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quando la nuova versione di un software non legge i files della vecchia

Prima di Natale ho acquistato Money 2000 in versione aggiornamento poiché già posseggo la versione 99. Installandola, non sono riuscito ad importare i file della versione precedente. Ho quindi telefonato al centro assistenza dove mi è stato detto che il mio era un problema di cui avevano già notizia e stavano perciò lavorando ad una patch che mi avrebbero inviato appena pronta. Dopo tre mesi non ho ricevuto la patch. Ho parlato nuovamente con i tecnici, ma l’ultima secca risposta è stata che devo aspettare. Visto che quando si acquistano i prodotti, il commerciante non aspetta mica che lo si paghi a 60 o 90 giorni, quale consiglio mi dà affinché Microsoft rispetti il suo obbligo verso un cliente? (Giacomo, via mail)

Dispone l’art. 1497 cod. civ. che “Quando la cosa venduta non ha le qualità promesse ovvero quelle essenziali per l’uso a cui è destinata, il compratore ha diritto di ottenere la risoluzione del contratto secondo le disposizioni generali sulla risoluzione per inadempimento [1453 ss.], purchè il difetto di qualità ecceda i limiti di tolleranza stabiliti dagli usi.”. L’art. 1575 cod. civ., parallelamente, prevede che “Il locatore deve: 1) consegnare al conduttore la cosa locata in buono stato di manutenzione; 2) mantenerla in istato da servire all’uso convenuto; 3) garantirne il pacifico godimento durante la locazione”.
In sostanza, la capacità della nuova versione di un software di leggere ed eventualmente convertire il formato dei files generati con la versione precedente è una caratteristica (una “qualità”, nel linguaggio del codice) che ogni consumatore legittimamente si aspetta nel momento in cui effettua l’upgrade di un determinato software. Pensiamo soltanto a cosa accadrebbe se word 2000 non fosse in grado di leggere i testi creati con word97… Si può pertanto con ogni probabilità sostenere che la famosa background compatibility, o compatibilità all’indietro, sia una caratteristica essenziale del software.
Ciò ovviamente salvo il caso in cui la casa produttrice non avverta esplicitamente, prima del contratto, i potenziali acquirenti, della mancanza di tale funzione.
Ma cosa bisogna fare dal punto di vista pratico? Esiste sicuramente il diritto del consumatore alla risoluzione del contratto, cioè a restituire il programma avendo i soldi indietro, ma la migliore strategia è iniziare con una lettera raccomandata a ricevuta di ritorno da inviare alla sede della casa titolare dei diritto d’autore sul software, nel nostro caso la filiale italiana di Microsoft, ed in copia al distributore presso il quale il software è stato acquistato, denunciando il difetto e intimando che, in mancanza di soluzione entro 15 giorni dal ricevimento, si procederà giudizialmente appunto per la risoluzione. Trascorso questo termine senza effetto, il consumatore potrà rivolgersi anche personalmente per cause sino a £1.000.000 direttamente al Giudice di Pace del suo luogo di residenza.

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la nuova legge sui contratti a distanza

LEGGE SUL COMMERCIO ELETTRONICO? Con il Decreto Legislativo 22 maggio 1999, n. 185, che dovrebbe entrare in vigore il prossimo 19 ottobre 1999, anche il nostro Paese ha dato attuazione alla direttiva dell’Unione Europea n. 97/7/CE, in materia di protezione del consumatore nei contratti a distanza.
Esisteva già, come noto, una disciplina di tutela nel caso di stipulazione dei contratti a distanza, contenuta nel Decreto Legislativo 15 gennaio 1992, n. 50. La nuova legge prevede che, in futuro, le due normative dovranno essere “fuse” in un testo unico di tutela del consumatore a distanza. Fino a che ciò non avverrà, continueranno ad applicarsi entrambe le due leggi, scegliendo volta per volta la disposizione di esse più favorevole al consumatore.
Ma perché rifare, a così pochi anni di distanza, una nuova legge di tutela degli acquisti “a distanza”? Probabilmente per lo sviluppo sempre maggiore che sta avendo il cosiddetto commercio elettronico, con conseguente nascita di nuovi rischi e pericoli, anche di frode, per chi fa acquisti on-line. La nuova legge però non si applica solo agli acquisti effettuati via internet o tramite mezzi telematici: le nuove regole valgono anche per gli acquisti effettuati tramite buoni sconto, lettere circolari, cataloghi, telefono (con o senza l’intervento di un operatore), audiotext, radio, videotelefono, teletext, fax, televisore. Si tratta insomma di un sistema di garanzie valevoli per qualsiasi acquisto effettuato “a distanza”. La ragione che giustifica l’applicazione di così tante tutele risiede nel fatto che, nella contrattazione a distanza, l’acquirente non può visionare il bene come nei contratti stipulati a contatto diretto con il venditore, così come quando si entra in un tradizionale negozio o centro commerciale. Per tali motivi, al consumatore si riconosce un diritto di recesso dal contratto, esercitabile senza che sia dovuta alcuna motivazione e quindi, evidentemente, anche solo perché il bene che ha acquistato, una volta che l’ha visto davvero, non gli è piaciuto.

IL CONTRATTO A DISTANZA. Ad ogni modo, la nuova legge si applica solo ed esclusivamente ai contratti a distanza, così come definiti dalla legge stessa. Contratto a distanza è quello “stipulato tra un fornitore e un consumatore nell’ambito di un sistema di vendita o di prestazione di servizi a distanza organizzato dal fornitore che, per tale contratto, impiega esclusivamente una o più tecniche di comunicazione a distanza fino alla conclusione del contratto, compresa la conclusione del contratto stesso” (art. 1, lett. a)).
Anche, dunque, la conclusione del contratto deve avvenire “a distanza”. Quindi, ad esempio, nei casi di aziende che pur si fanno pubblicità via internet tramite un proprio sito, ma poi contattano di persona il consumatore quando devono concludere il contratto, la nuova legge non si applica (potrà, al limite, applicarsi la “vecchia” legge sui contratti negoziati fuori dai locali commerciali). I casi nei quali si applica la nuova legge sono quelli in cui ogni fase della contrattazione, compresa quella finale, si svolge a distanza, senza contatto diretto tra le parti e, soprattutto, senza che sia visionabile il bene o servizio acquistato. Un caso rientrante sicuramente nell’ambito della tutela è quello di chi acquista un computer tramite un centro commerciale on-line.

INFORMAZIONI AL CONSUMATORE. E’ previsto, innanzitutto, in capo al fornitore un obbligo di informazione nei confronti del consumatore. Questi deve essere informato su:
– identità del fornitore e suo indirizzo, nel caso sia previsto il pagamento anticipato;
– caratteristiche essenziali del bene o servizio, tra cui il prezzo, che deve essere indicato insieme a tutte le tasse o le imposte e alle spese di consegna o della comunicazione necessaria per le trattative e la conclusione del contratto;
– modalità di pagamento, di consegna del bene o di esecuzione del servizio;
– possibilità di esercitare il diritto di recesso e, in caso di esercizio dello stesso, modalità da osservare da parte del consumatore circa la restituzione del bene;
– durata e validità dell’offerta e del prezzo;
– nei contratti di durata, cioè quelli aventi ad oggetto prestazioni destinate a durate nel tempo (come ad esempio un abbonamento ad Internet), la durata minima del contratto;
– applicabilità della legge di tutela, i cui estremi devono essere indicati nel contratto.

Il consumatore deve ricevere tutte queste informazioni “in tempo utile” e comunque “prima della conclusione di qualsiasi contratto a distanza”. Esse devono essere fornite in modo chiaro e comprensibile, con ogni mezzo adeguato alla tecnica di comunicazione impiegata, osservando “i principi di buona fede e di lealtà in materia di transazioni commerciali”. Le informazioni, inoltre, devono, se il consumatore lo richiede, essere fornite in lingua italiana. In tal caso tutte le successive comunicazioni devono essere fatte in tale lingua. Quest’ultima cosa è molto importante perché si tratta di una regola che vale anche per le imprese non italiane, che dovranno adeguarsi se vorranno contrattare validamente con i consumatori del nostro Paese, dal momento che tutte le regole della nuova legge si applicano nonostante qualsiasi diversa legge straniera in materia.
Quando il contratto, poi, viene concluso, il consumatore deve ricevere “conferma” delle informazioni già ricevute, ma questa volta per iscritto ovvero su di un altro supporto duraturo a lui consegnato, nonché ulteriori informazioni sull’indirizzo o ufficio presso il quale può presentare reclami, sulle garanzie esistenti e sui servizi di assistenza, sulle condizioni di recesso dal contratto qualora sia di durata superiore ad un anno.

IL DIRITTO DI RECESSO. Come si è visto, il consumatore a distanza ha quasi sempre, salvo alcune eccezioni specificamente previste, il diritto di recedere dal contratto entro un certo termine, cioè di restituire il bene e riavere indietro i soldi.
Il diritto di recesso si esercita inviando nel termine previsto dalla legge una raccomandata con avviso di ricevimento alla sede legale del fornitore. La legge consente che la comunicazione possa essere fatta anche, entro il medesimo termine, via telegramma, telex e fac-simile, però richiede poi che sia confermata con raccomandata con avviso di ricevimento entro le 48 ore successive. La raccomandata a/r, dunque, rimane sempre necessaria, si può solo avere un paio di giorni in più per farla…
Il termine per l’esercizio del recesso è di dieci giorni “lavorativi”, nel caso in cui il consumatore sia stato correttamente informato della possibilità di esercitarlo, decorrenti dal giorno di ricevimento del bene da parte del consumatore ovvero, per i servizi, dal giorno della conclusione del contratto, salvo che le informazioni dovute al consumatore non gli siano inviate dopo, nel qual caso il termine decorre dal ricevimento di tali informazioni.
In caso di mancata comunicazione al consumatore, da parte del venditore, della possibilità di esercitare il diritto di recesso, questo è esercitabile entro 3 mesi, decorrenti dal ricevimento del bene o, nel caso di servizi, dalla conclusione del contratto.

LE ECCEZIONI AL DIRITTO DI RECESSO. Tra i casi pur rientranti nell’oggetto della nuova legge, ve ne sono alcuni cui non si applica la parte probabilmente più importante della tutela, cioè il diritto di recesso. In questi casi, valgono tutte le altre disposizioni di tutela, come ad esempio l’obbligo di informazione al consuamatore, però il cliente non ha il diritto di recesso. I casi sono i seguenti:
1) Beni confezionati su misura o chiaramente personalizzati che, per loro natura, non possono essere rispediti o rischiano di deteriorarsi o alterarsi rapidamente. Ovviamente qui è la natura stessa del bene che impedisce l’esercizio del diritto di recesso (pensiamo alle sempre più numerose anche nel nostro paese pizzerie on-line con consegna a domicilio…).
2) Prodotti audiovisivi o software informatici sigillati che siano stati aperti dal consumatore oppure giornali, periodici o riviste. Dunque, ad esempio chi acquista un “cd” via internet, o un cd-rom contenente software o una banca dati, non ha il diritto di recesso… La ragione della esclusione è duplice: a) innanzitutto, questi prodotti sono tutti uguali perché prodotti in serie ed il consumatore può facilmente visionarli, provarli, sperimentarli, entrarci in contatto prima di acquistarli b) se si consentisse il diritto di recesso, molti acquisrebbero i cd, li masterizzerebbero e li … rispedirebbero al mittente, con tanti saluti…

DISPOSIZIONI ANTI – FRODE La nuova legge contiene alcune disposizioni volte a tutelare il consumatore dopo la conclusione del contratto. Innanzitutto, salvo diverso accordo delle parti, la consegna del bene o l’inizio dell’esecuzione del servizio deve avvenire entro 30 giorni dalla conclusione del contratto. In caso di mancanza del bene in magazzino o incapacità di iniziare l’esecuzione del servizio, il fornitore deve informare il consumatore, per iscritto.
Ci sono inoltre varie disposizioni volte specificamente a prevenire possibili frodi a carico del consumatore: è vietato espressamente inviare merce o iniziare l’esecuzione di servizi verso una persona senza che vi sia stato un previo ordinativo da parte della stessa. Una disposizione apposita, inoltre, si occupa dei pagamenti via carta di credito – che sempre più spesso si prestano all’esecuzione di truffe – stabilendo che il titolare della carta ha sempre il diritto di respingere gli addebiti infondati e superiori a quello che era il prezzo concordato. Non manca nemmeno una disposizione anti spamming: è vietato inviare posta elettronica direttamente nella casella postale del potenziale consumatore.

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providers intasati, che fare?

Quando chiamo il mio provider per connettermi alla rete trovo quasi sempre occupato, con il risultato che praticamente non riesco ad usare internet. Cosa posso fare?

 

E’ una domanda, questa, che si sono posti in molti. Purtroppo succede in alcuni casi che i provider internet fanno economia sul numero di modem e linee telefoniche, non adeguandoli al numero di utenti man mano che questo cresce, con la conseguenza che non c’è spazio per tutti. In alcuni casi, addirittura, alcuni utenti meno corretti degli altri usano il numero messo a disposizione da Telecom per interrompere le chiamate in caso di urgenza, in modo da causare la caduta di connessione dell’utente attivo in quel momento. Il modem connesso, infatti, interpreta l’intrusione delle voci registrate di Telecom in malo modo, con la conseguenza che finisce per lasciar cadere la portante…
La legge, comunque, dice che in questi casi è senz’altro possibile chiedere la restituzione di quanto pagato al provider, oltre al risarcimento del danno. Fatti di questo tipo configurano un inadempimento dei providers perché con il contratto che hanno firmato si sono impegnati a garantire un servizio che, in questo modo, non si può certo dire che venga erogato.
Per questi motivi, l’utente ha tutti i diritti di sciogliere il contratto.
Ma dal lato pratico, come bisogna fare? La cosa migliore è inviare al provider una diffida ad adempiere al contratto liberando le linee e consentendo l’accesso. La diffida è preferibile inviarla mediante lettera raccomandata con ricevuta di ritorno. Solo in questi casi, infatti, si può poi eventualmente riuscire a dimostrare l’effettivo ricevimento da parte del fornitore e, soprattutto, il momento preciso dello stesso.
Il fornitore dovrà adeguarsi alla diffida entro 15 giorni dal ricevimento della lettera, trascorsi inutilmente i quali il contratto sarà da ritenersi sciolto di diritto. In questo modo, sarà come se il conmtratto di abbonamento ad Internet non fosse mai stato concluso, con la conseguenza che si potrà richiedere la restituzione di quanto versato e l’eventuale risarcimento del danno per la perdita di tempo, il mancato godimento del servizio e così via, a seconda dei casi.
In mancanza di restituzione spontanea, è poi possibile rivolgersi, anche direttamente e cioè senza l’assistenza di un professionista, al Giudice di Pace del luogo di residenza, dati i bassi importi di solito richiesti per un abbonamento.

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estromissione da una mailing list

Mi è capitato un fatto un po’ increscioso. Mi sono iscritto alla mailing list “Litterae” di poeti e scrittori. Ho potuto conoscere alcuni ai quali ho successivamente, utilizzando la loro e-mail privata, richiesto loro poesie da inserire nel mio sito. Tutto sino al giorno in cui il titolare della list mi ha cancellato inviandomi le tre righe sottostanti (“Reclamizzare il proprio sito sulla ML di un altro sito è il massimo della scorrettezza: sei stato, pertanto cancellato dalla ML Litterae del Club degli autori vai a cercare altrove adesioni al tuo sito..”) Avrei piacere, al fine di non commettere più errori di questo tipo, di sapere se effettivamente ho sbagliato. (Alessandro, via mail)

Tutti sappiamo più o meno come funziona una mailing list. Si tratta di una specie di bacheca elettronica dove ognuno può appendere il proprio messaggio in modo che sia letto da tutti gli altri, su scala nazionale o internazionale, grazie a collegamenti di posta elettronica.

Se, però, il meccanismo è più o meno sempre lo stesso, dal punto di vista della legge, soprattutto con riguardo alle condizioni per l’ammissione alla conferenza, le cose possono essere molto diverse.
Si possono avere infatti mailing list gestite da società o enti commerciali, oppure il cui ingresso viene concesso dietro corrispettivo. In tali casi, non esiste un diritto ad essere incluso e, pertanto, si può essere esclusi quando non siano state rispettate le condizioni per l’accesso o sia venuto meno un presupposto che lo consentiva (ad esempio chi dà le dimissioni non può ovviamente più far parte della mailing list riservata ai dipendenti della tale società).

Oppure si possono avere mailing list gestite da associazioni, come la Città invisibile, e qui le cose stanno diversamente. Infatti, le associazioni, come tali, sono un gruppo “aperto” a tutti coloro che si riconoscono nella categoria di interessi per il perseguimento dei quali è stata istituita l’associazione. Anche in questi casi non esiste un vero e proprio diritto ad essere inclusi, però per l’esclusione ci sono maggiori limiti, nel senso che il provvedimento deve innanzitutto essere preso dagli organi associativi indicati nello Statuto ed inoltre deve essere motivato. Solitamente, poi, all’associato escluso è riservata la facoltà di impugnare la decisione avanti ad appositi organi associativi.
Si noti che non occorre la stipula di un formale atto costitutivo perché vi sia associazione. E’ sufficiente un gruppo di persone che agisce cooperando tra loro, con un fondo comune, per il raggiungimento o comunque il perseguimento di uno scopo di natura non lucrativa (organizzazione non a scopo di lucro), così come ad esempio lo scambio culturale disinteressato.

Occorrerebbe pertanto esaminare in particolare la natura della mailing list Litterae per vedere se e come la decisione del moderatore può essere considerata corretta o meno in punto di diritto. Resta solo da dire che tale decisione, se forse è ancora conforme alla legge, non lo è certo alla spirito tradizionale della rete, dove ogni strumento dovrebbe servire al libero interscambio delle informazioni, senza freni dettati da interessi particolari.

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quali sono i principali diritti nei confronti del proprio provider?

Un contratto con il quale sempre più persone si trovano a dover fare i conti è quello per l’accesso alla Rete. Ma quali sono i principali diritti nei confronti del proprio provider? Quali sono le clausole da inserire e quelle possibilmente da evitare?
Da un punto di vista generale, non ci sono cose particolari da dire: si tratta di un normale contratto di fornitura di servizi verso corrispettivo.
Se il contratto viene stipulato da una azienda o da un professionista, occorre fare particolare attenzione alle clausole vessatorie, ovvero a tutte quelle clausole che sono state smaccatamente predisposte a favore del provider e spesso rendono l’esercizio dei diritti dell’utente più difficoltoso. Un esempio tipico di clausola vessatoria è quella che prevede la deroga alla competenza territoriale degli organi giudiziari. Se, in ipotesi, un utente residente a Modena stipula un contratto con un provider la cui sede principale si trova a Milano, è probabile che nel contratto sia inserita la clausola per cui qualsiasi controversia dovesse nascere circa l’esecuzione del contratto possa essere proposta solo al Tribunale di Milano: ciò ovviamente rappresenta una difficoltà, anche economica, perché in caso di necessità di far valere in giudizio i propri diritti, l’utente è costretto a ingaggiare non uno ma due avvocati e a sostenere i costi di una causa lontana dal suo luogo di residenza.
Qualora, invece, il contratto sia stipulato da un privato, o comunque per scopi di tipo non professionale, la tutela è molto maggiore, dal momento che si applica la disciplina di tutela del consumatore approvata negli ultimi anni, in base alla quale ogni clausola vessatoria, per il solo fatto di esser tale, è puramente e semplicemente inefficace. Una clausola, ad esempio, come quella esaminata prima non avrebbe comunque alcuna validità nei confronti di un consumatore.
In ogni caso, il contratto con il provider si basa sullo scambio tra la prestazione del servizio e il corrispettivo in denaro. Da ciò deriva, ovviamente, che se il servizio non viene prestato, o del tutto oppure senza le qualità pattuite, il contratto può essere sciolto e si ha diritto al risarcimento del danno, oltre che alla restituzione di quanto pagato. Frequente è purtroppo il caso di quei provider che, facendo economia sul numero dei modems e linee installate, fanno sì che gli utenti che hanno sottoscritto il contratto con loro trovano sempre o quasi il numero occupato e non possono accedere alla rete. Oppure può aversi il caso in cui è stata garantita la possibilità di connettersi alla velocità di 28.800 bps e ci si connette invece solo a 14.400 perché il provider non rinnova il “parco” modem. In tutti questi casi, e altri analoghi, l’utente può far valere i suoi diritti.
Ci sono poi i casi in cui i provider possono, invece, sciogliere loro il contratto, interrompendo il servizio ed eventualmente chiedendo il risarcimento del danno. Sono, ad esempio, le ipotesi in cui con uno stesso account (cioè sfruttando un unico contratto) accedono più utenti; molti fornitori infatti si riservano il diritto di interrompere immediatamente il servizio nel caso in cui il server rilevi che ciò accade. Ovviamente in tali casi si ha il tentativo di sfruttare in due o più il medesimo contratto, con conseguente danno economico per il provider. Altro caso è quello in cui l’utente immette nella rete (tramite la web, le mailing lists o altro) materiale indecente, o avente contenuto politico o comunque con il quale il fornitore del servizio non si sente di aver a che fare. In tali casi occorre avere riguardo al contenuto del contratto effettivamente stipulato per vedere esattamente di quali margini di libertà gode l’utente.

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hardware in affitto

Oltre all’ acquisto e al leasing, ci si può procurare la disponibilità di un computer o di un impianto informatico anche con la più tradizionale locazione, conosciuta nel linguaggio comune come “affitto”. La locazione è appunto, secondo il codice civile, il contratto con il quale una parte (c.d. locatore) si obbliga a far godere all’ altra (conduttore) una determinata cosa per un determinato tempo verso il pagamento di un determinato corrispettivo, detto canone.
Ma quali sono le regole principali applicabili in materia e, soprattutto, le garanzie di cui gode l’ utilizzatore?

A) Così come nella vendita, il proprietario dell’ apparato informatico che lo concede in godimento ad altri è tenuto a garantire che questo, nel momento in cui viene consegnato, sia immune da vizi.
Se, infatti, l’ impianto o il computer concesso in godimento presenta difetti che influiscono sul suo funzionamento, il conduttore può chiedere lo scioglimento del contratto o, a sua scelta, una riduzione del canone. Inoltre, se da tali vizi derivano danni ad altre cose, il locatore è tenuto a risarcirli, salvo che non provi di averli senza colpa ignorati al momento della consegna. Egli, per liberarsi da responsabilità, deve dimostrare che tali vizi non erano individuabili utilizzando i controlli previsti secondo lo stato della scienza e della tecnica informatica.
Occorre fare attenzione perchè le disposizioni del codice civile che prevedono la responsabilità del locatore per vizi della cosa oggetto del contratto sono derogabili dalle parti, con la conseguenza che nel contratto potrebbero venire inserite clausole che prevedono limitazioni di responsabilità del locatore. Queste clausole, tuttavia, non possono portare ad escludere la garanzia per il caso in cui i vizi presenti nella cosa siano tali da impedire del tutto l’ utilizzo.

B) Ovviamente, poi, la responsabilità del locatore non si arresta alla consegna della cosa: egli è anche tenuto a garantire che l’ apparato informatico, durante la locazione, serva all’ uso cui è destinato e, quindi, che non si manifestino vizi successivi. Il locatore deve inoltre eseguire sulla cosa le riparazioni di carattere straordinario che si siano rese necessarie durante il contratto. Quelle di conservazione e di manutenzione ordinaria sono invece a carico del conduttore. Se si rompe, quindi, ad esempio un interruttore o una manopolina o una qualsiasi altra piccola parte del computer o dell’ impianto, la spesa per la riparazione spetta al conduttore.
Nei casi, invece, di rottura di parti essenziali dell’ apparato informatico, come ad esempio nel caso di guasto della scheda madre, del processore, del disco interno, e di tutte le altre parti la cui sostituzione non può essere qualificata come “riparazione ordinaria”, è tenuto a provvedervi il locatore. Questi, infatti, è la persona cui il computer o l’ impianto torneranno al termine della locazione e non appare giusto far pagare al conduttore parti che resteranno poi di proprietà del locatore, salvo appunto che non siano riparazioni ordinarie.
Quando vi è urgenza, ad esempio per evitare di dover sospendere il lavoro con danni alla produzione, di eseguire riparazioni che sono a carico del locatore, il conduttore può eseguirle direttamente, a condizione che ne dia contemporaneamente avviso al locatore, con diritto di richiedere a lui il rimborso di quanto pagato.

In conclusione, quindi, la locazione può essere una buona soluzione per procurarsi hardware e software, specialmente considerando la notevole velocità con cui questi beni “invecchiano” diventando, spesso dopo pochi mesi, superati da nuovi prodotti immessi sul mercato.

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acquistare hardware all’ estero

ACQUISTARE ALL’ ESTERO. E’ sempre più frequente l’ acquisto di apparecchiature informatiche all’ estero, grazie alla diffusione di strumenti quali le reti telematiche, che consentono anche a piccole aziende di essere presenti in qualsiasi parte del globo, e a sempre più comodi sistemi di pagamento internazionalmente accettati quali le carte di credito, usate largamente oramai anche nel nostro Paese. I prezzi, poi, sono spesso più bassi rispetto a quelli praticati in Italia. Ma la differenza di costo rende effettivamente conveniente acquistare all’ estero? Non c’e’ ad esempio, in altri termini, il rischio di perdere, come contropartita, la possibilità di far valere la garanzia di buon funzionamento del prodotto in caso di suo malfunzionamento e di ottenerne la riparazione gratuita, come si può invece solitamente fare per i prodotti che si acquistano in “patria”? Gli strumenti informatici, sia hardware che software, sono infatti notoriamente prodotti particolarmente delicati e le fasi dell’ assistenza e della garanzia post-vendita sono tutt’ altro che trascurabili.

In effetti, i problemi per chi acquista all’ estero e non è assistito dalla fortuna possono essere diversi. Il fatto è, innanzitutto, che non sempre quando si stipula un contratto con un’ azienda estera la legge applicabile è quella italiana: se si acquista, ad esempio, una scheda madre in Belgio, per le modalità con cui è stato concluso il contratto, potrebbe risultare applicabile allo stesso la sola legge belga con il risultato che il consumatore italiano si troverebbe “spiazzato” nel dover invocare l’ applicazione di una legge che non conosce e nel non poter invece far conto sulle regole di garanzia, assistenza e così via poste dal nostro codice civile su cui solitamente si fa affidamento.

In materia, la legge di riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato richiama le disposizioni della Convenzione di Vienna sulle obbligazioni contrattuali. Questa contiene alcune disposizioni particolari per i contratti conclusi dai consumatori, quindi anche per gli acquisti di hardware e software. In questi casi si possono avere due ipotesi: o le parti del contratto scelgono direttamente la legge da applicare al contratto, nel senso che indicano in modo esplicito che il contratto, ad esempio, deve essere regolato dalla legge francese, oppure non effettuano alcuna scelta. Nel primo caso, la Convenzione stabilisce che, pur applicandosi (seguendo l’ esempio), la legge francese, il consumatore può sempre invocare l’ applicazione delle norme fondamentali poste a sua tutela. Nel secondo caso, invece, il consumatore è più tutelato perchè è stabilita l’ applicazione della legge dello Stato nel cui territorio il consumatore risiede.

Bisogna quindi innanzitutto fare attenzione alle clausole dei moduli d’ ordine che indicano la legge applicabile al contratto e, se possibile, inserire direttamente la legge italiana in luogo della diversa legge prevista; in mancanza della possibilità di inserire una legge, si può sempre fare affidamento sull applicazione di quella italiana. In ogni caso, il consumatore è tutelato perchè anche in caso di scelta di una legge straniera il giudice deve applicare le norme italiane fondamentali in materia di tutela del consumatore che, come abbiamo detto, sono per l’ Italia state introdotte con la legge comunitaria 1994.

I giudici di tutti gli Stati che hanno firmato la Convenzione di Vienna sono obbligati a seguire le sue prescrizioni: ciò comporta che se un italiano acquista a Parigi un computer e successivamente cita davanti al Tribunale della stessa città la ditta venditrice per malfunzionamento dello stesso, il giudice francese deve applicare la legge italiana (così come avverrebbe per un consumatore francese che acquistasse un prodotto informatico a Roma: il giudice italiano dovrebbe applicare il diritto francese). Lo scopo, infatti, della Convenzione è proprio quello di tutelare il consumatore facendo sì che egli, anche negli acquisti internazionali, possa sempre fare affidamento sulle regole giuridiche a lui familiari.
Con questo però si vengono alle c.d. “note dolenti”: nonostante i notevoli progressi e le garanzie previste, rimane sempre un problema instaurare una causa all’ estero o in Italia contro uno straniero. Infatti, il problema è sempre quello dei costi della giustizia e, quand’ anche si riesce ad ottenere una decisione favorevole, quello dei modi in cui far sì che essa sia rispettata, non potendo certo gli ufficiali giudiziari italiani (cioè gli organi competenti a ottenere l’ esecuzione delle sentenze quando i destinatari non vi si conformano spontaneamente) esercitare i loro poteri al di fuori dello Stato che glieli ha conferiti.

Per questi motivi, spesso si preferisce, nonostante prezzi e imposte maggiori, acquistare in ambito nazionale e la fornitura all’ estero viene per lo più utilizzata da chi se la sente di fare affidamento sulla fortuna, ritenendo che un po’ di rischio in più valga la contropartita di un minor prezzo.