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Questo é un lavoro per Fleximan 🪓

L’apologia di reato é una figura criminosa creata dai fascisti che la Repubblica, che molti proclamano fondata sull’antifascismo, ha conservato volentieri, come tutte le altre leggi scritte nel ventennio.

Oggi, quelli che negano istericamente e demenzialmente che Mussolini abbia fatto anche cose buone (come se fosse possibile governare vent’anni senza fare nemmeno per sbaglio una cosa azzeccata), usano le cose oggettivamente non condivisibili che sono state fatte durante il fascismo, come l’introduzione dell’apologia di reato, che é un delitto di opinione, definito in maniera eccessivamente incerta e che viola il principio di tipicità dell’illecito penale, per reprimere la tua libertà.

Non solo, ma la Repubblica nel 2005 ha ritoccato l’art. 414 del codice penale, scritto appunto nel 1933 dal ministro della giustizia Rocco del governo Mussolini, aggiungendo che la pena é aumentata «se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici».

Se uno, insomma, guarda il codice penale italiano, che é un documento scritto che ognuno può consultare, la Repubblica sembra molto più costruita sul fascismo, che sull’antifascismo. E, per la precisione, sulle cose peggiori fatte dal fascismo, nemmeno sulle migliori.

Loro però sono «antifascisti».

Fai comunque attenzione ad esaltare il comportamento di quello che taglia gli autovelox sui social: per quanto non condivisibile e ripugnante a livello di civiltà giuridica, ti potrebbero contestare addirittura la forma aggravata di apologia di reato – e nota bene che la prova scritta gliel’avresti fornita tu.

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diritto

8 cose su separarsi e divorziare all’estero.

1) Mi sono capitati, via via nel corso degli anni e ultimamente con frequenza sempre maggiore, numerosi casi di persone residenti in Italia, che tuttavia si erano separati o avevano divorziato in altri Stati.

2) In questi casi, generalmente l’Italia 🇮🇹 riconosce il
provvedimento «straniero» e lo iscrive nei registri di stato civile, come se la separazione e il divorzio fossero avvenuti in Italia per opera di un giudice italiano.

3) Ovviamente occorre una traduzione e in molti casi anche
l’apposizione del timbro apostille, la situazione naturalmente é diversa a seconda che si tratti di uno stato facente parte della Unione Europea o meno.

4) Il problema, dumque, non è questo ma un altro e cioè che troppo spesso i provvedimenti di separazione e divorzio resi all’estero sono fatti male, a volte anche molto.

5) Lo so che cosa pensi, che peggio della giustizia italiana non può esserci niente: invece la realtà oggettiva é, tutto all’opposto, che il sistema giudiziario nazionale esprime una civiltà giuridica molto più avanzata di quella di molti Stati esteri.

6) I provvedimenti resi in materia familiare in Italia, infatti, per quanto a volte possano essere in tutto o in parte non condivisibili, sono articolati e si occupano, ad esempio, di tutti gli aspetti della vita dei figli dopo la separazione dei genitori.

7) I provvedimenti di molti Stati esteri, invece, sono fatti male, non contengono le disposizioni che invece servono alla famiglia e ai figli, tanto che troppo spesso é stato necessario fare una nuova procedura in Italia per modificare e soprattutto integrare le condizioni e i contenuti previsti dalle sentenze straniere.

8) Se devi vivere, dopo la separazione o il divorzio, in Italia, il mio consiglio dunque é quello di fare la pratica in Italia, con un bravo legale italiano, senza cedere alla tentazione di farla all’estero, perché facilmente poi ti troverai a dover rifare il lavoro in Italia, perdendo tempo, denaro e, come dico in questi casi, consumandoti il fegato.

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diritto

Facciamo il gioco di non capire?

Nella pratica legale, ci sono delle vertenze dove tra il proprio cliente, la controparte e il legale di controparte si instaura una gara informale a chi capisce meno la situazione, a chi riesce a comportarsi in maniera più inopportuna e a chi riesce a sfornare le idee più stupide, sia di metodo che di sostanza.

In quei casi, ovviamente, chi riesce ad avere una visione più lucida deve armarsi di molta pazienza, che é una delle qualità più importanti in un avvocato, all’esatto contrario di quanto ritengono i mitizzatori della nefastissima figura dell'”avvocato con le palle”.

Non è raro in queste ipotesi, dove, proprio per le maggiori difficoltà di trattazione, c’è maggiore sofferenza, che il proprio cliente venga a chiedere due cose.

La prima è ovviamente uno sconto sul compenso professionale richiesto, visto che ormai lui, poverino, sta “spendendo molto” e la cosa non sembra avviarsi verso una risoluzione, almeno in tempi brevi.

La seconda é la richiesta di “velocizzare” la trattazione della vertenza perché lui, il cliente, non ne può più o, magari, in fondo si tratterebbe di una cosa abbastanza semplice.

Queste due richieste, quando vengono manifestate, testimoniano sempre immancabilmente la distanza abissale che a volte c’è tra chi è il protagonista di un conflitto legale, da un lato, e la realtà, dall’altro – distanza che, si noti, é per certo una delle concause del problema legale che si è venuto a determinare.

In questi casi, l’avvocato non deve gettare la spugna, ma continuare a svolgere il suo lavoro di rimettere il proprio cliente contro la realtà finché magari non riesce ad assorbirne un poco, esattamente come fa il prozac con i neuroni e la serotonina.

L’avvocato deve dunque pazientemente spiegare che non può fare nessuno sconto, ma, dei due, considerata la pesantezza della situazione e la difficoltà del lavoro, dovrebbe semmai, tutto al contrario, chiedere dei soldi in più.

Poi deve dire che lui non lavora in una situazione che rientra interamente nella sua sfera di dominio e quindi non può garantire date di consegna del lavoro come può fare ad esempio un progettista, perché ciò dipende anche da quello che faranno o opineranno altre persone dotate di libero arbitrio.

Se poi ci riesce, l’avvocato può provare anche a dire al proprio cliente che, per lui stesso, sarebbe più utile, anziché lambiccarsi con queste idee senza senso, dedicarsi a ciò che davvero potrebbe giovargli, come la raccolta dei documenti e degli altri elementi che servono effettivamente per la conduzione della vertenza.

Il dolore degli assistiti va sempre accolto ed ascoltato, questo è fuori discussione, ma non va mai e poi mai assecondato; anche questo è fondamentale ed è il frutto più fecondo della posizione di alterità dell’avvocato, che gli consente di mantenere una quantomai necessaria visione lucida pur in mezzo a tanta evidente sofferenza.

Come ammonivano, con infinita saggezza, gli antichi: nemo iudex in re sua.

Che poi è il fondamento della necessità di relazionarsi con un avvocato tutte le volte in cui hai un problema legale.

In tutto questo, non mi stancherò mai di ripetere che la crisi della giustizia é la crisi del ceto forense e che la crisi del ceto forense non è economica o di altro tipo, come si vaneggia più volte al giorno da anni, ma quasi esclusivamente cognitiva.

Le vertenze legali non si risolvono perché troppi avvocati ormai non capiscono più niente e così finiscono per non svolgere in modo funzionale il loro lavoro.

Se un assistito, infatti, ha diritto di non capire nulla, specialmente quando é nella sofferenza, il senso della professione di avvocato é solo quello della presenza di un professionista in grado di guardare la situazione del cliente con lucidità e con tutta una serie di qualità dell’essere che sono la compassione, l’ascolto, non solo del proprio cliente, ma anche di tutti gli altri, la diplomazia, la già citata pazienza e così via.

Quando questo viene a mancare e tu ti ritrovi sempre più spesso a leggere lettere e atti in cui é evidente che l’avvocato non ha messo nulla di proprio, ma si è limitato come un cronista malcapitato a raccogliere il maldestro e spesso bacatissimo punto di vista del cliente, allora capisci che ci sono davvero pochi margini di manovra.

Queste sono le realtà con cui i non moltissimi avvocati rimasti con un po’ di sale in zucca devono spesso avere a che fare, la riforma Cartabia da questo punto di vista é il nulla al quadrato, é pura inconsistenza, puro vapore, puro niente.

Ci vediamo lungo la strada.

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avvocato risponde

Separazione giudiziale: quando ci mette il giudice a decidere?

DOMANDA – Il 14/7/2022 c’è stata l’udienza per separazione giudiziale per colpa non in presenza, a tutt’oggi non si è ricevuta nessuna risposta, mi chiedo se ci sia un termine di scadenza per la risposta del giudice, dato che il mia avvocato asserisce che non c’è un termine di scadenza. Si è parlato di ciò che io ho chiesto come alimenti per i miei figli minorenni.

— RISPOSTA – È esattamente come ti dice il tuo avvocato, non c’è un termine per lo scioglimento della riserva da parte del giudice, puoi solo aspettare, a meno che il ritardo non divenga macroscopico.

In un caso da me seguito, un giudice, sempre in materia familiare, ci ha messo tre anni a sciogliere la riserva e non si è nemmeno vergognato a scrivere nel suo tanto atteso provvedimento che i genitori andassero «immediatamente» a fare mediazione familiare – immediatamente dopo tre anni…

Questo vale generalmente per tutti i tipi di procedimenti, per quelli in materia di famiglia il ritardo nello sciogliere le riserve può essere particolarmente grave perché la famiglia in crisi ha una certa urgenza di essere disciplinata.

Di solito, almeno nei tribunali del nord, lo scioglimento avviene dopo qualche giorno, massimo un paio di settimane.

Se vuoi approfondire ulteriormente la questione, anche se a mio giudizio difficilmente può valerne la pena, chiama ora lo studio al numero 059 761926 e prenota il tuo primo appuntamento, concordando giorno ed ora con la mia assistente.

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diritto

I parenti mi citano in tribunale: come posso evitare questa cosa?

vorei scrollami di dosso patenti che si sono uniti per una causa civile davanti giudice,e gia stata fatta un udianza che mi sono pronuciato che non ho bisogno di alcuna assistenza ma quantopare il giudice non la pensa come me inviandomi al ctu, sbagliando a giudicarmi a favore dei parenti. Per il posesso della casa. Di certo le amicizie non gli mancano anche nel tribunale di firenze.

Purtroppo non ci sono soluzioni magiche, se sei stato citato in tribunale non puoi difenderti da solo ma devi necessariamente prendere un avvocato.

Puoi anche presentarti all’udienza, ma tutto quello che fai è privo di rilevanza perché la tua difesa deve essere mediata necessariamente da un professionista del diritto, cioè appunto un avvocato.

Se non disponi di sufficiente denaro per compensare un avvocato, puoi valutare di chiedere il patrocinio a spese dello Stato. A riguardo, puoi chiedere informazioni presso l’ordine degli avvocati, direi di Firenze.

Se non ti costituirai validamente con un avvocato iscritto all’albo, la causa procederà ugualmente in tua contumacia e ovviamente le probabilità di esito a te favorevole, non essendoci una tua difesa, saranno ridotte.

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Tribunale online: nuovo servizio per l’accesso telematico del cittadino.

Note dell’episodio.

Oggi ti parlo di «tribunale online», un nuovo servizio allestito dallo Stato italiano che consente l’accesso dei singoli «cittadini», tramite SPID, alle loro pratiche, per quelle situazioni in cui gli stessi possono stare in giudizio da soli, senza l’assistenza di un avvocato.

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diritto

Avvocati+che+vogliono+esser+pagati: che fare?

>«come posso risolvere un problema con un avvocato che ha perso la causa civile non mi ha concesso il patrocinio gratuito dicendo che non fa nulla. Ora mi ritrovo con spese processuali compensate e avvocato mi ha chiesto 400 euro sapeva che ero disoccupato ma continua a tartassami di messaggi, vi prego come posso fare?»

Il patrocinio a spese dello Stato non è una cosa che ti possa essere concessa dal tuo avvocato. Nel civile, lo concede l’ordine degli avvocati, in via anticipatoria, mentre nel penale é direttamente il magistrato.

Se avevi i presupposti per ottenerlo, dovevi rivolgerti a questo enti per fartelo riconoscere.

Se non lo hai fatto, e hai commissionato un lavoro al tuo avvocato, ora non puoi più invocare un beneficio cui non sei mai stato ammesso, ma lo devi pagare tu con le tue sostanze.

Spese compensate significa che ognuna delle parti del giudizio deve pagare il tuo avvocato.

400 euro, peraltro, se per un’intera causa sono una somma bassissima, non so se te li richieda a saldo, dopo precedenti pagamenti, o se é la somma che ti richiede per l’intero giudizio.

In ogni caso, direi non ci siano soluzione e soprattutto non valga la pena per una cifra del genere pensare a niente altro che non sia saldarla appena possibile, magari concordando un pagamento rateale compatibile con la tua situazione economica.

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diritto

Riforma Cartabia: come la corazzata Kotiomkin.

Note dell’episodio.

Oggi entra in vigore la riforma Cartabia, una modifica legislativa che non apporterà alcun vantaggio e darà solo problemi a tutti gli operatori per i prossimi mesi ed anni, il cui unico scopo è quello di consentire ai politici di pavoneggiarsi e dire di aver fatto qualcosa per la giustizia, quando invece sarebbe stato molto meglio se non avessero fatto nulla.

Ascolta la puntata o guarda il video qui.

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Giudice che verbalizza in modo difforme: che fare?

Intendo sporgere querela contro un giudice Italiano per violazione degli atti processuali e mi domando se avesse senso e fosse utile notificare al giudice una diffida ad adempiere. In particolare intendo querelare l’omissione di rilevanti dichiarazioni del teste in aula, mentre il processo verbale ricevuto a posteriori per posta elettronica differisce dalla lettura in aula dello stesso alla fine del l’udienza.
È la querela l’unica azione per notificare le irregolarita’ di cui sopra e quali sono gli sviluppi della vertenza dal momento in cui è stata sporta querela, il giudice viene ricusato e sostituito?
È utile e sarebbe ammissibile esporre nelle precisazioni di conclusione l’irregolarita’ del processo verbale?

Le domande che fai astraggono quasi tutte, e del tutto, dal caso concreto sottostante, mentre invece, come predico da oltre vent’anni, bisogna sempre partire dal fatto per poi vedere che cosa se ne può dire in diritto.

Qui l’unico spunto fattuale è che questo magistrato avrebbe verbalizzato le dichiarazioni rese da un teste, non si capisce in quale processo, se non che, a quanto intuisco, è un processo ancora pendente, in modo difforme da quello che ha detto il teste.

Non si capisce però se la verbalizzazione è avvenuta contestualmente a cura del giudice, se vi hanno assistito gli avvocati e, in caso affermativo, che atteggiamento hanno assunto o meno.

Insomma, il caso è da approfondire con molta più cura prima di poter valutare quali iniziative potrebbero in ipotesi essere adottate; anzi, data la natura della situazione e dei soggetti coinvolti, è necessaria ancora più cura del solito.

È indispensabile, dunque, prima di fare qualsiasi cosa, un adeguato approfondimento su tutte le circostanze del caso.

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riflessioni

Carta irricevibile.

«le domande inviate al curatore in formato cartaceo, anziché digitale, non saranno esaminate in quanto il ricorso che le contiene è irricevibile»

Leggo questa disposizione in una lettera inviata dal curatore ai creditori di un fallimento e mi vengono alla mente alcune immagini e riflessioni.

Il processo di digitalizzazione della giustizia è ormai andato molto avanti, tanto avanti che la beneamata carta ormai non viene più nemmeno accettata, se non in casi eccezionali o residuali.

Il sistema giudiziario ormai mastica solo bit.

Per oltre un decennio, mi sono trovato a spiegare ai miei clienti che il mondo della pratica legale era un mondo «fatto di carta», che possiede sue logiche burocratiche che non così di rado deviano da quelle comuni e dalla realtà delle cose, senza che su tale discrepanza si possa fare poi granchè.

Ora non mi rimane nemmeno più questa considerazione da fare, dovrò necessariamente dire, se vorrò essere aderente alla realtà, che si tratta di un mondo di bit, di zero e uno – cosa a seguito della quale i signori assistiti mi guarderanno ancora più interdetti di quanto già non facessero prima.

Mi ricordo anche di un collega avvocato che, una quindicina d’anni fa, quando si parlava delle allora opportunità offerte dalla digitalizzazione, dichiarò che lui si sarebbe sempre più ancorato a «questa», dove «questa» era una bella penna stilografica che, nel momento della dichiarazione, ebbe cura di alzare sempre più in alto, avvicinandola a sé, proprio come si sarebbe fatto con un vessillo, icona e contenitore di tutti i propri valori, rimirandola ed ostentandola con genuina soddisfazione.

Posso solo immaginare le bestemmie che ha dovuto tirare negli anni successivi di fronte alla sempre più incalzante digitalizzazione e ai sistemi che spesso nemmeno funzionavano.

Che cosa concluderne, comunque?

Non molto, in fondo.

Carta o bit, alla fine, sono modelli organizzativi: come tali, sono vincenti o perdenti a seconda della situazione che ci si trova a dover affrontare.

La digitalizzazione offre vantaggi innegabili, di cui magari ti parlerò in un post a parte, ma se ad esempio si concretizzassero le minacce di cracking informatici e molti terminali diventassero inservibili? Abbiamo visto diverse volte come specialmente i sistemi informatici della pubblica amministrazione siano sguarniti di adeguata sicurezza. Se, inoltre, la crisi energetica imponesse razionamenti anche nell’utilizzo e nella gestione delle apparecchiature informatiche? In questi scenari, molti, con giusta ragione,
tornerebbero a rimpiangere la celebre carta.

Per contro, anche la carta presenta i suoi svantaggi. Proprio in questi giorni ad esempio sto lavorando, i.e. ammattendo, sul recupero di una sentenza di separazione che è stata smarrita da tutti: entrambi i coniugi, precedente difensore, cancelleria del tribunale. Il documento non si trova da nessuna parte. Un po’ di digitalizzazione, anche solo come copia di riserva, avrebbe aiutato.

Come professionista, resta il fatto che devi lavorare sempre con ciò che passa il convento e secondo le sue logiche, senza affezionarti ad un sistema piuttosto che ad un altro, perché devi sempre essere in grado di produrre un risultato utile a prescindere dall’ambiente in cui ti trovi ad operare.

Torno a scrivere il mio ricorso fatto di bit.

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