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I migliori giudici? Quelli che non vogliono farlo.

Oggi voglio proporti uno scampolo di prosa di un celebre autore scomparso oramai qualche anno fa, che a mio modo di vedere centra con precisione chirurgica uno dei tanti problemi del sistema giudiziario italiano, quello cioè relativo alla selezione dei magistrati.

Ma fornisce anche alcune indicazioni parimenti azzeccatissime su come dovrebbe farsi il difficilissimo mestiere di giudice, cioè quasi con imbarazzo, sempre con la porta aperta al dubbio e con tanta umanità.

Torna in mente la preghiera del giudice più famoso di tutti i tempi, Salomone, che chiese a Dio di donargli «un cuore che sa ascoltare», una preghiera che oggigiorno dovrebbero fare tutti i giudici e anche gli avvocati che, secondo una nota formula, restano in fondo, in un sistema fisiologico, i primi giudici dei loro clienti.

«Un giovane esce dall’Università con una laurea in giurisprudenza, senza alcuna pratica forense e con poca esperienza, direbbe Manzoni, del ‘cuore umano’, si presenta ad un concorso; lo supera svolgendo temi inerenti astrattamente al diritto e rispondendo a dei quesiti ugualmente astratti: e da quel momento entra nella sfera di un potere assolutamente indipendente da ogni altro: un potere che non somiglia a nessun altro che sia possibile conseguire attraverso un corso di studi di uguale durata, attraverso una uguale intelligenza e diligenza di studio, attraverso un concorso superato con uguale quantità di conoscenza dottrinaria e con uguale fatica. Ne viene il problema che un tale potere – il potere di giudicare i propri simili – non può e non deve essere vissuto come potere. Per quanto possa apparire paradossale, la scelta della professione di giudicare dovrebbe avere radice nella ripugnanza a giudicare, nel precetto di non giudicare: dovrebbe cioè consistere nell’accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell’assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all’inquietudine, al dubbio.» (Leonardo Sciascia, Il giudice, 1987)

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Nullità del matrimonio religioso: si può fare a distanza?

La mia penso sia una delle più comuni situazioni di divorzio. Sposato per 3 anni dopo 6 anni di fidanzamento fatto di spostamenti con il treno per le lontane ubicazioni dove vivevamo. Non abbiamo avuto figli e piano piano è venuto meno il sentimento e l’affetto che c’era inizialmente, venendo fuori quello che eravamo realmente e che non eravamo riusciti a capire negli anni passati. Ci siamo separati in modo consensuale ed ottenuto con i tempi canonici anche il divorzio. Mi sono sposato di nuovo e vivo, dopo più di 20 anni, una situazione sentimentale ottima con 2 splendidi figli. Ho deciso di chiedere l’annullamento del matrimonio ma vige una situazione logistica e di rapporti sociali complicata. La mia ex vive ad Udine ed io vivo a Roma e le nostre amicizie sono terminate con la nostra separazione. So che c’è il bisogno della presenza di entrambi e di eventuali testimoni. Come si può risolvere la questione? Si possono fare delle transazioni remote?

Immagino che tu ti riferisca alla nullità del matrimonio concordatario, che penso desideriate per potervi sposare in Chiesa per motivi di fede.

Per quanto concerne questo tipo di nullità, al momento non è previsto un procedimento di tipo telematico, anzi è richiesta una presenza effettiva delle parti che sono esaminate a fondo dai giudici del tribunale ecclesiastico.

Se vuoi ottenere la nullità, dunque, devi rassegnarti a partecipare attivamente al processo, investendo anche negli spostamenti per raggiungere la sede del tribunale competente.

Avendo già tu ottenuto il divorzio, non sarà poi necessaria la delibazione, per cui almeno questo passaggio potrai risparmiartelo.

Se vuoi un preventivo per il processo di nullità del matrimonio, puoi chiederlo compilando il modulo allegato.

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Perché molti avvocati stanno nella merda?

Sta la crisi!

Gli avvocati sono in crisi.

Ormai lo sanno (e qualche volta se ne approfittano) tutti, sono finiti anche i tempi in cui generalmente si guardava agli avvocati come a privilegiati – cosa che peraltro non è mai stata molto vera, come spiego in questo precedente post.

La crisi è innanzitutto economica, nel senso che ci sono difficoltà concrete e spesso anche determinanti e insuperabili per una chiusura positiva dei bilanci a fine anno, ma è anche, e dunque soprattutto, di valori, di significato, di senso, di dignità e così via, per una categoria in cui erano accorse persone di buona volontà che sono rimaste spesso deluse.

Non è – devo dirtelo subito – il mio caso.

Io sono ancora molto soddisfatto da tutti i punti di vista della mia professione, credo che traspaia anche da tutto quello che quotidianamente comunico tramite il blog e i social.

Ho persino scritto un post, che ha avuto un enorme successo (segno che il tema è molto seguito), in cui elenco i motivi per cui fare l’avvocato è ancora bellissimo, che ti invito a leggere con attenzione.

Ugualmente, c’è una larga fetta di avvocati in sofferenza ed è di loro ma soprattutto a loro che mi va di parlare, dopo aver ricevuto diverse richiesto in questo senso e aver letto diversi resoconti e persino qualche sfogo sui social.

Se senti di far parte di questa categoria, leggi attentamente perché questo post è per te.

Le cause della crisi.

Qual è il punto di partenza di qualsiasi discorso riguardo ad un argomento come questo?

Bisogna, a mio giudizio, innanzitutto comprendere le cause di questa situazione, economica ed emotiva, fallimentare.

Qui, ti voglio dire, quasi nessun avvocato riesce nemmeno a identificare con precisione le origini vere dei problemi attuali e questo, sinceramente, lascia un po’ da pensare, dal momento che un avvocato è comunque anche un imprenditore, che cose come queste dovrebbe capirle bene o quantomeno intuirle.

I falsi motivi

Solitamente, gli avvocati in difficoltà se la prendono con varie cose che, alla fine, non sono così rilevanti, sono più che altro dei capri espiatori per dare una spiegazione che non si riesce o vuole dare in un altro modo.

Il primo sono i clienti che non pagano.

Questo, di solito, è il primo «motivo» che viene individuato.

Qui voglio darti una notizia.

I clienti, di qualsiasi impresa, azienda, organizzazione, onlus, forma di governo o di Stato, non pagano tendenzialmente mai volentieri e, se possono farlo senza grandi rischi di conseguenze, evitano di farlo.

È una notizia incredibile, ma ti assicuro che è vera.

Riformulando la cosa in altri termini, è evidente che il problema del cash flow è uno dei vari problemi che ogni imprenditore, avvocati compresi, deve affrontare e gestire in modo efficace.

Personalmente, ho risolto questo problema impostando i pagamenti anticipati, sia per quanto riguarda la sezione del commercio che si svolge in forma elettronica tramite il sito, sia per quanto riguarda gli incarichi che vengono conferiti tradizionalmente in studio.

Ovviamente, faccio preventivi gratuiti, prima di iniziare qualsiasi lavoro.

Le persone, incredibilmente, quando sanno cosa vanno a spendere valutano e, se decidono di darmi l’incarico, pagano anche subito volentieri.

Io dò chiarezza, ricevo denaro.

Ma chiudiamo la parentesi, perché questo non è il motivo della crisi economica della categoria.

Altro motivo frequentemente molto gettonato sono le tasse da pagare.

Ora, a parte che molti professionisti fanno tanto lavoro fuori fattura, dal momento che non hanno magazzino, non vendono beni, ma servizi impalpabili, che le fatture non si scaricano e quindi i clienti preferiscono pagare «a nero» piuttosto che farsi dare una fattura che a loro non serve a nulla, a parte questo, dicevo, c’è da dire che le tasse sono uguali per tutte le aziende e i professionisti di qualsiasi tipo.

La grande notizia, qui, è che gli avvocati non pagano un centesimo in più di tasse rispetto a qualsiasi altra azienda o professionista.

L’unica cosa che c’è di vero è che abbiamo una cassa forense che vuole una parte dei nostri guadagni a scopi pensionistici. Ma ogni categoria ha la sua cassa e, se non ce l’ha, ha comunque l’INPS, per cui ogni attività economica, anche qui, paga una parte dei ricavi – sempre solo quelli fatturati ovviamente – per scopi previdenziali.

La realtà è che queste – ed altre – sono solo scuse, non c’è altro modo per dirlo.

È vero i clienti che tendono a non pagare sono un problema, lo Stato e la cassa che vogliono dei soldi, spesso anche se non li hai guadagnati, sono sicuramente un altro problema, ma la realtà è che ci sono molti avvocati che guadagnano e fanno buoni affari.

Nel 2018, in Italia.

«Ah, ma allora sono quelli che sono figli d’arte, hanno le mani in pasta con la politica, il tricche tracche, i cuggini, questo e quello…»

Altra scusa.

Non c’entra niente.

Quelli che conosco io, e io stesso nel mio piccolo, non abbiamo avuto appigli, aiuti, preferenze, incentivi vari, ma ci siamo guadagnati da soli non tanto la nostra clientela ma l’assetto attuale che abbiamo dato ai nostri studi e che ci consente di utilizzarli come macchine ed organizzazioni per guadagnare in modo abbastanza soddisfacente.

Sei pronto, adesso, per sapere quali sono le reali cause della condizione economica deteriore di una grande fetta degli avvocati oggigiorno?

Le scie chimiche!

No vabbè, parliamo seriamente.

I veri motivi.

Le reali cause dello stato fallimentare in cui versano molti studi legali e singoli professionisti sono principalmente due:

  • il peccato originale, a monte dell’inizio dell’attività, di non aver «pensato l’azienda»
  • e quello successivo, e permanente, di non fare marketing, anzi di non capire nemmeno che il marketing, nelle limitate forme in cui è consentito agli avvocati, è assolutamente necessario.

Con il secondo punto, si comprende come una delle cause più gravi di sottosviluppo economico è il codice deontologico forense, che, da questo punto di vista, letteralmente è il martello con cui sono stati inchiodati i chiodi che hanno chiuso la bara della professione forense.

Ma di questo diremo meglio più avanti.

Vediamo adesso, in positivo, le due principali cause che abbiamo appena enunciato.

Non aver pensato l’azienda.

Se chiedi ad un avvocato perché ha scelto di studiare giurisprudenza ed è finito a fare la professione, nel 90% dei casi ti risponde che era il desiderio dei suoi genitori

Che dolce!

Poi, subito a ruota, questo avvocato di solito si incazza perché questo tenero ed onesto desiderio dei suoi ascendenti, che tanti sacrifici hanno fatto (magari timbrare dal lunedì al venerdì all’INPS), è oggi frustato dai kattivih clienti che non pagano, dallo Stato che – cavolo santo – vuole troppe tasse, dalla cassa che è troppo esosa!!!1! e così via, come abbiamo visto poco fa.

Il problema invece è proprio che non si fonda un’azienda perché è il desiderio dei tuoi – onore a loro – genitori!

È una cosa molto banale, ma realmente molti avvocati lo sono diventati per questo ed è alla fine completamente demenziale dal punto di vista del business e del fare impresa.

Fondi un’azienda quando hai un’idea di business inizialmente interessante, di cui verifichi con cura la fattibilità sotto tutti i profili rilevanti a riguardo.

Se poi è la tua principale o unica azienda, quella con cui devi mantenerti e mantenere la famiglia, i controlli li farai tutti tre volte.

Molti avvocati non si sono chiesti ad esempio:

  • in che posto vivo o comunque intendo aprire il mio studio legale?
  • in questo posto che ho scelto ci sono buone occasioni di clientela?
  • in che stato versa nel mio paese e nel posto da me prescelto la vendita di servizi legali?
  • quali sono i collettori di clientela di cui posso pensare di arrivare a disporre?
  • quali sono le forme di lead generation che potrò svolgere una volta aperta la mia bottega?

Molti avvocati non sono neanche in grado di comprendere bene cosa significhino queste domande.

Se consideriamo questo, capiamo che non è per nulla stupefacente che molti avvocati si trovino, economicamente, nella merda, perché un cazzo di ciabattino sotto casa con la terza elementare ha più istinto imprenditoriale di loro.

La conclusione è che molti avvocati sono diventati avvocati e hanno aperto la partita IVA come professionisti completamente alla cazzo!

Non ho, mi dispiace, un altro modo per dirtelo.

E, pensa un po’, non si aprono imprese alla cazzo.

Si possono fare tante cose alla cazzo, ma se apri un’impresa alla cazzo, sei destinato a chiudere entro al massimo tre anni.

Salvo – e qui tornano i cari genitori – che qualcuno non ti paghi la cassa forense, le tasse, i fornitori e tutte quelle spese che tu non riesci a pagare perché non guadagni «ancora» abbastanza.

Ciò, ovviamente, solo al momento e per poterti consentire di «ingranare».

Peccato che sono 15 anni che stai ingranando…

Non fare marketing.

Nessuna organizzazione, nessuna, compresa la Chiesa cattolica, può sopravvivere se non svolge attività di lead generation.

Te lo ripeto perché è bene che, oggi, in questo momento, questo concetto ti entri nella zucca una volta e per sempre: nessuna organizzazione, impresa, società, impresa individuale, onlus del cazzo può sopravvivere se non svolge attività di lead generation.

La lead generation è l’attività di generazione di prospetti, cioè di contatti con potenziali clienti, con soggetti, appartenenti al vasto pubblico cui si rivolge la tua organizzazione, che in parte, in seguito, possono diventare clienti paganti, a seguito di conversione.

Ora, quali attività di marketing stai facendo?

Hai lasciato anche tu i tuoi biglietti da visita dal tuo barbiere o dalla tua parrucchiera?

Ti dò una piccola notizia: non serve a un cazzo. Anzi, serve al contrario a qualificarti come un professionista per ladri di galline.

Hai sentito parlare di internet, blog, social network?

Ah sì, ti sei iscritto anche tu a quel sito che gli avvocati si possono iscrivere e poi scrivono le materie di cui si occupano così poi i visitatori si possono collegare e vedere quali sono i professionisti della loro zona e poi scegliere e tramite un comodo modello di contatto on line subito scrivere all’avvocato che hanno scelto e comodamente da casa, sia i clienti che il professionista, possono chiedere e ricevere una bella consulenza, che poi è un sistema bellissimo e meraviglioso ma alla fine nessuno fa mai un cazzo o ha mai venduto una consulenza che sia uno tramite siti del genere?

Forse è il caso di riconsiderare la materia…

Il codice deontologico.

Torniamo adesso un attimo sul tema prima accennato delle regole di deontologia.

La deontologia forense, ovviamente, non è un male in sé.

È assolutamente evidente che un avvocato debba essere in primo luogo onesto, se vuole essere davvero utile agli altri.

È davvero la primissima qualità di ogni avvocato.

Solamente, si tratta di una «qualità dell’essere» che, come spesso accade, non può essere rinforzata a forza di codici e sentenze… Un po’ come fare il padre, come sanno benissimo gli avvocati, come me, che si occupano di diritto di famiglia.

Il codice deontologico attuale è il martello con cui sono stati picchiati i chiodi che hanno chiuso la bara in cui è stata rinchiusa la professione forense, rendendo molto difficile, e in alcuni casi impossibile, per qualsiasi organizzazione legale svolgere attività di generazione contatti.

La cosa meravigliosa è che lo scopo di queste disposizioni, volte a escludere pressoché completamente forme di marketing per gli avvocati, sarebbe quello di… garantire la dignità degli avvocati stessi.

Ma qui c’è un grande e tragico errore di fondo.

Il fatto, peraltro assai evidente, è che la dignità di una qualsiasi categoria la si può garantire solo dando efficacia al lavoro e al ruolo che svolge e quindi consentendole di raggiungere un certo livello di benessere anche economico.

Che dignità può avere un avvocato che a 35 anni si fa pagare la bolletta del telefono di studio e magari anche di casa dai genitori, anche al netto del rispetto delle regole deontologiche?

Vuoi scommettere che se togli quasi completamente la possibilità di lead generation ad una categoria la sua economia peggiorerà grandemente e, con essa, anche la sua dignità, il suo significato, la coscienza del suo ruolo, l’effettivo svolgimento della sua funzione sociale?

La dignità attuale della professione.

È un fenomeno che è ormai sotto gli occhi di quasi tutti.

Ma prendiamo uno scampolo di letteratura che, come sempre accade, ce lo descrive meglio di altro.

«Il fatto è che qui da noi gli avvocati sono diventati come gli assicuratori, o gli agenti immobiliari.
Ce ne sono a bizzeffe, uno più affamato dell’altro. Basta fare due passi in una strada anche periferica e contare le targhette affisse ai portoni.


Un avvocato, oggi, per una nomina anche d’ufficio è disposto a piroette e carpiati della dignità fantasiosissimi. E la molla non è l’ambizione economica o il desiderio di prestigio sociale: nemmeno più questo. Qui si tratta, ma davvero, di stare sul mercato con un minimo di sensatezza (cioè, pagare le spese e portare qualche soldo a casa) o chiudere baracca.


E la vera tragedia è che questa politica della sopravvivenza accomuna ormai trasversalmente sfigati e garantiti, privilegiati e poveri cristi. Nel senso che il rampollo dell’avvocato di successo ha una fame di procacciamento pratiche mediamente pari o addirittura superiore a quella di chi è professionalmente figlio di n. n. È la nuova cultura della concorrenza, palazzinara e bulimica, che ha equiparato avidità e bisogno, ponendo sul piano di una falsa parità contendenti che partono da posizioni completamente diverse. Ricchi e poveri che lottano per le stesse cose: ecco a voi la morte del principio di uguaglianza.

Io ho visto cose che voi non avvocati non potete neanche immaginare.
Ho visto professionisti anziani leccare sfacciatamente il culo a magistrati ventinovenni.
Ho visto avvocati giovanissimi portare personalmente il caffè a tutti i carrozzieri del quartiere nella speranza di una pratica d’infortunistica stradale.
Ho visto appostamenti all’ingresso degli obitori, con volantinaggio di biglietto da visita all’arrivo della barella.


Ho visto contabili di camorra e specialisti della punizione corporale per ritardato pagamento del pizzo, trattati con un ossequio e un’attenzione degni di un’alta carica dello Stato.
Ho visto colleghi fare anticamera a cancellieri miserabili in cambio di una nomina d’ufficio, con pagamento anticipato di percentuale fissa sull’onorario.

Ho visto guardie carcerarie spendere il nome di questo o quel collega con i parenti dei detenuti in cambio di un abbonamento alle partite di calcio.


Ho visto colleghi poco più che trentenni accordarsi con cancellieri notoriamente farabutti per truccare un’asta fallimentare, pilotando l’assegnazione dei beni all’incanto. Ho visto le loro foto sul giornale qualche tempo dopo.
Ho visto sinistri stradali così sputtanatamente falsi da farti venire voglia di prendere le parti dell’assicurazione (che è un po’ come se uno, una bella mattina, si convertisse all’antisemitismo militante).

Ho visto patrocinanti in Cassazione brigare per diventare amministratori di condominio.
Ho visto professori universitari telefonare a indagati eccellenti offrendo il proprio patrocinio pur sapendo che era già stato nominato qualcun altro, millantando conoscenze personali con il pubblico ministero titolare dell’inchiesta e svalutando fra le righe le capacità professionali del collega.


Ho visto l’avvocato a cui il professore universitario stava cercando di fare le scarpe riferire lo scandaloso retroscena a un gruppo di giovani colleghi e neanche venti minuti dopo incontrare il professore all’ingresso del tribunale e abbracciarlo come un fratello ritrovato in un programma di Maria De Filippi.

Ho visto lo stesso avvocato convincere l’indagato eccellente che sì, effettivamente sarebbe stata una mossa saggia estendere il patrocinio anche al professore, perché un simile collegio difensivo gli avrebbe assicurato la vittoria della causa con fiato di trombe.
Ho visto, all’udienza, l’indagato eccellente seduto fra l’avvocato e il professore: sembrava più preoccupato di loro che dei giudici.
Ho sentito il professore, in piena arringa, prendere una cappella giuridica di una tale grossolanità che se fosse capitato a uno studente all’esame sarebbe stato messo alla porta.
Ho visto l’avvocato abbozzare e vergognarsi come un complice, dribblando lo sguardo allibito dei giudici.

Ho visto il figlio dell’avvocato diventare assistente di cattedra del professore universitario che aveva cercato di fregare l’incarico a suo padre.


Ho visto tante altre cose, ma se non mi fermo va a finire che facciamo notte».

(Diego De Silva, «Non avevo capito niente»).

Questi sono i successi di decenni di deontologia forense, di regole che hanno avuto come unico effetto quello di tarpare le ali alla pressoché totalità degli avvocati, specialmente i più giovani.

Ho visto applicare la deontologia.

Avvocati di 60, 70 anni, dentro agli ordini, ai consigli distrettuali, al CNF, gente che ha avuto grandi soddisfazioni professionali, avendo iniziato la professione negli anni 60 o 70, quando c’erano ancora vaste miniere non sfruttate, che applicano sanzioni ad avvocati di 30 o 40 anni, che cercano di lavorare sulle poche briciole rimaste, perché hanno messo un annuncio o un’insegna un po’ più grande di quanto ritenuto dovuto fuori dalla porta…

Facciamo come il protagonista del libro di De Silva: lasciamo perdere.

Che cosa fare?

Innanzitutto, quello che non devi fare è sprofondare nell’atteggiamento di dare la colpa di «tutto» a cose che, pur avendo una loro efficacia causale, non la esauriscono affatto.

Il tuo atteggiamento, come ti ho già fatto capire, non deve e non può essere quello di maledire il codice deontologico, le sue ingiustizie, i clienti, le tasse, le scie kimike e il mondialismo.

Focalizzati sul fatto che, come in tutti i settori economici, ci sono avvocati che ce l’hanno fatta e stanno alla grande.

La grande notizia è: ci sono diverse cose che puoi fare, una volta che avrai smesso di lamentarti a cazzo.

Alla fine, infatti, o cambi settore, cambi lavoro, anche in base alle tue vere propensioni (come ti ho già detto, il lavoro lo devi scegliere tu e non i tuoi genitori!), oppure, se scegli di restare, in qualche modo, nel settore dei servizi legali, di continuare a fare l’avvocato, devi rassegnarti a fare tutta l’attività di lead generation che puoi, ripensare completamente la tua azienda, ragionare come un vero imprenditore.

Di cosa fare nello specifico, parleremo meglio in un altro post, ché questo ormai è anche già troppo lungo.

Ti elargisco però una piccola anticipazione: devi scrivere.

Libri, blog, social.

Scrivi su quello che conosci, mostra e dimostra il tuo know how e la passione che ti muove per le cose che ti interessano.

Oltre a un punto di vista diverso e differenziante dal solito.

Un po’ come questo blog, che è stato fondato più di vent’anni fa per dimostrare che esiste un modo diverso di trattare i problemi legali.

Questo è quello che facciamo qui alla redazione del blog degli avvocati dal volto umano e ti garantisco che funziona.

Cosa puoi fare, nell’attesa del prossimo post in cui dettaglierò i vari modi in cui un avvocato può fare marketing?

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Evviva noi!

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Alfie: grazie per averci fatto capire chi siamo

Dove stiamo andando?

Oggi ti parlo di scienza, fede, diritti, Europa, nazismo, eugenetica, società multirazziale

Temi sicuramente molto alti e molto complessi, ma credo che una riflessione al riguardo, prendendo spunto dal caso di Alfie, sia doverosa e possa essere molto utile per capire chi siamo e dove stiamo andando.

Era comunque impossibile per me – che mi considero, e vengo generalmente considerato, un giurista che cerca di dare un «volto umano» a questa professione, tentando di metterci il cuore, e soprattutto un cuore vero e sano, non indurito – non parlarti del caso, anche legale, di Alfie Evans.

Il caso di Alfie.

Che cosa c’è che non va in questo caso, perché così tanta gente si è sollevata con proteste, iniziative, preghiere per la sorte di questo bambino che, invece, una parte dell’opinione pubblica considerava semplicemente un malato terminale che non si poteva far altro che «lasciar morire»?

Io – ti dico subito – la penso esattamente all’opposto di questi ultimi, considero gravissimo il comportamento delle autorità inglesi e sconcertante non solo l’indifferenza di tanta parte della popolazione, ma addirittura le giustificazioni che molte persone hanno dato a questo atteggiamento.

La realtà, purtroppo, è che nella morte di Alfie c’è il segno, che non possiamo far finta di non vedere per ragioni che ti illustrerò presto, di un programma eugenetico, che rappresenta l’ideologia ormai dominante nel cosiddetto mondo avanzato.

Sono argomenti molto pesanti e che fanno sicuramente tremare le vene e i polsi, ma proprio per questo vale la pena cercare di comprenderli un po’ più a fondo.

Non sarà un caso se Alfie è morto proprio mentre in Italia festeggiavamo, mi riferisco ovviamente al 25 aprile, la liberazione, da parte degli angloamericani, del nostro paese dal nazismo.

Questo povero agnello è stato immolato per farci capire tante cose…

La Germania di Hitler non avrebbe mai fatto morire così Alfie, questa cosa che è stata fatta nel Regno Unito, paese che per altri versi stimo tantissimo, è un vero e proprio neonazismo, peggiore del precedente, dove il valore della vita umana non c’è, dove esiste solo un ragionamento freddo e cervellotico per cui il materiale umano problematico può essere buttato come merce avariata.

La regola applicata ad Alfie.

Perché queste conclusioni così estreme, peraltro in bocca ad una persona, come me, di solito estremamente moderata nei toni e nei contenuti, tanto che, se mi segui, ti sarai sorpreso?

Si potrebbe dire che, in fondo, si è trattato dell’ennesimo caso sfortunato di malato terminale che non avrebbe potuto essere aiutato e rispetto al quale l’unica soluzione era lasciarlo morire.

Così come purtroppo avviene quotidianamente in tutte le parti del mondo con malati, anziani e così via, negli ospedali, nelle case, negli hospice, al riparo dallo sguardo altrui.

Il punto non è questo.

Ma il fatto che ai genitori è stato impedito dallo Stato con la forza di portare il figlio in altre strutture ospedaliere per una diagnosi ed un eventuale trattamento alternativo.

Guardiamo anche come è stato impedito.

Davanti all’ospedale in cui era ricoverato Alfie sono stati schierati 80 poliziotti Inglesi.

Quindi, vediamo di capire: la regola che vale in queste situazioni qual è?

Io ho un figlio che si ammala, respira a fatica.

Lo porto all’ospedale per farlo curare.

I medici sentenziano che è terminale, anche se ammettono – loro stessi, per primi – che non hanno capito bene che cos’abbia, sanno solo che è una malattia gravissima e terminale e, da quel momento, mio figlio diventa di proprietà dello Stato che ne fa quello che vuole?

Io, che sono il genitore, non posso né portarlo presso un altro ospedale, da un altro specialista, né, ancora meno, portarlo a casa, per farlo almeno morire nell’ambiente a lui familiare, abbracciato alla mamma e al papà?

Questo è quello che è accaduto nel caso di Alfie.

Lo Stato inglese, tramite il suo sistema sanitario dapprima e giudiziario poi, ha deciso che Alfie era «merce avariata».

Una volta deciso questo, però non si è limitato a dire, come forse sarebbe stato anche legittimo, «noi non ti forniamo più un respiratore perché costa ed è carico dei contribuenti ed è comunque, secondo i nostri accertamenti, inutile».

Lo Stato inglese ha detto agli Evans che non solo non ci poteva fare niente, ma che loro ormai non lo potevano portare più da nessuna altra parte e che dovevano rassegnarsi a lasciarlo morire in ospedale.

Poco importa che ci fossero ospedali, come il Bambino Gesù di Roma, disposti ad accoglierlo.

Alfie, un bambino di due anni, era stato valutato «merce avariata» e doveva morire lì dove si trovata e vaffanculo tutto il resto.

Se non è nazismo questo, allora io non so cosa altro possa esserlo.

Alla faccia di tutti quelli che diventano isterici quando qualcuno fa il saluto romano, oppure mettono l’hashtag #iosonounantifascista su twitter, e poi non muovono un dito quando uno Stato assassina un bambino di due anni impedendo ai genitori, viventi e capaci di intendere e di volere, non solo di farlo vedere da altri medici ma persino di farlo morire a casa.

L’eutanasia non si può imporre.

Forse è il caso che qualcuno dica una cosa molto semplice: l’eutanasia non può essere imposta.

Magari può anche essere giusto che sia a disposizione di chi, più o meno volontariamente (qui il discorso sarebbe lungo, ma oggi lasciamo stare), la sceglie, ma non la si può mai imporre.

Questa differenza è esattamente il salto che c’è tra un regime democratico e uno nazista ed eugenetico, dove la morte viene imposta perché un singolo è considerato merce avariata, dannoso per la società, esattamente come hanno fatto dozzine di dittatori, non solo Hitler, ma anche tanti altri, che avevano in comune un unico, identico pallino, quello di formare un «uomo nuovo» (tutti i dittatori sono ingegneri sociali, purtroppo) – peccato che questo famoso uomo nuovo si dovesse creare ammazzando tutti quelli che non rientravano nel disegno.

Mi chiedo anche dove fossero, quando si trattava di discutere di Alfie, gente come la Bonino e Cappato, paladini del diritto all’autodeterminazione che, evidentemente, per queste persone è un diritto che vale qualcosa ed è meritevole di tutela solo ed esclusivamente quando si deve morire, mentre quando chi lo deve esercitare sceglie la vita, allora deve prevalere la decisione dello Stato verso la morte.

Sono stato molto orgoglioso del mio Paese, l’Italia, per una volta nella vita, perché solo in Italia – dove resiste un piccolo zoccolo duro di cattolici e altre persone civili che hanno Dio davvero nel cuore, che è in grado di capire davvero situazioni come queste, in un mondo cosiddetto civilizzato in cui nessun altro le trova rilevanti – c’è stata una sollevazione e un movimento, sia a favore di Alfie che contro questo principio aberrante per cui lo Stato, quando un medico o una equipe di medici, che possono benissimo essere delle egregie teste di cazzo, decidono che tuo figlio è merce avariata, allora tu lo devi consegnare allo Stato perché lo lasci morire dove decide lui.

Cari Inglesi, vaffanculo, mi dispiace.

Credo che a tutto questo sia doveroso dire un «vaffanculo» gigante, quanto più grande possibile.

Sono 22 anni che faccio la professione, ho visto una pletora di errori medici. Ho un armadio a muro pieno di fascicoli in studio, chi vuole venire a vederli, nel rispetto della privacy, può farlo quando vuole. Non ho niente contro la categoria, e ringrazio Dio che esistano e siano a disposizione in caso di problemi, ma si tratta – evidentemente – di uomini che, come tutti, commettono errori.

Se la regola deve essere quella per cui se un medico dice che mio figlio è merce avariata e da quel momento è sequestrato per lasciarlo morire come dice lo Stato allora stiamo sbagliando tutto.

Il culto della scienza.

Abbiamo sostituito la scienza a Dio, ma – come ha ricordato papa Francesco (non uno dei miei pontefici preferiti, peraltro, come saprete) – la scienza non spiega tutto: ci sono milioni di diagnosi sbagliate, ci sono milioni di guarigioni che la scienza non spiega.

La verità evidentissima, sempre più evidente oggigiorno, è che facendo della scienza un vero e proprio dio, l’uomo ha commesso il solito vecchio peccato, da cui le scritture ci mettono in guardia da migliaia di anni: l’idolatria.

La verità, inoltre, è che nessuno, in fondo, ci capisce davvero un cazzo della vita e del corpo umano e che oggigiorno, quando qualcuno ti parla di scienza o di diritti, lo fa solo perché vuole incularti – la seconda parte, quella relativa ai diritti, essendo un avvocato te la posso dare ancora più per certa. Come facciamo a pensare che esistano ancora diritti quanto tutti i giudici e tutte le leggi inglesi sono state contro Alfie? Hai il diritto di entrare in un negozio e che sulla porta di uscita ci sia scritto «uscita», di tutto il resto la legge se ne lava le mani.

I diritti non esistono, la scienza non esiste, esiste il miracolo della vita e ci sono tanti uomini presuntuosi che pretendono di avere la spiegazione per tutto, loro e i loro begli articoli su pubmed che sono talmente tanti che nessun essere vivente potrebbe arrivare a leggerne nemmeno la metà se non facesse altro per tutta la vita – studi spesso progettati a cazzo, eseguiti peggio, letti e interpretati in maniera demenziale.

E questi uomini, questi «tecnici», questi incommensurabili ed infiniti stronzi dovrebbero decidere della vita dei nostri figli in modo così inappellabile? Che poi se mio figlio è ricoverato in un ospedale e la diagnosi è infausta mi mettono 80 poliziotti ed io devo prendere dei contractors per fare un raid e andare a riprendermi mio figlio per portarlo da un altro dottore?

I modelli di civiltà.

Ci sono quattro grandi modelli di civiltà al mondo: quella anglosassone, basata sul capitalismo selvaggio e l’interesse economico come criterio di ogni azione umana, quella islamica, quella dei cacciatori-raccoglitori e quella cattolica romana.

La più bella di tutte è sicuramente quella dei cacciatori-raccoglitori, che corrisponde allo stato naturale dell’uomo, quello che abbiamo avuto per milioni di anni, prima della rivoluzione agricola.

Per noi che siamo nati in cattività (queste parole non sono usate affatto a caso), è difficile diventare cacciatori-raccoglitori.

L’unico modello di civiltà valido, che mi sento di sposare in buona parte, è quello cristiano cattolico, l’unico che di fronte alla vicenda orribile di Alfie ha sentito qualcosa nel cuore.

Sono pieno di compassione e gratitudine per Alfie e la sua famiglia e di orgoglio per il mio Paese e quella parte di esso che ha sentito suo dovere prendersi a cuore questo caso e rimarcare che noi, ci dispiace, ma non saremo mai come gli Inglesi, i Tedeschi, i Danesi e tutti gli altri popoli europei, noi siamo quelli che queste cose non le accettano.

Questo è stato un momento di morte ma anche di luce che dovremo ricordarci per sempre.

E non perché ci siamo inventati una cosa dall’universo pizza e mandolino, ma perché abbiamo una cultura di venti secoli sulla quale insistiamo che queste cose sa bene che vengono da Satana e da nessun altro, una cultura fatta di Agostino, Francesco, Dante, Manzoni, solo per citarne alcuni in mezzo a decine di migliaia – a proposito, anche Shakespeare, come tanti altri Inglesi illuminati (tra cui Oscar Wilde, in punto di morte, ma anche Tolkien, Lewis, ecc.) era cattolico.

Ecco perché l’Italia è martoriata più di altri Stati dal fenomeno delle cosiddette migrazioni, che sono in realtà vere e proprie invasioni bianche, fatte per lo più da maschi adulti provenienti da paesi che non soffrono problemi economici o politici, finanziate dallo Stato e dall’Unione Europea con i soldi dei contribuenti: perché solo qui si annida ancora l’unica vera cultura in grado di opporsi al merdaio del mondialismo.

Esagero parlando di nazismo?

Ho esagerato parlando di nazismo in Europa, ancora peggiore di quello originario?

Facciamo un altro esempio. Guardate questa foto.

Questi sono tre uomini in divisa che costringono una donna a spogliarsi, davanti a tutti.

Anche qui nessuno ha detto nulla, ma è stata una cosa di una vergogna davvero infinita.

Qui siamo a Nizza, in Francia, dove il sindaco si inventa che le donne islamiche non possono portare il velo perché non conforme alla nostra cultura – come se l’Europa, dove trovare una persona che capisce qualcosa è ormai più faticoso che trovare un ago in un pagliaio, avesse ancora una cultura.

Anche qui quelle che diventano isteriche quando si parla di violenza contro la donna sono restate significativamente mute.

Ma come si fa non solo ad ammettere ma addirittura a prescrivere una cosa del genere?

Intanto un uomo, per dovere o per qualsiasi altro motivo, non dovrebbe mai obbligare una donna a spogliarsi di un millimetro di vestiti di più di quelli di cui lei ha ritenuto di coprirsi.

Mai per nessuna ragione.

Io, se fossi stato in uno di quei poliziotti, avrei detto al Sindaco di andarci lui e avrei fatto obiezione di coscienza. Ci sono cose che un uomo, se vuole essere davvero tale, deve rifiutarsi di fare e questa per certo è una di quelle.

Questa è una scena che in Europa non si vedeva dai tempi dei campi di concentramento: un gruppo di maschi in divisa che costringe una donna a spogliarsi per motivi razziali o religiosi.

Io la trovo di una vergogna abissale e mi fa incazzare ancora oggi a più di un anno di distanza.

Ma anche qui nessuno ha detto nulla, anzi sicuramente ci sono stati molti che hanno persino approvato.

Allora, scusate, forse due domande però, come europei, ce le dobbiamo fare.

Prima apriamo le porte a tutti – grave errore, perché la società multirazziale non può funzionare – poi quando gli ospiti fanno cose che non tanto ci piacciono torna fuori l’Hitler che c’è in noi?

Un famoso antifascista, Piero Gobetti, disse molto giustamente che il fascismo è stata l’autobiografia della nazione italiana. Oggi si tende a pensare a Mussolini come uno che è stato calato in Italia da Marte, in realtà è stato portato al potere dal consenso.

Vuoi vedere che qualcosa è rimasto?

Allora che senso ha far venire in Europa persone da ogni parte del mondo con culture diverse e difficili da gestire?

Avevamo la cultura e la tradizione sapienziale più ricca del mondo e della storia – il cristianesimo – e abbiamo buttato tutto nel cesso in nome della modernità.

Abbiamo aperto le porte a tutti e quando tutti arrivano e, comprensibilmente, vogliono fare come insegna la loro cultura, l’unica soluzione che troviamo è recuperare il nazismo?

Conclusioni.

Vuoi vedere, soprattutto, che il mondialismo e la globalizzazione sono peggiori del nazismo?

Perché senza fare nessuna guerra ma in modo sottile uccidono ugualmente le culture, le etnie e le persone, per rendere gli uomini sempre più deboli, introducendo, senza campi di concentramento, strumenti di morte e di divisione, come aborto, divorzio, utero in affitto, disposizioni anticipate di trattamento?

Parliamone.

Direi che sia il caso, altrimenti rischiamo di non sapere dove cazzo stiamo andando.

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Errore in separazione consensuale: come rimediare?

5 mesi fa ho fatto richiesta tramite gli avvocati delle parti di modificare una sentenza di separazione consensuale che non aveva previsto, per dimenticanze di tutti, una cancellazione di una nota di trascrizione messa dalla mia ex a seguito di sentenza di separazione legale poi trasformata in consensuale. Una giudice del tribunale di Tivoli dovrebbe apportare la modifica che mi permetterebbe di cancellare la nota e quindi poter fare il rogito della vendita. Hai qualche suggerimento da dare per accelerare l’iter?

La descrizione del caso è troppo scarna per poter tratteggiare una soluzione vera e propria, si può solo abbozzare.

Intanto, un giudizio di separazione, sia essa giudiziale o consensuale, ha un oggetto necessariamente circoscritto alle questioni riguardanti la separazione, senza possibilità di estenderlo, salvo che ciò non avvenga incidentalmente per accordo delle parti, e questo ovviamente solo in sede consensuale, a questioni immobiliari o comunque a questioni diverse da quelle che riguardano la separazione stessa e quindi rapporti tra i coniugi, figli e così via.

In generale, contro un provvedimento giudiziale si può utilizzare, in caso di vere e proprie dimenticanze che non siano però questioni di merito, lo strumento della «correzione» della sentenza o ordinanza.

Questo strumento si può utilizzare appunto solo per evidenti errori materiali e non anche per questioni di merito. Ad esempio, se il giudice fa un errore nel calcolare un totale, quando invece i dati di partenza sono esatti ed appare evidente che c’è un errore solo sul totale. Non si può invece usare quando una parte ritiene che il giudice non sia incorso in una svista, ma abbia valutato i fatti di causa in modo diverso da quello che riteneva lei: ad esempio ha condannato il debitore a pagare 1000€ perché ha valutato il danno come ammontante a quella somma e non invece a quella diversa, di 4000€, richiesta dal danneggiato. In questo secondo caso, non si può certo usare il procedimento di correzione, ma si deve usare l’impugnazione prevista a seconda del grado di giudizio in cui ci si trova, tra cui l’appello o, ricorrendone le condizioni, il ricorso per Cassazione.

A me ad esempio è capitato un caso di correzione in una sentenza in cui avevo chiesto il rimborso di due biglietti aerei e il giudice nel dar ragione senza alcune eccezioni al mio cliente ha previsto il rimborso di uno solo di essi, per una svista. Richiesta la correzione, la stessa è stata infatti concessa.

Detto questo in generale, nel vostro caso la situazione è complicata dal fatto che, se ho ben capito, la conclusione del procedimento è stata consensuale, con la conseguenza che non abbiamo una vera e propria sentenza, ma un decreto di omologa che, a livello di contenuti, non aggiunge nulla al verbale di separazione consensuale reso dai coniugi, ma si limita a «suffragarlo» certificandone la conformità alle disposizioni di legge.

Per cui a mio giudizio non si può chiederne la correzione, proprio per la struttura del procedimento di separazione consensuale.

A ben vedere, alla fine occorre fare una modifica condizioni, che si potrebbe, per praticità, realizzare preferibilmente con un accordo in house. Ovviamente, per dar corso a questa soluzione, occorre il consenso di entrambi i coniugi. In mancanza, direi che l’unica cosa prospettabile sarebbe un ricorso, di tipo contenzioso, per modifica condizioni.

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diritto

Termini e memorie del 183: cosa sono?

Una memoria è solo un documento.

Chi si trova coinvolto in una causa civile di solito si trova a dover aver a che fare con questi termini e le relative memorie.

Spess(issim)o mi tocca spiegare di che cosa si tratta, così ho pensato di fare il solito post contenente l’illustrazione dei principali aspetti della cosa, da mandare tramite link a tutti i miei assistiti. Post che, come spesso accade, può essere utile anche ad altri, così lo pubblico anche qui sul blog.

Una «memoria» nel gergo tecnico giudiziario non è altro che un documento scritto, in cui un avvocato sostiene delle richieste e/o porta delle prove a favore. Sì, è un documento come quelli che compone qualunque persona comune con Word, o Google Documenti, ed in effetti anche noi avvocati usiamo spesso quei wordprocessor per scrivere le nostre «memorie», quando non – in casi più avanzati – il markdown.   

Documenti che passione

 

Processo orale? 

Il processo civile, secondo il codice, dovrebbe essere orale.

Un po’ come a forum… Le parti arrivano, con i loro avvocati, si parla a turno, poi il giudice decide.

Nella realtà, nonostante il codice lo preveda espressamente, non funziona affatto così.

Funziona all’esatto contrario.

Il processo civile italiano, salvo rare e circoscritte eccezioni, è per lo più scritto. Anche in Cassazione il rito di default ormai è quello della camera di consiglio, dove le parti non vanno più ma si limitano, anche qui, a depositare delle memorie, come spiego in quest’altro post.

Non ti so dire se questo sia un bene o sia un male, probabilmente, essendo un aspetto di metodo o «supporto», ci sono casi in cui è un bene e casi in cui è un male, a seconda della situazione.

Certamente, quando la lunghezza media di una causa è di sei, sette, otto anni, per il solo primo grado, ognuno capisce che la trattazione non può certo essere orale. Chi si ricorda dopo qualche mese cosa era stato detto dalle parti di una causa? Non se lo ricorderebbero le parti stesse, figuriamoci il giudice che ha centinaia di cause da decidere. Dopo otto anni è evidente che senza documenti da leggere per un giudice sarebbe impossibile ricordarsi alcunché.

Dunque, di fatto il processo civile è scritto.

Per questo, come dico da decenni, nel processo civile sono fondamentali i documenti e cioè le prove scritte.

Per vincere una causa, sono essenziali le prove scritte.

Da ciò consegue che la prima abilità di un avvocato deve essere la gestione documentale. E che il cliente farà bene a prestare la massima collaborazione su questo aspetto, come ho spiegato meglio in questo mio precedente post sugli «obblighi» del cliente di un avvocato.

Cosa sono i termini e le memorie ex art. 183?

Fatta questa doverosa premessa, vediamo cosa sono questi benedetti termini ex art. 183.

Ma, prima ancora, che cos’è l’articolo 183.

Questa disposizione è quella che, nel codice di procedura civile, disciplina la prima udienza del processo e, coerentemente, si intitola «Prima comparizione delle parti e trattazione della causa».

Leggiamone un estratto velocemente insieme, nel testo attuale:

«Se richiesto, il giudice concede alle parti i seguenti termini perentori: 1) un termine di ulteriori trenta giorni per il deposito di memorie limitate alle sole precisazioni o modificazioni delle domande, delle eccezioni e delle conclusioni già proposte; 2) un termine di ulteriori trenta giorni per replicare alle domande ed eccezioni nuove, o modificate dall’altra parte, per proporre le eccezioni che sono conseguenza delle domande e delle eccezioni medesime e per l’indicazione dei mezzi di prova e produzioni documentali; 3) un termine di ulteriori venti giorni per le sole indicazioni di prova contraria.»

Non è subito chiaro per chi non ha studiato diritto, quello che devi sapere è che, nel 95% dei casi, la prima udienza del processo civile, di ogni processo civile, si svolge con la richiesta da parte degli avvocati di questi tre celebri termini e la loro concessione da parte del giudice.

Poi l’udienza viene chiusa e ognuno va via.

L’articolo che stiamo esaminando si chiama «comparizione delle parti», ma quando il codice parla di «parti» qui intende gli avvocati, non le parti vere e proprie del processo, destinatarie degli effetti della sentenza. Quando il codice, o un giudice, vuole che le parti effettive, i clienti, compaiano in udienza, parla di «comparizione delle parti personalmente».

Insomma, la prima udienza del 183 è un momento meramente burocratico in cui di solito non si discute quasi di nulla, ma ci si limita a prevedere questi tre famosi termini per lo svolgimento delle successive difese nel processo.

Ovviamente, il cliente può partecipare all’udienza ex art. 183, dal momento che si tratta della sua causa e lui può assistervi, ma quando lo fa rimane regolarmente deluso perché, salvo eccezioni, non vede succedere assolutamente niente.

Viene compilato un verbale con questa richiesta di termini e la loro concessione, poi tutti vanno a casa.

Perché fare un’udienza del genere, che è abbastanza inutile dal momento che una cosa così potrebbe ad esempio essere decisa via posta elettronica, senza bisogno di far girare sia gli avvocati che il giudice?

In realtà, potrebbero esserci altre cose da vedere preliminarmente. Ma a parte questi limitati casi, la realtà è che il processo civile italiano non è affatto organizzato razionalmente. Ci sono mille considerazioni che si potrebbero fare al riguardo, ma al momento comunque la situazione deve essere presa per quella che è, anche perché non ci sono alternative, così come per qualsiasi altra legge dello Stato.

Come vengono concessi i termini.

Vediamo adesso cosa comportano più in particolare questi tre termini.

Innanzitutto, i termini possono essere concessi nella misura prevista dal codice di procedura civile a partire dal giorno dell’udienza stessa, come prevederebbe il codice stesso, oppure anche a partire da un giorno successivo.

Questa seconda ipotesi è quella in cui gli avvocati o, molto più spesso, il giudice vogliono modulare il loro carico di lavoro spostando in avanti gli incombenti di cui ai termini. In tale caso, si prevede che i 30+30+20 giorni previsti da questo terzetto di termini inizino a decorrere da un giorno successivo, individuato nello stesso provvedimento, e dal quale dovranno poi essere calcolati.

Ovviamente il giudice potrà concedere i termini direttamente in udienza oppure potrebbe anche, nel caso vi fosse magari qualche altra questione preliminare, riservarsi la decisione, come ho spiegato in questo altro post di ormai dieci anni ma, ma ancora valido. Nel caso in cui si riservi, la concessione dei termini eventualmente avverrà con un provvedimento che verrà comunicato in seguito.

La trattazione del processo dopo i termini.

Una volta concessi i termini, dunque, che cosa succede?

Succede che gli avvocati delle parti dovranno depositare, oggigiorno telematicamente, tramite il PCT, entro il termine previsto le «memorie» relative.

A) La prima memoria del 183 è sostanzialmente un documento in cui si continua il discorso già iniziato negli atti introduttivi, cioè si svolgono considerazioni «di merito» sulle proprie ragioni. Si spiega che cosa si chiede e perché il giudice dovrebbe concederlo. Anche se nulla vieta di anticipare qui contenuti che sarebbero proprio della seconda memoria: anticipare si può sempre, mentre posticipare mai. Personalmente, spesso ad esempio faccio già nella prima memoria delle richieste di prova, quelle che ho già disponibili le inserisco, non aspetto la seconda. A volte questo mi consente di risparmiare il deposito della seconda memoria.

B) Con la seconda memoria, detta istruttoria, si indicano le prove che si chiede che il giudice, poi, voglia ammettere. Nel processo civile italiano, non si possono portare tutte le prove che si vuole, a parte le prove scritte o documentali. Per tutte le altre, bisogna dire al giudice che si vorrebbero portare determinate prove, poi sarà il giudice a valutare se ammetterle o meno. Se si dispone di un testimone, o si ritiene che sia interessante fare una CTU, bisogna spiegare al giudice perché queste prove sono rilevanti e formularle nel modo previsto dal codice, dopodiché sarà il giudice a decidere se ammetterle o meno.

C) Con la terza memoria ogni avvocato svolge delle riflessioni sulle prove richieste dall’altro e può opporsi alle stesse, dicendo ad esempio che sono irrilevanti, inutili, eccessive, ecc. ecc.

Quindi, in conclusione, dopo la concessione dei tre termini, il giudice chiude il fascicolo, gli avvocati tornano a casa e si mettono a scrivere questi tre documenti, cominciando ovviamente dal primo e proseguendo con gli altri, anche perché per scrivere i successivi dovranno prima leggere quello che hanno scritto gli avvocati degli altri.

Da ciò si vede molto chiaramente che la trattazione del processo civile italiano, almeno nella sua forma ordinaria, è quasi interamente scritta, con molte formalità rispetto alla formazione dei documenti e al loro deposito.

Come gestisco io i tre termini del 183.

Personalmente, dopo l’udienza o il provvedimento di concessione dei tre termini del 183, calcolo i termini sulla base delle norme del codice di procedura civile e poi segno la relativa scadenza in google calendar, con un evento «tutto il giorno» e, soprattutto, una notifica via mail almeno 20 giorni prima della scadenza, mettendo, quando posso, come invitato all’evento, il cliente stesso.

Se sei mio cliente e nella causa che sto seguendo per te hanno concesso i tre termini del 183, ti arriveranno mail da google calendar indicanti un “evento” del calendario; se anche tu usi google calendar, potrai aggiungere questo evento anche al tuo calendario. Altrimenti puoi tenere semplicemente la mail come promemoria, ma non preoccuparti: penseremo noi a gestire in tutto la scadenza e a ricordarti quando ci sarà bisogno di qualcosa da parte tua, come ti spiego meglio tra poco. Tutto come nell’esempio di cui all’immagine seguente:

schermata google calendar

 

Queste tre scadenze inserite in google calendar hanno una duplice valenza e richiedono un duplice tipo di lavoro, uno da fare prima e uno da fare dopo il loro verificarsi:

  • da fare prima: sotto un primo profilo, riguardante il periodo anteriore al giorno in questione, sono scadenze che richiedono appunto un mio intervento prima del loro verificarsi, per tale motivo c’è una notifica che mi arriva via mail 15/20 giorni prima del giorno in questione, in modo che in questo spazio di tempo possa scrivere la memoria e depositarla;
  • da fare subito dopo: sotto un secondo profilo, vengono invece in rilievo come termini che valgono anche per la mia controparte e che mi impognono un intervento non solo prima, ma anche dopo la loro scadenza. Dopo la loro scadenza, infatti, devo connettermi la processo civile telematico per vedere che cosa ha depositato il mio «avversario».

Ovviamente, il lavoro più impegnativo è quello da fare prima del loro verificarsi. Anche dopo c’è del lavoro da fare, ma trattandosi solo di esaminare quanto scritto dalle altre parti del processo, salvo colpi di scena che sono rarissimi, si tratta di lavoro minore, che peraltro solitamente rientra nel lavoro di preparazione della mia memoria successiva: ad esempio, quando esamino la memoria 183 n. 1 del mio avversario devo tener presente tali contenuti, e replicarvi, nella mia memoria 183 n. 2.

Per la stesura, solitamente preferisco organizzare un apposito appuntamento, quasi sempre di due ore, con il cliente stesso, in modo da ragionare insieme sui contenuti della causa, sulle possibili prove, e scrivere «in diretta» la memoria. Ti ricordo che scrivo tutti gli atti processuali insieme al cliente, anche a distanza via Skype. In generale, mi attengo ai criteri che ho delineato in questo altro post.

Quando riesco, inserisco appunto nella prima memoria anche le richieste istruttorie, cioè le richieste di prove da assumere, in modo da risparmiare a me, e anche al mio cliente, di dover rifare un nuovo appuntamento e un nuovo deposito il mese successivo. In questi casi, può essere più interessante fare la terza memoria, con le deduzioni sulle prove richieste dal mio «avversario».

Una volta terminata la stesura, provvedo al deposito telematico, se possibile due o tre giorni prima della scadenza per evitare possibili errori di trasmissione o comunque avere abbastanza tempo per porvi rimedio.

Il primo requisito di queste memoria è la sintesi, come ho già spiegato in altri post del blog alla cui lettura rimando.

Ovviamente, al cliente trasmetto sia copia delle memoria da me redatte, sia copia delle memorie avversarie, in modo che ne prenda conoscenza e possa farmi le sue eventuali osservazioni nel corso dell’appuntamento in cui redigere le nostre o in altra occasione.

Che cosa ti devi aspettare alla fine?

Per la gestione di queste tre memorie:

  • riceverai innanzitutto tre mail con altrettante scadenze google calendar, che potrai inserire se credi nel tuo calendario, anche se saremo sempre noi a occuparcene;
  • verrai contattato dalla mia assistente per fissare un appuntamento di due ore in cui redigere innanzitutto la prima memoria e poi eventualmente, man mano, le successive – questa telefonata, se i termini decorrono dal giorno dell’udienza (a volte il giudice può stabilire che decorrano da un giorno successivo), la riceverai il giorno stesso o i giorni successivi all’udienza;
  • riceverai sempre via mail le memorie depositate dalla o dalle controparti, insieme con alcune mie brevi note e/o richieste di chiarimenti eventualmente utili per le difese successive;

Molto probabilmente, per la redazione delle memoria dovrai fornirmi dei documenti. Se vuoi, segui le indicazioni raccolte in questo post.

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diritto

Giudice arrestato: diventa invalida l’intera causa?

vorrei cortesemente informazioni in merito a una sentenza civile che doveva essere emessa a giorni ma purtroppo il giudice che doveva mettere la sentenza e stato arrestato per varie truffe immobiliare in questo caso vorrei sapere se e possibile annullare anche le precedenti sentenze Avvocato si tratta di una causa per la vendita di una casa la quale il nuovo propretario fa richiesta di un abbattimento del prezzo ma noi abbiamo ricevuto la confermità della casa con tutte le pratiche consegnate per l’agibilità che i tenc ci anno consegnato trascorso qualche anno in questo periodo doveva essere messa la sentenza ma come già detto il giudice che si occupa di questa vicenda e stato arrestato la mia domanda Avvocato potrebbe essere annullato tutte le sentenze precedenti

È, di solito, molto difficile prevedere i tempi in cui verrà depositata una sentenza, nel caso in cui il giudice che avrebbe dovuto scriverla, designato per il procedimento, è addirittura stato arrestato ovviamente diventa impossibile poterlo fare.

Il giudice dovrà a questo punto molto probabilmente essere sostituito, dopodiché i tempi dipenderanno dal «ruolo» del nuovo giudice cui verrà assegnata la causa, che sicuramente ne aveva già altre sue e che di certo, prendendo magari diverse cause dal collega che in questo momento non può gestirle, non velocizzerà il suo lavoro, ma, tutto al contrario, lo rallenterà.

I termini previsti dal codice di procedura civile per i giudici per il deposito delle sentenze sono privi di sanzioni dirette, come abbiamo ricordato diverse volte, a differenza di quelli previsti per gli avvocati che sono spesso perentori, cioè tali per cui in caso di mancata osservanza degli stessi si determinano decadenze, preclusioni o altre conseguenze negative.

Onestamente, non puoi fare molto altro che aspettare. Qualora l’attesa dovesse diventare molto lunga, un domani, puoi valutare un’istanza di prelievo o sollecito, magari di rassegnazione del procedimento.

Per quanto riguarda l’altra domanda, immagino che con il termine «sentenze» tu ti voglia riferire alle precedenti «udienze» e, comunque, più in generale all’intero procedimento.

A riguardo, c’è da dire che un procedimento non può certo essere ritenuto viziato e quindi invalido solo perché il giudice che lo seguiva è stato arrestato per altri fatti, seppure connessi, ma bisogna prima dimostrare che nel procedimento in questione sono stati, positivamente e concretamente, commessi degli illeciti specifici.

Qui, se credi, puoi far esaminare il fascicolo dal tuo attuale avvocato. Oppure puoi chiedere un secondo parere ad un altro avvocato, acquistando una consulenza.

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diritto

Un approccio strategico per i problemi legali.

Un nuovo approccio strategico per i problemi legali.

Oggi parliamo di un nuovo approccio nella trattazione dei problemi legali.

Dopo anni di pratica e riflessione, ho infatti man mano sviluppato un nuovo metodo, che potremmo definire strategico, per la trattazione delle situazioni conflittuali tra le persone, le aziende e i vari soggetti del caso.

Si tratta di un atteggiamento che, ormai, suggerisco e pratico già da alcuni anni con buono, e qualche volta eccellente, profitto e che mi sembra venuto il momento di «codificare» e condividere ufficialmente con te che leggi e segui il blog, oltre che più in generale con tutti.

Perché il diritto non ti serve quasi mai a niente.

Generalmente, chi si trova coinvolto in un problema legale si pone alla ricerca e all’approfondimento di «quello che dice il diritto» – cioè la legge, la giurisprudenza, ecc. – sul punto.

Ebbene, si tratta, quasi sempre, di un approccio sbagliato e destinato a rivelarsi molto infruttuoso nel giungere ad una soluzione del problema.

Quello che va focalizzato con molta chiarezza è che lo scopo di una persona o una azienda che si trova ad avere un problema legale non è, e non può essere affatto, applicare il diritto.

Come dice una cara e saggia collega: sticazzi del diritto.

Lo scopo di chi ha un problema legale è, molto semplicemente, risolverlo, superarlo e rimettersi a vivere, se è una persona, o a produrre, se è un’azienda.

Non importa come, purché sia in modo legittimo e conveniente.

Dopo ventidue anni che faccio l’avvocato, ti posso confermare infatti un dato statistico, al riguardo, molto interessante e cioè che raramente le vertenze vengono definite applicando il diritto.

Molto più spesso si fanno transazioni, sistemi alternativi (ADR), mediazioni, conciliazioni.

L’importante è che la vertenza sia chiusa, definita, accantonata, superata, se possibile in modo conveniente e in tempi abbastanza decenti.

Perché per affrontare un problema legale non devi fare mai quello che sarebbe giusto.

Un altro errore concettuale molto grave di chi ha un problema legale da risolvere, e spesso anche del suo avvocato, è quello di volerlo risolvere «facendo quello che è giusto».

Lo avrai sentito molte volte: «voglio solo quello che mi spetta»

Facciamo un po’ di chiarezza anche al riguardo.

Quando si ha un problema legale, si ha un problema. Non si hanno dei diritti.

I diritti non esistono, nessuno può dirtelo meglio di un avvocato.

Te la voglio fare chiarissima.

Se hai una spina infilata nel culo, non hai il diritto alla salute: hai solo una spina infilata nel culo.

Te la devi togliere prima possibile e basta.

Adesso stai attento: nella trattazione dei problemi legali, non bisogna mai fare quello che è giusto, ma bisogna fare quello che è conveniente.

Te lo ripeto, perché è fondamentale: nella trattazione dei problemi legali, non bisogna mai fare quello che è giusto, bisogna fare quello che è conveniente.

Ti faccio un esempio molto semplice.

Sei un’azienda. Hai un credito da recuperare. Le possibilità di recupero sono molto scarse. Il tuo tempo, la tua attenzione, il tuo denaro sono risorse limitate – questo è un aspetto molto banale ma altrettanto trascurato nella vita di tutti i giorni.

Vuoi utilizzare il denaro, il tempo, l’attenzione di cui disponi per provare a recuperare un credito che difficilmente potrai portare a casa solo «perché è giusto», «perché è una questione di principio»?

Non è, forse, preferibile fare ciò che conviene, piuttosto che ciò che è giusto?

Ciò che conviene non è probabilmente mettere a perdita il credito, usare il tempo e il denaro e l’attenzione di cui disponi per rimetterti al lavoro e servire i buoni clienti dell’azienda facendola prosperare?

Incaponirsi nel recuperare un credito non significa forse dare la parte migliore delle tue risorse a un cliente tossico, tralasciando peraltro al contempo quelli buoni, che invece si meritano il meglio da te?

Ti faccio ora un altro esempio.

Sei una persona coinvolta in una eredità con i tuoi fratelli. Le ipotesi di divisione elaborate dagli altri non ti convincono. Vuoi imbarcarti in una causa di divisione giudiziale, che dura magari vent’anni, o vuoi accontentarti di avere subito una porzione inferiore a quella che secondo te sarebbe giusto che ti venisse assegnata?

Forse, se confronti la differenza tra la «minor parte» che ti verrebbe data e quello che spenderesti per fare una causa che rischia di essere davvero ultradecennale, vedi che ti conviene pure anche concretamente, conti alla mano.

«Sì ma poi i miei fratelli così solo perché sono prepotenti alla fine hanno più di me e non è giusto

Mi sembra di sentirla questa voce.

C’è un piccolo giustiziere dentro ognuno di noi, formatosi direttamente sugli indimenticati banchi dell’asilo.

Chi lo ascolta, però, si trova a pagarne care le conseguenze. L’universo si incarica sempre regolarmente di ciò. Te lo dico sulla base della mia esperienza.

Tu non hai un problema legale per «fare giustizia», ce l’hai perché ti è capitato e ti devi limitare a risolverlo. Devi semplicemente uscirne nel modo migliore, non importa niente altro.

In realtà, infatti, nonostante tutte le idee, le invidie, i paragoni che ci vengono spontanei, noi non sappiamo pressoché nulla della vita degli altri.

In fin dei conti, se a un fratello rimangono due mobili in più che differenza fa nella qualità della vita di ognuno dei protagonisti della vicenda?

Ch differenza potrebbe mai fare nella tua vita?

Un problema è solo un problema.

Ecco dunque i concetti di base.

Chi ha un problema legale, non ha un diritto, non ha un’opportunità. Ha solo un problema, una situazione spiacevole da risolvere nel modo più conveniente possibile e, magari, in tempi rapidi, per tornare alla sua vita personale e/o professionale.

A chi ha un problema legale non deve interessare che il diritto venga applicato o rimanga lettera morta dentro ai testi di legge.

In realtà, questo non interessa nemmeno a chi scrive il diritto, che non lo formula certo con la pretesa che venga sempre applicato, ma solo come ipotesi residuale che si applica quando le persone non sono riuscite a far niente di meglio, dopo una causa poliennale, da parte di un giudice che non sempre lo interpreta, peraltro, in modo corretto.

Che il diritto venga applicato, o rimanga invece chiuso nei libri, in realtà non frega un cazzo a nessuno: l’importante è che i conflitti vengano risolti, magari con buona o discreta soddisfazione di tutte le parti coinvolte.

A chi ha un problema legale, inoltre, non deve interessare che sia fatta la cosa giusta, ma deve subito focalizzarsi sul capire che cosa è più conveniente per lui fare, come uscire da questa situazione.

Ti ricordi la exit strategy per toglierti la spina dal culo?

L’unica cosa su cui lavorare è la strategia.

Non siamo dei giustizieri, è un compito che non ci spetta, non ce lo possiamo assumere, se lo facciamo ne paghiamo care le conseguenze.

Siamo solo persone con dei problemi che devono cercare di saltarci fuori nel modo migliore possibile.

Ecco perché nella trattazione dei problemi legali la cosa più importante è la strategia che si deve adottare per la sua trattazione e perché quello che dice il diritto a riguardo non è, e non può essere mai, la strategia nonostante molte persone, e anche molti avvocati, facciano una enorme e dannosa confusione al riguardo.

La strategia è fatta di tutte quelle iniziative, di qualsiasi genere, stragiudiziale, giudiziale, creativo, che possono condurre alla risoluzione del problema, purché questo avvenga in modo conveniente per il cliente e che sia, naturalmente, legittimo.

Ecco perché non si può essere contrari in linea di principio a nessun metodo alternativo di risoluzione delle controversie.

Specialmente la mediazione civile, tanto osteggiata all’inizio da molti avvocati, in realtà nella pratica ha dato buona prova, un paio di mesi fa nello scetticismo generale ho chiuso in sede di mediazione addirittura una vertenza per contratti bancari.

Pur essendo un contenitore di negoziazione molto vacuo nei suoi tratti, ha comunque rappresentato uno spazio in cui i soggetti coinvolti nei conflitti si sono potuti esprimere in modo adeguato, spesso riprendendo a dialogare e trovando così delle soluzioni in tempi molto rapidi.

Ma questo è solo un esempio, i metodi possono essere e sono infiniti.

Quando persino Gesù mandò affanculo un cliente.

Devi far capo al fatto che i conflitti tra le parti non sono quasi mai dissidi interpretativi relativi a questa o quella legge, ma cose in realtà molto più umane e cioè conflitti emotivi fatti di cose molto semplici come rancore, invidia, presunzione, «a me non mi fanno fesso» e altre demenzialità del genere di cui siamo fatti noi uomini che viviamo su questa terra.

Se capiamo questo, si apre un immenso spazio di creatività per gli avvocati o comunque per le persone che aiutano privati ed aziende a risolvere i problemi giuridici.

Hai sentito parlare di Gesù Cristo?

Gesù ha guarito ciechi, zoppi, storpi, indemoniati, emorroissi, gente che aveva patologie del corpo e dell’anima estremamente gravi.

Un giorno da Gesù andò un tale che gli chiese una cosa molto semplice (Lc 12,13-21).

Era una tipica cosa da avvocato, un problema legale.

Gli disse «Maestro buono, aiutami a fare la divisione con mio fratello».

Sai cosa gli rispose Gesù?

Lo mandò immediatamente affanculo, senza passare nemmeno dal via.

Gli chiese «Ma chi mi ha costituito mediatore tra di voi?» che, in Italiano moderno, significa più o meno «Ma chi ti conosce, a te e a tuo fratello?»)

E poi si lanciò subito dopo a parlare della cupidigia, per dire che alla radice dei problemi e dei conflitti umani ci sono solo le nostre pochezze.

Spero che questo brano ti sia piaciuto. Io peraltro lo uso spesso  quando mi chiedono di lavorare gratis per qualcuno: se pure Cristo, che ha guarito addirittura da legioni di demoni del tutto gratuitamente, si è rifiutato di fare l’avvocato gratis, chi sono io per credermi migliore di lui?

Comunque, sempre Gesù, quando gli chiesero se fosse lecito divorziare, disse di no (Mt 19,3-12). Quando, a quel punto, gli fecero presente che Mosè aveva eppure previsto il divorzio, lui rispose che fu previsto «solo per la durezza dei vostri cuori».

Di nuovo, cosa ci fa capire questo?

Una grande verità, che tutti i conflitti non hanno, in realtà, alcuna ragione oggettiva, ma si radicano nel cuore malato o ferito (non c’è altra parola per dirlo!) degli uomini che ne sono protagonisti.

Dio ti può guarire un problema fisico, ridarti la vista, la deambulazione, può persino liberarti da un demone, ma non può farti fare delle scelte che tu stesso non vuoi fare perché c’è il libero arbitrio. L’uomo, per costituzione, deve essere libero di rovinarsi, perché solo così può aver senso la sua scelta, opposta, quella di amare.

Ecco perché Gesù manda affanculo quello che gli aveva chiesto di aiutarlo a dividersi dal fratello. Quell’uomo avrebbe dovuto lavorare su se stesso e parlare con suo fratello. Gesù si limita a parlare della cupidigia, dandogli la chiave per lavorare sul suo cuore, ma questo lavoro sul suo cuore lo può fare solo l’uomo stesso. Dio può perdonare i peccati del passato, ma il compito di pentirsi e di tornare a vedere la bellezza del Regno può essere svolto solo dall’uomo.

Va bene Gesù, Cristo e la Madonna ma allora come muoversi?

Torniamo dunque alle nostre domande.

Quando si ha un problema legale, le domande che non ti devi sostanzialmente mai fare (e che invece si fanno quasi tutti) sono le seguenti:
– cosa prevede la legge, la giurisprudenza, stocazzo sul punto?
– cosa è giusto fare?

Le domande che ti devi fare sono piuttosto:
cosa mi conviene fare adesso?
come è meglio muovermi?
da chi mi posso far aiutare per superare questo problema?

Qual è, insomma, la strategia migliore da adottare, a prescindere dal diritto, da quello che sarebbe giusto, per togliermi questa rogna (l’Italiano è una lingua bellissima, chiamiamo le parole con il loro nome) di dosso?

Ecco perché è inutile perdere ore e giorni a cercare di capire cosa prevede il diritto su un determinato tema ma è preferibile, ad esempio, mandare subito una diffida con cui si apre la vertenza e si inizia una negoziazione e cioè, più in generale, passare subito all’azione.

L’azione è la cosa più importante per trattare qualsiasi problema. I problemi legali non fanno eccezione, anzi forse per loro è ancora più importante.

Prendi subito un avvocato: basta «solo» che non sia un idiota.

Ovviamente, il primo, spesso anche l’unico, e più importante gesto strategico di chi ha un problema legale è quello di a) capire che i problemi legali si trattano solo facendosi aiutare da un avvocato e non in altro modo e b) sceglierne uno bravo.

Già capire che non è il caso di perdere tempo con sistemi alternativi demenziali (Carabinieri, Polizia municipale, cuggggini, ecc.) è un momento di alta importanza, come ho spiegato meglio in questo precedente post.

Un altro grande momento magico è capire che, nella scelta di un avvocato, non contano le specializzazioni, perché nessuno ci capisce un cazzo nelle specializzazioni se non è del settore, anche perché spesso non ci capisce niente nemmeno chi è del settore, ma anche perché gli approcci non olistici hanno mostrato tutti i loro limiti in tutti i campi, a partire ad esempio da quello della medicina.

L’unica cosa importante è: scegliere un avvocato che non abbia la testa piena di segatura.

Non è così facile, per la verità, ma con un po’ di impegno ce la puoi fare.

L’avvocato, una volta incaricato, sceglierà e consiglierà attingendo da un vasto carniere di interventi possibili la strategia migliore.

Tutto può far brodo!

Può essere che consigli il cliente di:

  • parlare di persona
  • attendere
  • utilizzare la mediazione di un familiare, un sacerdote, un amico di famiglia, chi ti pare
  • inviare una lettera scritta con il suo aiuto ma firmata dal cliente
  • inviare una lettera con la carta intestata dello studio legale
  • iniziare una causa per sbloccare una negoziazione (io l’ho fatto molto spesso, specie nel campo delle separazioni)
  • fare una o più telefonate
  • iniziare una mediazione familiare o civile
  • iniziare una causa perché è l’unico sistema e allora si va a scegliere quale causa se con rito ordinario o con il 702 bis, se fare una CTU preventiva, ecc. ecc. ecc.
  • qualiasi altra cosa che sia lecita e possa essere utile a risolvere il problema

L’unica cosa che importa è che lo strumento scelto sia quello che appare più opportuno per la strategia di risoluzione del problema, che è quello di superarlo senza considerare l’eventuale applicazione del diritto o il raggiungimento di una soluzione equa, ma semplicemente di una soluzione conveniente.

Iniziare prima possibile a lavorare sul problema: la fase del fare.

L’approccio strategico da me proposto e praticato ormai da diversi anni consiglia e consente generalmente comunque di passare prima possibile alla fase dell’azione, a quella del fare, che, come è importante per tutti i problemi, è fondamentale anche per quelli legali.

È perfettamente inutile lambiccarsi il cervello per ore, giorni, settimane ed anni per cercare di capire cosa sarebbe giusto fare, cosa prevede il diritto sul punto.

È molto meglio, invece, passare subito all’azione, cioè a trattare concretamente il problema, con uno degli strumenti elencati prima, magari anche molto semplici e poco «invasivi» come una telefonata, una lettera e così via.

Non trascurare i problemi, non crogiolarti nell’apatia, non indugiare nelle lamentele!

Vai prima possibile da un avvocato.

Pur con tutte le incertezze che ci sono sempre in questi casi, è importante iniziare comunque prima possibile a lavorare sul problema.

Ci sono problemi che sulla carta, dentro ai nostri cuori, sembrano irrisolvibili, giganteschi, terribili, salvo poi scoprire che con un paio di mosse giuste, azzeccate e magari un po’ di fortuna si avviano a risoluzione molto più semplicemente di quello che pensavamo.

È una esperienza che abbiamo fatto tutti.

Quindi l’imperativo è: muoviti.

Senza fretta, ovviamente, ma nemmeno senza aspettare senza che in realtà vi sia nessun motivo per farlo.

Prima ci si comincia a lavorare sopra e prima si finisce.

La breve ma fondamentale fase dell’ascolto.

Nel mio approccio strategico, l’analisi del problema passa in secondo piano.

Ovviamente c’è, comunque, necessariamente una fase di analisi e soprattutto di ascolto del cliente, che è molto importante, ma dopo un primo incontro si può, anzi si deve, già iniziare a lavorare concretamente sul problema senza bisogno di approfondimenti ulteriori.

L’analisi di un problema, peraltro, è bene che non si protragga più di tanto, perché, specialmente in persone provate da anni di situazioni di disagio, rischia di far rivivere questo disagio quando magari si stava sopendo, cosa che è deleteria perché per risolvere il problema il cuore dei protagonisti deve essere il più possibile «rinfrescato» e alleggerito.

Servono avvocati in grado di capire i termini umani del problema dopo massimo mezz’ora di ascolto e in grado ulteriormente di tracciare delle indicazioni strategiche entro la conclusione del primo incontro, per iniziare subito dopo a lavorare in concreto sul problema.

Ogni incontro si deve concludere con la definizione di un prossimo passo. Cioè con la individuazione della cosa da fare come prossima mossa. Prima si parla insieme, poi si decide insieme che cosa fare. Così semplice.

Hai un problema legale?

Se hai un problema legale, e hai letto attentamente sino a qui, ti sarà chiaro che è bene passare prima possibile a lavorarci sopra con un bravo avvocato.

Se vuoi un preventivo da parte del nostro studio, puoi chiedercelo compilando questo modulo. Ovviamente è gratuito.

Se, invece, preferisci acquistare direttamente un’ora o più della nostra attenzione sul tuo problema, puoi valutarlo da questa pagina.

Vuoi diventare un avvocato ad indirizzo «strategico»?

Se sei un avvocato e ti piace questa impostazione, contattami in privato. C’è un importante progetto al riguardo di cui magari potremmo parlare.

Ringraziamenti.

Si ringrazia la collega Sara Mascitti del foro di Latina per gli opportuni chiarimenti sull’uso più corretto del termine «sticazzi».

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diritto

TFR al fondo complementare mai versato: lo posso chiedere?

non è mai stato versato il mio Tfr al f.do complementare da me scelto, ma riportato sul Cud di ogni anno. Ho chiuso il f.do attraverso una lettera di un Legale, e di conseguenza fatto i conteggi per tutto: risultato complessivo (tra TFR- Ferie e permessi) circa 30000.00€ sono in causa. Posso pretendere che il mio TFR mai versato al fondo mi venga erogato anche se non c’è chiusura di rapporto lavorativo?

Se sei in causa, il tuo avvocato dovrebbe avere fatto delle conclusioni precise nell’atto di citazione o nel ricorso, in cui sono contenute le richieste dispiegate e dispiegabili nel tuo caso.

In questo caso, dunque, devi fare riferimento a quelle conclusioni, che saranno state formulate dal tuo legale dopo aver studiato il caso ed aver valutato qual è la cosa da chiedere più conveniente per te.

Se, invece, per «causa» intendi genericamente che è aperta una vertenza, al momento solo stragiudiziale, il problema relativo deve essere ancora affrontato.

Sarà, ovviamente, cura del tuo legale approfondire adeguatamente la questione, in generale posso fare le considerazioni che seguono.

Purtroppo, la conferibilità del trattamento di fine rapporto a fondo complementare non sta dando buona prova nella pratica, come abbiamo già segnalato più volte nel blog (puoi fare una ricerca nei vecchi post), dando luogo ad una serie di problemi pratici e applicativi, in parte legati alla novità dell’istituto e in parte anche alle solite problematiche di ingegnerizzazione del medesimo – purtroppo la tecnica legislativa è sempre più scadente.

A naso direi che tu possa chiedere che questa somma sia versata direttamente a te, anche in considerazione della probabile natura non retributiva dell’istituto, di cui ho parlato in questo precedente post.

A livello strategico, se io fossi il tuo legale comunque, anche a prescindere, chiederei al giudice di condannare il convenuto a pagare questa somma immediatamente al termine della causa, ovviamente in caso di esito positivo, nei tuoi confronti.

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diritto

Avvocati: per trattare i problemi legali restano indispensabili.

«Ho un problema legale, vorrei sapere a chi mi devo rivolgere

In ventidue anni, mi sono sentito rivolgere questa domanda – che, a mio giudizio, è assolutamente demenziale – davvero tante volte.

Quando si ha un problema legale, infatti, l’unica figura cui bisogna rivolgersi è proprio un avvocato.

Lasciate stare giudici amici, cancellieri in pensione, difensori civici, sindacati, amici che lavorano in polizia o nei carabinieri, cugini, fratelli che hanno fatto due anni di Giurisprudenza, google, l’avvocato nel cassetto… Da queste persone, da questi supporti potete al massimo «sentire un po’», provare a «dare un’occhiata», ma se volete iniziare a trattare il vostro problema, che è la cosa di cui in fondo avete bisogno, vi serve un avvocato.

Facciamo un attimo un passo indietro.

Quando si ha, nella vita, un qualsiasi problema, bisogna affrontarlo. Per farlo, le risorse a nostra disposizione sono limitate e dobbiamo utilizzarle nel modo migliore.

Facciamo finta di essere un paese sotto attacco e di avere a disposizione 10 missili nucleari per combattere indietro. Se questi missili, nella foga di iniziare anche noi a battagliare, li facciamo finire tutti in mare, che cosa ne sarà di noi?

Ugualmente, il tempo che potremo dedicare ai nostri problemi è limitato. Così come è limitata l’attenzione che possiamo dedicare loro, perché magari abbiamo un lavoro, una famiglia, dei figli, degli amici, dei cani che devono essere portati tutti i giorni due volte a fare pipì.

La conclusione è che, se vi trovate di fronte ad un problema legale, non dovete usare il vostro tempo e la vostra attenzione per cercare un sistema alternativo, per poter trattare questo problema, che vi consenta di non ricorrere ad un avvocato.

Dovete, per prima cosa, fare questo: rassegnarvi a prendere un avvocato.

Eh – dite – ma gli avvocati costano troppo. Niente affatto, grossa cazzata. Non è vero. Tutto al contrario, io vi garantisco che costa molto di più non prenderli. Ovviamente, chiedete sempre un preventivo, piuttosto però il problema è un altro.

Infatti, una volta che avrete compiuto questo importante passo di accettazione, potrete usare il vostro tempo e la vostra attenzione per sceglierne uno che abbia abbastanza sale in zucca e sappia davvero come muoversi nella gestione di un problema legale, cioè abbia la miglior propensione possibile alle mediazione.

È scegliere un avvocato la parte difficile, quella dove purtroppo è facile prendere una cantonata.

In qualsiasi categoria di professionisti nel nostro Paese – avvocati, notai, assicuratori, tecnici, agenti di viaggio, insegnanti, quel che vi pare – c’è una persona che fa bene il suo lavoro su quaranta, cinquanta all’incirca. Il resto fa solo da riempitivo.

Trovare quella persona non è così facile, convincerla a lavorare per voi nemmeno, dal momento che i professionisti che valgono veramente sono molto richiesti, per cui è su questo che vi dovete concentrare, non su altre illusioni che vi fanno solo perdere tempo, e quando si perde tempo nei problemi legali si verifica un fenomeno curioso, cioè che questi problemi finiscono per aggravarsi.

Ma perché un avvocato è indispensabile?

Non è solo il fatto che un avvocato conosce il diritto e voi no.

Anzi, questa è la parte di gran lunga meno importante.

Il fatto più importante è che:

  • a) l’avvocato che sceglierete non è coinvolto nel problema come lo siete voi (nemo judex in re sua);
  • b) l’avvocato ha una capacità professionale di mediare e dialogare che voi non avete, o non avete più, perché voi avete avuto un singolo problema, massimo due o tre, nella vostra vita, lui ne ha affrontati ormai a migliaia.

Vi serve un avvocato, che faccia ragionare sia la vostra controparte, sia voi stessi, perché dietro al problema da cui siete affetti avete perso centratura, vi siete scostati dal giusto punto di vista.

La maggior parte delle persone, quando un problema legale entra nelle loro vite, perde innanzitutto una certa considerevole quantità di tempo a lamentarsi. Quando si è stancata anche di lamentarsi, inizia il giro delle sette Chiese dei sistemi alternativi: sindaco, vigili urbani, carabinieri, sindacato, patronati, i più patinati interpellano persino qualche politico o addirittura parlamentare.

Quando hanno finito, e magari sono passati anni in cui l’inconcludenza l’ha fatta da padrona tra lamentele, polemiche e gente che – peraltro giustamente per alcuni aspetti – se ne frega, queste persone si decidono a prendere un avvocato. Dal momento che si trattadal loro punto di vista, di una sconfitta, prendono il primo che capita, tanto… «gli avvocati sono tutti uguali».

Lasciate che vi dica che non c’è niente di più demenziale di una cosa del genere, di un modo di procedere e muoversi come questo.

Non siate come la maggior parte delle persone, fatevi furbi. Se vi capita un problema legale, mettetevi subito alla ricerca del professionista che potrebbe fare per voi. Lasciate stare le specializzazioni, che sono un’altra idiozia (ne parleremo magari un’altra volta) e che comunque non siete affatto in grado di valutare (a meno che non abbiate anni di pratica legale alle spalle).

Fate quanto segue: cercate, tra gli avvocati, una persona seria, onesta e con del sale in zucca.

Prima che un professionista deve essere una persona vera.

Prenotate un appuntamento, pagate per il tempo e l’ascolto che vi dedica (dovete compensare anche la sua onestà, che sarà anche quella di dirvi, magari, che avete torto e vi conviene lasciar perdere in tutto o in parte) e andate a spiegargli cosa c’è che non va.

Lui vi dirà se può esservi utile, e nel caso vi farà un preventivo per il seguito, oppure vi indirizzerà ad un collega che ne sarà in grado, senza lasciarvi comunque andare con niente di risolto.

Funziona così, non in altro modo.