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Soluzione del conflitto aziendale: e risolvi!

Salve, ho un problema in azienda tra due dipendenti che litigano tra loro, mi trovo spesso a dover spendere molto tempo (inutilmente) a cercare di mantenere degli equilibri tra i miei collaboratori. Esiste uno strumento o un sistema normativo per risolvere questo problema? Luigi

Gentile Luigi,

parliamo di una situazione piuttosto diffusa, nella pratica. Malgrado non esista uno strumento di legge ad hoc che risolva questo genere di problemi, c’è un meccanismo stragiudiziale (quindi senza ricorrere al giudice) per portare il conflitto all’esterno dell’azienda e tentare una soluzione in mediazione.

Lo chiamiamo soluzione del conflitto aziendale ed è uno strumento di consulenza molto richiesto.

Le incomprensioni certo fanno parte delle dinamiche quotidiane, è naturale che esistano anche sul posto di lavoro, vista la contingenza.

Un aspetto che non va sottovalutato è che il conflitto aziendale può però avere pessime conseguenze se viene ignorato, sia per i singoli che per il sistema impresa.

Se gestito bene può avere invece persino effetti positivi.

Se la tensione che si crea in ufficio, o nell’ambiente di lavoro non viene presa in considerazione, o magari viene nascosta, può causare fastidi e distrazioni; può rovinare le relazioni ed il clima lavorativo e può influire negativamente sul morale e sulla produttività dei dipendenti.

In poche parole il rischio è che il conflitto possa danneggiare l’azienda.

Spesso i conflitti in azienda nascono per questioni legate al ruolo, alla mancanza di empatia o a un’eccessiva competitività. Di recente va aggiunto che anche le comunicazioni via mail o chat hanno aumentato le incomprensioni e i nervosismi. Posso dire che spesso c’è un problema più generale di “comunicazione”.

Qualunque sia la natura dei contrasti è fondamentale intervenire in fretta: in alcuni casi a farlo possono essere i professionisti delle risorse umane, in altri invece è bene affidarsi a consulenti esterni.

È possibile che il team delle risorse umane non abbia il tempo o le giuste competenze per gestire la situazione, oppure si tratta di situazioni particolari, da maneggiare con cura, come quelle con risvolti legali, o nei casi di mobbing o molestie.

Ma come si risolve un conflitto aziendale?

In genere si procede per gradi: preliminarmente con una riunione in campo neutro, si può scegliere se partire subito con un incontro di gruppo oppure farlo precedere da incontri individuali che aiutano ad avere un quadro più dettagliato della situazione.

È fondamentale al di là della soluzione, strutturare una strategia per prevenire il conflitto in azienda: incoraggiare anche i dipendenti a risolvere i conflitti da soli, almeno quelli più piccoli.

Ma in ogni caso bisogna sempre pensare positivo, ai benefici dei conflitti aziendali: possono portare molti benefici!

Gli esiti dei conflitti aziendali non sono sempre negativi: se gestiti nel modo giusto possono contribuire a prendere migliori decisioni, alla coesione dei gruppi di lavoro e al coinvolgimento dei singoli nelle discussioni importanti, anche a migliorare l’efficacia e la produttività dei dipendenti.

Come diceva Marx: “Non vi è progresso senza conflitto: questa è la legge che la civiltà ha seguito fino ai nostri giorni.”

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Pace fiscale: che cos’è?

Innanzitutto bisogna chiarire che è ancora un progetto e non si sa con precisione quando verrà discusso.

Non si tratta di un condono, ma della possibilità di pagare una piccola somma a saldo di un debito più grande.

Si tratta di un provvedimento che consente il saldo e stralcio delle cartelle esattoriali per i piccoli contribuenti che sono in difficoltà economica.
Quindi si valuterà il debito e la situazione economica del contribuente.

A seconda della situazione in cui si trovano, i contribuenti potranno pagare da un minimo del 6% a un massimo del 25% del dovuto con un’aliquota intermedia del 10%.

È importante dire subito che non riguarderà tutti. La misura esclude i ‘grandi’ contribuenti, ma sarà efficace “solo per coloro che a causa della pesante recessione economica non hanno potuto pagare in tutto o in parte le imposte fino ad un tetto massimo di 100mila euro comprensivo di sanzioni, interessi e more”.

Le ragioni della pace fiscale sono diverse, i portavoce del Governo spiegano che così chi ” si trova in situazioni di disagio economico può chiudere per sempre la posizione con il

Fisco e tornare così ad essere attivi nella società”. Il provvedimento “potrebbe portare nelle casse dello Stato 60 miliardi di extragettito in 2 anni”. Per capire la portata del provvedimento, si consideri che l’anno scorso la ‘rottamazione delle cartelle’ ha visto l’adesione di 950mila debitori da cui l’erario attende 2 miliardi di euro per il 2018-2019.

Per maggiori informazioni, si può consultare il mio sito.

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Equitalia e la riforma, cosa bisogna sapere?

Salve,

ho letto che c’è una modifica su Equitalia per il 2017, ma quali sono le nuove regole?

Che cosa cambia con la nuova legge?

La riforma di Equitalia ha introdotto numerosa novità, per renderle semplici possiamo riassumerle così:

  • Accorpamento Equitalia – Agenzia delle Entrate;
  • Condono Equitalia 2017
  • Per gli avvisi e le cartelle di pagamento emessi tra il 2000 e il 2015
  • Chi ha chiesto un piano rateale e che hanno versato l’importo dovuto dal 1° ottobre 2016 al 31 dicembre 2016;
  • Chi è decaduto da un precedente piano di rateizzazione prima del 1° ottobre 2016.

Se la rateazione è in corso? Si può avere il ricalcolo della cartella Equitalia con lo “sconto” di sanzioni e interessi.

La domanda di condono deve essere presentata entro il 23 gennaio 2017, il ritardo nella presentazione della domanda di adesione, o del pagamento di una rate comporta l’automatica uscita dalla procedura agevolata.

Sul sito www.gruppoequitalia.it c’è il modulo per presentare domanda.

Una volta presentata domanda di adesione bisognerà attendere il ricalcolo dell’importo da parte dell’ente e, quindi scegliere di pagare:

  • in un’unica soluzione;
  • oppure in quattro rate.

Le modalità di pagamento concesse saranno tre:

  • i classici bollettini precompilati da Equitalia;
  • domiciliazione bancaria;
  • direttamente presso lo sportello Equitalia.
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Denuncia anonima: è legale farla?

Salve, da molto tempo sto pensando di sporgere denuncia contro una persona che conosco molto bene, ma ho timore che potrebbe ritorcersi contro di me. È possibile fare una denuncia anonima?

La denuncia anonima è illegale, quindi l’autorità di polizia non può fare delle indagini o altro sulla base di una denuncia anonima.

Ma a parte la teoria generale, c’è una sentenza recente della corte di cassazione che lascia spazio a opinioni diverse. In effetti la Corte, trovatasi a decidere sui fatti denunciati in via anonima ha stabilito  che malgrado «una denuncia anonima non può essere posta a fondamento di atti tipici d’indagine», i suoi «elementi» possono «stimolare l’iniziativa del pubblico ministero».

Sicuramente si tratta di una pronuncia “unica” e  un po’ anomala.

Perché la legge ammette che possa essere utilizzata la denuncia anonima solo se le denunce stesse sono in sé il corpo di un reato. Questo serve proprio a garantire il diritto alla difesa del “colpevole” che così può tutelare i suoi diritti soltanto conoscendo i fatti che gli vengono addebitati e chi lo accusa. Oltre ad evitare che possano verificarsi abusi e vendette.

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La banca può vendere la mia casa?

Salve. Ultimamente non si sente parlare altro che del decreto che deve recepire la direttiva europea riguardo i contratti di credito, attualmente al vaglio della Camera. A preoccuparmi sarebbe l’eliminazione delle procedure di esecuzione immobiliare. Rischio davvero di perdere la casa senza avere un processo?

Bolle nel pentolone questo decreto, che desta preoccupazione per molti. In pratica la Banca e debitore, richiedente mutuo, al momento della sottoscrizione della richiesta di credito (in realtà anche in caso di finanziamento già in corso) possono concordare che in caso di inadempimento, cioè se il debitore non paga le rate del mutuo, il trasferimento del bene, oggetto di garanzia, comporta l’estinzione del debito. Ovvero? in caso di mancato pagamento di 7 delle rate del mutuo viene conferito potere alla banca di mettere in vendita l’immobile, oggetto di garanzia, al fine di trarre dalla vendita le somme che le siano dovute.  Palese che eventuali eccedenze saranno corrisposte al debitore.

E se non se ne ricavasse somma sufficiente alla copertura del credito? Il debitore sarà onerato alla restituzione del residuo dopo sei mesi a far seguito dalla conclusione della vendita.

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Può escludermi dall’eredità perchè sono donna?

Salve, mio padre è venuto a mancare da poco e ho scoperto che sono stata esclusa dall’eredità, mentre ha lasciato tutto ai miei due fratelli maschi. Sono molto arrabbiata e vorrei fare qualcosa, ma soprattutto vorrei sapere se può fare una cosa del genere!

Capita spesso che ci siano situazioni di disparità tra fratelli, ma addirittura escludere uno dei figli è assolutamente illegittimo!

In molti casi si arriva in tribunale per ottenere giustizia!

La Corte di Cassazione, si è recentemente pronunciata addirittura stabilendo che: “a tutela dell’interesse generale alla solidarietà familiare, l’ordinamento giuridico prevede – con disposizioni che hanno carattere inderogabile – che i più stretti congiunti del de cuius hanno il diritto di ottenere, anche contro la volontà del defunto e in contrasto con gli atti di disposizioni dallo stesso posti in essere, una quota di valore del patrimonio ereditario e dei beni donati in vita dal defunto stesso (c.d. diritto di legittima o di riserva)”.

E’ proprio la legge a parlare di una “successione necessaria”, in forza della quale le disposizioni del defunto lesive della “quota di legittima”, pur non essendo invalide, sono però soggette a riduzione, cioè suscettibili – a domanda di parte (con la c.d. azione di riduzione) – di essere private della loro efficacia nella misura necessaria e sufficiente a reintegrare il diritto del legittimario. Pertanto pari diritti su eredità tra maschi e femmine!

In più va precisato che esiste anche una quota disponibile, di cui il defunto ha totale facoltà di disporre, fermo restando che l’erede richiedente la reintegrazione della quota di legittima ha diritto di ricevere i suoi beni in natura, e non può essere obbligato a ricevere una quota in denaro.  (Corte di cassazione, Civile, Sez. II, sentenza 4 dicembre 2015, n. 24755).

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Equitalia: dopo quanto tempo va in prescrizione il credito?

Ho bisogno di una consulenza: in quanto tempo si prescrive il mio credito nei confronti di Equitalia? Non mi risulta che mi abbiano mandato mai nulla per chiedermi il pagamento. Ma mi hanno detto che risultano delle cartelle vecchie. Come posso capire la mia situazione fiscale in modo ufficiale e senza equivoci?
La domanda è interessante. In effetti succede spesso che le cartelle non vengano inviate al contribuente e che ci si accorga “per caso” di avere delle somme da pagare.
La mancata notifica al contribuente è un motivo di impugnazione, ma al di la di questo, in quanto tempo scade il credito? In quanto tempo diventa prescritto?
La cassazione recentemente ha trattato proprio questo tema, nello specifico ha decretato la prescrizione dei crediti all’erario in 5 anni (e non più 10)!
Vengono pertanto ridotti della metà i tempi di scadenza del debito del contribuente nei confronti di Equitalia,  anche se viene non poco complicato il procedimento di riscossione esattoriale.
Al fine di comprendere la propria situazione fiscale basta controllare la data dell’ultima notifica da parte Equitalia.

Bisogna prestare molta attenzione: infatti la decorrenza del termine di prescrizione riprende ad ogni ricezione un nuovo avviso di pagamento, omissioni che lo rendono nullo.

IMPORTANTE è anche sapere che preavvisi di fermo o di ipoteca da parte di Equitalia, recapitati in monito al contribuente dell’imminente provvedimento cautelare, è atto sospendente  la prescrizione.

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Ausiliari del traffico: non possono fare multe per sosta sul marciapiede.

La Corte interviene per far chiarezza e limitare le competenze dei tanto temuti ausiliari del traffico: raggio d’azione limitato alle sole aree di sosta a pagamento!

La decisione, che si prefigge lo scopo di dare interpretazione uniforme su un tema spesso oggetto di pareri discordi della Cassazione stessa, non deve essere piaciuta a molti sindaci, i quali, sempre alla ricerca di soldi facili dalle multe, auspicano ad estendere a dismisura i poteri degli ausiliari, fino ad equipararli a quelli degli agenti della Polizia Municipale.

Stante la non uniformità dei pareri, e la prassi diffusa tra gli ausiliari del traffico, soliti elevare multe oltre il perimetro delle strisce blu, la seconda sezione civile ha ritenuto di «dover dare continuità e prevalenza all’orientamento di cui alla sentenza n. 551 del 2009».

Nel 2009 la Corte aveva dava ragione ad un motociclista bolognese multato dall’ausiliare per aver parcheggiato sul marciapiede.

Dagli Ermellini viene stabilito che gli ausiliari della sosta (figura inesistente prima dell’introduzione nel nuovo codice della strada) devono limitare la propria azione alle aree di sosta in concessione e relativamente agli spazi delimitati dalle strisce blu.

Decisione estesa anche agli «ispettori» alle dipendenze  di aziende di trasporto pubblico locale, a sanzionare solo le auto parcheggiate nelle corsie di pullman o autobus.

In caso contrario il verbale è da considerarsi nullo indipendentemente da eventuali delibere comunali che amplino i poteri dei suddetti.

In questo caso i giudici decidono di annullare la sanzione,«poiché la violazione concerneva la sosta su un marciapiede non funzionale al posteggio o alla manovra in un’area in concessione e neppure alla circolazione in corsie riservate ai mezzi pubblici, si è ritenuto che l’accertamento potesse essere compiuto esclusivamente dagli agenti di cui all’art. 12 del codice della strada e non anche dagli ausiliari del traffico», irrogata per divieto di sosta, ed elevata a Torino da un ispettore della società di trasporti GTT, il quale benché espressamente autorizzato con delibera comunale«ad accertare le violazioni in materia di sosta su tutto il territorio comunale».

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Infiltrazioni: è responsabile il condominio o i singoli proprietari?

Vivo in un condominio al terzo e ultimo piano, e il mio appartamento ha delle chiazze da infiltrazione di acqua. Ho provato prima a tinteggiare la parete, ma le macchie sono ricomparse. Ho chiamato l’amministratore ma mi sembra che non si stia interessando. Cosa posso fare? Penso che il problema sia del tetto o della struttura condominiale, non mio.

Il problema è purtroppo frequente. Innanzitutto, anche se ogni condòmino ha una parte in proprietà esclusiva è corretto ritenere il condomìnio responsabile, lo ha detto anche la Cassazione recentemente.

Ha riconosciuto la corresponsabilità del condominio (e non solo del proprietario del lastrico solare) per i danni da infiltrazioni d’acqua al proprietario del locale sottostante.

Come scrivevo prima, il lastrico solare può essere: condominiale, oppure destinato all’uso esclusivo di uno solo.

E’ necessario stabilire di chi sia la proprietà, del condominio o di un solo condomino.

La Corte ha stabilito che vi è responsabilità non solo del proprietario del lastrico, ma anche del condominio, dato che, se pur in diverso modo, in caso di danni sono dimostrati inadempienti dell’obbligo di custodia del lastrico. Quindi, in base a tale principio, la responsabilità di chi ha la custodia si presume e spetterà a quest’ultimo dimostrare che, in assenza dell’evento eccezionale, il danno non si sarebbe verificato.

Il primo passo per trattare questi problemi, anche per determinare le cause delle infiltrazioni e, ulteriormente, da quali parti provengono (se parti comuni o di proprietà individuale) è il ricorso per CTU preventiva, sul quale rimando alla lettura della scheda relativa.

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Contratto di locazione: come si fanno disdetta e recesso.

Salve! Ho un contratto di affitto per un immobile dove vivo. Ultimamente ho avuto qualche problema con il proprietario e vorrei cambiare casa. Come posso agire? Voglio evitare che possa bloccarmi in qualche modo ed essere sicuro di non sbagliare!

Sia l’inquilino (o conduttore) che il “padrone di casa” (o locatore), possono porre fine al contratto di locazione, ma bisogna rispettare dei tempi dettati dalla legge.

Normalmente il recesso deve arrivare con sei mesi di anticipo.

Quindi bisogna spedire con raccomandata con avviso di ricevimento o posta elettronica certificata una comunicazione di recesso ed indicare nella comunicazione i motivi.

Ovviamente è consigliabile leggere nel contratto cosa è stato previsto.

Nel caso invece che il contratto sia in scadenza non si voglia il rinnovo automatico, occorre sempre inviare una comunicazione al locatore indicando, con sei mesi di anticipo la propria volontà. Non sarà necessario, indicare le ragioni del recesso.  Per esempio, se il contratto scadrà il 31.12 il conduttore potrà, entro il 30.06 dello stesso anno inviare al locatore una raccomandata con questa dicitura: “con la presente, il sig. ….. comunica la propria volontà di recedere dal contratto di locazione, relativo all’immobile sito in ….., via….., nei termini di legge, impegnandosi a lasciare libero l’appartamento da persone e cose entro il giorno …”.