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Portare un figlio all’estero: ricorso o mediazione familiare.

sono mamma di un bimbo di 15 mesi, in procinto a separarmi dal padre. Attualmente sono borsista di dottorato in italia ma mi è stato offerto un trasferimento in america (in una città dove ho vissuto precedentemente presso una famiglia che mi darebbe sostegno) con la possibilità poi di continuare la carriera lì e avere uno stipendio 5 volte superiore a quello mediamente riscontrato qui in italia (inoltre qui in Italia è praticamente impossibile che io riesca a trovare il medesimo lavoro e quindi progredire nel mio campo). I miei genitori inoltre verrebbero ogni anno per qualche mese per aiutarmi. Il padre attualmente è restio al mio trasferimento con il piccolo, quante sono le possibilità che questo mio progetto vada in porto? Come devo muovermi?

Hai due possibili approcci per gestire una situazione del genere, che, almeno in parte, possono essere utilizzati anche contemporaneamente e in parallelo.

Il primo è quello tradizionale dell’utilizzo degli strumenti legali «tipici» e consiste nel fare ricorso alla magistratura, che sarà congiunto se, in qualche modo, il padre dovesse convincersi, con conseguente regolamentazione completa dell’affido, oppure contenzioso.

Con un ricorso di tipo contenzioso chiederesti al giudice di autorizzarti a portare stabilmente all’estero tuo figlio nonostante il dissenso del padre.

Il secondo approccio è quello di utilizzare la mediazione familiare. Con la mediazione, si crea un contenitore di dialogo in cui il problema può essere affrontato appunto cercando di raggiungere un accordo con l’altro genitore interessato.

Lo svantaggio del primo approccio è quello di essere sicuramente abbastanza più costoso. Per contro, è l’unica scelta che avresti se, ad esempio, non ci fosse verso di far partecipare il padre di tuo figlio ad un percorso di mediazione familiare.

Il secondo metodo è sicuramente preferibile per molti versi, però richiede più pazienza e, sotto certi versi, anche tempo. Ma questo investimento di pazienza e tempo può dare frutti molto ricchi e interessanti, perché le condizioni che scaturiscono dalla mediazione familiare sono poi molto più rispettate, nelle famiglie disgregate, rispetto a quelle imposte da un tribunale – proprio perché concordate, sia pur a volte faticosamente, tra i genitori.

Ti consiglio di rivolgerti ad un avvocato che, come noi, sia anche mediatore familiare per tentare, in prima battuta, di avviare il «contenitore» della mediazione familiare, per poi vedere se possibile praticare questo approccio ovvero, in caso negativo, procedere con l’altro, di tipo più tradizionale giudiziale, che può passare attraverso una trattativa con un altro avvocato – un processo purtroppo molto più «ingessato» della mediazione – e, eventualmente, nel deposito di un ricorso per ottenere dal giudice quell’autorizzazione che il tuo ex compagno non ti vuole concedere spontaneamente.

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Le radici dei conflitti sono sempre emotive.

Ho acquistato casa all’asta prima del matrimonio per un importo di € 170,000. Io e mia moglie siamo in regime di comunione dei beni e non abbiamo figli . La casa è intestata solo a me ( a causa di un errore dell’avvocato che ci ha seguito durante l’asta ) , però la mia fidanzata e ora attuale moglie, ha contributo all’epoca col 25% ( avevamo in totale io e lei un importo cash disponibile di € 120,000 e quindi mia moglie ha ” messo ” circa €30,000 ) . Poi sia prima e dopo il matrimonio abbiamo estinto il mutuo pagandolo insieme attraverso conto corrente bancario cointestato. Domanda: fin dal primo momento ho rilasciato nelle mani di mia moglie una mia dichiarazione scritta di pugno su cui dichiaravo che la casa era stata acquistata anche col contributo economico di mia moglie , ma a lei ora non basta più …Lei dice ” non si sa mai nella vita … ” , e di poter aver una carta scritta ufficiale su cui si evince il suo diritto sulla proprietà (anche per poter cautelare, in futuro, qualche suo famigliare in difficoltà economica). Cosa conviene fare ? Mi aiuti perchè sono molto deluso da questa mancanza di fiducia. Non negherei mai, anche in un caso lontanamente ipotetico di separazione/divorzio, quanto da lei dovuto economicamente

Direi che nella tua situazione, come spesso accade in quelle che riguardano la famiglia, ci siano due aspetti che concorrono: quello patrimoniale, relativo alla tutela economica di tutti i protagonisti della vicenda, e quello personale, relativo alla fiducia e all’investimento nella coppia.

Per cose di questo tipo, a mio modo di vedere le soluzioni non possono essere trovate in prima battuta in strumenti giuridici, come fare un documento ancora più «ufficiale» o addirittura un rogito o donazione di passaggio di una quota di comproprietà – che comporterebbe anche delle spese per tasse, notaio, geometra, ecc..

Lo strumento da utilizzare a mio giudizio è la mediazione familiare, che consente ai coniugi di potere avere un chiarimento delle rispettive posizioni, o meglio potremmo dire emozioni a riguardo, che è la prima cosa di cui hanno bisogno.

Da un lato, infatti, tu sei molto deluso da quella che percepisci come una mancanza di fiducia di tua moglie nei tuoi confronti.

Tua moglie, dal suo lato, ha comunque qualcosa che non la soddisfa a livello emotivo e che – attenzione! – non è affatto detto che venga poi soddisfatta anche facendo le cose che sembra richiedere come un altro documento ufficiale o un rogito.

Una cosa che va detta, e che è molto importante, è che può benissimo darsi che queste emozioni, questo vostro punto di vista sulla situazione, siano, se guardati da un punto di vista razionale, anche «sbagliati» e cioè privi di motivi per sussistere in realtà.

Da un certo punto di vista, è normale che un coniuge si fidi di noi ma non fino in fondo, specie in questioni patrimoniali, quindi sembrerebbe sbagliato adontarsene, però …

Però non bisogna cadere nell’errore di pensare che davvero le nostre emozioni siano «sbagliate» e finire con il giudicarci. Delle nostre emozioni dobbiamo solo prendere atto, anche quando sono paradossali o quando, se usassimo la mente razionale, potremmo valutarle come inadeguate o «ingiuste».

Prendendo atto che ci sono questi disagi reciproci, la cosa migliore è, senza appunto giudicare né noi stessi né il nostro coniuge, andare a parlarne, a partire proprio dalle emozioni (un giorno sul blog farò un post in cui spiegherò la comunicazione emotiva), davanti ad un mediatore familiare.

Da questi colloqui scaturirà un chiarimento, che sarà poi utile per capire anche cosa eventualmente fare a livello giuridico legale, sempre che, una volta chiariti, i coniugi desiderino ancora fare qualcosa, che, a quel punto, verrà fatto con molta maggiore serenità e consapevolezza, come un ennesimo investimento sulla coppia.

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Bambina e nuovo compagno: il padre può vietarlo?

sono separata legalmente dal 05/12 (in realtà da Giugno 2017). Ho un compagno da Luglio 2017.Ho una bimba di 3 anni. ho accettato il divieto da lui imposto che fino al 28/02 la mia bimba non dovesse vedere altri uomini diversi dal padre in casa mia. Gradualmente e fuori dall’ambiente familiare la mia bimba ha conosciuto il mio compagno e si trova bene, gioca insieme a lui, e non sembra provare malessere. La vedo serena. Inoltre il mio compagno è entrato nella mia famiglia e quindi capita di essere a cena tutti insieme con bimba e i miei. Il padre potrebbe ostacolare una possibile mia nuova convivenza togliendomi l’affidamento (ora abbiamo affid. condiviso, collocamento preferenz. presso di me e lui la vede mart e giov dalle 19.30 con pernottamente + weekend alternati da sab matt a dom sera). Se si, in base a cosa un giudice decide per il divieto di frequentazione del nuovo compagno della madre? Dovrebbero intervenire gli ass. sociali per valutare la cosa?

Non mi pare che possa accadere una cosa del genere, anche se il perno del discorso rimane sempre l’interesse dei minori.

È comunque una valutazione che in prima battuta sarebbe lasciata al padre. Al momento, infatti, c’è un titolo che regola la vostra separazione, dove peraltro l’ingresso di nuove figure presso i vostri figli è espressamente regolato.

Per poter chiedere modificazioni (modifica condizioni) a questo titolo – sarebbe importante sapere, tra l’altro, se si tratta di una soluzione consensuale o di un provvedimento del tribunale reso in una separazione giudiziale, anche se sembra più la prima – il padre dovrebbe pensare, e successivamente dimostrare, che il nuovo compagno, per sue caratteristiche, può essere nocivo per vostra figlia.

Il ricorso alle assistenti sociali mi sembra un po’ esagerato.

Piuttosto sarebbe bene che tu e il padre della bambina iniziaste un percorso di mediazione familiare, dove tutti questi aspetti potrebbero essere affrontati dialogando, per quanto difficile possa essere.

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Affido esclusivo: cosa fare per averlo?

Sono separata (da convivenza) da 2 anni, io e il mio ex al tempo siamo andati da un legale per stabilire i termini dell’affidamento: condiviso, lui avrebbe dovuto versarmi un tot al mese, e il bambino residente da me. Di fatto non ha mai versato nulla, quest’anno ha trattenuto gli assegni familiari fingendo che l’INPS non glieli avesse versati. Non è disponibile a lasciarmi la detrazione del 100%. Per due anni consecutivi (fatta eccezione per gli ultimi 2 mesi di”tranquillità verbale” dovuta forse alla nuova convivenza in corso), mi ha insultata e minacciata sempre davanti al bambino. e’ totalmente negligente. Ho contattato centri antiviolenza, carabinieri, nulla. Ora mi sono rivolta a un legale per l’affidamento esclusivo, visto che mi mette i bastoni fra le ruote in qualunque cosa (ex, firma passaporto) ma mi è stato detto che è improbabile ottenerlo per questi motivi. Davvero è così?

È una valutazione che non si può fare in generale, ma solo in relazione alla situazione concreta sulla quale bisogna agire, sia per quelli che sono i fatti che la compongono sia per come questi fatti sono stati documentati.

Comunque, la richiesta di affido esclusivo deve godere di buone basi legali, anche perché il codice prevede che, in caso non venga accolta una richiesta di affido esclusivo, il giudice possa tenerne conto nella regolamentazione dell’affido, con la conseguenza che c’è il rischio che una richiesta di questo genere, se non accolta, possa ritorcersi addirittura contro chi l’ha avanzata.

L’affidamento esclusivo, in linea generale, determina una concentrazione della responsabilità genitoriale in capo al genitore a cui favore è disposto, con tendenziale esclusione dell’altro ed ha poco a che fare, nonostante ciò che si ritiene comunemente, con i tempi di permanenza del figlio presso ciascun genitore o con la sua collocazione, anche se ovviamente questi due aspetti sono destinati in qualche modo ad essere collegati, dal momento che difficilmente si potrebbe pensare, ad esempio, ad una collocazione prevalente presso il genitore che non ha l’affido.

Nel tuo caso, dal momento che l’esercizio da parte tua della responsabilità genitoriale è stato ostacolato in diverse occasioni, in linea di principio i presupposti per l’affidamento esclusivo a tuo favore potrebbero anche esserci, ma vanno fatte alcune precisazioni.

Innanzitutto, bisogna vedere se le difficoltà che il padre ha opposto ai tuoi atti di gestione in tema di ad esempio firma passaporto hanno una minima base logica e pertinenza con la tutela del minore o se invece si è trattato di meri atti di ostruzionismo o veri e propri dispetti.

Detto questo, bisogna poi anche vedere come questi atteggiamenti del padre sono stati volta per volta documentati. Ad esempio, hai fatto, in ogni occasione, una breve contestazione scritta? Basta, a questo riguardo, anche una mail, ma qualcosina bisogna pur averlo, altrimenti ti ritrovi adesso a descrivere il comportamento mantenuto dal tuo ex marito negli ultimi due anni senza avere un minimo di documento a supporto e questa può essere la difficoltà principale per ottenere l’affido esclusivo.

In tutto questo, non abbiamo parlato di mediazione familiare, che è uno strumento meraviglioso con il quale si ottengono molti più risultati, e molto più duraturi, di quanto non avvenga tramite spesso il ricorso alla magistratura. Ti suggerirei di valutare anche questa eventualità.

Ti consiglio quindi di chiedere una valutazione precisa di fattibilità della tua richiesta al tuo avvocato. Se vuoi un secondo parere, puoi richiederlo acquistando una consulenza. Per la mediazione familiare, noi siamo anche mediatori, ma probabilmente è meglio per te trovarne uno nella tua zona.

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Comunione con mio fratello di una casa: come uscirne

Ho il 33% di immobile mentre mio fratello il 66% (ho fatto rinuncia all’eredita Di mio padre per debiti) . Mio fratello ha residenza ma non il domicilio, mentre io no (abito in un altro indirizzo). Lui non paga niente. Ha la posta intasata di atti giudiziari e multe. Non paga le immondizie ecc. dice che paga e lavora in nero, il suo denaro è gestito da una banca su internet e manda tutto all’estero, voglio togliermi da quell’immobile come fare? Ho pagato un avvocato che dopo lettere su lettere e firme, mio fratello straccia le lettere dell’avvocato.

È un problema comunque, di cui abbiamo parlato davvero tante volte, per cui, al di là di quello che diremo qui, ti invito anche a fare una ricerca tra i vecchi post, in modo da avere magari la possibilità di leggere altre considerazioni e avere altri angoli visuali.

Molto semplicemente, si tratta di una situazione di comunione ereditaria che determina, con il suo permanere, diversi problemi connessi al fatto che uno dei comproprietari, non avendo probabilmente nulla da perdere, non si interessa in alcun modo della gestione e anzi determina con il suo comportamento difficoltà in coloro che pure se ne vorrebbero occupare.

In astratto hai due possibilità di azione.

La prima sarebbe svendere la tua quota del 33% ad una persona disposta ad acquistarla sul mercato. Ovviamente, questa persona dovrà essere poi disponibile a promuovere tutte le pratiche che saranno necessarie per risolvere, in qualsiasi modo, la situazione con tuo fratello. Ovviamente, è difficile trovare un soggetto del genere, anche se non impossibile.

La seconda possibilità è coltivare tu personalmente questa posizione per arrivare ad una soluzione, che può essere delle più diverse:
– tu acquisti la quota di tuo fratello e lo liquidi, dopodiché tieni o vendi la casa;
– tuo fratello acquista la tua quota;
– regali a tuo fratello anche la tua quota
– ecc. ecc..

Per fare tutte queste cose, relative alla seconda possibilità, devi tuttavia riuscire ad instaurare un dialogo costruttivo con tuo fratello, cosa per la quale è più adatto, ad esempio, un mediatore familiare che un avvocato a mio giudizio.

Quindi il consiglio sarebbe per me quello di incaricare un mediatore familiare di provare ad intervenire nella situazione. Se vuoi ovviamente un preventivo da noi, siamo a disposizione, è sufficiente compilare il modulo che trovi in alto nel blog.

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Educazione dei figli e norme di legge: cosa prevale?

cosa dispone la legge se il figlio maggiorenne non può dimostrare la serietà dei propri progetti di vita professionale in quanto il presupposto di partenza è che non debba esserci, a monte e secondo i genitori, alcuna pretesa di mantenimento universitario poiché sarebbe responsabilità del figlio e non del genitore? Mi spiego: cosa dispone la legge se l’humus culturale dei genitori si fonda sull’idea che i figli a 18 debbano andare via da casa sebbene studenti liceali ed universitari eccellenti ? Un principio educativo, cioè, può sopravanzare il diritto al mantenimento e all’istruzione del maggiorenne, laddove il figlio si sia diplomato con il massimo dei voti e presenti una media altissima agli esami, ma proceda lentamente poichè costretto a lavorare per sostenersi, in quanto “colpevole” per aver accampato la “pretesa”? Può il figlio essere obbligato ad abbandonare gli studi poiché messo continuamente in difficoltà economica e per scelta genitoriale?

Così non si capisce quasi niente.

Come ho detto dozzine di volte, quando si pone una domanda ad un professionista, che sia un avvocato, un notaio, ma anche un medico, un geometra o qualsiasi altro, bisogna limitarsi ad esporre i fatti, e il problema relativo (cioè quello che, di questi fatti, non ti va bene), lasciando qualsiasi valutazione più generale a lui. Nessuno entra dal dottore pretendendo di fare disquisizioni sulla scienza medica, ma si limita a dire dove gli fa male, quali sono i sintomi, e cosa vorrebbe cambiare della sua situazione.

Considerate le difficoltà anche solo di articolare correttamente una domanda di questo genere, ti consiglierei di andare a parlare con un avvocato di persona, acquistando una consulenza.

In generale, si può solo dire che la mentalità dei genitori è tutelata sino ad un certo punto, nel senso che qualora la stessa dovesse scontrarsi con i principi fondamentali della legislazione italiana e soprattutto della costituzione, che contiene regole significative in materia di filiazione, così come anche «lette» dalla giurisprudenza costituzionale, ebbene in quel caso sarebbero ovviamente prevalenti le disposizioni di legge, anche per l’interesse generale a che la società venga condotta con una certa omogeneità, sia pure nel pluralismo generalmente concesso alla popolazione.

Ovviamente, come è stato giustamente detto, per il governo della famiglia e dei figli il diritto è uno strumento molto limitato, per cui si devono valutare strumenti di intervento diversi come la mediazione e il ricorso ai servizi sociali, se del caso.

Come accennato, ti consiglio di andare a parlarne appena puoi con un bravo avvocato sensibile alle tematiche familiari e in grado di padroneggiare strumenti alternativi come quelli che ti ho indicato e magari altri.

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Mediazione all’americana se volete davvero risolvere.

Ultimamente, nella mia attività di mediatore, sia familiare che civile, mi sto sempre più convincendo che gli interventi più efficaci sono quelli «all’americana», quelli cioè dove, anziché fare un percorso di sedute, ad esempio incontri di un’oretta una volta alla settimana oppure ogni 15 giorni, ci si trova un giorno, in cui ci si è tenuti liberi appunto per tutto il giorno, alle otto o alle nove del mattino e si va avanti finché non si è trovata una soluzione. Se, alla fine della giornata, non si è arrivati ad una conclusione definitiva, si prenota presto un’altra giornata, ma non dopo una settimana o due, dopo due, massimo tre giorni.

Purtroppo, in molte situazioni, in molti problemi legali, fare incontri di un’ora a settimana è come ricomporre una frattura ad una persona senza però fargli il gesso: dopo poco la frattura si torna a scomporre. Che senso ha all’incontro successivo di nuovo ricomporgliela senza, di nuovo, fargli il gesso?

Le situazioni che arrivano nel mio studio – che assomiglia sempre di più ad una casa dove c’è dentro uno che ascolta – si trascinano da anni col metodo tradizionale di affrontare i problemi legali (a colpi, cioè, di iniziative giudiziarie), metodo che spesso conduce a bruciare ricchezza per il solo vantaggio della lite in sé, determinando danni considerevoli per tutti i protagonisti della vertenza e per i loro figli, cui quelle risorse sarebbero andate se non fossero state vanificate.

Oggigiorno, l’accesso delle persone alla mediazione è paradossalmente ostacolato proprio dalla maggiore disponibilità di mezzi di cui dispongono le persone (prima di rovinarsi, ovviamente). Perché andare in mediazione quando possiamo pagare bravi e costosi avvocati? Quanto è tragico rispondere in modo sbagliato a questa domanda. In 22 anni di esercizio della professione noto che le persone prive di mezzi riescono a risolvere velocemente le loro questioni, senza trascinarsi per anni in liti che impoveriscono e logorano sia a livello economico che mentale ed emotivo.

In molti casi, la ricchezza brucia se stessa. Fa impressione, è paradossale, ma io lo vedo quasi tutti i giorni.

Ci vuole un approccio nuovo, ci vuole la modestia delle persone di ammettere «Sono 10, 20 anni che sto facendo cazzate, forse ho sbagliato tutto, proviamo un approccio diverso».

Altrimenti i problemi non si risolveranno davvero mai, non si può – partiamo da questo! – risolvere tutto a colpi di sentenze. Sarà poco verosimile ma è così, un minimo di cooperazione e dialogo bisogna assolutamente mantenerlo e/o ricostruirlo, un giudice non può affatto darvi e non vi darà mai le risposte che non riuscite a trovare da soli, un giudice è solo un burocrate in fondo…

Tutto ciò è verissimo nelle questioni di famiglia classiche, come separazione, divorzio, affido, ma non è meno vero in tutte le altre, dove c’è sempre un fatto umano alla base del conflitto, spesso sempre annidato all’interno di una famiglia o comunque di una parentela.

Vi prego di credermi. Non parlo per sentito dire, parlo perché sono 22 anni che vedo questi scempi.

È solo dal vostro cuore che può partire la soluzione.

Per maggiori informazioni, lasciate un commento oppure scrivetemi dalla pagina dei contatti.

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Recuperare la casa familiare: si può solo negoziare

mi sono appena separato, non siamo sposati ma abbiamo due bambine. Abbiamo comprato casa di 193 mila euro. Io ho venduto una mia casa mettendo 114 mila euro subito (documentabile) la mia ex 10 mila euro tramite mutuo mensile. Attualmente è stata data a lei la casa e i giudici hanno suddiviso il mutuo di 400 euro mensili, 200 io e 200 la mia ex. I giudici consigliano di derimere la situazione della casa ma la ex non accetta nulla, vendere, acquistare la quota ecc e rifiuta la mediazione. La banca sarebbe anche disposta a bloccare il mutuo per un anno ma la ex non vuole. Io non so più cosa fare, vivo in affitto e adesso cambierò casa, più grande, e non ho più i soldi per pagare il mutuo. Cosa posso fare?

Non c’è molto che tu possa fare «d’imperio», è una situazione che, come abbiamo detto ormai dozzine di volte, puoi affrontare solo negozialmente, cioè trattando con la tua ex.

La casa familiare, attualmente, a prescindere dal titolo di proprietà e da chi l’ha pagata, è stata destinata dai giudici a servire le tue due figlie. Questa situazione perdurerà finché entrambe le stesse non saranno non solo maggiorenni ma anche autosufficienti, quindi, se sono ancora piccole, potenzialmente per altri vent’anni.

Per poter trovare una soluzione che ti consenta di recuperare valore spendibile per una tua abitazione, puoi solo negoziare con la tua ex, dal momento che la legge è dalla sua parte e le conferisce il diritto di abitare gratuitamente in quella abitazione per il tempo di cui abbiamo detto.

Per fare questa trattativa, può essere molto utile, ad esempio, andare da un mediatore familiare.

Per cui, come primo passo in assoluto, ti consiglio di rivolgerti ad un mediatore familiare e mandarle un invito a partecipare alle sedute di mediazione.

Se questo non dovesse funzionare, o non dovesse magari neppure iniziare, ci sono altre cose che si possono tentare, ma si possono vedere solo in seguito.

Fatti seguire da un bravo avvocato, esperto di diritto di famiglia e con spiccata propensione alla negoziazione: il contrario del legale «aggressivo» che le persone, che non hanno capito niente di come si gestiscono i problemi legali, si solito cercano.

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Madre vuol portare figli in Calabria: è sottrazione di minore?

con mia moglie siamo in attesa di separazione, io non ho reddito, la separazione sarà con adebito verso di lei, ma i lproblema che ho adesso è che so attraverso i figli , che lei li porterà in ferie una settimana in calabria senza averlo concordato con me? può farlo ? io la vorrei denunciare nel caso per sottrazione di minori, 11 e 5 anni

Cosa significa, intanto, «in attesa di separazione»? Questa è un’espressione molto generica che può riferirsi a molte condizioni, mentre invece la differenza è molto rilevante.

Può essere ad esempio che si sia solo in una fase di trattativa, tipicamente volta a vedere se ci sono le condizioni per una soluzione consensuale. Oppure può voler dire che c’è già un procedimento di separazione, che può essere consensuale, magari in attesa della prima udienza, oppure ancora in attesa del decreto di omologa, oppure giudiziale, in qualsiasi fase della stessa e cioè attesa della prima udienza, attesa della sentenza di merito dopo i provvedimenti presidenziali e così via.

Così, insomma, non si capisce niente purtroppo.

Quando invece, per capire come muoversi di fronte ad un problema del genere, la cosa più importante sarebbe proprio capire in che situazione, anche a livello giudiziario, si trova la coppia. Perché, ad esempio, se c’è un procedimento in corso, ogni questione a riguardo va rimessa al giudice dello stesso, con molta maggior facilità, pertanto, del caso in cui non c’è ancora nulla di pendente.

Ovviamente, denunciare un genitore per «sottrazione di minori» è, a mio giudizio, pura fantascienza, se parliamo di andare una settimana in Calabria. Si tratta semplicemente di una divergenza sull’esercizio della responsabilità genitoriale.

A livello giudiziario, lo strumento sarebbe quello del ricorso ex art. 709 ter cod. proc. civ., ma per una cosa del genere mi sembrerebbe davvero esagerato.

Il mio consiglio, pertanto, è quello di invitare tua moglie a presentarsi insieme a te da un mediatore familiare per discutere della situazione. Poi ci sono tanti altri passi successivi da fare, ma si possono valutare solo una volta che si sarà visto come è andato il percorso di mediazione familiare o l’invito stesso.

Cerca, comunque, di farti assistere prima possibile anche da un bravo avvocato, che possa consigliarti in questa e in tutte le altre fasi delicate della separazione.