Categorie
diritto

Può il mobbing causare tumori?

Ho lavorato per 20 anni alla xxx azienda chimica e circa 10 anni fa sono diventato invalido civile (cosa comunicata alla azienda). La stessa azienda nell’ultimo anno mi ha praticamente tolto i mezzi per potere proseguire il mio lavoro non fornendomi un monitor funzionante e in quel periodo mi è comparso un sarcoma. Io ora sto pensando che la neoplasia mia sia venuta per motivi legati al demansionamento discriminativo e mobbing psicologico anche perche’ alla fine dell’anno mi sono dimesso. Mi permetto di chiedervi se secondo voi puo’ insorgere un tumore per questi motivi che sicuramente hanno debilitato molto le mie difese immunitarie. Ringraziandovi. Giuliano.
Sicuramente, se Lei ha subito azioni di mobbing per essere per così dire “eliminato” dall’organigramma dell’azienda, ha sicuramente diritto al risarcimento del danno e, eventualmente, anche alla riassunzione. Non sono un medico e in tutta onestà, pur sapendo che, ad esempio, la depressione è considerata ormai una vera e propria malattia, non sono in grado di dirLe se il mobbing, per quanto spinto all’esasperazione, sia in grado di provocare danni così gravi.
Di sicuro, volendo avanzare pretese nei confronti dell’impresa che l’ha indotta alle dimissioni occorrerebbe provare il danno fisico e le sue cause. Di conseguenza, in casi come il Suo, si rende quanto mai necessario l’intervento di un medico legale che possa effettuare una adeguata perizia su di Lei.
Il nostro studio si avvale della collaborazione di un ottimo medico legale e opera, attraverso l’ausilio di colleghi, su tutto il territorio nazionale, potendo in questo modo, eventualmente, mettere a Sua disposizione i recapiti di altri medici.
Categorie
diritto

Quanto posso chiedere di danno biologico a seguito di incidente stradale?

Ho subito, il 22 giugno 2007 un incidente col mio scooter, investito da un’auto; ho ragione, e la compagnia dell’automobilista mi ha già risarcito i danni allo scooter. Io ho avuto frattura del malleolo interno sinistro, con prognosi per due mesi, anche se dopo 4 mesi, sono ancora in malattia. Due interventi, uno per mettere, l’altro per togliere due fili di Kirschner ed, ora, dovrei chiudere la pratica, per partire con la richiesta del rimborso.Quanto potrei avere, più o meno, dall’altra assicurazione? Mi va bene anche una stima molto ampia, giusto per avere un’idea, e prepararmi. Grazie e buon lavoro.

Per calcolare il c.d. danno biologico che consiste nel danno all’integrità psico-fisica della persona, ma anche quello morale, che di solito viene correlato al primo, bisogna necessariamente affidarsi a un medico legale che possa visitarti e dirti con precisione i danni che hai subito a seguito dell’incidente.

Un avvocato, che è un professionista che non ha una preparazione medica, non è assolutamente in grado di valutare un danno fisico, né tantomeno di visitare un paziente; l’avvocato, infatti, lavora sempre sulla base della relazione di un medico legale.

In generale, si può solo dire che il calcolo tiene conto di alcuni fattori dei quali uno facilmente individuabile: l’età; gli altri, però, sono ricavabili solo a seguito di attenta e dettagliata perizia medica eseguita da un professionista: ad esempio la percentuale di invalidità che può derivare da danni micropermanenti (percentuale di invalidità da 1% a 9%) o macropermanenti (oltre il 9%).

Di solito, la compagnia di assicurazione del danneggiante rimborsa le spese per la perizia medico legale, ma intanto le devi anticipare tu. Chi ha una assicurazione di tutela legale, cosa che io consiglio sempre a tutti, può farsi pagare dalla compagnia le spese relative alla perizia medico legale.

Per sapere quanto si va a spendere per una perizia medico legale, conviene chiedere un preventivo direttamente ad un medico legale. Di solito, le spese sono in proporzione alla complessità del caso, ad esempio un sinistro stradale è più semplice di un fatto di responsabilità medica (malpractice).

le multe: un business marcio e ipocrita

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=cST9lODX3s4]

Nei primi anni di professione non mi ero quasi mai occupato di opposizioni a sanzioni amministrative, dette volgarmente “multe”, anche perchè spesso le spese per assistenza sarebbero state maggiori dell’importo della multa. Poi è entrato in vigore il sistema della decurtazione dei punti della patente e questo tipo di procedimenti ha assunto una importanza molto maggiore. Di conseguenza abbiamo iniziato ad interessarcene di più, sulla scorta, come sempre succede, della “pratica”.

Oggi, ulteriormente, credo che quello delle sanzioni per violazioni del codice della strada sia diventato un vero e proprio problema politico, da affrontare con riflessioni adeguate che si spingano fino alle radici del fenomeno. Repubblica ci informa che per alcuni comuni italiani gli introiti derivanti dalle multe supera addirittura quello delle imposte ordinarie e anche che c’è qualcuno che ha già trovato il sistema di sfruttare la situazione per realizzare delle vere e proprie truffe.

Ora, è evidente che quando il “reddito” derivante per i Comuni dalle multe supera quello delle imposte, da qualche parte c’è qualcosa di sbagliato. O siamo un popolo di deficienti, cosa che in parte sarà forse anche vera, ma non comunque su proporzioni così vaste, oppure forse vanno riviste le regole della circolazione, in senso di una maggiore snellezza e leggerezza. Ricordo, ad esempio, che in Francia non c’è quasi mai il limite dei 50, ma anche in molti centri abitati c’è, come limite, quello dei 70, se la strada è ampia e sostanzialmente sgombra.

Quando, poi, il Comune che installa un apparato che in teoria dovrebbe servire per l’educazione stradale ne divide i ricavi con la società produttrice, è evidente che siamo fuori da ogni logica. Da una parte la nostra Repubblica consente di vendere tranquillamente auto che superano i 250 km/h, perchè questo fa comodo agli industriali dell’auto, che sono anche finanziati con i soldi di tutti per continuare a produrre nonostante la crisi del mercato, con la scusa dell’occupazione del settore, che però non regge perchè i lavoratori possono sempre essere riconvertiti, mentre dall’altro se usi quelle auto che ti hanno venduto in modo non conforme ad un coacervo di norme non sempre chiare e intuibili, ti fanno la sanzione, che va a finire nelle tasche dei Comuni e di qualche altro industriale che da un lato ti vende l’auto e dall’altro produce i velomatic.

La ciliegina sulla torta è che questo Stato non ha nemmeno l’obbligo di mandarti la comunicazione della multa in cui sei incorso entro un termine congruo, quale sarebbe ad esempio una settimana o al massimo due, così se per caso passi da una strada che improvvisamente è diventata senso unico tutti i giorni e ti arriva ad ottobre una multa per una infrazione presa in maggio puoi solo prepararti a riceverne una cascata.

Oramai è palese che il sistema delle infrazioni al codice della strada non serve più per garantire la circolazione e la sicurezza dei cittadini e per educare all’uso del bene pubblico “strada”, ma come fonte di finanziamento per gli enti locali e per i soliti industriali ben introdotti che, grazie magari ad amicizie o collegamenti politici, visto che gli enti locali come tutti gli enti pubblici sono in mano ai politici, si fanno il loro bel business, in una intollerabile commistione di interessi pubblici e privati.

Chi esce con l’auto oggigiorno non sa quante “frontiere” e quanti posti di pedaggio si troverà a dover passare, magari solo per andare da sua madre o dalla fidanzata che abita a due isolati di distanza e, soprattutto, non sa se e quando gli verrà recapitato il conto del passaggio doganale, almeno a Troisi e Benigni i soldi glieli chiedevano subito e alla fine si poteva anche mandare a quel paese il doganiere, qui invece si può fare lo stesso breve tragitto per mesi e poi scoprire di essere in attesa di dozzine di sanzioni. E, quando andrà a pagare, non potrà neanche lamentarsi, come si può fare almeno per sfogarsi un po’ quando si pagano le tasse, perchè altrimenti diventa – attenzione, attenzione – un “pirata della strada” e allora tutta la società, guidata dai telegiornali di regime, sarà contro di lui.

Categorie
diritto

i diritti del videoterminalista

La disciplina a tutela dei lavoratori che svolgono la propria attività prevalentemente con l’uso di apparecchiature informatiche nasce – in tempi relativamente recenti – allo scopo di proteggere il dipendente da problemi di salute legati al decadimento della vista e potenzialmente in grado di degenerare in ben più gravi patologie.

La legge 29 dicembre 2000, n.422, recependo precisi obblighi comunitari, ha apportato una serie modifiche al decreto legislativo 19 settembre 1994, n.626 in tema di sicurezza e salute dei lavoratori addetti ad attrezzature munite di videoterminali. La piu’ importante innovazione riguarda il numero totale di ore che un addetto deve passare davanti allo schermo per ricadere nella qualifica di videoterminalista. Originariamente era considerato tale chi utilizzava queste attrezzature per almeno quattro ore consecutive giornaliere e per tutta la settimana lavorativa (dedotte le normali pause di lavoro stabilite dalla contrattazione collettiva, anche aziendale)

Secondo la nuova legge è videoterminalista colui che utilizza apparecchiature video in modo sistematico o abituale, per venti ore settimanali, anche con modalità che non prevedono l’uso continuativo degli stessi per il periodo di quattro ore consecutive considerato in precedenza .

Il lavoratore avrà comunque diritto ad una interruzione della sua attività mediante pause ovvero cambiamento di attività, (sempre con modalità stabilite dalla contrattazione collettiva ed aziendale), o, in mancanza, di quindici minuti ogni centoventi minuti di applicazione continuata al videoterminale. Quest’ultima disposizione, calibrata in base alle comuni conoscenze scientifiche in materia, tiene conto dello sforzo visivo determinato dall’uso del videoterminale per un periodo sufficientemente lungo ma possono esistere contratti in grado di prevedere tempi più favorevoli al lavoratore.

In relazione ai principali obblighi del datore di lavoro, quest’ultimo è tenuto ad aggiornare la valutazione del rischio provvedendo ad adeguare le misure di prevenzione e protezione della salute dei lavoratori e valutando i riflessi sull’organizzazione del lavoro. E’ previsto, a riguardo, l’obbligo di sorveglianza sanitaria del lavoratore. Quest’ultimo deve innanzitutto a sottoporsi ad accertamenti preventivi ai fini della valutazione della sua idoneità alla mansione specifica. Tali accertamenti comprendono esami clinici e biologici oltre a indagini diagnostiche mirate e ritenute necessarie dal medico competente. I lavoratori, nello specifico, prima di essere addetti all’attività prevista, devono essere sottoposti ad una visita medica per evidenziare eventuali malformazioni strutturali e ad un esame degli occhi e della vista. La nuova legge ha anche introdotto una serie di accertamenti periodici di controllo per verificare il mantenimento dei requisiti di idoneità. Si segnala, inoltre, l’elevazione dell’età per cui è previsto l’obbligo di visita di controllo, che passa da quarantacinque a cinquanta anni. La periodicità delle visite di controllo, fatti salvi i casi che richiedono una frequenza diversa stabilita dal medico competente, è biennale per i lavoratori classificati idonei con prescrizioni e per i lavoratori che abbiano compiuto il cinquantesimo anno di età e quinquennale negli altri casi.

Il datore di lavoro è anche tenuto a fornire un’adeguata informazione circa le modalità di svolgimento dell’attività e le adeguate protezioni degli occhi e della vista. Dovrà, inoltre, predisporre ambienti idonei allo svolgimento dell’attività secondo precisi criteri che riguardano, ad esempio l’illuminazione dell’ambiente di lavoro e la predisposizione di un’idonea postazione che consenta l’esecuzione delle mansioni evitando all’addetto problemi fisici dovuti ad una postura scorretta prolungata per un gran numero di ore di lavoro.

L’aggiornamento della valutazione del rischio va effettuata previa consultazione del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e con la collaborazione del medico competente e che la predisposizione del piano di formazione prevede il coinvolgimento degli organismi paritetici.

Occorre dire che l’attuale sviluppo tecnologico può rendere possibile una revisione della normativa. Questa disciplina, infatti, è stata ideata tenendo conto dell’allora basso livello tecnologico delle attrezzature informatiche utilizzate nella stragrande maggioranza dei luoghi di lavoro. Si parla, generalmente, di monitor da lavoro a tubo catodico a basso refresh (50-60 hz contro gli attuali 85-100), con alta emissione di radiazioni dovute alla mancanza di adeguate schermature e privi di tutti quegli accorgimenti utili a renderne la visione meno faticosa per l’addetto (filtri anti-riflesso o retro-illuminazione). La progressiva introduzione di schermi con tecnologia a cristalli liquidi o al plasma (priva dunque di emissioni di radiazioni) può consentire sicuramente un uso più tranquillo (e prolungato) di tali apparecchiature fermo restando, naturalmente, il sacrosanto diritto del lavoratore di poter usufruire delle giuste pause da un’attività sedentaria che rimane comunque fisicamente e mentalmente logorante.

Categorie
diritto

utilizzo di videoterminali

Sono un lavoratore di una azienda di tlc. Molti colleghi, operanti in uffici, in reparti tecnici o gli stessi che operano a diretto contatto con il pubblico tendono a lamentarsi con una certa frequenza per problemi relativi all’affaticamento della vista unito ad arrossamento degli occhi dopo un certo periodo di lavoro al PC. Premesso che tutti osserviamo le pause di riposo previste dalla legge 626, ritengo che tale problema sia dovuto principalmente alla cattiva impostazione della frequenza di refresh del complesso scheda video/monitor, la quale secondo quanto sostengono gli esperti del settore non deve essere inferiore a 85 hz. In diversi casi, in quelli cioè in cui l’HW supporta queste prestazioni, il problema è stato risolto aggiornando tale parametro; sussistono comunque dei casi in cui l’obsolescenza delle macchine o il loro sottodimensionamento non prevedono l’utilizzo di tale frequenza ma di frequenze sensibilmente inferiori. Vorrei quindi conoscere se vi sia in tali situazioni una violazione relativamente ai dettami della legge 626 e se sia possibile porre rimedio chiedendo la sostituzione dei terminali obsoleti oppure una maggior frequenza dei tempi di riposo rispetto a quelli stabiliti dalla 626. Le sarei grato inoltre se volesse indicarmi ulteriori disposizioni di legge che tendano a venire incontro alla risoluzione del problema, visto e considerato che comunque la legge 626 non mi pare entri nello specifico di tutte le situazioni che si possono avere nel corso di tutte le attività lavorative. (anonimo, via mail)

La legge 626 ovviamente non si occupa di definire quale deve essere la frequenza di aggiornamento dei monitor (refresh rate), che è in sostanza la velocità con la quale lo schermo del computer viene appunto aggiornato in una certa unità di tempo. L’occhio umano, infatti, vede lo schermo come un qualcosa di statico, mentre invece lo stesso viene continuamente ricostruito pixel per pixel e riga per riga, in modo da dar conto dinamicamente dei cambiamenti. E’ una constatazione comune che frequenze di aggiornamento basso sia maggiormente affaticanti per l’occhio umano, ma sembra che tecnicamente ciò non sia sempre vero. Ad esempio, i monitor LCD pare siano progettati per funzionare ad una certe frequenza di aggiornamento, superata la quale l’immagine peggiora ed, insieme alla stessa, la vista dell’utente. Non esistono comunque disposizioni di legge o regolamentari che prevedono l’utilizzo di una frequenza minima di refresh dei monitor. Sul punto sono tuttavia sufficienti le disposizioni, non solo della legge 626 ma dell’intera legislazione specialistica sul lavoro, tra cui anche il celebre Statuto dei lavoratori, che riconoscono in campo al lavoratore il diritto alla salubrità dell’ambiente di lavoro e lo tutelano contro le malattie professionali. Per vedere se nel caso dei monitor si può invocare l’applicazione di queste norme, l’unica strada è quella di fare una consulenza medico legale con la quale si accerti che effettivamente l’utilizzo di schermi a bassa frequenza di aggiornamento può essere, sia quotidianamente che in proiezione sul lungo periodo, fonte di danno all’integrità psico fisica del lavoratore. Per vertenze di questo tipo, peraltro, che interessano un certo gruppo di persone e che comunque riguardano tematiche lavorative, è preferibile innanzitutto organizzarsi e formare un gruppo per la gestione del problema e ad ogni modo cercare di interessare e coinvolgere le organizzazioni sindacali, restando inteso che, in mancanza di sistemazione bonaria delle cose con la direzione aziendale, resterà sempre necessario rivolgersi ad un legale.