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come fare il contratto con il consulente informatico

Approfondiamo il contratto che si deve fare con il consulente che, a differenza di quello relativo all’hosting, può sempre essere negoziato e visto nei suoi aspetti particolari. Il contratto di consulenza è un normale contratto d’opera, o appalto per i casi più complessi, con il quale verso un corrispettivo si richiedono prestazioni, spesso di carattere misto di servizi e fornitura di materiale. Si possono vedere gli aspetti e le clausole più importanti dello stesso, in modo che ognuno possa poi apportare le variazioni che ritiene più opportune rispetto al modulo standard.

Il primo aspetto fondamentale è naturalmente l’oggetto del contratto. Il cliente, dal suo lato, dovrà indicare con precisione per quali macchine, anche remote, o servizi richiede la consulenza del professionista, perchè tutte le esigenze non indicate resteranno poi “fuori” dal contratto e quindi saranno poi fatturate a parte. Vale la pena quindi cercare di pensare bene a quello di cui si ha bisogno e indicarlo nell’oggetto, naturalmente concordandolo con il proprio tecnico. Per le parti relative all’hardware da seguire, è preferibile indicare con precisione le macchine, sia quelle locali che quelle remote prese in hosting.

Il secondo aspetto è quello relativo alle prestazioni che deve fornire il consulente. Queste sono di solito definite genericamente facendo riferimento a tutto ciò che è necessario per gestire una determinata macchina o raggiungere determinate esigenze. La definizione generica va bene e può essere lasciata così, quello che va precisato invece con maggior cura sono i “termini del servizio” e cioè ad esempio entro quanto tempo dal verificarsi di un inconveniente il tecnico è tenuto ad intervenire o a fornire una risposta. Questi termini vanno specificati in ore e giorni entro cui il tecnico è impegnato ad intervenire dopo che il problema è stato segnalato. Nel modello da noi proposto i termini, ad esempio, sono di 2 giorni in caso di problemi hardware, con la possibilità di richiedere fino a tre interventi di emergenza all’anno, che verranno eseguiti entro 5 ore dalla segnalazione, sempre che si rientri nel normale orario di lavoro. Come si può vedere, si tratta di aspetti dettagliati che vale la pena di definire con precisione. Se, ad esempio, si rompe un hard disk ed è necessario ripristinare i dati dal backup è importante sapere entro quanto tempo il tecnico è tenuto ad intervenire, perchè se si tratta ad esempio di due giorni si è destinati a rimanere senza dati per tutto questo tempo. Quindi è fondamentale anche avere la possibilità di richiedere un intervento urgente, se i dati sono critici il suggerimento è quello di negoziare più interventi di urgenza all’anno, ad esempio cinque o magari dieci, al posto dei tre “di base”. Sempre relativamente ai termini di servizio, è bene farsi indicare dal consulente, riportandoli nel contratto, i recapiti ai quali inviare le richieste di assistenza, tra cui naturalmente la casella di posta elettronica e, quando possibile, l’utenza cellulare. Il consulente dal canto suo di solito sarà disponibile esclusivamente durante i giorni lavorativi e nella fascia oraria predefinita, anche questi aspetti tuttavia si possono modulare in base alle proprie esigenze.

Solitamente, i contratti di consulenza definiscono anche un minimo periodo, in percentuale, di accesso garantito all’insieme dei servizi oggetto del contratto, solitamente il 98-99% del periodo annuale. Questo è un aspetto molto importante che obbliga il consulente ad intervenire per garantire il tempo di uptime anche al di là del numero minimo di interventi concordati, dal momento che se il tempo effettivo scendesse al di sotto del concordato sarebbe inadempiente. Quindi prevedere un tempo minimo di uptime è una buona “valvola di sicurezza” per l’utente. Naturalmente bisogna poi capire bene a che cosa si riferisce l’uptime. Se il cliente è interessato a che il proprio sito web sia sempre attivo e raggiungibile, ma lo stesso si trova in hosting presso un fornitore estero, quasi sempre statunitense, il consulente italiano non è responsabile del downtime che si dovesse verificare per colpa del fornitore dell’hosting, dal momento che se il server diventa irraggiungibile diventa anche impossibile per lui metterci le mani. Di solito al riguardo si definiscono una serie di esclusioni, con riferimento ad ipotesi abbastanza tipiche tra cui ad esempio catastrofi naturali presso la sede dei dispositivi per i quali viene reso disponibile il servizio, attacchi informatici di tipo DDOS (distributed denial of service) o di altro tipo, guasti elettromeccanici ai dispositivi oggetti del contratto, problemi di routing tcp/ip verso i computer tramite i quali viene reso disponibile il servizio o comunque problemi di rete, problemi dovuti a interventi del cliente o comunque di altri fornitori che non hanno rispettato i termini del servizio. Relativamente a queste esclusioni, che riguardano fatti che non sono oggettivamente sotto il controllo del consulente, c’è poco da dire, solitamente si lasciano nel contratto variandole solo in relazione ad eventuali peculiarità della situazione stessa, ad esempio nel raro caso in cui il consulente fornisca anche l’hosting sarà anche responsabile del medesimo senza poter usufruire della relativa esclusione.

Per una buona gestione del sistema, è naturalmente necessario prevedere un sistema di backup periodici, per evitare che si possa arrivare a perdere dati senza la possibilità di ripristinarli. Questo è un punto abbastanza delicato perchè se la predisposizione del sistema di backup è una operazione abbastanza semplice e da compiersi una sola volta da parte del consulente, in molti casi poi però le richieste di ripristino dei dati sono molte. Ad esempio, il cliente può cambiare una pagina web e poi accorgersi che non gli piacciono le modifiche che ha introdotto e quindi volere ripristinare la versione precedente. Così può succedere per qualsiasi cosa, un documento, una immagine, o altro affidata al sistema gestito dal consulente. Naturalmente, il tecnico non può perdere tutto il suo tempo ad andare a ripescare files dagli archivi di backup, cosa che non è così immediata come si potrebbe pensare. Per cui solitamente si definiscono anche gli aspetti relativi al “monte interventi” soprattutto relativamente al recupero dei dati. Un buon esempio di clausola in materia è quella che definisce il numero massimo di interventi di recupero dai backup su base mensile, il numero di giorni per cui i backup devono essere conservati prima di essere sostituiti da copie più recenti, il tempo massimo entro cui il consulente deve mettere a disposizione i dati estratti dal backup una volta ricevuta la richiesta da parte del cliente.

Una volta definiti i contenuti fondamentali della consulenza, bisogna anche imprimere al contratto un termine di durata. Qui la cosa più consigliabile è quella solitamente di prevedere un termine più breve di quello annuale, come ad esempio tre mesi, naturalmente con la clausola di rinnovo automatico in caso di mancata disdetta inviata, poniamo, con un anticipo di 15 giorni rispetto alla scadenza trimestrale. Si tratta, infatti, di contratti basati sulla convenienza reciproca. Il cliente, da un lato, deve essere libero di rivolgersi altrove se non è soddisfatto, per qualsiasi motivo, dei servizi offerti dal consulente, che, tuttavia, deve aver valutato solitamente almeno per un periodo trimestrale prima di poter avere un adeguato metro di giudizio. Il consulente, dall’altro, difficilmente si può tenere “sotto contratto” per periodi più lunghi se il carico di lavoro necessario aumenta spropositatamente rispetto a quanto tratteggiato inizialmente. Quindi tanto vale definire un periodo breve di durata, tanto con il meccanismo di rinnovo automatico il contratto andrà poi avanti finchè vi sarà reciproca soddisfazione. Naturalmente, in caso di gravi inadempienze, sia dell’una che dell’altra parte, come in tutti i contratti, la parte adempiente potrà risolvere il contratto immediatamente, senza dover attendere la scadenza trimestrale o dare la disdetta.

In molti contratti di questo tipo, si trovano spesso clausole arbitrali, cioè clausole che prevedono che, in caso di problemi relativi al contratto, non ci si possa rivolgere alla magistratura ordinaria ma ad un arbitro o collegio di arbitri i quali avranno il compito di risolvere la controversia. Nonostante sia di gran modo, la nostra opinione al riguardo dell’arbitrato è assai negativa e quindi lo sconsigliamo, specialmente se il contratto è destinato a soddisfare le esigenze informatiche di un piccolo o medio studio professionale o azienda. E’ tutto da dimostrare, infatti, che l’arbitrato sia più veloce rispetto a quanto accade nei giudizio ordinari, inoltre esso è sicuramente molto più costoso, dal momento che, oltre al proprio avvocato, bisogna pagare anche gli arbitri, quindi in conclusione non pare adatto a questo tipo contrattuale. Per quanto riguarda la competenza del giudice ordinario in caso di controversie, è probabile che il consulente richieda l’approvazione di una clausola che prevede la competenza esclusiva del Tribunale del luogo in cui si trova la sua sede. Se questa è la stessa del cliente, non ci sono problemi, se invece è diversa e magari molto lontana, meglio cercare di eliminare questa clausola del contratto, o quantomeno togliere la qualificazione di competenza “esclusiva”, perchè in caso contrario significa dover trovarsi, in caso di problemi, a gestire una causa “fuori causa” con tutte le difficoltà e i maggiori costi del caso.

In conclusione, gli aspetti da valutare, e solitamente negoziabili, sono tantissimi. Partendo dallo schema di cui al contratto incluso nel dvd allegato alla rivista, si può pensare e definire bene le proprie esigenze, per poi proporne l’approvazione al consulente.

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collaborazione giornalistica non retribuita

Ho collaborato, senza contratto scritto, con una rivista, che mi ha promesso di pagare i miei articoli e le mie foto, poi non ho ricevuto nulla (Piero, via mail)

Siamo di fronte a un contratto di collaborazione giornalistica che non è stata retribuita come promesso, un fenomeno che purtroppo accade sempre più spesso specialmente in caso di case editrici appena nate o di piccole dimensioni che hanno problemi amministrativi e spesso anche finanziari.

Purtroppo, siamo in assenza di un contratto scritto, ma la collaborazione può essere molto semplicemente dimostrata attraverso la produzione degli articoli e delle foto pubblicate a proprio nome sulla rivista stessa.

Per ottenere il corrispettivo vantato, bisogna procedere ad un recupero credito. Non è possibile, tuttavia, presentare un ricorso per decreto ingiuntivo in quanto non ci sono fatture che attestino la collaborazione e si deve procedere con il giudizio ordinario, dal giudice di pace se l’importo è inferiore ai 2500€.

La prima strada che si consiglia è comunque quella di mandare una lettera di richiesta di pagamento. In questo modo viene sondato il terreno e si può verificare un’eventuale disponibilità di controparte ad addivenire ad un accordo satisfattivo per il cliente, ottenendo magari solo parte della somma, ma in tempi brevi e con spese ridotte. In caso di esito negativo occorre procedere con la citazione in giudizio che può portare all’ottenimento dell’intera somma, ma che ha esito incerto ed è sicuramente una strada più lunga da percorrere.

Per quanto riguarda il compenso del legale, trattandosi di un recupero credito si può anche scegliere il patto di quota lite e pagare l’avvocato con una percentuale sul ricavato, stabilita all’atto dell’apertura della pratica. La tutela gudiziaria, se presente, invece non aiuta, dal momento che, salvo che non si sia corrisposto l’apposito sovrappremio, i recuperi crediti non sono coperti.

(con la collaborazione di Emanuele Roli)

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le spese legali determinate dal giudice

Il giudice di appello in una causa del lavoro ha liquidato al legale gli onorari per il giudizio di primo grado e per quello di appello nella misura complessiva di euro 4.440. Premesso ciò si desidera conoscere se è corretta la ulteriore richiesta di euro 14.440 quale onorario da parte del legale che ha intascato gli importi degli onorari liquidati in sentenza di appello (Rossella, via mail).

In linea di principio, quando un giudice condanna una delle parti a rimborsare le spese legali subite dall’altra in una determinata misura, non determina anche il compenso spettante al legale delle parte vittoriosa. Il giudice stabilisce solo quale parte delle spese legali subite da una parte è giusto che l’altra rifonda, mentre il compenso spettante al legale viene determinato esclusivamente applicando le tariffe professionali vigenti all’attività compiuta.

Allo stato, non è pertanto possibile dare una risposta sulla congruità della parcella presentate, perchè non si conosce il numero e il tipo delle attività compiute dal legale nè il valore della causa che, nonostante sia stata giudicata dal magistrato del lavoro, può anche essere molto alto.

E’ comunque solo in base alle tariffe che va verificata la congruità del compenso richiesto e non in base al provvedimento del giudice che riguarda solo la ripartizione dell’onere delle spese tra le parti e non “liquida” invece gli onorari di avvocati, per la quale cosa, in caso di contestazione, sarà necessaria una causa a parte.

La consuetudine, in realtà, è spesso quella di farsi pagare dal cliente quasi sempre quello che viene previsto dal giudice, ma la cosa non è affatto obbligatoria e il legale ha sempre il diritto di richiedere quello che gli spetta a norma di tariffa. Naturalmente, per evitare qualsiasi problema di questo genere è opportuno stipulare un’assicurazione di tutela giudiziaria, che copre sempre e comunque l’eventuale differenza. Oppure sottoscrivere un regime tariffario diverso, come il forfettone.

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quando “ti fanno” superare il limite contrattuale di banda

Ho sottoscritto un contratto con un provider di spazio internet statunitense, praticamente ho preso un hosting per il mio sito di scambio di musica amatoriale. Come in tutti i contratti di questo tipo, c’è un limite di banda, cioè di uso massimo, che non abbiamo mai neanche sfiorato. Purtroppo però, a causa, pare, di un buco di sicurezza in una delle nostre pagine una notte sono stati scambiati centinaia di gigabyte di dati. Il provider ci ha mandato un conto, per superamento della banda, di oltre 2000 dollari. Abbiamo visto sulle FAQ del provider e dice che in questi casi loro dovrebbero avvertire i clienti o comunque rendere irraggiungibile il sito. Cosa possiamo fare? Tanto più che la nostra iniziativa è solo amatoriale, senza scopo di lucro (Daniele, via mail).

A mio giudizio, c’è un onere del provider quantomeno di avvertire subito l’utente nel momento in cui l’uso dello spazio subisce una impennata eccezionale, che è quasi sicuramente indice di un virus, un trojan o comunque un problema di sicurezza. Anzi, in tali casi, visto che non sempre il titolare del sito non è immediatamente raggiungibile, come nel caso del lettore dove il problema si è verificato quando in Italia era notte, probabilmente il provider dovrebbe direttamente chiudere il sito, sia per impedire che venga “consumata” della banda a caro prezzo, sia per impedire che il problema di sicurezza faccia più danni di quelli che ha fatto.
Su tutte le parti di un contratto grava, infatti, l’onere di comportarsi secondo buona fede, previsto dall’art. 1375 del codice civile italiano. Questo dovere di comportarsi secondo correttezza è comunque ripresosia pure in forme diverse, dalla legislazione di altri Stati, compresi gli USA. Comportarsi secondo buona fede significa fare tutto ciò che una persona corretta e di media diligenza farebbe nelle situazioni che mano a mano vengono a verificarsi durante l’esecuzione del contratto. In questo contesto, dunque, se il provider si accorge, e non può non accorgesene dal momento che dispone di software e altri strumenti che tengono costantemente sotto controllo l’utilizzo della banda internet, che è la sua principale risorsa, che vi è un “uso anomalo” della stessa, essendo un tecnico della materia deve capire che si tratta di un quasi certo problema di sicurezza, dal momento che questo è quello che avviene di solito. La correttezza in questi casi impone che quantomeno si informi il proprio cliente, nel modo più rapido possibile e quindi probabilmente per telefono, senza affidarsi alla posta elettronica che non si sa quando verrà letta. Probabilmente, inoltre, la correttezza richiesta al provider si spinge, qualora il cliente avvertito non provveda o comunque lo stesso non sia raggiungibile, fino a imporgli di chiudere temporaneamente il sito, dal momento che il problema in questione potrebbe avere effetti dannosi sia per il cliente stesso che per gli altri utenti del provider che per l’intera rete mondiale.
Naturalmente, sarebbe molto comodo per il provider lasciare che gli utenti superino allegramente i limiti di banda per poi mandargli a casa la fattura, ma questo non è considerato un comportamento corretto e la legge non può consentirlo. Alla base del contratto di fornitura di spazio, ci deve essere un equilibrato scambio tra un servizio e un corrispettivo, che non deve trasformarsi in una “spada di Damocle” per l’utente, sempre soggetto alla possibilità di ricevere fatture spropositate. Dal punto di vista giuridico, il problema è del tutto analogo a quello che si è verificato per quegli utenti di connessioni adsl a consumo, che dimenticavano acceso il modem e quindi rimanevano connessi anche oltre magari la mezzora che avevano utilizzato per navigare o per vedersi la posta, con la conseguenza che la loro bolletta telefonica lievitava improvvisamente, quasi sempre decuplicandosi rispetto alla media dei consumi precedenti. I giudici che si sono occupati di questi casi hanno ritenuto che il provider telefonico avrebbe dovuto avvertire l’utente di questa impennata anomala nei consumi, mettendolo in grado di provvedere, senza limitarsi a mandargli la bolletta astronomica e ad attenderne il pagamento ed hanno quindi riportato, con le loro sentenze, le bollette agli importi corrispondenti alla media di consumo dei mesi precedenti.
Tornando al caso del lettore, dunque, si può dire che egli può rifiutare di pagare quanto richiesto, illegittimamente, dal suo provider, tanto più che sono le condizioni generali di contratto, contenute nelle FAQ pubblicate sul sito, del provider stesso a prevedere l’obbligo di avvertire il cliente in caso di superamento della banda per e-mail. Non essendo mai stata nè spedita nè tantomeno ricevuta questa mail, il provider è in torto e la colpa del superamento di banda è anche sua, per cui non può richiedere ora un corrispettivo. Su tali basi, però, come ci si deve poi muovere concretamente? E’ bene non affidare le proprie difese ad alcune e-mail o ticket di assistenza scambiati con alcuni esponendi del provider, ma inviare alla sede legale del provider una raccomandata internazionale con ricevuta di ritorno in cui si sostengono le proprie ragioni e si dichiarano i motivi per cui non si paga, cosa che si può fare con l’ausilio di un legale di fiducia ma anche personalmente. In ogni caso, è una vicenda da non trascurare, perchè specialmente per il suo carattere internazionale se non gestita e chiarita una volta per tutte può diventare impegnativa.

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Come usare ebay in sicurezza.

Vorrei iniziare ad usare ebay, ma mi sembra un po’ troppo complicato. C’è qualche indicazione da seguire (Antonio, via mail)

Con Ebay l’ e-commerce sembra aver raggiunto la sua forma più compiuta, consentendo a milioni di insospettabili utenti sparsi per il globo di trasformarsi in accaniti venditori. La gestione di una tale mole di transazioni richiede naturalmente una regolamentazione ferrea, che tuttavia si rivela spesso talmente complessa da lasciare spaesati i neofiti. Qualche consiglio per iniziare a muovere i primi passi nella giungla delle aste on line, nella consueta forma domanda e risposta.

 

L’attività di compravendita all’interno di Ebay è gratuita? L’iscrizione e la presentazione delle offerte d’acquisto sono gratuite. La messa in vendita di un oggetto è soggetta al pagamento di una tariffa d’inserzione (proporzionale al prezzo di vendita iniziale) ed una commissione proporzionale al valore finale del bene venduto.

 

Le offerte sono vincolanti? L’offerta determina, a carico di colui che si è aggiudicato l’oggetto, un impegno vincolante con il venditore. Sono vietate le offerte con rialzo a trabocchetto, che consistono nell’alzare artificiosamente il prezzo con offerte fasulle o interferendo con le inserzioni di altri utenti.

L’offerta comporta, inoltre, l’accettazione automatica delle condizioni di vendita contenute nella descrizione. Ultimamente si è diffusa la consuetudine di inserire, nelle descrizioni dei beni, una clausola d’esclusione della garanzia. Tale limitazione è assolutamente inapplicabile nel caso in cui il venditore sia un professionista e quest’ultimo sarà tenuto, pertanto, a garantire l’acquirente alla stregua di qualsiasi esercizio commerciale.

 

Come posso verificare la correttezza degli altri utenti? Viene comunemente utilizzato il sistema di feedback (vero cuore del sistema Ebay) che consente, attraverso le opinioni espresse dagli utenti, di valutare l’attendibilità del venditore/acquirente.

 

Ho vinto un’asta ma non desidero più l’oggetto. Cosa posso fare? Il mancato acquisto può comportare un feedback negativo e un ammonimento per oggetto non pagato. Un numero eccessivo di ammonimenti può determinare la sospensione permanente del proprio account. Allo scopo di evitare ciò è possibile contattare direttamente il venditore richiedendo le apposite informazioni di contatto (http://search.ebay.it/ws/search/AdvSearch?sofindtype=9), e concordando una soluzione che possa soddisfare entrambi. Qualora acquirente e venditore comunichino attraverso la messaggistica di ebay e decidano, di mutuo accordo, di non concludere la transazione, non vi sarà alcun ammonimento per il primo mentre il secondo vedrà accreditata la commissione sul valore finale e potrà rivendere gratis senza pagare nuovamente il costo di inserzione.

 

Ho venduto un oggetto ma dopo l’assegnazione non sono stato pagato. il venditore può inviare una segnalazione per oggetto non pagato (http://feedback.ebay.it/ws/eBayISAPI.dll?CreateDispute) entro 45 giorni dalla data della transazione, ovvero dalla data in cui l’offerente si è impegnato ad acquistare l’oggetto e il venditore a venderlo. In genere, il venditore deve attendere 7 giorni dopo la chiusura dell’inserzione per inviare la segnalazione.

Dopo la segnalazione, Ebay invierà all’acquirente una notifica mediante email o pop-up (se questi effettua l’accesso al sito entro 14 giorni) contenente le istruzioni su come rispondere, o su come effettuare il pagamento dell’oggetto. Se l’acquirente non risponde entro 7 giorni, il venditore potrà richiedere (entro 60 giorni dall’avvenuta transazione) l’accredito della commissione sul valore finale e rimettere in vendita l’oggetto gratuitamente, mentre l’acquirente verrà ammonito.

 

 

Ebay è responsabile del corretto andamento delle aste? La creazione di un account comporta l’accettazione dell’accordo per gli utenti, all’interno del quale viene specificato che Ebay non è una casa d’aste nel senso tradizionale del termine, ma un “luogo” che consente la possibilità, per i propri iscritti, di operare attività di compravendita con diverse modalità, quali la vendita a prezzo dinamico (la comune asta on line) e la vendita a prezzo fisso (il “compralo subito”).

In qualità di fornitore di servizi di hosting, Ebay non garantisce la veridicità dei dati personali forniti dagli utenti in sede di registrazione ed esclude pertanto qualsiasi responsabilità per eventuali danni, diretti ed indiretti, subiti a causa dell’utilizzo di dati falsi da parte degli utenti. In conformità a quanto previsto dal D.lgs. 70/2003 e dalla direttiva 31/2000/CE in materia di commercio elettronico, viene escluso anche qualsiasi obbligo di sorveglianza sull’attività del proprio sito. Ebay può tuttavia intervenire in caso di accertamento di attività fraudolente da parte dei suoi utenti, che possono determinare, in aggiunta ai rimedi previsti per legge, la sospensione o la cancellazione dell’account.

 

Le transazioni attraverso Ebay sono sicure? Oltre alle procedure interne sopra accennate, esistono diversi strumenti che regolano le transazioni tra utenti. Con una nota ai venditori, è stato recentemente imposto il non uso della carta prepagata PostePay, in quanto ritenuta strumento di pagamento poco affidabile in caso di frode (favorendo così il ben noto sistema PayPal).

Esiste, in aggiunta, un apposito programma di protezione dell’acquirente (http://pages.ebay.it/help/tp/esppp-coverage-eligibility.html) che, sulla carta, consentirebbe un rimborso fino ad un massimo di € 500,00 in caso di oggetto non ricevuto o non conforme alla descrizione.

E’ previsto, inoltre, il servizio di deposito in garanzia Escrow (http://pages.ebay.it/help/confidence/items-escrow.html), che consente la valutazione dell’oggetto da parte del compratore prima di effettuare il pagamento.

 

Qualche consiglio finale

– valutare sempre con attenzione se e quando proporre un’offerta, in quanto ciò potrebbe legittimare il venditore ad avanzare delle pretese di pagamento.

– verificare sempre che il proprio pc sia adeguatamente protetto da indebite intrusioni e cestinare eventuali e-mail trappola che richiedono l’inserimento dei dati relativi al proprio account. Ebay esclude esplicitamente ogni responsabilità in caso di indebito uso dei propri dati personali, col rischio che l’utente diventi strumento inconsapevole di vere e proprie truffe messe in atto con tecniche di phishing o di IP spoofing, vero cancro che si sta largamente diffondendo tra la folta comunità di “ebayer”.

– Nel caso in cui vi sia un minimo sospetto di indebito uso dei propri dati personali, proporre immediata denuncia-querela contro ignoti presso la sede della Polizia Postale del proprio luogo di residenza.

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Usare la firma digitale con gli enti pubblici.

Ho saputo che recentemente sono state introdotte ulteriori modifiche in materia di documento informatico, firma digitale e così via. Cosa cambia concretamente per le aziende?

Il decreto legislativo n.159 del 4 aprile 2006 ha introdotto notevoli modifiche al codice dell’amministrazione digitale, intervenendo profondamente nel rapporto tra amministrazione pubblica, cittadini ed imprese.

Tra le novità più significative va segnalato il notevole rafforzamento del valore probatorio deldocumento informatico sottoscritto con firma elettronica qualificata o con firma digitale.

In sostanza, una volta rispettate le specifiche tecniche stabilite dal codice a garanzia dell’identificabilità dell’autore, dell’integrità e dell’immodificabilità del documento, quest’ultimo verrà ricondotto al titolare del dispositivo di firma (salvo che questi fornisca prova contraria) acquisendo così piena efficacia di scrittura privata sino a querela di falso.

Tutto ciò va inquadrato nella direzione di favorire una diffusione più rapida del formato elettronico e, contemporaneamente, una maggior fiducia da parte degli operatori, storicamente poco inclini ad abbandonare il supporto cartaceo.

Nel segno, invece, di una maggiore continuità con l’attuale sistema procedurale è stato introdotto il pieno valore delle copie su supporto cartaceo di documento informatico, che sostituiscono ad ogni effetto di legge l’originale da cui sono tratte. La conformità all’originale (in tutte le sue componenti) sarà attestata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato.

Quanto alla conservazione del documento, il certificatore sarà obbligato a tenere registrazione (anche elettronica) di tutte le informazioni relative al certificato qualificato per un periodo non inferiore a venti anni (anche al fine di fornire prova della certificazione in eventuali procedimenti giudiziari).

Degno di nota anche il tentativo di rafforzare ulteriormente i diritti dei cittadini nei rapporti con le Pubbliche Amministrazioni, sia favorendo lo scambio di informazioni tramite un maggiore uso della posta elettronica (e fissando al 1° settembre 2006 il termine ultimo entro il quale scatterà l’obbligo, da parte di ciascuna P.A., di dotarsi di un indirizzo di posta elettronica istituzionale ed uno di PEC), sia riconoscendo il potere di rivolgersi al giudice amministrativo in caso di mancata risposta da parte degli uffici pubblici.

Va infine inquadrata verso la direzione di forte spinta ammodernatrice la decisione far convergere lo Sportello Unico per le Attività Produttive (SUAP) nel cosiddetto Sistema Pubblico di Connettività (SPC). Progetto ambizioso – definito come il vero e proprio asse portante del codice dell’amministrazione digitale – che nasce non solo con l’obiettivo di favorire la creazione di un sistema informatico condiviso tra enti pubblici centrali e periferici ma, contemporaneamente, di diventare il più grande strumento di interconnettività tra imprese e pubbliche amministrazioni. Secondo le stime governative tale sistema (in grado di contare, sulla carta, su una rete composta da non meno di 15 mila uffici) favorirà notevolmente l’aspetto competitivo, permettendo inoltre l’applicazione di criteri di maggiore economicità e determinando una riduzione del 35% dei soli costi per le telecomunicazioni, oltre ad un risparmio di almeno il 30% dei tempi di svolgimento dei provvedimenti fra amministrazioni.

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se il dipendente naviga su internet

Una recente vicenda di cronaca proveniente dagli USA, ci fornisce lo spunto per tornare ad affrontare un argomento di forte attualità anche in Italia. La notizia riguarda le vicissitudini di Toquir Choudri, un dipendente del Dipartimento dell’educazione di New York, “scovato” dai superiori a navigare in orario d’ufficio sul Web. Tale comportamento si sarebbe poi ripetuto nonostante i divieti imposti dai superiori. Infine, come accade sovente oltreoceano, la disputa si è protratta fino a giungere in Tribunale, dove un Giudice non troppo zelante con il dipendente avrebbe dato ragione proprio all’intrepido navigatore. La sentenza emessa stabilisce infatti che, per la natura dei siti internet visitati, ovverosia di informazione e di viaggio, la navigazione quotidiana di Toquir equivaleva alla lettura di un quotidiano qualsiasi, pratica quest’ultima tollerata in considerazione delle mansioni ricoperte dallo stesso all’interno del Dipartimento. In definitiva, nel caso concreto, la giustizia statunitense non ha considerato legittimo licenziare Toquir, il quale, al massimo, poteva unicamente essere rimproverato dai propri superiori.

Questa sentenza, in un eventuale caso italiano, sarebbe così permissiva? Anche gli italiani, infatti, si sono da tempo imbattuti in queste problematiche che, di recente, hanno visto pronunciarsi anche il Garante della privacy, con un provvedimento del 2 febbraio 2006 che non ha mancato di sollevare interesse. Nella sostanza, il Garante ha dato ragione ad un dipendente che, vistosi contestare una navigazione in internet non autorizzata, ha a sua volta contestato il comportamento del proprio datore di lavoro, a suo modo di vedere le cose “troppo invasivo”. Il Garante non ha infatti riconosciuto legittimo il comportamento dello stesso datore di lavoro che, in violazione dell’art. 145 del codice della privacy, avrebbe indagato sul contenuto dei siti internet visitatati dal proprio dipendente, spiegando infine, nella stessa pronuncia, che il datore di lavoro si sarebbe dovuto limitare ad accartere gli indebiti accessi e non anche dove era solito navigare l’incauto dipendente. Tali informazioni riguardano infatti la sfera personale di un individuo, per ciò stesso tutelata dalla legge. E’ doverosa tuttavia una precisazione. Nel caso deciso dal Garante, infatti, il dipendente non aveva nessuna necessità di accedere alla rete per svolgere le diverse mansioni a lui affidate. In altre parole, visionare da parte del datore di lavoro il contenuto dei siti internet visitati si è dimostrato un comportamento non solo lesivo della privacy del lavoratore, ma anche assolutamente superfluo per poterlo redarguire. Il dipendente non poteva infatti navigare durante le ore di lavoro indipendentemente dai siti visionati.

E se al contrario il dipendente in questione avesse avuto accesso alla rete, quale strumento per poter espletare una parte o la totalità del proprio lavoro? Come si sarebbe pronunciato ipoteticamente il Garante? In questo caso arriva in soccorso lo statuto dei lavoratori che, all’art. 4, stabilisce il divieto dei controlli a distanza degli stessi lavoratori. Divieto che risulta assoluto, in merito all’uso “di impianti adiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”, ma che può essere suparato nel caso in cui gli impianti e le apparecchiature di controllo siano richiesti da esigenze organizzative e produttive, ovvero dalla sicurezza del lavoro. In questo secondo caso tuttavia tali impianti possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna.

Dalla lettura congiunta della norma da ultima citata e della pronuncia del Garante si possono trarre alcune conclusioni. Alla domanda se sia legittimo o meno che un datore di lavoro controlli gli accessi via internet dei propri dipendenti, dovremo dare necessiariamente una risposta articolata. Innanzitutto possiamo dire che un datore di lavoro può, in ogni caso, legittimamente compiere un’attività di monitoraggio degli accessi alla rete da parte dei propri dipendenti. Tuttavia, a seconda dei casi, questo controllo potrà essere più o meno approfondito. Se un ipotetico dipendente accede alla rete utilizzando un computer aziendale, senza che questo gli sia consentito o che gli risulti necessario per le specifiche mansioni ricoperte, per essere trovato in “fallo” dal datore di lavoro, sarà sufficiente dimostrare che lo stesso navigava in rete, e non anche in quali siti specifici navigava. Tale indagine si dimostrerebbe infatti non necessaria, oltre che lesiva del dritto alla privacy del dipendente.

Nel caso contrario, in cui al dipendente l’accesso alla rete sia consentito per ragioni di lavoro, si renderà necessario per il datore di lavoro consultare anche il contenuto specifico dei siti visitati, per verificare l’attinenza o meno di tali contenuti con le mansioni del dipendente oggetto di indagine e, di conseguenza, la sua eventuale infrazione. E’ evidente che in questo caso il controllo, per risultare efficace, si dovrà spingere necessariamente a monitorare “dati sensibili” del lavoratore in questione, come appunto i suoi gusti personali, eventuali gusti sessuali etc etc. Tuttavia, in ragione delle disposizioni contenute nello statuto dei lavoratori, lo stesso datore di lavoro, per iniziare la propria attività di indagine, dovrà preventivamente munirsi di un’autorizzazione concordata con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna, come dispone la legge.

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diritti dell’ex compagna e dei figli

“Dopo due anni di relazione e un figlio, riconosciuto da entrambi, io e il mio compagno ci siamo lasciati. Quali sono i miei diritti?” (Anna, via mail)

La lettrice, che non era sposata con il suo partner, non può vantare alcun diritto nei confronti dell’ex compagno o convivente. Un discorso diverso riguarda il figlio, che è invece pienamente tutelato.

Un genitore infatti è sempre tenuto a mantenere il figlio, anche se nato fuori dal matrimonio.

Pertanto, il consiglio è quello di rivolgersi al Tribunale dei Minorenni, competente in via esclusiva per i rapporti di convivenza, depositando possibilmente un ricorso congiunto in cui stabilire le regole in materia di affidamento – che può anche essere congiunto o condiviso, anche con collocazione presso uno dei genitori – nonchè diritto di visita e entità del mantenimento del figlio. Questo ricorso sarà poi ripreso dal Tribunale in un suo provvedimento che sarà vincolante per entrambi i genitori.

Nel caso in cui il padre non sia disposto a firmare un ricorso congiunto, la madre farà bene a depositare da sola un ricorso in cui chiede che il Tribunale dei Minorenni stabilisca le stesse condizioni e cioè a chi spetta l’affidamento, quali sono i diritti di visita e quale è l’importo del mantenimento per il figlio.

Naturalmente, per fare tutto ciò ci sarà bisogno dell’assistenza di un legale che potrà essere lo stesso se si d eciderà di depositare un ricorso congiunto.

Il consiglio è quello di muoversi in fretta in quanto il Tribunale dei Minorenni ha dei tempi molto lunghi – ci possono volere anche sei mesi prima che venga fissata l’udienza – ma soprattutto quello di fare comunque normare il rapporto dal Tribunale, anche in caso di adempimento spontaneo da parte dell’ex compagno, dal momento che, a tutela del minore, è sempre bene che le condizioni di “separazione” dei conviventi siano previste in un provvedimento del Tribunale.

(con la collaborazione della Dott.ssa Antinisca Sammarchi)

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se il proprietario dell’auto venduta muore prima delle formalità

Ho comprato, e pagato, una macchina usata, però il proprietario è morto prima che potesse firmarmi il passaggio di proprietà. Cosa posso fare per potermi intestare l’auto a tutti gli effetti?

Bisogna fare una causa civile, fortunatamente la competenza è del giudice di pace quindi la durata è relativamente breve, solitamente al massimo un anno. La prima cosa da fare è cercare di entrare in possesso dei documenti dell’autovettura, che del resto solitamente sono consegnati anche prima di fare il passaggio vero e proprio, al momento del pagamento. Oppure si potrà sentire dagli eredi, che probabilmente, se erano, come avviene di solito, dei familiari, erano anche al corrente dell’avvenuta cessione.

Con questi documenti alla mano, oltre che con dichiarazioni testimoniali di supporto, si citerà in giudizio il PRA, sia nella sua sede provinciale di riferimento che in quella centrale di Roma, davanti al giudice di pace competente, chiedendogli di ordinare, al termine del giudizio, di trascrivere l’avvenuta vendita negli appositi registri.

Nei casi da noi seguiti, peraltro, l’intero procedimento si è esaurito in una sola udienza, senza che il PRA nemmeno si costituisse in giudizio, cosicchè il problema si è risolto nell’arco di qualche mese. Un esempio di sentenza al riguardo si può leggere qui.

La disposizione di riferimento per questi casi, comunque, è l’art. 2688 cod. civ. in base al quale, secondo la interpretazione costante della giurisprudenza, la vendita di autoveicoli può avvenire con il semplice scambio orale del consenso, dimostrabile con qualsiasi mezzo di prova, quindi anche attraverso testimoni, mentre la trascrizione al PRA ha soltanto una funzione di pubblicità dell’avvenuta vendita e, naturalmente, di opponibilità a terzi.

Se sei interessato a promuovere un giudizio di questo genere, puoi richiedere un preventivo compilando l’apposito modulo.

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mancato pagamento del mantenimento per i figli

“Mio marito non paga il mantenimento per nostra figlia stabilito dal giudice quando ci siamo separati. E’ vero che posso denunciarlo?” (Monica, via mail)

Certo, non pagare gli alimenti per i figli è un reato. Si può presentare, anche direttamente – ma preferibilmente con l’assistenza di un legale di fiducia visto che ci sono molti aspetti tecnici importanti – una querela ai sensi dell’art. 570 cod. pen. per violazione degli obblighi in materia di assistenza famigliare.

Per completezza è opportuno precisare che nel nostro ordinamento si distingue tra ‘alimenti’ e ‘mantenimento’, cosa che viene in rilievo nei casi in cui il coniuge non paga del tutto quanto stabilito dal giudice o lo paga solo in parte. Sono alimenti quei mezzi necessari alla mera sopravvivenza, pertanto sono corrisposti solo nella misura in cui la persona che ne ha diritto possa ‘sopravvivere’ (artt. 433 e seguenti cod. civ.). Al contrario, il mantenimento non si limita a coprire la mera sopravvivenza, ma è comprensivo anche di vacanze, divertimenti e così via. Se un padre non paga nemmeno gli alimenti, il suo comportamento è valutato più severamente.

Questo stesso comportamento, del mancato pagamento degli alimenti, oltre che nel penale può essere fatto valere anche civilmente con un ricorso ai sensi dell’art. 709 ter, comma 2, cod. proc. civ. a seguito del quale il genitore inadempiente può essere condannato al risarcimento del danno nei confronti del figlio. I giudici hanno recepito abbastanza bene questa nuova norma e le condanne sono abbastanza frequenti.

Naturalmente, prima di adottare qualsiasi iniziativa è bene valutare preventivamente la solvenza del genitore inadempiente, analogamente a quanto si fa con i recuperi crediti di tipo commerciale, dal momento che è perfettamente inutile munirsi di titoli che poi non si possono far valere concretamente.