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Mediazione familiare: il modello globale / operativo.

La differenza fondamentale di questo modello rispetto al precedente, visto appunto nel precedente post della «serie», ci viene indicata già dalla denominazione di globale.

Mentre, come abbiamo visto, nel modello integrato il focus dell’attenzione è dedicato alla genitorialità, lasciando gli aspetti economici e legali alla cura dei professionisti del diritto per lo più, l’aspetto peculiare del modello globale è che il mediatore tratta tutti i conflitti che interessano i protagonisti della mediazione, sia quelli connessi alla gestione dei figli, sia tutti gli altri che quasi immancabilmente si presentano ogni volta che si è in presenza di una crisi familiare.

C’è una considerazione di buon senso collegata a questo approccio e cioè che la comunicazione deve essere fluidificata riguardo a tutti gli aspetti del conflitto, perché il disagio e il malessere che i suo protagonisti provano nella vicenda è globale ed unitario e solo artificiosamente può essere ripartito in comparti diversi, affidati a professionisti altrettanto diversi. Inoltre c’è l’opportunità di sfruttare sino in fondo, a 360 gradi, tutte quelle finestre di dialogo che, a volte miracolosamente, si riescono ad aprire, e sinchè sono aperte, senza delegare, ma soprattutto rimandare, a successivi incontri presso peraltro altre figure in occasione dei quali le parti possono benissimo essersi «richiuse» in loro stesse.

C’è anche da dire che, come abbiamo già accennato sopra parlando del modello integrato, gli accordi che si prendono in sede di mediazione sono legati da un equilibrio molto stretto tra loro, per cui non è affatto detto che vengano mantenuti tutti nel caso in cui parte di loro per qualche motivo naufraghi, anzi tutto al contrario è solitamente un dato di esperienza che, in presenza di un ostacolo relativo ad un singolo aspetto o considerazione, quasi sempre le parti si trovino a voler rimettere in discussione tutti gli accordi, specialmente quando quell’aspetto non è propriamente un dettaglio, ma un dato importante rispetto al tutto.

Vale di nuovo la considerazione per cui le persone, gli utenti, sono titolari di un problema e si rivolgono al mediatore affinchè li aiuti a risolverlo, senza potersi interessare di ripartizione di competenze, questioni di opportunità, aspetti legali che, in questi momenti, anzi particolarmente in questi momenti, sono sentiti – più che in molti altri casi – come inutili complicazioni burocratiche.

Al netto della necessità di rispettare comunque la legge, forgiando accordi che si possano sussumere tranquillamente nel suo alveo – se non altro per esigenze concrete, quali quelle di consentire il passaggio al vaglio della magistratura – va ricordato che la percezione dei problemi di famiglia da parte dei suoi protagonisti è unitaria dal punto di vista emotivo e qualsiasi frammentazione può rendere precari quei già debolissimi equilibri che il mediatore riesce faticosamente a creare e sui quali si trova a dover camminare, con la massima cautela e leggerezza possibili, per tutto il suo percorso.

L’approccio del mediatore, comunque, resta quello classico di incoraggiare entrambe le parti, con equidistanza, a farsi reciproche concessioni, nell’ottica del compromesso che resta l’unica soluzione per affrontare qualsiasi conflitto e che è in fondo una cosa nobile, tutto al contrario di quanto si pensa comunemente, perché consente la pace sociale, familiare, individuale con la rinuncia a proprie pretese, spesso anche legittime, ma che vengono messe in secondo piano per il bene superiore del raggiungimento di un assetto stabile, utile sia per gli adulti protagonisti della crisi sia per i minori stessi.

In tale approccio, si cerca di definire all’inizio del percorso alcuni criteri di equità. In realtà, questa operazione può essere interessante, perché da un lato può agevolare il raggiungimento di un compromesso facilitando dal lato emotivo la rinuncia a proprie pretese ad opera delle parti, ma porta in sé anche il rischio di cadere nel problema tipico delle norme giuridiche, quelle di essere impiegati per risolvere problemi che sono nati dopo che le stesse sono state forgiate, per non dire del fatto che formulare norme di diritto, o prescrittive, e farle adeguatamente comprendere dai loro destinatari non è affatto un’operazione semplice. Quand’anche si riuscissero a individuare criteri generali dotati di qualche validità in astratto, parti del conflitto già esasperate e con comunicazione bloccate facilmente, senza nemmeno farlo apposta, tenderanno a fraintenderle e ad usarle come «clave» l’una nei confronti dell’altra.

La mano del mediatore al riguardo deve essere delicata e molto cauta, indicando più che norme strette e rigorose, alcune considerazioni generali, sulle quali le parti non possono non essere d’accordo – come tipicamente la necessità di tutelare tutte le volte e in tutti gli aspetti in cui è possibile i figli – da richiamare durante la negoziazione e il confronto, più come un campanello emotivo che un vero e proprio «regolo» per la discussione stessa.

Nel modello globale, il mediatore ovviamente si fa garante infatti anche degli interessi dei minori e la loro presenza è talvolta anche prevista nella stanza della mediazione, prima della redazione degli accordi, in modo da rendere il metodo il più inclusivo possibile.

Nel prossimo post della serie proseguiremo l’analisi dei modelli di mediazione familiare.

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Mediazione familiare: per capire i pregiudizi.

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Purtroppo, quando la comunicazione inizia ad incrinarsi e i conflitti quotidiani non vengono gestiti adeguatamente, i pregiudizi che si formano sono per lo più negativi, considerato che, come accennato nei post precedenti della serie, la pressoché totalità delle persone non lavora su se stessa, non incrementa il proprio livello di consapevolezza e tende a individuare sempre nei comportamenti altrui la causa dei conflitti e dei problemi sul tappeto.

Naturalmente, dal dare quasi sempre e costantemente la colpa agli altri alla formazione di pregiudizi negativi su quegli stessi altri il passo è brevissimo.

Questo fenomeno accade e si riproduce quasi in ogni conflitto irrisolto che si verifica in famiglia, di talchè dopo qualche tempo, e a maggior ragione dopo anni e decenni, è facile capire come la comunicazione ne risulti completamente bloccata: uno dei suo protagonisti dice una cosa, magari completamente neutrale e immune da qualsiasi cattiva intenzione, mentre l’altro la «legge» ed «interpreta» facilmente in modo distorto ed ostile, come l’ennesimo (ennesimo nella sua mente) tentativo di sopraffazione, violenza, prevaricazione, distorsione, inganno, raggiro, offesa.

Facendo ora un passo indietro, va ricordato anche un altro importante pilastro del discorso che stiamo affrontando e cioè che qualsiasi relazione umana, non solo la coppia, è conflitto in re ipsa.

È conflitto perché ogni individuo ha le sue idee circa il modo in cui vivere la vita e, nel momento in cui decide di viverla assieme ad un’altra persona, come avviene solitamente nelle coppie in cui ci si è scelti, oppure nel momento in cui si trova a doverla condividere, come avviene ad esempio nelle famiglie, tipicamente per i figli, che non hanno scelto i propri genitori né i fratelli, ogni individuo, dicevamo, deve poi stipulare continuamente compromessi con coloro che gli vivono accanto, su temi che vanno dai più banali (quando mangiare, cosa mangiare, quale film vedere, come trascorrere la serata, cosa fare il fine settimana, eccetera) ai più seri (che lavoro fare, in quale città andare a vivere, come curare questa malattia che uno di noi ha scoperto di avere ecc.).

Va realizzato in altri termini che se la famiglia, rispetto alla vita individuale o, per dirla con un termine oggi molto a la page, da single, rappresenta una risorsa, un luogo di conforto, solidarietà e reciproco aiuto, rappresenta anche, allo stesso tempo, come tutti gli «strumenti» e le esperienze dell’uomo, un momento di maggior impegno, maggior complessità – una complessità che il membro deve imparare a gestire, partendo dal primo momento necessario che è quello di acquisirne consapevolezza.

La famiglia, insomma, se volessimo semplificare, potremmo dire che ti dà tanto, ma ti richiede anche tanto, sotto forma di elasticità, comprensione, impegno, disponibilità ai tanti – piccoli o grandi – compromessi che possono essere necessari. Se non si prende consapevolezza di questo, e si continua a vivere in famiglia, allora per forza la famiglia si deteriora, con il meccanismo dei pregiudizi che abbiamo già descritto, ma anche in tanti altri modi.

La esplosione dei casi in cui sarebbe opportuno l’intervento di un mediatore familiare è dovuto proprio alla scarsa o nulla consapevolezza di queste circostanze.

Ecco allora che probabilmente il primo fronte di intervento del mediatore familiare, quando si dice che deve agevolare la comunicazione, sia proprio quello di non demolire, che sarebbe impossibile, ma cercare di pian piano di diluire e attenuare nell’efficacia la stratificazione di pregiudizi di probabilmente tutti i protagonisti della crisi familiare.

Nei prossimi post della serie passeremo ad esaminare i vari modelli di approccio a questo strumento diffusi in teoria ma anche nella pratica, cioè i vari modelli di mediazione familiare.

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Mediazione familiare: quando è nata?

Come avrete visto, recentemente parliamo ancor più spesso del solito di mediazione familiare nel blog. Può essere interessante vedere quando è nata e come si è evoluta questa pratica, importante per molte famiglie e relazioni, dapprima a livello internazionale e, poi, nel nostro Paese (magari in un post a parte).

La mediazione familiare, prima ancora che una disciplina codificata ed istituzionalizzata, è appunto una pratica, probabilmente, sotto certi profili, addirittura anche un atteggiamento, di talché è impossibile definirne una data precisa di «inizio», nel contesto storico, come se fosse un qualsiasi altro evento incastonato negli annali dell’umanità. Probabilmente, forme di mediazione familiare sono state praticate sin dai primi agglomerati umani, come tipicamente quelle stesse comunità ben descritte nei meravigliosi libri del sociologo Jared Diamond e che ogni antropologo e sociologo conosce bene.

In tali forme di aggregazione sociale, i conflitti erano gestiti tramite l’intervento di una persona che non rappresentava l’autorità come si conosce nelle società contemporanee, ma l’autorevolezza – tipicamente il capo villaggio, il soggetto più anziano e di riconosciuta saggezza, che risolveva ed affrontava i diversi casi non applicando regole costituite di diritto, ma secondo quello che gli pareva più giusto nel caso concreto.

Tra le varie vertenze che venivano poste all’attenzione di questi «saggi» vi erano anche quelle di famiglia. In tali casi, l’intervento aveva diversi stigmi della mediazione familiare contemporanea o comunque assomigliava molto di più alla stessa di quanto non gli assomigli l’intervento giudiziario in tema familiare.

Quest’ultimo, infatti, si basa sull’applicazione di norme di diritto, pertanto precostituite, da parte di un funzionario inserito in un apparato statale, tramite l’intermediazione necessaria di professionisti abilitati, anche a prescindere, purtroppo, della giustizia ed equità del caso concreto. Nel caso, invece, della risoluzione dei conflitti familiari all’interno delle strutture tribali, i protagonisti della vicenda venivano ascoltati personalmente, senza alcuna intermediazione, e il «saggio» interveniva con indicazioni volte a ricercare un buon componimento, una soluzione migliore e quindi in base ad equità, tendendo non a fare una sentenza, ma a fluidificare la comunicazione tra le parti e a proporre una soluzione che fosse convincente per la sua ragionevolezza, il più possiile riconosciuta dai soggetti coinvolti.

Sulla base di queste notazioni, identificare il momento preciso di nascita della mediazione familiare è dunque impossibile, essendo verosimilmente nata con l’uomo stesso o con la sua aggregazione in società più o meno elementari, nelle quali comunque vi era, necessariamente, una forma di famiglia, anche se molto diversa da quella contemporanea – che, peraltro, è diversissima anche solo da quella del secolo scorso.

Ciò premesso, dunque, l’indicazione di un momento di origine della mediazione familiare può essere solo convenzionale e, dunque, di comodo, per la individuazione di un punto di riferimento al riguardo.

Da questo punto di vista, la maggior parte degli autori individua la «nascita» della mediazione familiare negli Stati Uniti, più precisamente nel corso dell’anno 1974, quando un avvocato e psicoterapeuta, di nome O. James Coogler, si pose il problema di trovare un metodo affinché si potesse arrivare allo scioglimento del vincolo matrimoniale nel modo meno traumatizzante possibile.

La istituzione, avvenuta nel 1939, della Los Angeles Conciliation Court, non si ritiene invece significativa, in quanto tale organismo non aveva come scopo la mediazione familiare, bensì la riconciliazione, che è appunto una cosa molto diversa dalla mediazione.

L’attività di Coogler, che partiva appunto dalla riflessione sull’opportunità di evitare che la gente consumasse le proprie tragedie familiari nelle inadatte aule dell’apparato giudiziario statale, consistette nella fondazione, avvenuta nel 1975, della Family Mediation Association. Questo servizio fu aperto a tutte le coppie che si stavano separando o divorziando o, ulteriormente, avevano la necessità di rinegoziare le condizioni a suo tempo concordate, proprio perché nel frattempo erano cambiati i presupposti di fatto (evitando, in questo ultimo caso, il ricorso ad un procedimento di modifica condizioni, che occupa molto lavoro ad esempio nei tribunali italiani contemporanei).

Coogler definì un proprio modello operativo, che chiamò di «mediazione strutturata».

Sulla scorta del buon esito delle opere di Coogler, nacquero diverse altre scuole e servizi volti alla mediazione familiare. Coogler costituì quindi nel 1978 la rivista Family mediation e nello stesso anno compilò il manuale Structured Mediation in Divorce Settlement.

Per la prima volta, dunque, per le coppie di coniugi, conviventi o genitori era disponibile un servizio e una pratica strutturata che consentisse loro di gestire il difficile momento dello scioglimento della coppia stessa, particolarmente delicato in caso di presenza di figli.

In seguito, si diffusero altri approcci e altri metodi alla mediazione familiare. Tra questi, va menzionato quello del canadese John Haynes, fondatore della Accademy of Family Mediators, che introdusse – siamo già negli anni 80 – nella mediazione familiare tecniche proprie della negoziazione commerciale, la cosiddetta negoziazione ragionata (brainstorming), formulando una declinazione della mediazione che avrebbe avuto poi largo seguito in Europa.

Un altro pioniere della mediazione familiare da menzionare è Howard Irving, che attivò il servizio Toronto Conciliation Project, che proponeva la mediazione in caso di divorzio al fine di fluidificare i conflitti e facilitare la comunicazione.

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Nuova porzione di costruzione: spetta qualcosa alla moglie?

mi sono separata legalmente, con consensuale, quest’anno 2017, nel 1994 mi sono sposata in regime di comunione dei beni e abbiamo due figlie, nel 1992 mio marito pero aveva acquistato un terreno agricolo dove aveva costruito un mese prima di sposarci una casetta di appena 40 mq ….che aveva sanato perche’ abusiva . dopo il matrimonio ha allargato la costruzione che ad oggi consta di altri 100mq. volevo sapere se mi spetta almeno una quota economica di questi 100mq costruiti durante il matrimonio. considerato che io sono in affitto attualmente ,le mi e figlie vivono con me,ed ho lasciato che lui vivesse in questa casa dopo la separazione.

È una situazione che andrebbe studiata molto più approfonditamente, si possono solo provare a tracciare alcune indicazioni generali dando per scontato alcuni presupposti di partenza, che poi nella realtà andrebbero attentamente verificati.

A quanto si capisce, infatti, la nuova porzione di immobile è stata eretta su terreno sempre di proprietà di tuo marito. Se così è, anche questa porzione è diventata di proprietà esclusiva dello stesso, senza cadere in comunione, in base al tradizionale principio di accessione.

Si tratta di un principio codicistico valevole sin dagli antichi romani, ribadito di recente anche dalla Cassazione per quanto riguarda la comunione dei beni tra i coniugi: «La costruzione realizzata durante il matrimonio da entrambi i coniugi, sul suolo di proprietà personale ed esclusiva di uno di essi, appartiene esclusivamente a quest’ultimo in virtù delle disposizioni generali in materia di accessione. e, pertanto, non costituisce oggetto della comunione legale, ai sensi dell’art. 177, I comma, lett. b), codice civile» (sentenza n. 651 del 1996, richiamata e confermata dalla sentenza 6020 del 16 marzo 2014).

In questo contesto, ti può spettare un credito per gli eventuali contributi che hai dato a tuo marito per la realizzazione di questa nuova costruzione. Questo va visto in concreto in relazione a come effettivamente avete proceduto e regolato i rapporti economici tra voi in relazione a questa cosa.

Naturalmente, la cosa migliore sarebbe stato trattare e negoziare questi aspetti al momento in cui stavate perfezionando la separazione consensuale. Al riguardo, ripensamenti a posteriori sono sempre difficili e poco praticabili.

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Ex marito mi diffama coi figli: che posso fare?

sono divorziata e madre di 2 figli che abitano col padre lui fin dalla separazione si parla del 2008 ha sempre parlato ai bàmbini male di me e sempre mettendoli contro anche se da anni nega questo lo vedo dai comportamenti di mia figlia piu grande che e sempre
stata staccata a differenzadi suo padre mentre il bambino avendolo cresciuto io ha semplicementepaura di esporre il suo malessere a stare col padre e nega tutto di fronte a lui. io nel 2011 ho avuto una convivenza con un altra persona da cui ho avuto un altro figlio che vive attualmente con me dopo distacchi e ritorni con questa persona ci siamo lasciati per grossi problemidi convivenza tra lui e i miei figli spesso denigrati. il fatto è che all inizio di questo anno ho conosciuto per caso il fratello della compagna del mio ex marito il cui mi ha confidato che lui mi diffama e parla male di me di fronte ai miei figli cosa posso fare per dargli una lezione

Viviamo in una società demenziale in cui è impossibile in natura dare qualsiasi lezione ad alcuno, pertanto, se questa è la tua idea, io per cominciare ti consiglierei di accantonarla subito.

La domanda più corretta nel tuo caso dovrebbe essere come puoi trattare questa situazione per tutelare non solo te, nella tua immagine personale e sociale, ma soprattutto i tuoi figli, considerando in questo secondo caso che proprio nessuno vuole essere figlio di un deficiente, o anche solo che qualcun altro possa pensarlo.

Da questo punto di vista, il primissimo passo da fare, prima di pensare a qualsiasi altra iniziativa, è quello di contestare per iscritto i fatti al responsabile, tramite una diffida formulata ed inviata per tuo conto ed in tuo nome da un avvocato.

Devi dunque, a mio giudizio, trovare un avvocato degno di fiducia – e ti consiglio di impiegare adeguata cura ed attenzione in questo – che possa fare questo fondamentale primo passo.

A seguito di ciò, può darsi che il problema si risolva o meno, nel secondo caso bisogna valutare quali eventuali altre iniziative intraprendere, ma tale valutazione si potrà fare solo dopo aver esaminato quale sarà stato il riscontro dato – o, all’opposto, non dato – alla prima diffida.

Si dice che nello yoga la posizione più difficile di tutte sia quella di mettersi seduti sul materassino per praticarlo. Analogamente, nei problemi legali, come in tutti i problemi, il primo gesto importante e fondamentale, è quello di passare dalle vaghe lamentele alle iniziative concrete, cioè dal dire al fare, con gradualismo e prudenza, ma iniziando a trattare effettivamente la situazione.

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Nuova compagna del mio ex: sono obbligata a conoscerla?

Ho ho un figlio con uomo con cui non sono stata convivente ne sposata.
Lui appena lasciati si è rifatto subito una vita,affari suoi a me nn interessa.
io mi sono riaccompagnata solo 1 anno fa e lui pretende di farmi conoscere la sua compagna cosa che io non voglio…e lui vuole conoscere il mio compagno..ma io nn voglio…..lui puo obbligarmi?

Ovviamente, non esiste in linea generale un obbligo per una persona di conoscerne un’altra o avere rapporti con essa.

Però la gestione del figlio che avete potrebbe rendere opportuna, e, da questo punto di vista, anche oggetto di un tuo specifico obbligo, almeno fino ad un certo punto, una situazione di relazione con i nuovi compagni dell’altro genitore.

Si tratta infatti di persone che sono destinate ad avere un ruolo, piccolo o grande, nella vita di vostro figlio, finendo spesso a fare anche di fatto da baby sitter, nei momenti in cui il bambino è affidato ad un genitore che magari per un po’ di tempo deve assentarsi.

Se consideriamo ciò, dunque, un rapporto di corretta interrelazione – anche se non necessariamente di piacevole frequentazione, cosa alla quale nessuno può essere nè obbligato nè obbligabile – può essere importante per il minore.

Purtroppo, non è possibile non avere più niente a che fare con una persona che è genitore insieme a te, almeno fino a che il figlio non sarà autonomo, cosa che oggigiorno in media avviene intorno ai 25/26 anni e, per certi aspetti, un po’ di interazione rimarrà anche dopo il raggiungimento dell’autonomia del figlio, in caso ad esempio di problemi in cui sono comunque coinvolti i genitori.

Dovendo avere a che fare con l’altro genitore, è purtroppo necessario accettare di dover aver a che fare anche con le persone importanti della sua vita, quelle con cui trascorre più tempo, tra cui per forza i nuovi compagni.

Molto spesso purtroppo non si comprende fino in fondo, non si ha la necessaria consapevolezza del legame costituito da un figlio, probabilmente perché si è rimasti delusi da una persona e non si vorrebbe più avere niente a che fare con essa. Purtroppo non è possibile e bisogna far riferimento alla realtà.

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Separazione e crisi familiare: occorre sistemare «casa ecc ecc»

io e la mia compagna abbiamo un figlio insieme mentre lei aveva gia un altro bimbo. Ora viviamo tutti a casa mia anche se intestata ai miei genitori.i miei genitori vivono presso appartamento che mia compagna ha acquistatonemmeno un anno fa.quindi con mutuo in corso. mia moglie lavora spesso fuori (siena parma ecc ) quindi durante settimana io sto solo con miei figli . dico miei entrambi perche il suo l ho cresciuto.
siccome ci sono dissidi tra noi e discussioni vorrei sapere in questo caso come funziona per casa ecc ecc
ah io ho studio commercialista in associazione con altro professionista

Funziona esattamente come hai intuito tu: «casa ecc ecc».

Per maggiori dettagli, se credi e vuoi approfondire, puoi fare una ricerca tra i vecchi post del blog, che ad oggi sono circa 4000, da questa pagina.

Oppure puoi consultare, sia acquistandone una copia (è disponibile anche in ebook), sia presso la tua locale biblioteca, il mio libro divulgativo «Come dirsi addio nel modo migliore», dove appunto ho illustrato i principali aspetti della scomposizione familiare, anche in riferimento alla famiglia di fatto.

Il quadro non cambia granché, comunque, per chi fa il commercialista rispetto a qualsiasi altro lavoro.

Se, invece, vuoi una consulenza ad hoc sul tuo caso, quindi con risposte mirate e tagliate esattamente sulla tua situazione, che in ogni caso va approfondita molto di più, puoi valutare di acquistarla dalla pagina «consulenze».

Nel frattempo, ti consiglierei comunque, per non saper né leggere né scrivere, di iniziare appena possibile un percorso di mediazione familiare dal quale non può venirne che bene.

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Ruolo del padre: proteggere i figli dalla madre. 

Che ci crediate o no, il compito di un padre è anche quello di proteggere i figli dalla madre.

Lo scrive chiaramente Costanza Miriano, in un post meraviglioso su aborto, maternità e paternità che vi consiglio comunque di leggere per intero: «Rischiamo spesso di essere così madri da dimenticare di essere prima spose, ed estromettere i padri dal rapporto, privandoli del ruolo fondamentale: tagliare il cordone, non solo quello di carne, mandare i figli fuori di casa, proteggerli dalla madre, rappresentare il principio di realtà».

Credo che abbia proprio ragione. 

La madre accoglie, il padre prepara al mondo. 

Un eccesso di madre o padre è sempre nocivo perché un bambino ha bisogno sia di accoglienza e consolazione sia di essere spinto nel mondo, verso la vita.

Mi chiedo quante separazioni e crisi familiari nascano da decisioni delle madri che considerano inadeguati i padri e vorrebbero avere il monopolio sulla gestione dei figli, senza capire quanto sia invece essenziale la presenza di un genitore che opera diversamente da loro e le contempera, venendone poi a sua volta contemperato.

Privare un figlio della figura del padre o della madre è una crudeltà, questo vale sia per le coppie arcobaleno sia per le separazioni, invece noto che in alcuni casi certe madri non solo pensano di essere più che sufficienti da sole, ma addirittura che l’educazione impartita da loro sole possa essere migliore di quella che risulterebbe dall’intervento del padre, di cui si liberano come di un ostacolo, quando invece avrebbe eccome una sua funzione, proprio nella sua diversità.

Parlo ovviamente di padri non disfunzionali.

Su questi concetti vale comunque la pena di riflettere.

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Coppia, relazione, amore, matrimonio in crisi: cosa leggere?

Un primo gesto per fare qualcosa quando ci sono problemi di coppia è cercare di capire le cose e, per fare questo, ci sono libri e articoli che possono dare spunti, suggerimenti, vere e proprie «illuminazioni».

Ho deciso così, tempo fa, di raccoglierli in un ebook, che ho messo in distribuzione in occasione del lancio delle giornate o settimane FixFam e che oggi rilancio, essendo giunto alla versione 1.1 con l’aggiunta di nuovi contenuti.

Ecco il changelog con le novità attuali:

  • 1.1 13 maggio 2016
    • aggiunti due libri all’elenco
    • aggiunta la nuova sezione «articoli»
    • integrata l’introduzione
    • varie sistemazioni

Il libro continuerà ad essere, solo per qualche altro giorno, in distribuzione gratuita. Se ne volete una copia, potete compilare il modulo che trovate di seguito.

Grazie a tutti.

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Famiglia, matrimonio, coppia: chi è che ha davvero le palle?

Una breve premessa. Con questo post, utilizziamo e introduciamo nel blog il concetto di «serie». Una serie è un gruppo di post legati tra loro, come a raccontare una storia più lunga del solito, o affrontare un argomento troppo complesso per essere esaurito in una singola occasione. Ogni post della serie indica in modo evidente di far parte di una collana più estesa, con un indice della stessa riportato all’inizio. Questo è il primo post della serie, man mano che verranno pubblicati gli altri l’indice verrà aggiornato.

Fatta questa premessa tecnica, veniamo al tema di questo e di tutti gli altri post della serie, un argomento, come avrete già intuito, molto importante, visto che ho deciso di dedicargli addirittura un insieme di post successivi. Esso riguarda sempre la famiglia, il matrimonio, e le sue relative fasi fisiologiche e patologiche, un argomento molto importante perché nella forza della famiglia risiede la forza della società intera, e viceversa.

Una cosa che mi sta facendo molto riflettere ultimamente è che, un tempo nemmeno molto lontano, fino a qualche decennio fa circa, l’ammirazione delle persone andava a chi riusciva, nonostante tante difficoltà, a tenere insieme la propria famiglia: la moglie che aiutava e sopportava il marito col vizio, ad esempio, del gioco, dell’alcol e cose del genere; il marito che ritrovava lo slancio con una moglie un po’ troppo libertina e dopo qualche tradimento…

Queste persone erano considerate avere le famose «palle»: le palle di vivere come si sentiva giusto, di fare il bene dei figli, di seguire anche i precetti della nostra religione. Di fare ciò nonostante tutti i veleni, le difficoltà, la disperazione, la durezza di tante situazioni.

Oggigiorno, la situazione non è semplicemente cambiata, ma si è proprio ribaltata.

Oggi, infatti, le palle si riconoscono a quelle persone che, sfidando convenzioni, religione, situazioni consolidate, genitori, figli e quant’altro, mettendosi, insomma, contro tutto e tutti, sfasciano la propria famiglia, per seguire il loro cuore – e qualche volta altri, sicuramente meno nobili, organi.

Queste persone, che fanno del loro disagio in famiglia il motore di una «nuova vita», a costo appunto di tutto e tutti, attirano a volte la nostra pressoché incondizionata ammirazione per i loro presupposti coraggio, determinazione, spesso anche emancipazione quando si tratta, come avviene nella maggior parte dei casi, di donne.

Ma chi le ha davvero, però, queste benedette palle?

Chi resta al suo posto, tiene fede alle promesse fatte, magari anche davanti a Dio, e offre a sè stesso, al partner e ai figli una famiglia unita, affrontando mille difficoltà? Oppure chi fa bandiera del suo proprio cuore, comprese le sue eventuali bizze, se ne frega di tutto il resto e affronta anch’egli mille difficoltà (problemi economici, figli insoddisfatti, delusi e privati di un genitore, problemi logistici, abitativi, economici contrarietà della famiglia di origine), ma non per tenere unita la famiglia, bensì per sfasciarla?

Magari non esiste, come spesso accade, una risposta generale, valida sempre e per tutti i casi, tuttavia qualche riflessione al riguardo potrebbe essere ugualmente interessante, visto che è un tema centrale per la vita di ognuno di noi, che ruota attorno alla famiglia.

Sarà ad ogni modo importante il gesto di discuterne, come al solito, il non lasciare ignorato un tema così importante, anche senza voler per forza giungere a conclusioni.

Per oggi mi fermo qui, limitandomi a tracciare il tema, che corre lungo una vera e propria contraddizione. Nei prossimi post, vedremo di approfondirlo insieme. Facendo questo, alla fine credo che daremo qualche indicazione anche a chi si trova ad affrontare una crisi familiare, che spesso non sa cosa fare, come comportarsi, vorrebbe fare la cosa più giusta, solo che non sa qual è.

Parleremo di amore, spiegando che non è affatto un dono che cade dal cielo, ma un talento, che va coltivato tutti i giorni. Di fedeltà, che non è una vocazione, ma nemmeno una costrizione, anzi è la vera forma di libertà, quella di fare una scelta ricca e profonda. E tratteremo della seconda battaglia che devono affrontare oggigiorno molte persone che avrebbero tutto per essere felici, hanno sempre fatto tutto bene e in buona fede nella loro vita, con impegno, generosità, brillantezza, ma si trovano, nonostante tutto, a dover ricominciare daccapo.

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