Jesús de Miguel: cosa rischia il portiere dopo la morte
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Jesús de Miguel: cosa rischia il portiere dopo la morte

Un lancio lungo, un attaccante che cerca il pallone, il portiere che esce lontanissimo dalla propria porta. Poi lo scontro, i soccorsi e una partita che non può più continuare. Jesús de Miguel, attaccante del Tenerife, è morto a trent’anni dopo l’impatto con Jesús Owono, portiere dell’Andorra, durante l’incontro del 2 novembre 2026.

Davanti a una tragedia così, la domanda arriva immediatamente: il portiere può essere condannato per la morte dell’avversario? La risposta non è né «era una partita, quindi non rischia nulla» né «è morto un uomo, quindi deve andare in carcere». Il diritto deve ricostruire il gesto, non limitarsi a misurarne le conseguenze.

Vediamo che cosa potrebbe accadere secondo il diritto spagnolo, applicabile alla vicenda, e che cosa cambierebbe se un fatto analogo fosse giudicato in Italia. Le pene indicate sono quelle previste per le diverse ipotesi: non sono una previsione di condanna di Owono.

1 – Che cosa è successo a Jesús de Miguel.

Tenerife e Andorra erano sul 2-2. Nei minuti di recupero, un pallone lanciato in avanti ha portato De Miguel a correre verso la metà campo avversaria. Owono è uscito dalla propria area fino alla zona del centrocampo per intervenire: nell’urto, secondo le ricostruzioni disponibili, il ginocchio del portiere ha colpito il torace dell’attaccante.

Il gioco si è fermato. Compagni e avversari hanno richiamato i sanitari; Owono è stato espulso e l’incontro è stato sospeso. La ricostruzione della televisione pubblica spagnola riferisce dell’evacuazione in ambulanza dopo lo scontro.

Il primo comunicato del club ha confermato il ricovero in terapia intensiva, in condizioni gravi. Il 3 novembre il Tenerife ha annunciato la morte, avvenuta alle otto del mattino. La famiglia ha chiesto rispetto per la propria riservatezza.

L’Associated Press riferisce che la polizia spagnola ha aperto accertamenti per una possibile responsabilità per omicidio colposo. Un’indagine serve proprio a capire se esista un reato: non equivale ad averlo già dimostrato.

2 – Il cartellino rosso non è una sentenza penale.

Un arbitro deve decidere in pochi secondi secondo le regole del calcio. Un giudice penale deve accertare un fatto e una responsabilità personale con criteri diversi.

La regola 12 del calcio prevede l’espulsione, tra l’altro, per interventi che mettono in pericolo la sicurezza dell’avversario o impiegano forza eccessiva. Ma un cartellino rosso può dipendere anche da altre infrazioni. Per sapere quale sia stata contestata nel caso concreto occorre il referto, non basta vedere il colore della sanzione.

L’espulsione è un elemento da esaminare, non una prova automatica di omicidio colposo. Vale anche l’inverso: l’eventuale mancata espulsione non renderebbe intoccabile una condotta penalmente rilevante.

Inoltre, uscire dall’area non è di per sé vietato al portiere. Fuori dall’area non conserva i privilegi legati all’uso delle mani, ma può partecipare al gioco. Il problema non è quanti metri abbia percorso: è come abbia effettuato l’intervento e quale pericolo abbia creato.

3 – In Italia si partirebbe dalla colpa, non dal risultato.

L’articolo 43 del codice penale distingue il fatto doloso da quello colposo. Nel secondo, l’evento non è voluto, ma deriva da negligenza, imprudenza, imperizia o violazione di regole rilevanti.

Perciò dire «non voleva ucciderlo» non chiude la questione. Anche chi causa un incidente stradale può non volere affatto la morte dell’altra persona e risponderne ugualmente. D’altra parte, un esito terribile non dimostra da solo che l’azione fosse imprudente in senso penale.

Nel calcio entrano nella valutazione la velocità della giocata, il tempo disponibile per reagire, la distanza dal pallone e dall’avversario, la coordinazione del movimento e le possibilità concrete di evitare l’urto. Non si può pretendere che ogni atleta agisca con la lucidità e il tempo di chi osserva un filmato al rallentatore.

Occorre però verificare se, in quella situazione, fosse esigibile un comportamento meno pericoloso. Cercare il pallone non autorizza qualsiasi modalità di intervento.

4 – Che cosa insegna la Cassazione sul rischio sportivo.

Di responsabilità penale di chi pratica sport abbiamo già parlato nel blog. Una precisazione importante viene dalla giurisprudenza successiva: la formula del «rischio consentito» non deve sostituire l’analisi concreta della colpa.

Nella sentenza numero 8609 del 2022, relativa a lesioni durante una partita di calcio, la Cassazione ha richiesto di verificare azione, nesso causale e dolo o colpa secondo i criteri ordinari. Ha distinto le regole del gioco dalle regole cautelari rilevanti per la responsabilità.

Il giudice deve individuare quale precauzione fosse dovuta prima del fatto, tenendo conto della specifica situazione agonistica. La gravità del danno non può diventare il criterio con cui inventare, a posteriori, una condotta che si sarebbe dovuta tenere.

Non è quindi corretto sostenere che tutti i falli siano reati. Ma neppure che lo sport costituisca una zona franca: le condotte che oltrepassano ciò che la concreta pratica sportiva permette richiedono un accertamento serio, senza scorciatoie né assoluzioni di categoria.

5 – L’ipotesi italiana di omicidio colposo.

Se fosse provato che un intervento penalmente colposo ha causato la morte, in Italia il riferimento ordinario sarebbe l’articolo 589 del codice penale, che prevede come pena base la reclusione da sei mesi a cinque anni.

Questa è la cornice ordinaria, non una pena già determinata. Circostanze, eventuali aggravanti pertinenti, attenuanti e scelte processuali possono incidere sul risultato. Il fatto che il calcio sia praticato professionalmente non basta, da solo, a trasformare il contrasto in una violazione delle norme di sicurezza sul lavoro.

Per arrivare a una condanna bisognerebbe dimostrare sia la colpa sia il collegamento causale tra quella condotta e il decesso. Se invece l’urto risultasse un evento fortuito non rimproverabile penalmente al portiere, l’omicidio colposo non sussisterebbe.

Il diritto italiano, dunque, non impone di scegliere tra fatalità e aggressione intenzionale: esiste anche la possibile responsabilità per un gesto non voluto nelle sue conseguenze ma colposamente pericoloso.

6 – Quando si potrebbe parlare di omicidio preterintenzionale.

Un’ipotesi diversa sarebbe provare che il calciatore abbia compiuto atti diretti a percuotere o ferire l’avversario e ne abbia causato la morte senza volerla. In Italia entrerebbe allora in considerazione l’articolo 584 del codice penale, che prevede la reclusione da dieci a diciotto anni.

Non basta, però, un movimento volontario: ogni corsa o salto di un portiere lo è. E neppure la scelta consapevole di commettere un fallo tattico dimostra automaticamente la volontà di percuotere o lesionare. Occorrono i presupposti propri di quei delitti, fuori da una condotta sportiva lecita.

La distinzione è decisiva. Un intervento mal calcolato sul pallone e un colpo deliberatamente diretto contro il corpo dell’avversario non sono la stessa cosa. Non attribuisco a Owono la seconda condotta: è una possibilità giuridica generale, che richiederebbe prove specifiche e non può essere ricavata dal solo decesso.

7 – In Spagna l’imprudenza grave può portare alla reclusione.

Per la vicenda reale il riferimento è il diritto spagnolo. L’articolo 142 del codice penale spagnolo punisce chi causa la morte di un’altra persona per imprudenza grave con la reclusione da uno a quattro anni.

Anche qui devono essere accertati l’imprudenza penalmente rilevante e il nesso causale. Una normale collisione di gioco non diventa un delitto soltanto perché ha avuto conseguenze fatali. Se invece venisse dimostrata una grave violazione del dovere di cautela, l’ipotesi di omicidio per imprudenza potrebbe essere esaminata.

La norma prevede inoltre, quando si tratti di imprudenza professionale, un’interdizione speciale dalla professione da tre a sei anni. Non significa che ogni errore di un calciatore stipendiato comporti automaticamente questo divieto: anche tale qualificazione deve essere motivata in concreto.

La prima differenza numerica rispetto all’Italia è quindi questa: per le fattispecie ordinarie qui considerate, sei mesi-cinque anni nel codice italiano e uno-quattro anni per l’imprudenza grave nel codice spagnolo. Le categorie, però, non coincidono perfettamente e non vanno confrontate soltanto guardando i massimi.

8 – L’imprudenza meno grave e le ipotesi intenzionali.

Lo stesso articolo 142 distingue l’imprudenza meno grave: per la morte di una persona prevede una multa penale da tre a diciotto mesi, non una pena detentiva espressa in mesi. Fuori dai casi con veicoli a motore, la disposizione richiede la denuncia della persona offesa o del suo rappresentante; in caso di morte va verificata la legittimazione dei familiari secondo le regole processuali.

La multa si calcola secondo il sistema delle quote giornaliere dell’articolo 50: durata della sanzione e importo quotidiano sono due elementi distinti. Non è il risarcimento alla famiglia.

Per una condotta priva della soglia di imprudenza penalmente richiesta può invece mancare il reato, senza che questo risolva automaticamente ogni questione civile o sportiva.

Se emergesse un’aggressione intenzionale, il discorso cambierebbe ancora. La Spagna non ha una figura identica al nostro omicidio preterintenzionale: possono venire in considerazione le lesioni dolose e l’omicidio imprudente secondo le regole sul concorso; se fosse provato il dolo di uccidere, anche eventuale, si passerebbe alle fattispecie dolose. Non c’è un trasferimento automatico dei dieci-diciotto anni italiani nel sistema spagnolo.

Nessuna di queste qualificazioni intenzionali può essere attribuita al portiere sulla sola base delle notizie iniziali.

9 – Le prove che contano davvero.

Per giudicare il gesto non basta un’immagine ferma con il ginocchio all’altezza del torace. Servono i filmati integrali e, quando disponibili, più angolazioni e dati sui tempi dell’azione.

Bisognerà capire dove si trovava il pallone, se fosse ancora raggiungibile, come siano cambiate le traiettorie, quando i due giocatori abbiano potuto percepire il pericolo e se il portiere potesse concretamente frenare, deviare o intervenire in altro modo. Un eventuale contatto con il pallone è rilevante, ma non assolve da solo qualsiasi intervento successivo o concomitante.

Sul piano medico-legale occorre accertare la causa della morte e il rapporto con lo scontro. «Arresto cardiorespiratorio» descrive una condizione clinica, ma non autorizza chi guarda da casa a diagnosticare il preciso meccanismo del decesso. Gli accertamenti clinici ed eventualmente autoptici sono essenziali.

Una fragilità preesistente non elimina automaticamente il nesso causale; al tempo stesso, la successione temporale fra urto e morte non sostituisce la prova medica. Nel processo penale il dubbio ragionevole non può essere colmato dall’emozione.

10 – Una condanna comporterebbe necessariamente il carcere?

Neppure questo si può stabilire ora. Bisogna distinguere la pena prevista dalla legge, quella eventualmente inflitta e il modo in cui verrebbe eseguita.

In Italia l’articolo 163 del codice penale consente, entro determinati limiti e in presenza degli altri requisiti, la sospensione condizionale. Il limite ordinario della pena detentiva è di due anni, con discipline particolari per alcune fasce d’età.

In Spagna l’articolo 80 ammette, alle condizioni previste, la sospensione di pene detentive non superiori a due anni. Contano, tra l’altro, precedenti, circostanze personali, condotta successiva e responsabilità risarcitorie.

Non sono automatismi. Essere incensurato non garantisce che non si entrerà in carcere; essere condannato per un delitto colposo non significa necessariamente che la pena sarà eseguita in un istituto penitenziario. Per Owono, oggi, anticipare uno dei due esiti sarebbe ingiustificato.

11 – Risarcimento e sanzioni sportive sono questioni distinte.

Se venisse accertato un illecito, ai familiari potrebbero spettare risarcimenti per le conseguenze patrimoniali e non patrimoniali della perdita. La quantificazione richiede di conoscere legami familiari, pregiudizi effettivi e dati economici: non esiste una cifra seria ricavabile semplicemente dalla notorietà del giocatore.

Andrebbero esaminate anche le eventuali responsabilità del club o di altri soggetti e le coperture assicurative, senza presumere che la società paghi sempre o che ogni danno sia coperto. Nel sistema spagnolo il codice disciplina, fra l’altro, la responsabilità degli assicuratori e alcune ipotesi di responsabilità civile sussidiaria. Applicarle richiede di verificarne i presupposti.

Restano poi le conseguenze disciplinari sportive: l’espulsione e gli eventuali provvedimenti successivi appartengono a un piano diverso. Non possiamo ricavare il numero di giornate di squalifica dal solo esito tragico dell’incontro.

Il calcio non deve diventare un luogo dove ogni infortunio produce un processo. Ma non può neppure offrire immunità a comportamenti penalmente rimproverabili. Fra queste due semplificazioni c’è il lavoro, delicato e indispensabile, della giustizia.

12 – Come affrontare un grave infortunio sportivo.

Se tu o un tuo familiare avete subito un grave danno durante un’attività sportiva, conserva subito filmati, referti e dati dei testimoni. Per valutare insieme responsabilità, prove e iniziative possibili, puoi chiamare lo studio al numero 059 761926 e concordare un primo incontro con me, anche a distanza.

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Come distingueresti un incidente di gioco da una condotta che richiede l’intervento del giudice? Scrivi il tuo punto di vista o una domanda nei commenti: ne parleremo volentieri.

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