conteggi e valutare accordi con chi è legittimato a concluderli. Non basta invece evocare un’emergenza per attribuirsi il potere di rinviare unilateralmente tutto a quando sarà politicamente più conveniente.

Altrimenti anche il cittadino potrebbe dire allo Stato: prima pago ciò che considero più urgente, poi eventualmente mi occuperò dei tuoi crediti. Dubito che l’argomento verrebbe accolto con lo stesso entusiasmo.

5 – Quale segnale stiamo dando, esattamente?

Nella discussione da cui nasce questa riflessione è emersa una difesa molto chiara della scelta: bisogna dare un segnale, altrimenti il potere giudiziario prevale su quello politico. Gli aumenti arriveranno, ma adesso sarebbe opportuno rinviare.

Capisco il ragionamento. Non ne condivido la conclusione.

Eseguire una sentenza non significa riconoscere ai giudici il diritto di governare al posto del governo. Significa riconoscere che anche il governo può perdere una causa e deve rispettarne l’esito. È un limite al potere, non un’investitura politica dei magistrati.

Se il segnale consiste nel dichiarare che una pronuncia sgradita verrà eseguita soltanto quando il debitore riterrà opportuno, il messaggio rischia di essere proprio quello di cui abbiamo meno bisogno: le regole valgono finché non disturbano troppo.

Da un governo di destra mi aspetto fermezza nel pretendere il rispetto delle regole. Proprio per questo mi aspetto che cominci da quelle che vincolano lui.

6 – E i magistrati che insultano la presidente?

Un’altra obiezione richiama comportamenti offensivi attribuiti a magistrati nei confronti della presidente del Consiglio. Non serve qui ripetere insulti né stabilire, senza esaminare il singolo episodio, chi abbia scritto davvero che cosa.

Il criterio è semplice: se un magistrato tiene una condotta illecita o incompatibile con i suoi doveri, quella condotta va accertata e affrontata nelle sedi competenti. Non gode di un salvacondotto perché indossa una toga. Anzi, tutto al contrario a mio giudizio deve essere punito ancora più severamente.

Ma un’offesa non cancella il diritto retributivo di un’intera categoria. Non trasforma una sentenza in carta straccia. Non attribuisce al governo una sanzione economica collettiva che la legge non prevede.

Tenere separati questi piani non significa giustificare gli insulti. Significa rifiutare una giustizia per compensazione emotiva: siccome qualcuno si è comportato male, allora possiamo fare a meno delle regole anche noi. È esattamente la logica che vorrei evitare, da qualunque parte arrivi.

7 – Chi può cambiare le regole ha una responsabilità in più.

La presidente del Consiglio non è una cittadina senza strumenti per incidere sul sistema. Il governo può proporre riforme e la maggioranza parlamentare può approvarle, seguendo i procedimenti previsti e rispettando i limiti costituzionali ed europei.

Se il sistema degli adeguamenti è ritenuto ingiusto, lo si affronti sul terreno delle norme. Si spieghi quale disciplina si vuole introdurre, con quali effetti e per quali ragioni. È lì che si esercita la responsabilità politica.

Attenzione, però: non sto suggerendo di approvare una legge per cancellare a piacimento ciò che una sentenza ha già stabilito. La tutela del giudicato, l’indipendenza dei giudici e i diritti già maturati pongono limiti anche al legislatore. Modificare per il futuro una disciplina non equivale a potersi liberare retroattivamente di un obbligo scomodo.

Non è neppure corretto dire che la presidente del Consiglio faccia da sola le leggi. Ma proprio la disponibilità dell’iniziativa governativa e del sostegno della maggioranza rende ancora meno convincente la scorciatoia del rifiuto annunciato.

L’articolo 54 della Costituzione richiede a chi esercita funzioni pubbliche disciplina e onore. Per me questo significa anche assumersi il costo politico di adempiere un obbligo che si considera impopolare, senza presentarlo come una concessione personale al vincitore della causa.

8 – Il commissario non è una scappatoia politica.

Se l’amministrazione non esegue, esiste il giudizio di ottemperanza. Ne ho parlato anche nell’approfondimento su che cosa fare quando la pubblica amministrazione non esegue una sentenza.

Non è, in sostanza, chiedere da capo se il ricorrente avesse ragione sulla questione già decisa: serve a ottenere l’attuazione del provvedimento, risolvendo anche le questioni che riguardano l’esecuzione.

L’articolo 114 del codice del processo amministrativo consente al giudice di prescrivere come adempiere e, quando occorre, nominare un commissario che compia gli atti necessari al posto dell’amministrazione. Non è un automatismo da annunciare in astratto: presupposti e misure dipendono dal procedimento concreto.

Il fatto che esista questo rimedio non rende normale costringere il creditore a usarlo. Le ulteriori attività processuali e l’eventuale intervento sostitutivo possono comportare altri costi. Il rifiuto non fa sparire l’obbligo e può finire per rendere più oneroso il suo adempimento.

Non trovo rassicurante che si invochi l’arrivo di un commissario come se fosse un modo per lasciare ad altri la responsabilità di rispettare la legge.

9 – Lo direi anche se governasse la sinistra.

Non sto facendo un censimento dei capi di governo del mondo: non ho bisogno di sostenere che una cosa simile non sia mai successa altrove per considerarla inaccettabile. Il punto è che non dovrebbe essere normale in uno Stato di diritto.

Da elettore di destra posso condividere molte scelte di un governo e contestarne altre senza sentirmi passato nello schieramento opposto. La lealtà politica non dovrebbe comportare la rinuncia al giudizio. Anzi, chi vota una maggioranza dovrebbe essere particolarmente esigente con il potere che ha contribuito ad affidarle.

La prova più semplice è invertire i protagonisti: se un governo di sinistra rifiutasse di eseguire una sentenza favorevole a una categoria che ti sta a cuore, lo difenderesti con lo stesso argomento delle priorità e del segnale politico?

Io no. E non intendo cambiare criterio perché oggi il rifiuto arriva dalla mia parte.

Possiamo discutere per ore degli stipendi dei magistrati. Sul fatto che le regole vincolino anche chi governa, invece, vorrei riuscissimo a incontrarci. Non è un favore alle toghe: è una garanzia anche per il cittadino che un giorno dovrà far valere un proprio diritto contro lo Stato.

10 – Se una decisione a tuo favore rimane senza seguito.

Se hai ottenuto una sentenza e non riesci a ottenerne l’esecuzione, chiama lo studio al numero 059 761926: possiamo fissare un primo incontro con me, anche a distanza, per esaminare il provvedimento e valutare il passo concretamente utile.

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Tu dove metti il confine tra dissenso politico e rispetto delle decisioni giudiziarie? Raccontamelo nei commenti: leggerò volentieri il tuo punto di vista e risponderò alle domande.

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