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Posso avere copia di un video in cui sono menzionato?

ieri sera il presidente dell’associazione di volontariato della quale faccio parte (e ne ero presidente fino a febbraio scorso) ha registrato un video (inviato a tutti i volontari dell’associazione) durante il quale ha fatto un’esposizione della sua precedente gestione (la mia) dicendo cose non vere. Prima di mandare in onda il video, su un apposito canale al quale siamo stati invitati a sintonizzarci) ha detto che il video non poteva essere divulgato. Considerato che durante il video si è fatto espresso riferimento alla mia persona, la mia domanda è: posso chiedere che mi venga consegnata copia del video??? In caso affermativo, quale è la corretta procedura per chiedere il suddetto video?

In base ai canoni del mio approccio strategico, sul quale ti rimando all’attenta lettura del relativo post di approfondimento, ti suggerisco di inviare subito una diffida in cui richiedi consegna di copia del video.

La diffida falla fare ad un avvocato, non commettere l’errore di mandarla a tuo nome: invieresti alla controparte il messaggio per cui la questione non ti sta davvero a cuore e finiresti per indebolire la tua posizione.

Per vedere i dettagli della nostra offerta puoi consultare questa pagina.

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Separarsi in giro per il mondo: come si può fare?

Sono una cooperante, italiana. Fino all’anno scorso vivevo in Ciad con il mio compagno, francese e nostra figlia, di 3 anni e mezzo.
Insieme decidiamo di trasferirci a Dakar, in Senegal. Lui parte ad ottobre io avrei dovuto raggiungerlo alla fine del mio lavoro con la pupa che resta con me in Ciad. Trasferiamo tutte le nostre cose a Dakar. Poi fine novembre, il giorno prima della nostra partenza dal Ciad per l’italia prima e Dakar poi mi chiama e mi dice che la storia è finita. Baratro. Dopo mesi di decisioni decido, per il bene di mia figlia di raggiugerlo comunque a Dakar per fare in modo che la pupa possa stare con il padre. Arrivo a Dakar a fine febbraio 2020, adesso siamo a Dakar. Io sono alla ricerca di lavoro sul posto ma se non trovo nulla vorrei partire con la bimba. Ognuno vuole che la bimba resti con se. Io ho fatto questo sforzo di venire qui per agevolare la vicinanza. Ma è chiaro che se partissi vorrei farlo con lei. Ho bisono di aiuto per capire come agire.

Ti serve più un percorso di counseling che un percorso di tipo legale, almeno al momento.

A livello legale ci sono degli aspetti che si possono, e per certi versi è opportuno, gestire, ma in questa fare, come hai correttamente intuito tu stessa, devi «capire come agire» e cioè come puoi comprendere che cosa è più opportuno per te e per tua figlia, in una situazione non facile, spalmata tra tanti paesi del mondo, con due genitori di nazionalità diverse e tendenzialmente portati anche a stabilirsi di conseguenza in paesi diversi, anche una volta terminato il lavoro all’estero.

In giro per il mondoA livello fattuale si gestiscono, e mi è anche capito di gestire diverse volte, separazioni di genitori che sono poi andati a vivere addirittura in due continenti diversi. È chiaro che in quei casi, le possibilità di progettare la separazione si restringono notevolmente, concretandosi sostanzialmente nel far stare i figli con un genitore durante il periodo scolastico e con l’altro per quello delle vacanze estive, con tutte le complicazioni del caso.

Tua figlia peraltro è molto piccola, è al limite – di 4 anni – per cui si considera praticabile il pernotto nell’ordinamento italiano, non è ipotizzabile, prima di qualche anno ancora, che possa trascorrere periodi molto lunghi col padre – questo te lo dico io che, pur essendo un noto maschilista, ritengo che i bambini, quando sono molto piccoli, è opportuno, naturale, innegabile che stiano con la mamma, salvo ovviamente casi di mamme gravemente disfunzionali.

A monte di tutto questo, c’è la necessità di definire da parte tua un adeguato progetto di vita, perché se è vero che nelle separazioni, come si ripete stancamente e un po’ burocraticamente, va valutato per di più l’interesse dei minori, come se fosse scollegabile da tutte le persone che ruotano attorno a loro, in realtà l’interesse dei genitori resta fondamentale perché i minori godono del benessere dei genitori e purtroppo ne soffrono inevitabilmente l’eventuale mancanza.

Quindi le domande per te funzionali potrebbero in ipotesi essere le seguenti:
– dove, cioè in quale Stato, stabilisco la mia residenza definitiva?
– se mi stabilisco all’estero, poniamo a Dakar, quale potrà essere il mio lavoro?
– nella medesima ipotesi, quali saranno i rapporti di mia figlia con eventuali miei parenti tra cui nonni, zii, cugini, ecc.?
– quali saranno le possibilità di istruzione, tra poco, lavoro, tra qualche anno, formazione, sviluppo, sanità, ecc. per mia figlia a seconda di dove andrò a stabilirmi?
– se decido di tornare a stabilirmi in Italia come potranno funzionare in concreto i rapporti con il padre che per mia figlia sono preziosi?

Queste ed altre domande a corollario delle stesse sono pre-giuridiche e vanno approfondite appunto con un percorso di counseling.

Se credi, puoi valutare l’acquisto da questa scheda prodotto. Le sedute, ovviamente, si possono fare anche tramite Skype, come spiego meglio in questo post.

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Per via della prescrizione: dove dobbiamo andare?

vorrei sapere se una procura speciale irrevocabile, è valida all’infinito o se dopo 20 anni cade in prescrizione.

Ci sono delle cose che non cadono mai in prescrizione.

Io, ad esempio, sono più di venti anni che predico che le domande giuridiche campate in aria, completamente svincolate dalla descrizione del problema in cui si inseriscono e da cui precipitano, non hanno alcun senso ed utilità.

Ma so che è una cosa che dovrò ripetere finché terrò aperto il blog e finché mi occuperò di problemi legali.

In un post di qualche tempo fa, ho anche riportato un passo del celebre romanzo dei Promessi sposi, in cui evidenzio che anche Renzo, il famoso protagonista dell’opera di Manzoni, nel momento in cui va dall’avvocato, anziché illustrargli quello che gli è successo, inizia proprio facendogli una domanda campata in aria, cosa che rende al legale impossibile capire di cosa si tratti.

Il post, se vuoi, lo puoi leggere qui.

Al tema, ho anche dedicato una puntata di radio Solignani, dal significativo titolo di «Domande del cazzo: se le conosci le eviti». La puoi ascoltare qui.

Sulla prescrizione della procura non voglio neanche parlare, può darsi benissimo che sia un aspetto che non ha niente a che fare con il modo migliore di trattare il tuo problema e la situazione sottostante, per cui è inutile soffermarcisi e perdere tempo.

Se credi, manda di nuovo la tua domanda al blog, descrivendo tutta intera la situazione che ti trovi a dover fronteggiare.

Ricordati di iscriverti al blog e al podcast, per non perdere post utili e fondamentali come questo, che non trovi da nessuna altra parte.

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Luce artificiale: sono immissioni?

## Premessa.

Nella puntata di oggi del podcast, vediamo, sulla base di una domanda posta
da una nostra ascoltatrice, se anche le immissioni di luci da un fondo
all’altro sono considerate immissioni ai sensi del codice civile con tutta
la disciplina che ne consegue.

La sentenza 19520/2012 della Cassazione.

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza del 9 novembre 2012, n. 19520.
In caso di immissioni intollerabili (dovute alle luci del campo da tennis)
la coltivazione può essere spostata in altro luogo della stessa proprietà.

Svolgimento del processo

1.- A.T. , titolare della ditta Ortofloricultura T. e proprietario di un
capannone nel quale svolgeva l’attività di coltivazione di piante, fra le
quali le c.d. “stelle di natale”, esponeva che le immissioni di luce
provenienti dagli impianti di illuminazione dei campi da tennis del Circolo
Tennis G., che aveva in affitto un terreno adiacente, avevano danneggiato
gravemente le proprie “stelle di natale”.
Pertanto, chiedeva al Tribunale di Bolzano di condannare il Circolo Tennis
G. al risarcimento dei danni subiti e subendi, da liquidarsi in separato
giudizio, instando per l’adozione di immediate misure per evitare la
situazione dannosa in futuro.
Costituendosi in giudizio, il Circolo Tennis G.affermava di non essere
proprietario dell’impianto; nel merito, escludeva che le immissioni
potessero in qualche modo essere considerate illecite, essendo di normale
tollerabilità, mancando la prova del nesso di causalità ed essendo la zona
già da gran tempo destinata secondo il piano regolatore ad attività sportive.
Procedutosi alla chiamata in causa della proprietaria del fondo, la (…) di
Bolzano s.p.a., questa, ribadiva che la illuminazione era posta a distanza
tale da illuminare le serre molto meno che la luna; la illuminazione
notturna appariva lecita, tollerabile, e non vi era prova avesse recato
danni all’attore.
Con sentenza dep. il 28 giugno 2004 il Tribunale accertava e dichiarava che
l’immissione dei fasci luminosi artificiali provenienti dai campi da tennis
eccedeva la normale tollerabilità, e condannava i convenuti in solido a
pagare la cifra attualizzata di settanta milioni di lire con vincolo di
solidarietà passiva ex art. 2055 c.c.
Con sentenza dep. il 18 novembre 2005 la Corte di appello di Trento sez.
distaccata di Bolzano, in riforma della decisione impugnata dalla convenuta
e dalla chiamata in causa, rigettava la domanda proposta dall’attore.
Dopo avere fatto riferimento al contemperamento, imposto dall’art. 844 cod.
civ., fra le attività produttive, nella specie l’una delle quali provocava
immissioni luminose, pur consentite ma dannose a un particolare tipo di
coltivazione, quella delle poinsettie, i Giudici osservavano che, secondo
quanto accertato dal consulente tecnico d’ufficio, tale tipo di
coltivazione rappresentava soltanto un quarto della coltivazione
complessiva; poiché le poinsettie erano coltivate anche nelle serre non
toccate dalla illuminazione proveniente dai campi da tennis ed occupavano
peraltro uno spazio di 800 mq. a fronte di un’ area complessiva di mq. 9000
mq. a disposizione delle serre, non si comprendeva perché le poinsettie
dovessero essere coltivate proprio nelle zone interessate dalle immissioni
di luce e non in altre aree non interessate dalle immissioni; sarebbe stato
onere dell’attore dimostrare che la coltivazione nei siti iperilluminati
fosse stata una scelta obbligata: il che non solo non si evinceva dalla
consulenza ma non era stato neppure allegato dall’attore, il quale
viceversa aveva sempre ammesso di potere coltivare le stelle di Natale in
ogni posizione dell’azienda.
Le domande, compresa quella relativa al danno, erano respinte, sul rilievo
che le immissioni, peraltro lecite, non avevano carattere di dannosità per
nessuna altra pianta.
Le spese del doppio grado di giudizio erano compensate, ribadendosi che le
immissioni non comprimevano in alcun modo la capacità di produrre reddito
dell’attore.
2.- Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione T.A. , titolare
della la ditta Ortofloricoltura T., sulla base di sette motivi illustrati
da memoria.
Resistono con controricorso le intimate proponendo ricorsi incidentali che
sono condizionati, ad eccezione del motivo relativo alla statuizione sulle
spese processuali formulato dal Circolo Tennis G.

Motivi della decisione

Preliminarmente il ricorso principale e quelli incidentali vanno riuniti,
ex art. 335 cod. proc. civ., perché sono stati proposti avverso la stessa
sentenza.

Ricorso principale.

1.1. – Il primo motivo, lamentando violazione e falsa applicazione
dell’art. 112 cod.proc. civ., deduce la ultrapetizione in cui era incorsa
la decisione gravata che aveva rigettato la domanda fondandola su una
ragione – la possibilità di coltivare altrove le “stelle di Natale” -senza
che avesse formato oggetto dei motivi di appello.
1.2. – Il motivo va disatteso.
Con l’appello proposto dalla (…) era stato fra l’altro dedotto che era
ascrivibile al comportamento tenuto dal T. l’avere insistito nella
coltivazione delle poinsettie proprio nella zona interessata dalle
illuminazione artificiale, potendo ivi coltivare piante non sensibili a
tali irradiazioni. In tal modo, ai Giudici di appello – investiti della
questione circa l’effettiva incidenza delle immissioni di luce
sull’attività produttiva esercitata dall’attore ovvero se il carattere
pregiudizievole potesse essere escluso ove dal T. fosse stata organizzata
l’attività produttiva in modo diverso e senza riceverne un concreto
pregiudizio – era stata devoluta la verifica dell’esistenza del fatto
costitutivo posto a base della pretesa azionata (l’intollerabilità o meno
delle immissioni), che il giudice deve d’ufficio accertare
indipendentemente dalle argomentazioni difensive della parte. Al riguardo,
va ricordato che nei limiti dell’effetto devolutivo determinato dai motivi,
il giudice di appello è investito della piena cognizione del merito della
intera controversia, dovendo procedere alla compiuta e diretta valutazione
degli elementi probatori emersi nel corso del procedimento in una posizione
non diversa da quella del giudice di primo grado, potendo pervenire
all’accoglimento o al rigetto della domanda anche in base a considerazioni
diverse da quella formulate dalle parti.
2.1. – Il secondo motivo, lamentando falsa applicazione dell’art. 844 cod.
civ., deduce che era emersa ed era stata anche accertata dalla Corte di
appello la natura intollerabile delle immissioni secondo le previsioni di
cui all’art. 844 cod.civ. ma i Giudici avevano poi rigettato la domanda sul
rilievo che l’attore non aveva provato di non potere coltivare altrove le
poinsettie.
2.3 – Il quarto motivo (erroneamente indicato come terzo) lamenta
contraddittorietà e/o insufficienza della motivazione su un fatto
controverso e decisivo, per avere la sentenza, da un lato, ritenuto
intollerabili le immissioni e, dall’altro, negato la conseguente
applicabilità delle relative sanzioni.
2.3. – Il secondo e il quarto motivo – che, per la stretta connessione,
possono essere esaminati congiuntamente – sono infondati.
La Corte ha ritenuto lecite e non pregiudizievoli per il diritto di
proprietà dell’attore, escludendone perciò il carattere intollerabile, le
immissioni di luce. Tale convincimento si è basato sulla considerazione che
– in relazione alla natura e alle modalità dell’attività produttiva nonché
alle dimensioni dell’immobile in cui la stessa veniva svolta -tali
immissioni non fossero in grado di arrecare un effettivo pregiudizio alla
proprietà e alla coltivazione effettuata dell’attore, il quale avrebbe
potuto utilizzare pienamente l’immobile, esercitandovi senza apprezzabili
limitazioni la coltivazione delle poinsettie sul rilievo che il medesimo
l’avrebbe potuta ubicare in altra parte del capannone: di conseguenza,
correttamente tenendo conto dell’incidenza in concreto delle irradiazioni
di luce sul fondo nel quale le stesse erano immesse, ha escluso che la luce
artificiale proveniente dai campi di tennis potesse rivestire il carattere
di intollerabilità prevista dall’art. 844 cod. civ. a tutela del diritto di
proprietà altrui (oltre che della salute e dell’ambiente, che nella specie
non sono interessati). Al riguardo, va considerato che la intollerabilità
delle immissioni va verificata in concreto con riferimento alla effettiva e
obiettiva incidenza che le stesse hanno sul fondo immesso. Ed invero, il
riferimento alla possibilità di spostare in altra parte del capannone la
coltivazione de qua è da condividere, dovendo considerarsi che, in
relazione ai principi di solidarietà e di equità, derivanti dalla funzione
sociale della proprietà, l’esercizio del diritto è intrinsecamente limitato
dalla necessità di preservare la posizione degli altri consociati e non può
risolversi nell’ingiustificato sacrificio dei diritti altrui, come invece
si verificherebbe ove si impedisse o anche limitasse l’attività esercitata
dal Circolo senza che tali restrizioni siano giustificate da un obiettivo
interesse del vicino che potrebbe comunque esercitare la coltivazione senza
apprezzabile pregiudizio in altra zona del capannone di sua proprietà.
3.1. – Il terzo motivo, lamentando violazione dell’art. 2697 cod. civ.,
deduce che erroneamente era stato posto a carico dell’attore l’onere
probatorio di dimostrare le ragioni di non potere coltivare altrove le
piante quando sarebbero state le convenute a dovere offrire la prova della
non necessità di coltivazione nelle serre limitrofe ai campi da tennis.
3.2.- Il motivo è infondato.
La sentenza ha in concreto accertato che le serre, che erano ubicate in
prossimità delle sorgenti di illuminazione, potevano essere collocate in
spazi non interessati dalla illuminazione, avendo verificato che vi erano
spazi a disposizione, tenuto conto del numero delle piante coltivate che
occupavano 800 mq. rispetto ai 9.000 mq. del capannone disponibili.
Ora i Giudici hanno non solo correttamente ritenuto che sarebbe stato onere
dell’attore offrire la prova contraria a quanto risultato – in quanto tali
circostanze escludevano il carattere pregiudizievole e, quindi, illecito
delle immissioni, posto a base della domanda – ma hanno addirittura
accertato che era stato lo stesso attore ad affermare di potere coltivare
in ogni posizione della propria azienda le piante in questione.
4.1.- Il quinto motivo (erroneamente indicato come quarto), lamentando
contraddittorietà della motivazione su un fatto controverso e decisivo,
censura la sentenza impugnata laddove aveva ritenuto che l’attore aveva a
disposizione altre serre per coltivare le piante in oggetto, tenuto conto
che la coltivazione stagionale delle poinsettie, che avviene da agosto e
dura fino al periodo prenatalizio di novembre-dicembre, occupa tutte le
proprie serre, che negli altri periodi dell’anno sono destinate ad altre
colture. Denuncia la contraddittorietà della sentenza laddove, dopo avere
affermato che le poinsettie vengono coltivate anche nelle serre non toccate
dalla illuminazione che proviene dai campi da tennis, aveva poi sostenuto
che non vi sarebbero ragioni tecniche per cui le serre vicine ai campi
debbano per forza essere adibite a tale coltivazione.
Deduce che non era vero che il ricorrente aveva a disposizione tutte le
serre per coltivare le 320.000, richiamando quanto al riguardo riferito dal
consulente d’ufficio, il quale aveva affermato che le coltivazioni delle
“stelle di Natale” dipendono dalla stagione e dalle esigenze di mercato e
che la stagione inizia ad agosto fino al periodo prenatalizio;
l’occupazione di tutte le serre era dimostrata dalle fotografie prodotte ed
allegate alla perizia di parte. La produzione non poteva non necessitare
dell’intera area di 9.000 mq.
4.2.- Il motivo è infondato.
La doglianza si risolve nella censura della valutazione delle risultanze
istruttorie laddove la sentenza, secondo quanto si è già detto sopra, ha
accertato che era possibile coltivare altrove le poinsettie. Ed invero, le
critiche formulate dalle ricorrenti non sono idonee a scalfire la
correttezza e la congruità dell’iter logico giuridico seguito dalla
sentenza: le censure si concretano in argomentazioni volte a sostenere
attraverso la disamina e la discussione delle prove raccolte – l’erroneo
apprezzamento delle risultanze processuali compiuto dai giudici. Al
riguardo, va sottolineato che il vizio deducibile ai sensi dell’art. 360 n.
5 cod. proc. civ. deve consistere in un errore intrinseco al il
ragionamento del giudice che deve essere verificato in base al solo esame
del contenuto del provvedimento impugnato e non può risolversi nella
denuncia della difformità della valutazione delle risultanze processuali
compiuta dal giudice di merito rispetto a quella a cui, secondo il
ricorrente, si sarebbe dovuti pervenire: in sostanza, ai sensi dell’art.
360 n. 5 citato, la (dedotta) erroneità della decisione non può basarsi su
una ricostruzione soggettiva del fatto che il ricorrente formuli procedendo
a una diversa lettura del materiale probatorio, atteso che tale indagine
rientra nell’ambito degli accertamenti riservati al giudice di merito ed è
sottratta al controllo di legittimità della Cassazione. D’altra parte, i
rilievi circa la erronea valutazione della consulenza d’ufficio appaiono
generici in quanto si limitano a riportare stralci estrapolati dalla
relazione dell’ausiliario senza consentire di ricostruire il complessivo
ragionamento e le conclusioni del consulente in modo da verificare la
decisività della censura tenuto conto che in proposito occorre dimostrare
la certezza e non la probabilità che, ove esso fossero state prese in
considerazione le osservazioni del consulente, la decisione sarebbe stata
diversa.
Per quel che concerne la dedotta contraddittorietà, tale vizio è
insussistente, posto che i Giudici hanno chiarito che la presenza di
poinsettie in altre serre non esauriva le aree a disposizione essendo
possibile in zone non interessate dalle illuminazioni provenienti dai campi
di tennis lo spostamento delle serre vicine alle immissioni.
5.1.- Il sesto motivo (erroneamente indicato come quinto), lamentando
violazione dell’art. 112 cod. civ. cod.proc. civ. nonché omessa,
insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo della
controversia, censura la pronuncia che non aveva esaminato l’appello
incidentale ovvero, qualora si ritenesse che fosse stato esaminato,
denuncia l’apodittico rigetto della domanda con la quale si erano chiesti
gli accorgimenti necessari a fare cessare le immissioni o la corresponsione
di una congrua indennità, tenuto conto che la sentenza aveva ritenuto
dannose le predette immissioni.
5.2.- Il motivo è infondato.
In primo luogo la sentenza ha esaminato la domanda formulata con l’appello
incidentale, respingendo le domande necessariamente conseguenti a quella
con la quale era stata invocata la intollerabilità delle immissioni: avendo
escluso, come si è ampiamente detto sopra, che alcun pregiudizio potesse
derivare al diritto dell’attore non sussistevano i presupposti per
l’adozione di misure di contemperamento delle opposte esigenze, che è
prevista nel caso in cui il giudice accerti la intollerabilità delle
immissioni.
6.1.- Il settimo motivo (erroneamente indicato come sesto), lamentando
violazione dell’art. 91 cod. proc. civ., deduce che, per effetto
dell’accoglimento del ricorso, le convenute dovranno essere condannate al
pagamento delle spese del doppio grado che erano state compensate.
6.2.- Il motivo è inammissibile, posto che non formula alcuna censura
avverso la statuizione di compensazione delle spese del doppio grado di
giudizio ma si limita a chiedere la condanna nel caso auspicato di
accoglimento del proposto ricorso.
Il ricorso principale va rigettato, assorbiti i ricorsi incidentali
condizionati.

Ricorso incidentale non condizionato

Va esaminato il ricorso incidentale non condizionato con cui il Circolo
Tennis G., denunciando la violazione dell’art. 91 e 92 cod. proc. civ., ha
censurato la statuizione di compensare le spese processuali. Deduce che, in
considerazione della soccombenza, le spese dovevano essere poste a carico
dell’attore e che le ragioni addotte dalla Corte dovevano considerarsi
erronee e illogiche né sussistevano la soccombenza reciproca e i giusti motivi.
Il motivo è infondato.
Innanzitutto non sussiste la violazione di legge denunciata, atteso che in
tema di regolamento delle spese, il giudice incontra soltanto il divieto di
porle a carico della parte risultata totalmente vittoriosa. La decisione di
compensarle è rimessa alla scelta discrezionale quanto motivata del
giudice, che può essere censurata in sede di legittimità se fondata su
ragioni erronee, illogiche o contraddittorie, e tali non possono
considerarsi quelle poste dalla Corte a fondamento della pronuncia qui
impugnata, posto che i Giudici hanno evidenziato che, pur se era stata
rigettata la domanda proposta dall’attore, era stata comunque accertata la
sussistenza di immissioni provenienti dal fondo del vicino per l’attività
svolta dal Circolo e comunque risultate dannose per un tipo di piante, se
coltivate nelle zone interessate dalle irradiazioni di luce. Pertanto il
ricorso incidentale (non condizionato) proposto dal Circolo Tennis Grizzly
va respinto.
Le spese della presente fase vanno poste a carico del ricorrente, che deve
considerarsi soccombente anche nei confronti del Circolo Tennis Grizzly,
attesa la marginale incidenza, nella complessiva economia del presente
giudizio, del rigetto del ricorso incidentale non condizionato.

P.Q.M.

Riunisce i ricorsi rigetta quello principale e l’incidentale non
condizionato proposto dal Circolo Tennis G., assorbiti i ricorsi
incidentali condizionati.
Condanna il ricorrente al pagamento delle spese relative alla presente fase
che liquida in favore: a) del Circolo Tennis G. in Euro 3,200,00 di cui
Euro 200,00 per esborsi ed Euro 3.000,00 per onorari di avvocato oltre
accessori di legge; b) della (…) di Bolzano in Euro 2.000,00 di cui Euro
200,00 per esborsi ed Euro 1.800,00 per onorari di avvocato oltre accessori
di legge.

Depositata in Cancelleria il 09.11.2012

Riferimenti.

[la risposta è nel podcast]

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Problemi con gli scarichi: come muoversi?

nel 2003 ho acquistato una villetta che è stata edificata nel 1975 con regolare licenza edilizia, il precedente proprietario l’ha acquistata nel 1980. La mia e altre villette erano state edificate dal medesimo costruttore. Ora i miei vicini confinanti proprietari di un’altra villetta da oltre 30anni, presumibilmente hanno tappato il nostro scarico fognario che si collega in un pozzetto all’interno della loro proprietà per poi collegarsi a quella pubblica. Premetto che è stato il costruttore a realizzare il tutto. Da circa un mese o più abbiamo notato la fuoriuscita di liquami dal nostro pozzetto collocato all’interno della nostra proprietà e abbiamo deciso di effettuare alcune verifiche per risalire alla causa del problema. Abbiamo escluso ogni problema all’interno della nostra proprietà e non ci sono problemi nemmeno sulla condotta pubblica. Ora abbiamo esposto denuncia verso ignoti ma descrivendo la situazione, abbiamo anche richiesto intervento del comune e asl.

La denuncia contro ignoti non servirà assolutamente a nulla, dal momento che in questa situazione non c’è molto probabilmente alcun reato, ma si tratta di una questione di natura civile. Quand’anche un reato ci fosse, nonostante l’obbligatorietà dell’azione penale, dubito moltissimo che una cosa del genere possa mai suscitare l’interesse delle autorità di giustizia penale.

Analogamente, credo che nemmeno comune e asl possano intervenire per fare qualcosa perché, se ho ben capito, la questione si annida nel tratto privato degli scarichi, mentre comune e asl possono intervenire, almeno di solito, solo per la parte di scarico di loro competenza, salvo che dal problema non derivi un pericolo per la salute talmente grande da richiedere un’intervento pubblico, ma direi che siamo fuori da un’ipotesi del genere.

In realtà, come ho spiegato in un post che ti invito a leggere attentamente, per la gestione dei problemi legali bisogna rassegnarsi a prendere un avvocato.

Chiarito questo, vediamo adesso cosa dovrebbe poi fare questo avvocato, almeno nella situazione attuale, per i passi successivi dipende dal modo in cui la stessa si evolverà.

Tra le villette potrebbe esserci una servitù di scarico costituita per destinazione del padre di famiglia o altrimenti.

A parte questo, però, il primo passo è molto semplicemente quello di inviare una diffida in cui si rappresenta il problema e si chiede l’accesso alla proprietà dei confinanti per poter svolgere accertamenti tecnici e cercare di capire quale è la causa del problema.

In futuro, la cosa può prendere una piega molto diversa a seconda che i confinanti acconsentano, e, in questo caso, a ciò che risulterà dagli accertamenti, ovvero no, ma in ogni caso c’è sempre qualcosa da fare, qualche mossa relativa da mettere in atto.

L’importante è passare prima possibile alla fase del fare, come spiego meglio nel post sull’approccio strategico dei problemi legali, che ugualmente ti invito a leggere attentamente, perché con rimedi fantascientifici come la denuncia contro ignoti purtroppo siete destinati a non risolvere assolutamente nulla – e credo che in fondo lo sappiate anche voi.

Se vuoi un preventivo da parte del nostro studio, puoi richiederlo compilando il modulo apposito che si trova nel menu principale del blog.

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Contratti di protezione: nuovi vantaggi.

«Nel momento in cui uno si impegna a fondo, anche la provvidenza allora si muove. Infinite cose accadono per aiutarlo, cose che altrimenti non sarebbero mai avvenute.

Qualunque cosa tu possa fare o sognare di fare, incominciala! L’audacia ha in sé genio, potere e magia».

(Johann Wolfgang von Goethe)

Dall’introduzione, avvenuta poco meno di due anni fa, dei contratti di protezione, centinaia di persone hanno scelto di munirsi di questo importante «scudo», sempre a disposizione, per cercare di intervenire subito negli aspetti legali delle proprie vite personali e professionali, entrando nell’ottica di prevenire i problemi legali piuttosto che tentare di gestirli quando sono ormai deflagrati.

Non solo, ma tutte queste persone hanno contribuito in modo determinante a sostenere una grande squadra legale e un grande progetto, quello degli avvocati dal volto umano ad indirizzo strategico, che è l’unica realtà ad oggi esistente per poter affermare nella pratica quotidiana un modo diverso di trattare i problemi legali, rinnovando completamente la pratica giuridico-giudiziaria e la gestione dei conflitti rispetto ad un sistema disumano e alienante come quello che si è avuto sinora.

C’è qualcosa di davvero magico sia in noi, che abbiamo avuto l’idea di questi contratti di protezione, con cui si esce dalla logica di occuparsi dei problemi solo quando sono ormai diventati molto gravi, con risultati che ognuno si può immaginare, sia, anzi soprattutto, in tutte le persone che hanno creduto in noi e ci hanno sostenuto così da vicino, offrendoci con gioia e convinzione i loro preziosi e faticosamente guadagnati euro, diventando sottoscrittori, sostanzialmente, di un abbonamento annuale a servizi legali che, finalmente, hanno un orientamento giusto, strategico e umano insieme.

Queste persone non ci stanno solo pagando per un servizio che diamo loro: ci stanno anche facendo crescere e questa è una cosa bellissima e persino commovente, perché se c’è un campo in cui c’è bisogno di innovazione e di un approccio assolutamente diverso è sicuramente quello dei problemi legali.

Anche per questo, siamo costantemente alla ricerca di nuovi modi per poter dare valore aggiunto a chi non solo acquista i nostri servizi, ma diventa sostenitore della nostra squadra e mantiene l’impegno anno dopo anno.

In questa ottica, abbiamo pensato ad aggiungere ai diversi vantaggi riservati ai nostri sostenitori, o primi clienti, quello di tempi di risposta garantiti per le comunicazioni via posta elettronica, che purtroppo sono sempre più difficoltose per la gran mole di materiale che c’è da gestire ogni giorno.

Abbiamo così pensato ad un tempo massimo di due giorni lavorativi per la risposta.

Per organizzarci di conseguenza, abbiamo implementato sistemi tecnici diversi sia sul Mac, il computer che per lo più utilizziamo a scrivania, sia sul cellulare, rispettivamente con l’utilizzo dei «contatti VIP» su Apple Mail e delle notifiche prioritarie su Aquamail per Android.

La cosa è al momento ancora sperimentale, quindi non siamo ancora in grado di dare una garanzia al 100%, ma ci stiamo impegnando al massimo su questo e presto raggiungeremo un livello di servizio pressoché completo e garantito.

Speriamo che anche questo piccolo tassello contribuisca a rendere sempre più ricco e interessante il piatto dei vantaggi riservati a chi sostiene la nostra squadra con un contratto di protezione.

Grazie a tutti di vero cuore!

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UCA assicurazione: diventiamo fiduciari

Questo post semplicemente per comunicarvi che sono diventato fiduciario di zona di UCA assicurazione – spese legali e peritali SpA.

Credo da anni come sapete nella tutela legale, una forma di assicurazione che copre le spese legali e peritali, anche in caso di eventuale soccombenza, e UCA è da sempre una delle mie compagnie preferite, anche perché esercita solo questo ramo, insieme a poche altre.

Il mio consiglio per tutti i privati e le aziende che non hanno una polizza di questo tipo è molto semplicemente di procurarsene una quanto prima: è uno strumento fondamentale per tutelarsi oggigiorno, insieme ai contratti di protezione.

Evviva noi.

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Formazione forense: come la corazzata Kotiomkin.

Ultimamente, mi piace molto scrivere post in cui ho assolutamente ragione, ma si tratta di una di quelle ragioni che per molti è meglio ignorare, non dire, far finta che non esista. Così il mio blog diventa ogni giorno di più unico e io mi diverto sempre di più a riempirlo di contenuti.

Oggi ti voglio parlare di formazione forense, quella cosa per cui ogni avvocato iscritto all’albo, a certe condizioni, è obbligato a frequentare corsi e altre iniziative di «aggiornamento», con lo scopo finale di garantirne la miglior preparazione e idoneità ad assistere le persone che si rivolgono al suo studio.

Siccome non c’è un altro modo per esprimere questo concetto, dirò subito che la formazione permanente degli avvocati è, dal punto di vista funzionale (non invece, come ti spiegherà meglio dopo, da quello commerciale), una colossale idiozia perché nella pratica non funziona, non può funzionare e, il giorno in cui funzionasse, sarebbe probabilmente molto più dannosa che utile.

Non funziona e non può funzionare perché propone approfondimenti ad una platea di operatori che per larga parte manca di una formazione adeguata, delle famose «basi», della capacità di inquadrare correttamente un problema in diritto, di capire il diritto stesso.

Non ci credi?

Fai come vuoi.

Io, che ci vivo in mezzo da oltre vent’anni, ti dico che una non trascurabile fetta di avvocati non è in grado di capire il diritto e nemmeno di «leggere» il codice civile, cioè di sapere cosa significhino davvero le disposizioni del codice o come debbano essere interpretate individualmente ed in relazione al sistema in cui sono inserite.

Per fortuna, il diritto serve a poco per la risoluzione dei problemi legali

Li avete visti anche voi, quegli avvocati alla perenne ricerca di una sentenza di Cassazione, come se fosse un feticcio o una panacea in grado di risolvere tutto (quando magari si versa in una materia o caso o aspetto in cui e su cui una sentenza non ci può essere), o che agitano massime giurisprudenziali trovate facendo una sciatta ricerchina nelle banche dati, di cui non hanno capito granché e che ha scarsa, per non dire nulla, attinenza col caso concreto.

Li avete visti perdersi nel dettaglio senza avere una buona idea di base circa l’impostazione del procedimento, soprattutto dal punto di vista della strategia.

Queste lacune, che sono enormi voragini, non potranno mai essere colmate da convegni, seminari, riunioni dove chi partecipa può fissare lo sguardo sull’oratore di turno ma pensare ai casi suoi per tutto il tempo, senza che ci sia una verifica di quanto appreso – verifica che, sia detto per inciso, non si auspica affatto, perché significherebbe solamente aggiungere una buffonata ad un’altra buffonata – chi farebbe le verifiche, altri somari?

Il punto, alla fine, è proprio che con la formazione forense si propongono approfondimenti ad una platea che, spesso, non dispone delle basi.

Non ne dispone perché la formazione universitaria è completamente insufficiente a tale scopo, mentre per quella post universitaria il giovane professionista è lasciato per lo più al caso (che è per lo più sfavorevole): se ha la fortuna di avere un buon maestro che gli apre davvero lo studio (gli fa vedere fascicoli, appuntamenti, udienze, ecc.) allora impara e assorbe (e questo maestro andrebbe pagato, non certo essere lui a pagare il praticante – altra colossale idiozia di cui magari parleremo), viceversa nel caso contrario.

Vi sembra normale che durante l’intero corso di studi universitari di cinque anni si sostenga un solo esame di diritto privato o civile, che è in realtà il «diritto comune» che si applica quando non vigono legislazioni speciali, peraltro al primo anno, quando uno studente è troppo acerbo e giovane per assimilarlo davvero, finendo per dimenticare quel poco che ha imparato nei due o tre anni successivi, ancor prima di laurearsi?

Un avvocato, in sostanza, quella materia che poi dovrà maneggiare per tutto il resto della sua vita professionale la studia per tre, quattro mesi circa al primo anno e poi la mette via per tutti gli altri cinque anni cui corrispondente la durata del suo corso di studi.

Come può possedere adeguate basi giuridiche?

Per rendersi conto delle proporzioni del disastro, basta essere un giudice o un avvocato e leggere tutti i giorni atti processuali scritti da altri avvocati.

That simple!

Quando si aprono certi atti, per niente rari, che non sono scritti nemmeno in Italiano, si capisce che l’autore dovrebbe ripartire da capo con la sua formazione giuridico legale, ma anche linguistico grammaticale e logica, perché manca il famoso «ABC», non solo del diritto ma della logica comune.

La gente comune pensa che il problema degli avvocati siano il cinismo, la scaltrezza, la cialtroneria, la corruttibilità, il menefreghismo, gli intrallazzi, ma in realtà questi sono fenomeni di fatto relativamente molto rari.

La maggior parte degli avvocati è onesta ed è seriamente intenzionata a far del meglio per il proprio cliente, solo che un po’ troppo spesso non è in grado di farsi venire l’idea giusta.

Per fortuna, il diritto serve, come cennato, davvero a poco per la risoluzione dei problemi legali, mentre quella che importa di solito è la capacità di definire una strategia e una tattica vincenti.

Sempre per fortuna, una buona parte delle vertenze viene definita con accordi amichevoli, che sono un vero dono di Dio sia per i protagonisti delle vertenze stesse, che magari non se ne rendono nemmeno bene conto, sia per la salute del sistema giudiziario in generale, che meno viene oberato e meglio è.

Dicevo prima che la formazione forense non è una idiozia dal punto di vista commerciale. In effetti, l’unico valore che ha rivestito questa riforma, che non ha certamente accresciuto la preparazione degli avvocati – che, per quanto mi riguarda, non può che poggiare al 90% sullo studio e l’impegno individuali – è stato quello di determinare l’incremento degli affari degli enti di formazione vari che sono spuntati sul mercato e che costantemente spammano le caselle mail degli iscritti agli albi con i loro eventi.

Con questo non voglio fare il complottaro e dirti che la formazione forense è stata introdotta solo per ragioni lobbistiche e di business. Probabilmente è stato invece un onesto, ma maldestro, tentativo di risolvere il problema della preparazione in alcuni casi scarsa degli avvocati, che però non ha risolto il problema ed è stato benefico più che altro per gli affari di chi è finito ad occuparsene professionalmente.

Quale può essere allora la soluzione?

Non spetta a me proporlo, quello che mi premeva dirti con questo post è che la formazione forense andrebbe intanto completamente smantellata, perché determina una mera perdita di tempo per i professionisti che vi sono sottoposti, tempo che gli stessi devono sottrarre alla cura delle pratiche che sono state a loro affidate (quanti colleghi che si portano il computer per lavorare ai convegni), ed è quindi alla fine, se si vuol dire la verità fino in fondo, un danno per la produttività degli avvocati, quella poca che, pur con tutti i loro limiti, possono dare ai loro clienti.

Per garantire una preparazione adeguata dei professionisti temo che si debba partire da molto più lontano e cioè da un serio percorso universitario e post universitario, soprattutto da una pratica e post pratica fatte come si deve.

È tutto per oggi…

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La posta elettronica: utile o dannosa?

Crisi della mail?

Oggi parliamo un po’ della posta elettronica, uno strumento generalmente considerato di grande utilità per l’incremento della produttività personale ed aziendale, ma che, in realtà, ha dimostrato, in modo considerevole sotto alcuni aspetti, tutti i suoi limiti, specialmente nella comunicazione cliente – avvocato.

Le considerazioni che faccio qui sono utili sia per il mio specifico campo di lavoro, quello di avvocato e mediatore familiare, sia più in generale per tutti coloro che utilizzano questo strumento, in qualsiasi altro settore, dove spesso la mail è imposta anche maniacalmente.

Personalmente, ho creduto per tanti anni nell’utilità della mail e l’ho persino anche tanto propugnata, chiedendo a chi corrispondeva con me di preferirla al telefono, poi mi sono dovuto, anche un po’ amaramente, ricredere.

Il fatto è che utilizzare la mail, per trattare molte questioni, è solo un modo per finire per incartarsi, sia pure… digitalmente.

In tante situazioni, si deve per forza ripiegare sul caro, vecchio telefono, quando ovviamente non è possibile incontrarsi di persona.

La moderna catena di montaggio.

Il fatto è che la mail é gente che non sa scrivere, spesso non sa nemmeno cosa deve pensare, che corrisponde con gente che non sa leggere o non ne ha voglia…

Questo vale anche per le chat, naturalmente peraltro.

I fautori dell’utilizzo sempre più massiccio della posta elettronica sostengono che in questo modo non si verrebbe interrotti e quindi disturbati in quello che si sta facendo in quel momento.

In effetti, la mail è una specie di «biglietto» che si deposita nella casella di posta, dove il ricevente può andare a leggerlo ad orari prestabiliti o comunque in quelli che lui preferisce.

Il problema è che molte persone ricevono tra gli 80 e i 100 messaggi di posta elettronica ogni giorno.

Se rimani un giorno o due senza controllare la posta, poi ti ritrovi con la casella piena di magari oltre 300 messaggi, che è al di fuori del nostro normale limite di gestione umane del carico di lavoro.

Il nostro cervello, di fronte ad una situazione del genere, viene sopraffatto. Da quale messaggio cominciare? Ce ne sarà uno urgente / quale sarà il più urgente? Perchè cominciare tanto non finirò mai…

Con questo senso di sopraffazione, sai qual è la strategia di sopravvivenza del nostro cervello? Quella di procrastinare. Rimandare a domani, sconfitto dal senso di sopraffazione. Solo che il giorno dopo i messaggi saranno ancora di più.

Non puoi allontanarti più di tanto dalla tua casella di posta elettronica, sei costretto a controllarla ogni giorno. Per questo, ho avuto occasione di scrivere sui social che la casella di posta elettronica è la moderna catena di montaggio, dove molti lavoratori della conoscenza (knowledge workers) sono condannati a stare attaccati per diverse ore.

La mail è davvero più efficiente?

Ma lavorare per «bigliettini», oltre che essere spesso inefficiente (quante volte ci si scambia una decina di messaggi nell’arco di due o tre giorni per una cosa che al telefono avrebbe potuto essere lavorata in 2 minuti?), è anche disumanizzante e alienante.

Questi due aspetti, peraltro, sono legati tra loro. Non sentire il tono della voce, non poter interagire, non condurre il confronto «in diretta» non consente di lavorare davvero sul problema.

Rinunciare agli aspetti umani dell’interazione comporta inefficienza.

Quindi non è solo più brutto lavorare su testi scritti cui si può dedicare peraltro poca attenzione, visto il numero, senza avere di fronte le facce delle persone con cui avviene lo scambio, ma è anche deteriore per la qualità e la riuscita del lavoro stesso.

Steve Ilardi ha scritto un bellissimo testo sulla depressione, purtroppo non tradotto in Italiano, in cui si indica tra i fattori che la favoriscono la mancanza, tipica delle società moderne, di face time cioè di tempo trascorso faccia a faccia con altri essere umani…

D’accordo, il telefono non è un face time però è già meglio di un biglietto elettronico da leggere sotto a un monitor di vetro. Possiamo sentire la voce e, attraverso la voce, buona parte della «vibrazioni» dell’altra persona.

Si apprende e si comunica per risonanza.

Già Platone e tutti i più grandi maestri della storia dell’umanità avevano intuito che non si apprende tanto dai libri, che sono un qualcosa da usare quando proprio non hai altra alternativa, in qualche caso essenziali ed utilissimi, ma per risonanza, andando cioè dal maestro, vicino al maestro, a vivere, quando possibile, in una struttura dove abita il maestro, dal momento che siamo esseri fatti di energia, onde e vibrazioni.

Questa cosa deve essere vera, altrimenti non si spiegherebbe perché così tanta gente va a vedere concerti dal vivo o partite allo stadio, quando nelle case di ognuno di noi sono disponibili impianti per ascoltare musica con resa sonora peraltro anche molto migliore e vedere partire con regia e angolazioni sicuramente superiori, comodamente al caldo e con tutte le comodità.

Orbene, un professionista è e deve essere anche, nel suo piccolo, un maestro o una guida… Se devo dare indicazioni ai miei clienti senza far sentir nemmeno la mia voce, tramite un biglietto che ognuno può «leggere» o «interpretare» come crede, quale può essere l’efficienza del mio lavoro?

Una parte importante del lavoro quotidiano di ogni avvocato che lavora nel mondo di oggi peraltro è gestire le cazzate con cui sono infarcite le teste dei clienti che arrivano a studio.

Nel mondo contemporaneo, le persone non si affidano più ad un professionista con fiducia (e questa è una grande tragedia di cui abbiamo già parlato, ma di cui dovremo certamente tornare a parlare) come facevano per lo più gli utenti di un tempo che, consapevoli dei propri limiti, si limitavano a cercare un avvocato che fosse una nota persona perbene e si affidavano a lui.

Oggi la gente vuole studiare cose che non ha la minima speranza di capire – dal momento che per poter delineare la strategia di trattazione di un problema legale bisogna aver studiato anni diritto e aver fatto ulteriori anni di pratica legale concreta sul campo – vuole formarsi un proprio parere e vuole muoversi secondo queste ogni volta tragiche convinzioni.

Questo perché non si fida, ha paura di essere fregata e finisce così per rovinarsi da sola.

Sembra assurdo, ma lo vedo accadere tutti i giorni.

Non parlo a caso, è esattamente così.

In realtà, la gente dunque di come si tratta un problema legale non ci capisce e non ci può capire un cazzo, è la cruda ma non meno vera realtà. Dovrebbe solo affidarsi completamente all’avvocato che ha scelto.

Purtroppo non lo fa, così una buona parte del tempo e delle risorse che si sarebbero potute utilizzare per poter lavorare sul problema va utilizzato per «svuotare il vaso» del cliente da tutte le cazzate che, con ricerche su google, parlando con un cancelliere in pensione, un cugino che venti anni fa ha fatto una causa, un amico carabbbbbbiniere con 35 bi, si è innestato nella testa.

La tenerezza che provo ogni volta che arriva quello che «Avvocato, io ho fatto già venti anni fa una causa e so perfettamente come funziona». E l’incredulità quando non cambiano parere nemmeno quando gli dico «Onestamente, io ho seguito in ventidue anni migliaia e migliaia di procedimenti. Non credi che abbia un panorama di osservazione un po’ più vasto del tuo?»

Breve nota a margine: se sei un cliente o potenziale cliente di un avvocato, ammetti di non capirci un cazzo. Sarà bellissimo e ti darà un vantaggio enorme sugli avversari già in partenza.

Tornando a noi, come si potrebbe fare a svuotare il vaso delle cazzate via posta elettronica?

Bisognerebbe che rispondessi ad ogni mail scrivendo un libro intero.

E nemmeno in quel caso probabilmente funzionerebbe.

In questi casi, prendo in mano il telefono. A volte uso la mail, ma solo per dire alla mia assistente di convocare in studio il cliente perché «gli devo parlare». E gli devo parlare quando il telefono purtroppo so già che sarebbe inutile.

Spesso comunque per rispondere ad una mail, se voglio concludere, prendo il telefono.

Certo, bisogna evitare di essere interrotti o disturbati. Questa mattina, ad esempio, ho fatto una mediazione di coppia in una sessione di due ore e mezza. Purtroppo, durante questa sessione, non ho potuto rispondere al telefono. In questi casi, devo la mia completa attenzione alle persone che l’hanno acquistata. Nè più né meno, that simple.

Però ho un’assistente che risponde per me e che può dire quando uno può richiamare e comunque segnarmi chi ha chiamato in modo che possa richiamarlo io.

Insomma, bisogna trovare altri sistemi perché questo vespaio di bigliettini scritti da gente che non sa scrivere o non capisce quel che sta scrivendo per gente che ha poca voglia (e ne ha poca per forza, perché ne riceve troppi) di leggere non va bene.

Conclusioni.

La mail può andare bene per alcune limitate cose da mandare per iscritto.

Se un cliente mi chiede un preventivo glielo mando per posta elettronica, se vuole anche via pec e con firma digitale. Alè. Le vecchie «formalità». Ti posso mandare in allegato un file Word – definitivo, peraltro, che se fosse un file su cui lavorare sarebbe ad esempio molto meglio usare google documents, modificare sempre lo stesso documento on line senza andare avanti e indietro con le varie versioni di un medesimo documento con alto rischio di fare confusione.

Dunque, niente di tranchant, la mail è anche utile, ma personalmente l’ho ridimensionata molto, col telefono risolvo molto di più.

Diciamo che è un investimento maggiore di tempo, energia e frammentazione della tua giornata, ma che spesso ripaga.

Il mio primo consiglio come mediatore alle coppie di separati che si insultano via chat (se pensate che siano solo due coglioni a farlo, sappiate che è un errore: lo fanno tutti e, quando dico tutti, intendo proprio tutti) è di smettere di comunicare per iscritto e usare solo il telefono. Funziona alla grandissima.

Ci costruiamo una vita perfetta per non essere interrotti e poi non sappiamo bene che cazzo fare perché rimaniamo frammentati, nonostante la mancanza di interruzioni.

La realtà è probabilmente che anche qui è questione di cicli, c’è un tempo per chiudere tutto e fare meditazione ad esempio e un tempo per immergersi nel fragore disordinato del lavoro e della vita.

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Insegnante denigra indirettamente mio figlio: che fare?

Ieri 9.2.18 una professoressa di scuola media, durante l’incontro di scuola-famiglia, ha comunicato ad una madre di un alunno di vietare l’uscita (extrascolastico) insieme a mio figlio, perché a dire da lei, mio se frequenta mio figlio il rendimento scolastico del figlio della signora calerebbe.
E’ normale che una prof. puo’ dire queste cose?
Nel frattempo mio figlio ha avuto un calo psicologico;
come posso fare per denunciare (prof. e\o scuola) in base a che norma?

Se ho capito bene, una insegnante ha detto ad un genitore che sarebbe preferibile, per quel genitore, che suo figlio non frequentasse, al di fuori della scuola, il tuo, in quanto tuo figlio avrebbe sul primo un’influenza negativa.

Se così stanno le cose, ti sorprenderà moltissimo sapere che non esiste una norma specifica che vieta una condotta del genere, cioè agli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado di dire che determinate frequentazioni sono nocive per il rendimento scolastico.

Su un piano più generale, bisognerebbe vedere se disposizioni di respiro più ampio potrebbero interessare una condotta del genere, ma, prima ancora di vedere questo, bisognerebbe capire quali sarebbero, in ipotesi, le possibilità di dimostrare una condotta come questa.

Ovviamente i colloqui degli insegnanti con i genitori non sono registrati e si svolgono in forma esclusivamente orale, per cui ci sarebbe, sempre in ipotesi, solo la eventuale testimonianza di questa mamma, che, come tale, specialmente di fronte ad una versione più o meno diversa da parte della docente, non avrebbe poi così tanta forza.

Quand’anche, poi, una condotta del genere fosse considerabile illecita in base a qualche disposizione, ci sarebbe da valutare l’esistenza di possibili scriminanti connesse all’esercizio dei diritti e doveri da parte dell’insegnante in questione. Magari questa insegnante ha semplicemente spronato o invitato il figlio di questa signora a fare gruppo o studiare con altri studenti che forse possono aiutarlo più di quello che potrebbe fare tuo figlio, considerati i rispettivi rendimenti.

Valutazioni ad esempio di questo tipo, se espresse con modalità corrette, mi sembrano abbastanza connesse con l’esercizio dei doveri dell’insegnamento e sono fatte quotidianamente da tutti gli insegnanti in ogni tipo di scuola per il bene degli studenti e sembrano, pertanto, in ultima analisi del tutto legittime.

Per quanto riguarda il «calo psicologico» subito da tuo figlio, non so se lo stesso sia da te riconnesso al fatto che il figlio di questa signora abbia smesso di frequentarlo o al fatto di essere stato considerato un’influenza negativa. Nel primo caso, mancherebbe il nesso causale con la condotta dell’insegnante dal momento che si tratterebbe pur sempre di una decisione autonoma dello studente e/o della sua famiglia, nel secondo caso c’è stato qualcuno che ha – ugualmente sempre senza responsabilità dell’insegnante – divulgato una considerazione che in origine era privata e tale avrebbe dovuto rimanere.

A livello legale, ma anche strategico e di opportunità, secondo me non ti conviene aprire una vertenza su una cosa come questa.

Detto questo, però comprendo anche che rimane, in tuo figlio e nella vostra famiglia, una amarezza di fondo derivante dall’essersi sentiti in qualche modo denigrati, cui magari si può tentare di rimediare con strumenti alternativi quali la mediazione o la trattativa stragiudiziale, che consentano, più che di piantare una lite, di ottenere un chiarimento.

Più di una lettera di doglianze da parte di un avvocato alla scuola, che avrebbe se non altro il valore di far sapere a tuo figlio che la sua famiglia crede in lui ed è disposto a tutelarlo quando opportuno, non mi sentirei insomma di fare o consigliare. Certo, poi dipenderebbe dalla risposta della scuola.

Se vuoi assistenza da parte nostra per questo, e quindi per formulare ed inviare una lettera del genere, puoi fare clic, per maggiori informazioni, sulla pagina per l’acquisto di una «consulenza».