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counseling, libri, fede, ascolto, meditazione, emozioni | strategie di crescita e di vita
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Voglio separarmi e ho un figlio: cosa rischio?

sono mamma di un bambino di quasi due anni. Convivo col mio compagno (padre del bambino) e la situazione in casa è sempre più tesa. Credo che il bambino stia risentendo di questa ostilità da parte del mio compagno nei miei confronti. Ostilità fatta di urla ogni giorno e frasi svalutanti ogni minuto. Il rapporto è sempre stato parecchio burrascoso ma se un tempo ero in grado di tollerare, ora ho raggiunto il limite. Sono in uno stato di ansia perdurante visti anche episodi violenti accaduti all’inizio della relazione. Posso andarmene col bambino senza temere qualcosa?

Se ti devo rispondere col cuore, ti devo dire di no, che non puoi assolutamente.

Quello che non si può non temere, in questi casi, è quello di sfasciare una famiglia, quella del tuo bambino, ancora molto piccolo, privarlo del bene per lui assolutamente più importante al mondo, più importante del cibo, dei beni materiali, delle case – tutte cose che oggi generalmente abbondano – e cioè una famiglia unita con una mamma e un papà che si vogliono bene e collaborano davvero per lui.

Privarlo, inoltre, della nonostante tutto assolutamente essenziale figura del padre, che ha senso solo se vive con il bambino, nonostante, di nuovo, una sterminata letteratura modernista tenti disperatamente di dimostrare il contrario, cioè che si può fare il padre anche part-time o a distanza, tramite Skype – molto petaloso!

Un padre, infatti, che ha come compito quello di proteggere i suoi figli e la loro madre sino al sacrificio, anche con la sua autorità e la sua forza – che non sono tossiche come vorrebbe il cattivo femminismo, che non sarà mai abbastanza maledetto, ma benedette e indispensabili – non può farlo al telefono o magari da duecento chilometri di distanza, dove si è magari trasferito nel vano tentativo di rifarsi una vita, quando invece la vita è una sola e quello che hai fatto da quando sei nato non lo puoi impacchettare e chiudere in un cassetto per aprirne un altro, perché poi quel cassetto continua a riaprirsi.

Un altro rischio è quella della tua trasformazione da donna in donnoide, che ho visto accadere davvero tantissime volte. O, se vuoi, da donna e mamma felice, sia pure coi suoi dolori, a donna solare che indossa sempre un sorriso, cioè una nevrotica irrisolta.

Adesso sei una mamma, una compagna, una persona con una situazione, una missione, uno scopo, un senso, sia pure con tanta sofferenza e un certo disagio.

Molte donne, molti uomini che si separano per la situazione di disagio che vivevano nella coppia poi si ritrovano, con loro sommo stupore, che anche dopo dieci, venti anni sono daccapo: non riescono a stabilire una relazione che sia significativa e appagante. Broken flowers: si guardano indietro e vedono una teoria ben nutrita di partner uno più improbabile dell’altro. L’unica sicurezza che hanno è che col coniuge non erano felici e quindi non tornerebbero più indietro… E forse hanno anche ragione, il punto era non mollare illo tempore ma continuare a lavorarci, su quella coppia.

A una minima parte di loro viene in mente che forse il problema riguarda loro stessi e andrebbe affrontato con un loro scatto evolutivo, un lavoro di crescita personale, perché le tue inquietudini, le tue disfunzionalità, ti seguono in ogni luogo in cui tu possa andare, con ogni partner che tu possa avere.

Questo è quello che mi sento di dirti con tutto il cuore, mia buona amica.

So che per te la situazione non è facile.

Non so perché Dio abbia affidato alla donna il compito di fare, dapprima, e, poi, tenere insieme la famiglia, non so neanche se sia giusto o meno, però siete voi donne che avete questo compito e questa possibilità.

È un discorso molto sessista, ma la realtà è che la verità è sessista, la biologia, la creazione e, infine, Dio sono tutti sessisti (nella Genesi c’è scritto chiaro: «maschio e femmina» ci creò; se ci avesse voluto uguali, non ci avrebbe creato diversi, è molto semplice, ma il mondo attuale vuole contestare pure questo).

Comunque, se voi donne rinunciate a questo, le famiglie si sfasciano.

Noi uomini, noi maschi, le famiglie possiamo solo proteggerle, ma siete voi che le fate e che le tenete insieme.

Considera che nessuna donna è ancora sposata o accompagnata col padre dei suoi figli perché costui è perfetto.

Quelli perfetti sono solo i nuovi compagni delle donne che si sono divorziate e che devono giustificare il macello che hanno fatto pubblicandone l’elogio sui social, a comprova che hanno fatto bene a sfasciare la famiglia dei loro figli perché poi hanno trovato un vero mago, un uomo perfetto, il «nuovo compagno» cui dare in pasto i figli fatti con un precedente uomo che nel frattempo dorme altrove perché indegno ma che è l’unico uomo che sarebbe davvero pronto a sacrificarsi per l’uomo, mentre il nuovo compagno è ovviamente e oggettivamente lì per altro.

A tutte queste cazzate, se ci vuoi credere tu, va bene anche a me.

Non ti giudico, per me il giudizio è tossico, io voglio solo darti un punto di vista, poi decidi tu e amici come prima.

Ho parlato con tante donne che dovevano decidere se tenere il loro bambino o abortirlo, loro mi hanno ascoltato e poi hanno fatto come hanno creduto, ma il nostro rapporto è rimasto non scalfito in ogni caso. Per me infatti l’importante è solo questo, che quando una donna deve prendere una decisione importante le sia servita su un piatto anche la verità da ascoltare, non ci sia solo il coro del mondo fatto di cazzate, di alcune delle quali ti ho fatto esempio.

Per me la realtà, dunque, è molto diversa. Ognuno di noi, me e te compreso, presenta delle disfunzionalità.

Chi resta ancora in coppia ha semplicemente imparato a relazionarcisi e a volte persino a sopportare, nonostante che il dolore e la sofferenza oggi siano decisamente fuori moda.

Sul tema è uscito peraltro da poco l’ultimo libro di un’autrice che stimo molto, che guarda caso si intitola «Niente di ciò che soffri andrà perduto»: guarda che diversità di prospettiva rispetto al mondo di oggi, dove ognuno si sbraccia a dimostrare quanto sta bene o, appena ha una puntina di mal di testa, corre a prendere un Aulin. Se vuoi dare un’occhiata, clicca qui.

La sofferenza va evitata a tutti i costi o è qualcosa di funzionale, di cui essere persino grati?

Pensa al disagio che stai vivendo attualmente nella tua coppia. Possibile che sia addirittura qualcosa di positivo?

La risposta è che dipende sempre da noi cosa vogliamo fare del nostro dolore, delle nostre sofferenze, dei nostri disagi.

È proprio in questo che si vede, ancora oggi, in un modo di persone che esibiscono un benessere che spesso in realtà non hanno nemmeno, finendo per il confondersi ancora di più, la differenza tra una persona e l’altra: il modo in cui affronta le difficoltà della vita, difficoltà che, quando sei genitore, riguardano anche il tuo essere padre o madre.

Perché non iniziare un percorso di counseling con il tuo compagno per vedere se possibile lavorare sulle disfunzionalità che vi impediscono di essere felici?

Ti assicuro che ci sono alcune consapevolezze importanti, a volte basta poco, addirittura pochissimo, basta acquisirle e si inizia a vedere tutti in un modo nuovo.

Il mio consiglio sarebbe di valutare prima e provare questa eventualità. Può anche darsi che sia praticabile una separazione «temporanea», terapeutica per la coppia, in cui per te sia possibile uscire dal disagio del momento e ricominciare a vedere tutto con una prospettiva diversa.

Se vuoi prenotare, intanto per te, un’ora di counseling, contattami dalla pagina apposita o chiama lo studio al numero 059 761926.

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Un abbraccio.

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Un grande genio, che ha capito perfettamente …

Un grande genio, che ha capito perfettamente la società contemporanea, che – io dico sempre – ormai da liquida é divenuta squagliata.

«Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti.
E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento.
I “legami umani” sono stati sostituiti dalle “connessioni”.
Mentre i legami richiedono impegno, “connettere” e “disconnettere” è un gioco da bambini.
Sui “social network” si possono avere centinaia di amici muovendo un dito. Farsi degli amici offline è più complicato.
Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità.
Ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) si perde in sicurezza. L’amore richiede tempo ed energia.
Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l’altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione.
In una società di consumatori la “novità” è stata elevata al più alto grado della gerarchia dei valori e considerata la chiave della felicità.
Tendiamo a non tollerare la routine, perché fin dall’infanzia siamo stati abituati a rincorrere oggetti “usa e getta”, da rimpiazzare velocemente.
Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto dello sforzo e di un lavoro scrupoloso.
L’amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. Quando ciò che ci circonda diventa incerto, l’illusione di avere tante “seconde scelte”, che ci ricompensino dalla sofferenza della precarietà, è invitante.
Muoversi da un luogo all’altro (più promettente perché non ancora sperimentato) sembra più facile e allettante che impegnarsi in un lungo sforzo di riparazione delle imperfezioni della dimora attuale, per trasformarla in una vera e propria casa e non solo in un posto in cui vivere.
“L’amore esclusivo” non è quasi mai esente da dolori e problemi – ma la gioia è nello sforzo comune per superarli.
È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno.»

(Zygmunt Bauman, “Le emozioni passano, i sentimenti vanno coltivati: sull’amore liquido”)

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Conviventi di fatto o con accordo di convivenza?

La famiglia di fatto

Da15 anni io e il mio compagno viviamo insieme ed abbiamo da subito dichiarato al Comune di abitare presso lo stesso domicilio. Se chiediamo uno stato di famiglia, questo risulta composto da me, lui e i nostri figli (9 e 11 anni). Vorrei capire, quindi, come siamo inquadrati dal punto di vista legale, cioè se diritti e doveri sono uguali a quelli matrimoniali. Se non è così, vorrei sapere cosa fare per poterci avvicinare il più possibile alla situazione legale che costituisce il matrimonio, senza doverci sposare. Ad esempio, nel caso di morte di un coniuge, quello che resta in vita gode di pensione o altro trattamento economico per il fatto di essere sposati. Nel nostro caso abbiamo qualche tutela oppure niente?

Al momento, la vostra è una famiglia di fatto. I vostri diritti e doveri reciproci, tra genitori, non sono affatto uguali a quelli di una famiglia unita in matrimonio, dal momento che la vostra è una convivenza di fatto, una unione libera, dove non esiste obbligo di coabitazione, fedeltà reciproca, collaborazione e così via.

Verso i figli, invece, le situazioni giuridiche sono invece molto più simili, comparandole con quelle dei figli nati da persone unite in matrimonio, anche se ci sono ancora residue differenze, specialmente a livello processuale, dove l’affido dei figli di persone non coniugate viene sempre regolato passando dal tribunale, mentre nel caso dei «figli matrimoniali» si possono fare gli accordi in house.

Ci sono una serie di situazioni che sono state recentemente parificate, in tutto o in parte, a quelle di cui «godono» i coniugi, proprio per dar conto della sempre maggior diffusione delle convivenze, appunto già per i conviventi di fatto.

La convivenza dopo la legge 76 del 2016

La legge 76, celebre per aver introdotto nel nostro paese le unioni civili, ha previsto una serie di diritti e situazioni tutelate anche per i conviventi di fatto come voi, in maniera da dare altrettante coperture a situazioni che in passato avevano determinato problematiche.

Già da ora, avete già queste tutele, mentre, se vorrete avvicinarvi di più al matrimonio, potrete stipulare un accordo di convivenza, come ti dirò meglio nel prossimo paragrafo.

I conviventi di fatto, da questo punto di vista, sono coloro che rientrano nella nozione data dall’art. 36 della legge: «due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile». Per l’accertamento di tale situazione, deve esserci una risultanza anagrafica corrispondente, come previsto dall’art. 37. Quindi la convivenza non si può «inventare» ma deve risultare effettivamente a partire innanzitutto dalla coabitazione e dallo stato di famiglia.

I conviventi di fatto rientranti in questa nozione, che sostanzialmente non innova rispetto a quanto già si opinava precedentemente, sono tutelati nelle seguenti situazioni:

  • in caso di detenzione in carcere di uno dei due, l’altro gode dei diritti di visita e altre facoltà previste per i coniugi dalle leggi di ordinamento penitenziario (art. 38)
  • in caso di malattia o ricovero, l’altro convivente ha diritto di visita, assistenza e accesso alle informazioni sanitarie e personali che spettano ai coniugi (art. 39)
  • ciascun convivente può stabilire che sia l’altro a prendere le decisioni sanitarie su di lui in caso cada in stato di incapacità di intendere o di volere, come ad esempio in ipotesi di un incidente a seguito del quale cade in coma (art. 40): questa nomina può avvenire anche con semplice scrittura privata o addirittura di fronte ad un testimone (questa può sembrare una innovazione intelligente, ma è una scelta disgraziatissima, pensa solo a cosa può accedere in caso di testimone falso; già solo per questo varrebbe la pena fare una dichiarazione scritta e metterla in un luogo sicuro);
  • il convivente ha diritto di continuare ad abitare nella casa familiare in caso di decesso dell’altro convivente, analogamente a quanto previsto per il coniuge superstite dall’art. 540 del codice civile, ma per un periodo sensibilmente più breve (due anni o un periodo pari alla convivenza, ma comunque non superiore ai cinque anni) (art. 42); se la casa familiare era condotta in locazione, il convivente ha diritto di succedere all’altro convivente deceduto nel contratto (art. 44); per conseguire l’assegnazione di una casa popolare, il convivente conta come il coniuge (art. 45)
  • il convivente di fatto ha diritto ad un risarcimento uguale a quello che sarebbe corrisposto al coniuge nel caso in cui l’altro convivente resti ucciso in un sinistro stradale o altro incidente o fatto illecito di terzo (art. 49)

Tutti questi sono diritti di cui godete già adesso, per il semplice fatto di essere conviventi di fatto.

Gli accordi di convivenza.

Per avvicinare la vostra situazione giuridica a quella delle coppie unite in matrimonio, potete stipulare, con l’assistenza anche di un avvocato, un contratto di convivenza.

I contratti di convivenza sono stati introdotti in Italia nel 2016 – si tratta dunque di una riforma recente – sempre con la legge n. 76, articoli 50 e seguenti, dettati appunto dopo quelli che prevedono i diritti di tutti i conviventi, anche quelli che non hanno stipulato un accordo.

Con i contratti di convivenza i conviventi regolano, secondo la legge, i «rapporti patrimoniali relativi alla … vita in comune» (art. 50), ma questa definizione è fuorviante perché in realtà, se è vero che con il contratto non si regolano rapporti personali, è anche vero che la sua conclusione, tra i conviventi, determina conseguenze anche sui loro rapporti personali, determinando l’insorgenza di obblighi di famiglia, dal momento che comportano la necessità di mantenimento nel caso in cui uno dei due cada in stato di bisogno.

Ma vediamo le cose con ordine.

Per stipulare questi contratti, che a mio giudizio, regolando situazioni che hanno riflessi sugli obblighi di famiglia, sarebbe molto più corretto chiamare «accordi», si può andare da un avvocato.

L’avvocato assiste i conviventi nella determinazione congiunta dei contenuti dell’accordo, dopodiché – e questa è una cosa molto importante – ne autentica le sottoscrizioni, in modo che sia accertato con valore legale che le firme apposte nei contratti siano appunto genuinamente state apposte dalle persone che vi figurano come parti. Inoltre, entro dieci giorni, l’avvocato deve trasmettere l’accordo di convivenza al comune di residenza dei conviventi stessi per l’annotazione nei registri dello stato civile (art. 52). Questa annotazione è fondamentale in quanto, con l’accordo, i conviventi possono adottare un «regime patrimoniale della famiglia» corrispondente alla comunione legale tra coniugi, che ha dei riflessi, delle conseguenze legali, per i terzi che vengono a contrarre con uno dei due conviventi, del tutto analogamente a quanto avviene con la comunione tra coniugi.

Questo è un argomento molto tecnico, che vale la pena approfondire con un’apposita consulenza, specialmente se uno dei due conviventi ha un’attività in proprio.

Con l’accordo, i conviventi possono (art. 53):

  1. indicare la residenza;
  2. stabilire le modalità di contribuzione alla vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo;
  3. adottare il regime patrimoniale della comunione dei beni

Il punto n. 2 è molto interessante, perché conferisce ai conviventi un potere che non spetta neanche ai coniugi, che invece, a riguardo, devono sottostare ad una regola già preformata dalla legge, di cui parlo in un altro post che ti consiglio di leggere con attenzione: clicca qui.

Con questo accordo, ad esempio, i conviventi possono ad esempio stabilire che uno dei due va a lavorare fuori casa, mentre l’altro rimane in casa, ad accudire i figli e gestire la casa stessa, mentre quello che lavora e percepisce un reddito deve darne una parte prestabilita all’altro.

Fai attenzione però. Questo potrebbe risolvere i problemi di tutela di un convivente, che tipicamente in questo caso sarebbe la donna (che sono sessista è ormai noto ;-)), ma in realtà dura solo finché dura il contratto di convivenza.

Poniamo che una donna faccia un accordo di questo genere con un dirigente d’azienda che guadagna 6.000 euro al mese e si obblighi a rigirargliene 2.000. Tutto questo dura solo finché dura l’accordo di convivenza, quindi questa donna dovrebbe progettare adeguatamente la sua vita anche finanziaria perché se a cinquant’anni venisse lasciata dal convivente essendosi sempre occupata di casa e figli avrebbe ben poca professionalità da spendere nel mondo del lavoro a quel punto e si ritroverebbe con niente in mano!

Come insegna l’uomo ragno, insomma, da grandi poteri grandi responsabilità: tutti questi nuovi «diritti», come tanti altri diritti esistiti in passato, spesso finiscono per rovinare le persone, specialmente se c’è inconsapevolezza. Sarei solo più contento se i media, i giornalisti, gli intellettuali, cui spetterebbe questo compito, fossero meno «giulivi» nel presentare queste radiose innovazioni e fornissero alle persone gli strumenti per capire davvero di che cosa si tratta e come devono maneggiare queste cose.

Del punto 3 abbiamo già detto. I conviventi possono adottare il regime patrimoniale della comunione dei beni tra coniugi, come appunto i coniugi, sistema di cui ho parlato tante volte nel blog ed al cui archivio ti rimando. In particolare, puoi leggere un post miliare sul tema: clicca qui.

Conclusioni.

L’importanza è la consapevolezza e progettare adeguatamente la tua famiglia in base alla vostra situazione concreta, a quello che fate fuori e dentro casa.

Se vuoi un preventivo, puoi chiedermelo compilando il modulo apposito nel menu principale del blog.

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Mostra la bellezza

Non smettere mai di fare il bene, soprattutto non smettere mai di mostrare la bellezza, a mettergliela sotto al naso, a tutte le persone che ami

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Neoliberismo: per essere la parte peggiore di te.

L’uomo che abbandona il cristianesimo, volto alla cura e allo sviluppo dell’anima, e diventa neoliberista, ripiegato solo sul proprio ego e narcisismo, incapace di amare, ma smanioso solo di avere ed usare, a partire dai corpi, è un vero e proprio angelo caduto, come Satana.

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Non c’è da stupirsi, tuttavia, se il neoliberismo è così popolare ed oggi di fatto l’ideologia largamente dominante, perché è una dottrina che insegna all’uomo ad essere la peggior versione di se stesso e lo valorizza ed esalta quando disgraziatamente vi riesce, diventando sempre più egoico, materialista, indifferente ai bisogni e alle emozioni altrui.

Non c’è da stupirsi, di conseguenza, nemmeno di tutte le reazioni isteriche che si levano ogni volta che si parla di anima e di ciò che conferisce la vera felicità dell’uomo, perché gli angeli caduti sono legati appunto istericamente ai loro veleni quotidiani, ai loro «diritti», che poi diritti non sono, ma veri e propri strumenti di infelicità propria ed altrui, nella migliore tradizione diabolica della separazione.

«Sforzatevi di entrare per la porta stretta»

(Gesù di Nazareth, Lc 13, 22)

L’uomo di oggi è convinto di essere «antifascista» ma poi abortisce o fa abortire perché ha già due figli e con un terzo da mantenere poi non avrebbe abbastanza denaro per potersi prendere un cane e mettergli il cappottino, realizzando in questo modo una perfetta e criminalmente geniale forma di nazismo domestico, incoraggiato però da tutti, specialmente dalle organizzazioni politiche che si vantano del loro antifascismo, perché l’aborto «è un diritto».

Il cristianesimo ti dice che il primo modo per amare i propri figli è amarne, sinceramente e totalmente, l’altro genitore, anche quando questo, guarda un po’, diventa molto difficile; il neoliberismo, invece, all’esatto contrario, ti dice che quando «non ci sono più i sentimenti», allora puoi serenamente lasciar andare l’altro genitore, trovarti un nuovo partner, dire ai tuoi amici e amiche che «scopa bene» e decantarne le supposte qualità in un pubblico elogio sui social, che molti riescono persino a leggere con commozione e che pochi ormai riescono a vedere con i più consoni timore e preoccupazione.

Ecco perché il neoliberismo trionfa, perché incoraggia l’uomo di oggi a fare quello che gli viene meglio, cioè essere un vero e proprio deficiente e gli dice – e gli fa dire, da un esercito di mentecatti – «bravo» quanto più riesce ad esserlo.

In tutti i sensi e in tutti i campi, ma soprattutto dal punto di vista emotivo, quello del famoso cuore, un posto dal quale l’uomo di oggi, chiuso nella mente, se riuscisse ad andarci anche solo per un attimo, capirebbe immediatamente quanto è cretino e, soprattutto, come si stia costruendo la propria infelicità completamente da solo.

Sì perché il diavolo fa sempre le pentole ma non i coperchi, le verità egoiche sono sempre bugie che non ci danno la felicità.

Il cane col cappottino, più il rimorso quotidiano per l’aborto, non ci daranno mai la gioia piena di un bambino che vive, una nuova vita creata da noi e che sarà per sempre. Un nuovo compagno che «scopa bene», fa le lavatrici e stira non ci darà assolutamente mai l’appagamento di una famiglia unita e di un amore vero che dura per sempre, anche perché chi non è disposto ad amare per sempre non ha amato davvero neppure un solo istante.

Ascolta sempre chi ti parla di anima.

Oggi è dissonante, pesante e ti propone una strada più faticosa, la famosa «porta stretta», ma quella è l’unica strada che ti può condurre ad essere davvero felice. Tutte le altre sono solo scorciatoie false e bugiarde.

Usare gli altri, usare i loro corpi, non ti porterà alla felicità.

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In cerca della persona perfetta? Ripensaci.

A quelli che, tra il serio e il faceto, propongono la creazione di siti con la recensione di ex partner, in modo che il pubblico possa poi scegliere con più consapevolezza, evitando egoisti, immaturi, narcisisti, sfaticati, bamboccioni, isteriche, pazzi e altre carinerie del genere, vorrei dire che la realtà è che ognuno di noi ha qualcosa di disfunzionale.

Ognuno di noi, in altri termini, ha la ferita narcisistica, non uscirà mai completamente dal proprio egoismo, né, tantomeno, dalla propria ipocrisia, per quanto possa sgolarsi a dichiarare «io dico sempre quello che penzoh!!!!1!».

Ognuno di noi ha, dentro di sé, una subpersonalità infantile, da bambino, che ogni tanto prende il sopravvento sulle altre.

L’uomo é stato creato impastando del fango, lo stesso termine indica il legame con la terra e le cose umili.

La scommessa, o l’investimento, di una relazione é proprio quello di andare e far andare l’altro oltre i nostri limiti, la nostra finitezza, e amare significa esattamente proprio riuscire a fare vedere all’altro quella sua bellezza che lui non riesce a guardare o che nemmeno ha mai saputo di avere.

La celebre «persona giusta» non esiste, perché nessuna persona é giusta in generale. Ogni persona, tutto al contrario, ha il compito di costruire se stessa: é un compito destinato a durare tutta la vita – e alcuni non lo cominciano nemmeno mai.

La persona giusta te la costruisci tu, esattamente come qualsiasi altro progetto, perché una relazione, un matrimonio, sono un lavoro quotidiano e costante: un lavoro su di te, l’unica cosa che rientra nella tua sfera di dominio, e, solo indirettamente, sul tuo partner, ignorandone le disfunzionalità e rinforzandone, invece, gli aspetti positivi, cioè la bellezza.

Una relazione in cui non ci si aiuta, non ci si benedice, non ci si ascolta a vicenda, non è una relazione vera e autentica, é solo una coabitazione o, peggio, una farsa. E tutte le coabitazioni alla lunga sono destinate a divenire insoddisfacenti e, da ultimo, insopportabili per estrema insofferenza.

Perché quando non c’è una scelta di fondo, un impegno, una cornice in cui collocare tutto, i difetti dell’altro diventano sempre, regolarmente, insopportabili, non essendoci alcuna ragione per tollerarli, per la mentalità edonistica dell’uomo contemporaneo.

Si sconsidera, in questi casi, che il nostro partner non è solo il nostro partner, da valutare in base a quello che ci fornisce o restituisce (che angustia, che tristezza, valutare i rapporti umani in termini contrattuali, sinallagmatici, di di do ut des), mentre invece lui o lei sono la misura della nostra capacità di amare, la finestra dalla quale guardiamo la nostra capacità di mantenere un impegno, di vivere davvero col cuore e i suoi infiniti spazi, e non con la mente e i suoi angusti calcoli, di lasciare che la nostra anima si connetta per davvero soddisfacendo così il suo più intimo e autentico desiderio.

Qualunque uomo, qualunque donna, se ci guardi bene dentro, sono da buttare.

Ecco perché chi decide di separarsi o porre fine a una relazione ha, ogni volta, sempre ragione e sempre torto allo stesso tempo: i difetti ci sono innegabilmente, ma si tratta di vizi di fabbrica… Tanto che spesso ci si separa e poi si trovano nuovi partner finendo solo per cambiare difetti, passando dal sopportare quelli del precedente al dover tollerare quelli dell’attuale.

Al di là dei difetti, vale poi la considerazione per cui uomo e donna sono, nonostante tutto, incompatibili. I discorsi sugli interessi comuni, i punti di convergenza e gli stessi gusti ed opinioni non hanno alcun valore e nessuna consistenza: fammi capire io dovrei stare con una donna perché a lei piace ad esempio andare in scooter come piace a me? Ma non si può costruire una famiglia o una relazione solida su questo, una famiglia si può costruire, tutto all’opposto, sulla capacità di volersi bene a prescindere, e di sbattersene altamente delle propensioni di ognuno, volendosi bene ed amandosi senza nemmeno la capacità di capirsi, sempre che – ovviamente – ci sia sempre quella di ascoltarsi, anche e soprattutto come enigmi irrisolti

«Se si può divorziare per incompatibilità di carattere mi chiedo come mai non abbiano tutti divorziato. Ho conosciuto molti matrimoni felici, ma mai nessuno compatibile. Tutto il senso del matrimonio sta nel lottare e nell’andare oltre l’istante in cui l’incompatibilità diventa evidente. Perché un uomo e una donna, come tali, sono incompatibili». (Gilbert Keith Chesterton)

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«Fate anche agli altri tutto quel che volete …

«Fate anche agli altri tutto quel che volete che essi facciano a voi».

(Gesù di Nazareth, in Matteo 7:12)

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«Non ci baciammo quella sera, né le volte su …

«Non ci baciammo quella sera, né le volte
subito dopo: non c’era più fretta ora che ci eravamo incontrati. Procedemmo con la cura che meritano le cose eterne.» (Valeria Parrella)

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Veri uomini, vere donne: torniamo a noi stessi.

Una delle cose meno comprensibili delle donne è la smaccata tendenza a obbedire alle regole, sentendosi in colpa ogni volta che non lo fanno, fossero anche banali convenzioni sociali, quando io, se una cosa non la condivido e non la ritengo sensata, non ho alcun problema a violarla senza un nemmeno remoto senso di colpa.

Una delle cose che limita a tutt’oggi ancora molto le donne è la dipendenza dal giudizio altrui, cosa che in noi maschi si presenta esattamente rovesciata, in forma di indipendenza da tale giudizio.

È per questo che il potere conduce ormai da decenni una guerra ai maschi, dal primo di essi, il Padre, a tutti gli altri, e persino al maschile, che può essere presente – o anche no – a prescindere dal sesso. Di «character assassination» ha parlato, a riguardo, persino Claudio Risé.

Volendo far confluire tutte le persone verso una identità sessuale neutra – che in fondo non rappresenta più una identità, ma, all’esatto contrario – di quella identità rappresenta la perdita, il potere vuole ottenere un popolo di persone docili e confuse, come tali bravi consumatori e fedeli elettori.

Ecco perché oggi c’è più che mai bisogno sia del maschile in generale che di noi maschi in particolare perché è con le nostre gambe che può viaggiare il maschile, per quanto una donna possa svilupparlo non potrà mai essere come quello di un maschio. Io stesso ho sviluppato molto il femminile per il mio lavoro di counselor, ma resto sempre un maschio (almeno dall’ultima volta che ho controllato ?).

Il maschilismo, come la femminilità, non sono mai tossici, l’unica cosa tossica, demenziale e criminale è il femminismo.

Il maschilismo in cui credo io è quello degli uomini che cercano di sviluppare quanto più possibile la loro forza fisica e spirituale, per poi metterla a disposizione e a servizio degli esseri più belli e preziosi: le donne.

Oggi il maschilismo è quanto di più necessario.

Viva le differenze con cui siamo stati creati e di cui siamo grati al Padre: sii un vero uomo, sii una vera donna.