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diritto

Prima nel q-lo che nella testa?

Come avvocati, il massimo che possiamo fare, cioè quello che raggiungiamo quando le cose vanno bene, e dunque purtroppo non in tutti i casi, é risolvere il problema dei nostri clienti, o con una situazione definitiva e pienamente appagante, oppure con un
compromesso accettabile.

Quello che comunque non possiamo, non potremo mai fare, non sarebbe giusto che facessimo é cambiarli, quei nostri clienti, al di là di quel pochissimo che comunque comporta fare un breve tratto di vita insieme, intenti a curare un problema legale.

Le persone, infatti, generalmente non cambiano e, per quel che interessa in questa sede, nemmeno «capiscono» quello che un altro vorrebbe che capissero: hanno i loro punti di vista e spesso li portano avanti per anni e decenni e ad un alto prezzo, non solo in denaro.

La maggior parte delle persone, oggigiorno, arriva ad esprimere una qualche forma di saggezza solo ed esclusivamente per sfinimento, proprio come uno che, dopo aver sbattuto la testa contro un muro per tutto il giorno, verso sera sente che ha mal di testa, il muro é sempre in piedi e forse è meglio smetterla.

In queste circostanze, il nostro ruolo come legali é ancora più importante di quello che sarebbe in una società diversa, ma per svolgerlo in modo corretto occorre distinguere costantemente tra ciò che rientra nella nostra sfera di dominio, ed è quindi lavorabile, se opportuno, e ciò che non vi rientra, e dunque non è lavorabile e provare a lavorarlo causerebbe solo danni.

Non si deve mai convincere nessuno di niente, il massimo che possiamo fare é solo stare accanto ai nostri clienti, prestare loro, anzi diciamo la verità: vendere, i nostri punti di vista che possono essere, come tali, più utili e funzionali per il loro problema, di cui loro, tuttavia, come é giusto che sia, rimangono gli unici padroni.

Ci vuole tanta pazienza, sia da parte degli avvocati che da parte dei clienti, come in tutte le relazioni umane, come é anche quella professionale di assistenza.

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trattare i problemi legali

Rivolgersi ad un avvocato: un errore da non fare.

Note dell’episodio.

In questa puntata, ti parlo di un errore che commettono tutte le persone che si rivolgono, specialmente se per la prima volta, ad un avvocato e che è bene evitare se vi vuole trarre il massimo possibile dalla consulenza che si è acquistata e quindi dal proprio investimento.

Guarda il video o ascolta la puntata del podcast per saperne di più.

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diritto

Perché molti avvocati stanno nella merda?

Sta la crisi!

Gli avvocati sono in crisi.

Ormai lo sanno (e qualche volta se ne approfittano) tutti, sono finiti anche i tempi in cui generalmente si guardava agli avvocati come a privilegiati – cosa che peraltro non è mai stata molto vera, come spiego in questo precedente post.

La crisi è innanzitutto economica, nel senso che ci sono difficoltà concrete e spesso anche determinanti e insuperabili per una chiusura positiva dei bilanci a fine anno, ma è anche, e dunque soprattutto, di valori, di significato, di senso, di dignità e così via, per una categoria in cui erano accorse persone di buona volontà che sono rimaste spesso deluse.

Non è – devo dirtelo subito – il mio caso.

Io sono ancora molto soddisfatto da tutti i punti di vista della mia professione, credo che traspaia anche da tutto quello che quotidianamente comunico tramite il blog e i social.

Ho persino scritto un post, che ha avuto un enorme successo (segno che il tema è molto seguito), in cui elenco i motivi per cui fare l’avvocato è ancora bellissimo, che ti invito a leggere con attenzione.

Ugualmente, c’è una larga fetta di avvocati in sofferenza ed è di loro ma soprattutto a loro che mi va di parlare, dopo aver ricevuto diverse richiesto in questo senso e aver letto diversi resoconti e persino qualche sfogo sui social.

Se senti di far parte di questa categoria, leggi attentamente perché questo post è per te.

Le cause della crisi.

Qual è il punto di partenza di qualsiasi discorso riguardo ad un argomento come questo?

Bisogna, a mio giudizio, innanzitutto comprendere le cause di questa situazione, economica ed emotiva, fallimentare.

Qui, ti voglio dire, quasi nessun avvocato riesce nemmeno a identificare con precisione le origini vere dei problemi attuali e questo, sinceramente, lascia un po’ da pensare, dal momento che un avvocato è comunque anche un imprenditore, che cose come queste dovrebbe capirle bene o quantomeno intuirle.

I falsi motivi

Solitamente, gli avvocati in difficoltà se la prendono con varie cose che, alla fine, non sono così rilevanti, sono più che altro dei capri espiatori per dare una spiegazione che non si riesce o vuole dare in un altro modo.

Il primo sono i clienti che non pagano.

Questo, di solito, è il primo «motivo» che viene individuato.

Qui voglio darti una notizia.

I clienti, di qualsiasi impresa, azienda, organizzazione, onlus, forma di governo o di Stato, non pagano tendenzialmente mai volentieri e, se possono farlo senza grandi rischi di conseguenze, evitano di farlo.

È una notizia incredibile, ma ti assicuro che è vera.

Riformulando la cosa in altri termini, è evidente che il problema del cash flow è uno dei vari problemi che ogni imprenditore, avvocati compresi, deve affrontare e gestire in modo efficace.

Personalmente, ho risolto questo problema impostando i pagamenti anticipati, sia per quanto riguarda la sezione del commercio che si svolge in forma elettronica tramite il sito, sia per quanto riguarda gli incarichi che vengono conferiti tradizionalmente in studio.

Ovviamente, faccio preventivi gratuiti, prima di iniziare qualsiasi lavoro.

Le persone, incredibilmente, quando sanno cosa vanno a spendere valutano e, se decidono di darmi l’incarico, pagano anche subito volentieri.

Io dò chiarezza, ricevo denaro.

Ma chiudiamo la parentesi, perché questo non è il motivo della crisi economica della categoria.

Altro motivo frequentemente molto gettonato sono le tasse da pagare.

Ora, a parte che molti professionisti fanno tanto lavoro fuori fattura, dal momento che non hanno magazzino, non vendono beni, ma servizi impalpabili, che le fatture non si scaricano e quindi i clienti preferiscono pagare «a nero» piuttosto che farsi dare una fattura che a loro non serve a nulla, a parte questo, dicevo, c’è da dire che le tasse sono uguali per tutte le aziende e i professionisti di qualsiasi tipo.

La grande notizia, qui, è che gli avvocati non pagano un centesimo in più di tasse rispetto a qualsiasi altra azienda o professionista.

L’unica cosa che c’è di vero è che abbiamo una cassa forense che vuole una parte dei nostri guadagni a scopi pensionistici. Ma ogni categoria ha la sua cassa e, se non ce l’ha, ha comunque l’INPS, per cui ogni attività economica, anche qui, paga una parte dei ricavi – sempre solo quelli fatturati ovviamente – per scopi previdenziali.

La realtà è che queste – ed altre – sono solo scuse, non c’è altro modo per dirlo.

È vero i clienti che tendono a non pagare sono un problema, lo Stato e la cassa che vogliono dei soldi, spesso anche se non li hai guadagnati, sono sicuramente un altro problema, ma la realtà è che ci sono molti avvocati che guadagnano e fanno buoni affari.

Nel 2018, in Italia.

«Ah, ma allora sono quelli che sono figli d’arte, hanno le mani in pasta con la politica, il tricche tracche, i cuggini, questo e quello…»

Altra scusa.

Non c’entra niente.

Quelli che conosco io, e io stesso nel mio piccolo, non abbiamo avuto appigli, aiuti, preferenze, incentivi vari, ma ci siamo guadagnati da soli non tanto la nostra clientela ma l’assetto attuale che abbiamo dato ai nostri studi e che ci consente di utilizzarli come macchine ed organizzazioni per guadagnare in modo abbastanza soddisfacente.

Sei pronto, adesso, per sapere quali sono le reali cause della condizione economica deteriore di una grande fetta degli avvocati oggigiorno?

Le scie chimiche!

No vabbè, parliamo seriamente.

I veri motivi.

Le reali cause dello stato fallimentare in cui versano molti studi legali e singoli professionisti sono principalmente due:

  • il peccato originale, a monte dell’inizio dell’attività, di non aver «pensato l’azienda»
  • e quello successivo, e permanente, di non fare marketing, anzi di non capire nemmeno che il marketing, nelle limitate forme in cui è consentito agli avvocati, è assolutamente necessario.

Con il secondo punto, si comprende come una delle cause più gravi di sottosviluppo economico è il codice deontologico forense, che, da questo punto di vista, letteralmente è il martello con cui sono stati inchiodati i chiodi che hanno chiuso la bara della professione forense.

Ma di questo diremo meglio più avanti.

Vediamo adesso, in positivo, le due principali cause che abbiamo appena enunciato.

Non aver pensato l’azienda.

Se chiedi ad un avvocato perché ha scelto di studiare giurisprudenza ed è finito a fare la professione, nel 90% dei casi ti risponde che era il desiderio dei suoi genitori

Che dolce!

Poi, subito a ruota, questo avvocato di solito si incazza perché questo tenero ed onesto desiderio dei suoi ascendenti, che tanti sacrifici hanno fatto (magari timbrare dal lunedì al venerdì all’INPS), è oggi frustato dai kattivih clienti che non pagano, dallo Stato che – cavolo santo – vuole troppe tasse, dalla cassa che è troppo esosa!!!1! e così via, come abbiamo visto poco fa.

Il problema invece è proprio che non si fonda un’azienda perché è il desiderio dei tuoi – onore a loro – genitori!

È una cosa molto banale, ma realmente molti avvocati lo sono diventati per questo ed è alla fine completamente demenziale dal punto di vista del business e del fare impresa.

Fondi un’azienda quando hai un’idea di business inizialmente interessante, di cui verifichi con cura la fattibilità sotto tutti i profili rilevanti a riguardo.

Se poi è la tua principale o unica azienda, quella con cui devi mantenerti e mantenere la famiglia, i controlli li farai tutti tre volte.

Molti avvocati non si sono chiesti ad esempio:

  • in che posto vivo o comunque intendo aprire il mio studio legale?
  • in questo posto che ho scelto ci sono buone occasioni di clientela?
  • in che stato versa nel mio paese e nel posto da me prescelto la vendita di servizi legali?
  • quali sono i collettori di clientela di cui posso pensare di arrivare a disporre?
  • quali sono le forme di lead generation che potrò svolgere una volta aperta la mia bottega?

Molti avvocati non sono neanche in grado di comprendere bene cosa significhino queste domande.

Se consideriamo questo, capiamo che non è per nulla stupefacente che molti avvocati si trovino, economicamente, nella merda, perché un cazzo di ciabattino sotto casa con la terza elementare ha più istinto imprenditoriale di loro.

La conclusione è che molti avvocati sono diventati avvocati e hanno aperto la partita IVA come professionisti completamente alla cazzo!

Non ho, mi dispiace, un altro modo per dirtelo.

E, pensa un po’, non si aprono imprese alla cazzo.

Si possono fare tante cose alla cazzo, ma se apri un’impresa alla cazzo, sei destinato a chiudere entro al massimo tre anni.

Salvo – e qui tornano i cari genitori – che qualcuno non ti paghi la cassa forense, le tasse, i fornitori e tutte quelle spese che tu non riesci a pagare perché non guadagni «ancora» abbastanza.

Ciò, ovviamente, solo al momento e per poterti consentire di «ingranare».

Peccato che sono 15 anni che stai ingranando…

Non fare marketing.

Nessuna organizzazione, nessuna, compresa la Chiesa cattolica, può sopravvivere se non svolge attività di lead generation.

Te lo ripeto perché è bene che, oggi, in questo momento, questo concetto ti entri nella zucca una volta e per sempre: nessuna organizzazione, impresa, società, impresa individuale, onlus del cazzo può sopravvivere se non svolge attività di lead generation.

La lead generation è l’attività di generazione di prospetti, cioè di contatti con potenziali clienti, con soggetti, appartenenti al vasto pubblico cui si rivolge la tua organizzazione, che in parte, in seguito, possono diventare clienti paganti, a seguito di conversione.

Ora, quali attività di marketing stai facendo?

Hai lasciato anche tu i tuoi biglietti da visita dal tuo barbiere o dalla tua parrucchiera?

Ti dò una piccola notizia: non serve a un cazzo. Anzi, serve al contrario a qualificarti come un professionista per ladri di galline.

Hai sentito parlare di internet, blog, social network?

Ah sì, ti sei iscritto anche tu a quel sito che gli avvocati si possono iscrivere e poi scrivono le materie di cui si occupano così poi i visitatori si possono collegare e vedere quali sono i professionisti della loro zona e poi scegliere e tramite un comodo modello di contatto on line subito scrivere all’avvocato che hanno scelto e comodamente da casa, sia i clienti che il professionista, possono chiedere e ricevere una bella consulenza, che poi è un sistema bellissimo e meraviglioso ma alla fine nessuno fa mai un cazzo o ha mai venduto una consulenza che sia uno tramite siti del genere?

Forse è il caso di riconsiderare la materia…

Il codice deontologico.

Torniamo adesso un attimo sul tema prima accennato delle regole di deontologia.

La deontologia forense, ovviamente, non è un male in sé.

È assolutamente evidente che un avvocato debba essere in primo luogo onesto, se vuole essere davvero utile agli altri.

È davvero la primissima qualità di ogni avvocato.

Solamente, si tratta di una «qualità dell’essere» che, come spesso accade, non può essere rinforzata a forza di codici e sentenze… Un po’ come fare il padre, come sanno benissimo gli avvocati, come me, che si occupano di diritto di famiglia.

Il codice deontologico attuale è il martello con cui sono stati picchiati i chiodi che hanno chiuso la bara in cui è stata rinchiusa la professione forense, rendendo molto difficile, e in alcuni casi impossibile, per qualsiasi organizzazione legale svolgere attività di generazione contatti.

La cosa meravigliosa è che lo scopo di queste disposizioni, volte a escludere pressoché completamente forme di marketing per gli avvocati, sarebbe quello di… garantire la dignità degli avvocati stessi.

Ma qui c’è un grande e tragico errore di fondo.

Il fatto, peraltro assai evidente, è che la dignità di una qualsiasi categoria la si può garantire solo dando efficacia al lavoro e al ruolo che svolge e quindi consentendole di raggiungere un certo livello di benessere anche economico.

Che dignità può avere un avvocato che a 35 anni si fa pagare la bolletta del telefono di studio e magari anche di casa dai genitori, anche al netto del rispetto delle regole deontologiche?

Vuoi scommettere che se togli quasi completamente la possibilità di lead generation ad una categoria la sua economia peggiorerà grandemente e, con essa, anche la sua dignità, il suo significato, la coscienza del suo ruolo, l’effettivo svolgimento della sua funzione sociale?

La dignità attuale della professione.

È un fenomeno che è ormai sotto gli occhi di quasi tutti.

Ma prendiamo uno scampolo di letteratura che, come sempre accade, ce lo descrive meglio di altro.

«Il fatto è che qui da noi gli avvocati sono diventati come gli assicuratori, o gli agenti immobiliari.
Ce ne sono a bizzeffe, uno più affamato dell’altro. Basta fare due passi in una strada anche periferica e contare le targhette affisse ai portoni.


Un avvocato, oggi, per una nomina anche d’ufficio è disposto a piroette e carpiati della dignità fantasiosissimi. E la molla non è l’ambizione economica o il desiderio di prestigio sociale: nemmeno più questo. Qui si tratta, ma davvero, di stare sul mercato con un minimo di sensatezza (cioè, pagare le spese e portare qualche soldo a casa) o chiudere baracca.


E la vera tragedia è che questa politica della sopravvivenza accomuna ormai trasversalmente sfigati e garantiti, privilegiati e poveri cristi. Nel senso che il rampollo dell’avvocato di successo ha una fame di procacciamento pratiche mediamente pari o addirittura superiore a quella di chi è professionalmente figlio di n. n. È la nuova cultura della concorrenza, palazzinara e bulimica, che ha equiparato avidità e bisogno, ponendo sul piano di una falsa parità contendenti che partono da posizioni completamente diverse. Ricchi e poveri che lottano per le stesse cose: ecco a voi la morte del principio di uguaglianza.

Io ho visto cose che voi non avvocati non potete neanche immaginare.
Ho visto professionisti anziani leccare sfacciatamente il culo a magistrati ventinovenni.
Ho visto avvocati giovanissimi portare personalmente il caffè a tutti i carrozzieri del quartiere nella speranza di una pratica d’infortunistica stradale.
Ho visto appostamenti all’ingresso degli obitori, con volantinaggio di biglietto da visita all’arrivo della barella.


Ho visto contabili di camorra e specialisti della punizione corporale per ritardato pagamento del pizzo, trattati con un ossequio e un’attenzione degni di un’alta carica dello Stato.
Ho visto colleghi fare anticamera a cancellieri miserabili in cambio di una nomina d’ufficio, con pagamento anticipato di percentuale fissa sull’onorario.

Ho visto guardie carcerarie spendere il nome di questo o quel collega con i parenti dei detenuti in cambio di un abbonamento alle partite di calcio.


Ho visto colleghi poco più che trentenni accordarsi con cancellieri notoriamente farabutti per truccare un’asta fallimentare, pilotando l’assegnazione dei beni all’incanto. Ho visto le loro foto sul giornale qualche tempo dopo.
Ho visto sinistri stradali così sputtanatamente falsi da farti venire voglia di prendere le parti dell’assicurazione (che è un po’ come se uno, una bella mattina, si convertisse all’antisemitismo militante).

Ho visto patrocinanti in Cassazione brigare per diventare amministratori di condominio.
Ho visto professori universitari telefonare a indagati eccellenti offrendo il proprio patrocinio pur sapendo che era già stato nominato qualcun altro, millantando conoscenze personali con il pubblico ministero titolare dell’inchiesta e svalutando fra le righe le capacità professionali del collega.


Ho visto l’avvocato a cui il professore universitario stava cercando di fare le scarpe riferire lo scandaloso retroscena a un gruppo di giovani colleghi e neanche venti minuti dopo incontrare il professore all’ingresso del tribunale e abbracciarlo come un fratello ritrovato in un programma di Maria De Filippi.

Ho visto lo stesso avvocato convincere l’indagato eccellente che sì, effettivamente sarebbe stata una mossa saggia estendere il patrocinio anche al professore, perché un simile collegio difensivo gli avrebbe assicurato la vittoria della causa con fiato di trombe.
Ho visto, all’udienza, l’indagato eccellente seduto fra l’avvocato e il professore: sembrava più preoccupato di loro che dei giudici.
Ho sentito il professore, in piena arringa, prendere una cappella giuridica di una tale grossolanità che se fosse capitato a uno studente all’esame sarebbe stato messo alla porta.
Ho visto l’avvocato abbozzare e vergognarsi come un complice, dribblando lo sguardo allibito dei giudici.

Ho visto il figlio dell’avvocato diventare assistente di cattedra del professore universitario che aveva cercato di fregare l’incarico a suo padre.


Ho visto tante altre cose, ma se non mi fermo va a finire che facciamo notte».

(Diego De Silva, «Non avevo capito niente»).

Questi sono i successi di decenni di deontologia forense, di regole che hanno avuto come unico effetto quello di tarpare le ali alla pressoché totalità degli avvocati, specialmente i più giovani.

Ho visto applicare la deontologia.

Avvocati di 60, 70 anni, dentro agli ordini, ai consigli distrettuali, al CNF, gente che ha avuto grandi soddisfazioni professionali, avendo iniziato la professione negli anni 60 o 70, quando c’erano ancora vaste miniere non sfruttate, che applicano sanzioni ad avvocati di 30 o 40 anni, che cercano di lavorare sulle poche briciole rimaste, perché hanno messo un annuncio o un’insegna un po’ più grande di quanto ritenuto dovuto fuori dalla porta…

Facciamo come il protagonista del libro di De Silva: lasciamo perdere.

Che cosa fare?

Innanzitutto, quello che non devi fare è sprofondare nell’atteggiamento di dare la colpa di «tutto» a cose che, pur avendo una loro efficacia causale, non la esauriscono affatto.

Il tuo atteggiamento, come ti ho già fatto capire, non deve e non può essere quello di maledire il codice deontologico, le sue ingiustizie, i clienti, le tasse, le scie kimike e il mondialismo.

Focalizzati sul fatto che, come in tutti i settori economici, ci sono avvocati che ce l’hanno fatta e stanno alla grande.

La grande notizia è: ci sono diverse cose che puoi fare, una volta che avrai smesso di lamentarti a cazzo.

Alla fine, infatti, o cambi settore, cambi lavoro, anche in base alle tue vere propensioni (come ti ho già detto, il lavoro lo devi scegliere tu e non i tuoi genitori!), oppure, se scegli di restare, in qualche modo, nel settore dei servizi legali, di continuare a fare l’avvocato, devi rassegnarti a fare tutta l’attività di lead generation che puoi, ripensare completamente la tua azienda, ragionare come un vero imprenditore.

Di cosa fare nello specifico, parleremo meglio in un altro post, ché questo ormai è anche già troppo lungo.

Ti elargisco però una piccola anticipazione: devi scrivere.

Libri, blog, social.

Scrivi su quello che conosci, mostra e dimostra il tuo know how e la passione che ti muove per le cose che ti interessano.

Oltre a un punto di vista diverso e differenziante dal solito.

Un po’ come questo blog, che è stato fondato più di vent’anni fa per dimostrare che esiste un modo diverso di trattare i problemi legali.

Questo è quello che facciamo qui alla redazione del blog degli avvocati dal volto umano e ti garantisco che funziona.

Cosa puoi fare, nell’attesa del prossimo post in cui dettaglierò i vari modi in cui un avvocato può fare marketing?

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Evviva noi!

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Pignoramento immobiliare acchì?

nell’atto di pignoramento una particella è stata pignorata con la dicitura ” piena proprietà”.
tale particella è una corte comune sulla quale io ho solo il diritto, come risulta dal rogito notarile.
il pignoramento è valido?

Non per cattiveria, ma è davvero impossibile in natura valutare la validità o meno di un pignoramento immobiliare sulla base di una descrizione del caso sviluppata in tre righe, di cui la seconda molto poco comprensibile peraltro, senza vedere l’atto stesso di pignoramento e senza conoscere le circostanze del caso in cui si colloca.

Come ho detto ormai dozzine di volte, bisogna che in questi casi ognuno – cliente ed avvocato – faccia il suo mestiere.

Chi ha un problema legale deve limitarsi ad esporre la situazione di fatto e mostrare i documenti, mentre l’inquadramento giuridico e le possibili soluzioni spettano agli avvocati.

Non ci si può rivolgere ad un professionista sottoponendogli una domanda preconfezionata sulla base di valutazioni che, essendo fatte da una persona che non conosce il diritto e il suo sistema, è sempre regolarmente sbagliata e inutile.

Altrimenti continuiamo a fare come Renzo quando va da Azzeccagarbugli, come ho ricordato in un recente post in cui riporto anche la frase «originale» dell’avvocato magistralmente tratteggiato da Manzoni: «Benedetta gente! Siete tutti così: in vece di raccontar il fatto, volete interrogare, perché avete già i vostri disegni in testa.»

È esattamente l’atteggiamento alla base della tua domanda…

L’unico consiglio che posso darti è quindi di toglierti tutti i disegni che ti sei messa in testa – in un altro post molto recente ho parlato di questo specifico problema – ed acquistare una consulenza da un avvocato, cui farai visionare copia dell’atto di pignoramento e illustrerai la situazione di fatto.

Trattandosi di valori immobiliari, credo che valga la pena di investire una peraltro minima somma per una consulenza.

Un abbraccio.